Vivo sospeso, pure io.

Visto che lo spartito completo de In punta di piedi è stato un regalo di Nat(h)al(i)e molto gradito dagli italiani, e il contatore visite del mio blog ne è testimone, perché non condividere di nuovo con la collettività i risultati delle mie rinfrescatine di teoria musicale?

Ecco a voi quindi le partiture per basso, pianoforte, melodia, archi, basso e chitarra elettrica di Vivo sospesa, il brano che la tipa coi capelli rossi (citazione) ha portato al Festival di Sanremo.

Si tratta, come nel caso precedente, di partiture non originali perché trascritte ad orecchio ascoltando la traccia del CD e un po’ i vari video delle esibizioni sanremesi; partiture quindi simili, e non certo identiche all’originale, soprattutto per quanto riguarda le parti orchestrali.

Se volete gli spartiti veri, rivolgetevi ad un buon negozio di musica o telefonate a Lucio Fabbri.

La pagina dove si può scaricare il file si trova qui.

Per leggerlo ci vuole il GuitarPro. Se non ce l’avete, lasciatemi un commento e se sono in giornata vi giro il PDF potrete trovare una copia degli spartiti in formato JPG nel Nathalie’s Song Database del Covo dei Nathivi – il forum ufficiale di Nathalie. Se avete qualche problema nel visualizzarli nel forum, fatemelo sapere con un commento.

AGGIORNAMENTO (9 novembre 2011). D’ora in avanti non spedirò più niente a nessuno: nel Covo dei Nathivi – il forum ufficiale di Nathalie potete infatti scaricare un comodo canzoniere in PDF con testo e accordi di tutte le canzoni di Nathalie conosciute, in cui sono stati inseriti anche i miei spartiti di In punta di piedi, Vivo sospesa e Il mio canto libero. Aspetto i vostri commenti sul risultato.

Buona suonata a tutti!

E anche buonanotte, vista l’ora.

Si ringraziano, in ordine sparso: Ugolino da Orvieto, la Premiata Forneria Marconi, una certa persona rimasta da poco senza tonsille, Elio Belisari, i Nathivi, Gianni Morandi, Guido d’Arezzo, Natalia Beatrice Giannitrapani, Johnny Buckland, il forum Pianosolo, l’Acrobat Reader, il chitarrista dell’orchestra di Sanremo 2011 che assomigliava vagamente a Julian Assange.

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Schegge sanremesi 2011 – Parte II

L’ultimo post e poi basta. Un po’ di considerazioni sparse, avanzate da ieri, sul Festival di Sanremo appena concluso.

Raphael Gualazzi. Cercherò di non pensare che è stato (o è ancora?) al soldo di quella Grande Azienda Italiana che vuol farci credere che porti rispetto e cultura in settanta paesi del mondo, utilizzando spot pubblicitari di grande effetto. Giovane ma non troppo, proveniente dal pregiato mondo del Jazz, goffo e timido: praticamente a Sanremo ci stava come i cavoli a merenda, però ha vinto due premi nella categoria Giovani. E di questo non posso che esserne contento, va detto comunque che dovrebbe dividere il premio al 50% con Fabrizio Bosso. Sono curioso di sapere cosa riuscirà a combinare all’Eurofestival, in mezzo a cantantini come questi (vincitore 2009 – vincitrice 2010), veramente di un’altra galassia. E comunque penso che Nathalie, che è pure mezza belga e scrive e canta in tre lingue, con In punta di piedi all’Eurovision Song Contest avrebbe vinto a mani basse (chiaramente RAI permettendo, Jalisse docunt). Un’altra cosa: Gualazzi ha trent’anni e un tour negli Stati Uniti all’attivo, che cavolo ci faceva nella categoria Giovani?

Emma e i Modà. Emma Marrone in questi ultimi giorni ha dimostrato di essere una ragazza intelligente e i Modà hanno suonato alla GMG 2005 di Colonia, dunque per questo non posso che apprezzarli. Ma questa collaborazione era una macchina creata dalle radio per vincere; poi non avrei retto alla terza vittoria consecutiva di un cantante lanciato da Maria De Filippi, che ritengo una delle più evidenti incarnazioni di un modo di fare televisione che ha effetti devastanti tra i giovanissimi. La canzone infine non è stata all’altezza delle mie aspettative, visti i commenti entusiastici che avevo adocchiato alla vigilia. Va detto, comunque, che è due spanne sopra i brani che hanno vinto le edizioni 2009 e 2010. Così va il mondo. Di sicuro vinceranno la gara delle vendite. (Dimenticavo: buona la loro cover di Joan Baez e Morricone, vedi qui sopra.)

Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario. Coppia affiatata, testo orecchiabile. Il ritornello del loro pezzo è la cosa del Festival che più odora di tormentone: Su, su, su nel cielo, giù, giù, giù nel mare. Roba che neanche Edoardo Vianello. Brrr.

Anna Oxa. Il suo pezzo l’ho sentito solo di sfuggita; dico solo che mi dispiace che, causa eliminazione, non abbia potuto duettare coi mostruosi (musicalmente parlando) Marta sui Tubi giovedì sera. Chi li ha visti alle prove è rimasto molto colpito, e ci credo.

Max Pezzali. Solo io ho notato che l’inizio del ritornello è preciso preciso a Rome Wasn’t Built In A Day dei Moorcheeba? Pezzo tipicamente pezzaliano, il senso del testo è “C’ho quarantaquattro anni e sono maturo, è ora di finirla con le rotte per casa di Dio”. Sincero, divertente e dignitoso. E con quella faccia e quel look assomigli sempre di più a Marco Paolini. Grazie Max, ti ricorderemo anche così.

Patty Pravo. Una canzone adatta a lei, è lei che non è più adatta alla canzone. E dimmi che non vuoi morire è acqua tanto passata: quest’anno sembrava uscita dal bar di Star Wars o dalla fattoria di Nonna Papera. Rita Pavone ha detto: “Preferisco ritirarmi e sentire i fans che mi chiedono perché ti sei ritirata, piuttosto che continuare e sentire i fans che mi dicono perché non ti ritiri”. Ragazza Piper e politici: ricordatevelo.

Al Bano. Al Bano fa una canzone impegnata e nessuno la capisce. Canta di una prostituta africana (?) o di Amanda Knox (?!?)? Viene buttato fuori, viene ripescato, arriva terzo. Quasi come Valerione Scanu l’anno scorso. Che palle.

Giusy Ferreri e Anna Tatangelo. Non ho più voglia di scrivere. Ascoltatevi Zucchero. O gli Skiantos.

I conduttori. Gaffes, balletti scadenti, inglese maccheronico, accenti sbagliati, dimenticanze, interviste imbarazzanti. Un’approssimazione, uno stile più umano più vero che mi ha veramente conquistato. Altro che lo stile impeccabile ed altezzoso alla Pippo Baudo: quest’anno sembrava veramente di essere ad una sagra di paese, dove ci si conosce tutti e nessuno ti sgrida se sbagli. Belen e Eli hanno fatto le belle statuine che cercano di non fare le belle statuine, Luca e Paolo bravi comici ma finiamola di dire che Ti sputtanerò è satira: o capiamo che si tratta di un’altra cosa, o capiamo perché c’è ancora Berlusconi. Tutti promossi per simpatia.

Autori e organizzatori. Anche loro non è che si siano proprio distinti per professionalità: la Palma d’oro va al povero Sebastian Marcolin e alla sua uscita fuori luogo sul televoto (vedi sopra). Anche le interviste agli ospiti (Robert De Niro, Monica Bellucci, Avril Lavigne) erano effettivamente a livelli comici (anche Avril Lavigne stessa non scherzava, comunque). Neanche che tra gli autori ci fosse, che so, Federico Moccia. COSA? C’era VERAMENTE Moccia tra gli autori?

Benigni. Vabbè, ha un po’ romanzato. Non importa: guardatelo e state zitti, il libro di storia lo apriamo dopo.

Schegge sanremesi 2011 – Parte I

Quest’anno ho perfino seguito il Festival di Sanremo, seguendone nei limiti del possibile vari stralci in diretta e non limitandomi come al solito ad ascoltare, a posteriori, solo i pezzi che mi interessavano; questo forse perché il loro numero quest’anno era superiore alla media. Non posso quindi esimermi da fare un po’ di considerazioni di rito… oggi un po’ di classifica, domani il contorno.

Roberto Vecchioni. Se il primo miracolo dell’edizione appena terminata è stato la quasi totale assenza di polemiche (ma allora un altro mondo è possibile!), il secondo è stato un cantautore sul gradino più alto del podio con una canzone vera, una poesia impegnata ed attualissima. Una volta ogni tanto sono d’accordo sul vincitore, che ha saputo coniugare alla perfezione canzone d’autore e musica leggera. E’ salito sul palco rilassato, divertito, autoironico (è stato pure al gioco della Gialappa’s terminando l’esibizione in finale esclamando il tormentone “Gufo con gli occhiali”): complimenti per l’atteggiamento, così come per le bellissime parole dette alla moglie, per l’umiltà e pure per l’autocritica. Venderà forse meno di altri partecipanti, ma questo per me non conta nulla. Ha quasi 68 anni, ma si è dimostrato per certi versi più giovane di altri cantanti in gara che potevano essere suoi figli.

La Crus. E insomma dovrò procurarmi i vecchi dischi dei La Crus, duo di spicco nella scena indie italiana degli anni ’90 riunito per l’occasione, e mi auguro che in tanti seguano il mio esempio. Per loro valgono in parte le considerazioni fatte per Vecchioni: hanno portato nelle case di milioni di italiani un pop di gran classe, con sonorità vagamente anni ’60, e in un vestito adatto alla cerimonia. Nel mio podio personale li metto al secondo posto, augurandomi che nelle prossime edizioni del Festival la musica alternativa/indie italiana sia ancora così ben rappresentata.

Nathalie. La ragazza dice e ripete quello che pensa e in certi ambienti non è un bene, specie se sei l’ultima arrivata. Ha detto che Sanremo non è il suo mondo; è arrivata con l’etichetta “di quella che è uscita da X Factor”; ha portato in gara un pezzo non certo adattissimo alla kermesse invece che un clone de In punta di piedi, scelta che sarebbe stata vantaggiosa in termini di televoto ma artisticamente deludente: tutto questo non l’ha di certo aiutata. Dopo i commenti della vigilia sul suo brano (“non decolla”), mi ero preparato ad una delusione, invece sono rimasto colpito positivamente. Ma a Sanremo certa “musica alternativa” viene apprezzata (leggi Avion Travel, Elio e le Storie Tese, Max Gazzè, Sergio Cammariere e, dai, anche La Crus) e certa no (Quintorigo, Subsonica, Carmen Consoli, Bluvertigo). Quella di Nath forse appartiene più al secondo gruppo che al primo.

Davide van de Sfroos. Lo conoscevo, ma solo di nome. Pezzo originale per il Festival, colorato e simpatico come forse nessun altro quest’anno, testo al limite del surreale. E in rigoroso dialetto lagheé. Bene, perché l’amore per la lingua italiana e la sua conoscenza, oggi quantomai trascurati, si trasmettono anche diffondendo la conoscenza dei nostri ricchissimi e bellissimi dialetti (o sarebbe meglio dire lingue?) locali.

Tricarico. Ormai ha un suo stile, inconfondibilmente naif: c’è chi lo ama e chi lo detesta. Non è intonatissimo, ma in fondo chi se ne frega. Non vado matto per lui ma lo apprezzo perché la sua musica è diversa dall’ordinario. E perché non ha più ripetuto una certa vecchia trovata furbetta come il tristemente famoso “Puttana puttana, puttana la maestra” che gli ha dato la notorietà undici anni fa orsono.

Luca Madonia e Franco Battiato. D’accordo, Franco Battiato non si discute, si ama. Ma ha completamente oscurato Madonia, autore e principale interprete del brano; inoltre, le sue brevissime apparizioni a canzone abbondantemente avviata saranno state anche in tema con la piccola porzione di testo da lui cantata, ma io le ho trovate piuttosto altezzose, del tipo “Io, Maestro, scendo sulla Terra un minuto a mostrarvi la mia classe”. Per quanto riguarda la canzone in sé, diciamo buona ma come musica e testo veramente troppo citazionista: echi di Sentimiento nuevoSegnali di vitaUn’estate al mare e probabilmente anche di altro. Tutta roba ottima ma, ragazzi, del 1981-82. A quel tempo a Sanremo c’erano Al Bano, Anna Oxa e Luca Barbarossa, per esempio.

Seconda parte del post entro un paio di giorni con Emma e i Modà, Raphael Gualazzi, Benigni, i presentatori, Twitter e non so ancora cos’altro.

Schegge sanremesi – Parte V

In fondo Luigi Tenco non è l’unico “morto di Sanremo”. Nel 1978 all’Artison arriva Rino Gaetano, e partecipa alla gara non con l’irriverente Nuntereggae più come avrebbe voluto, ma con la più orecchiabile, politicamente corretta e furbetta Gianna. Il cantautore romano, investito da un successo meritatissimo, ma troppo rapido e travolgente, entra in un lungo tunnel che finirà improvvisamente addosso ad un camion lungo via Nomentana a Roma il 2 giugno 1981.

Anche Vasco Rossi è passato un paio di volte all’Ariston, nel 1982 (Vado al massimo, vedi qui sopra) e nel 1983 (Vita spericolata). In entrambi i casi sfida i fischi dell’austero pubblico sanremese con esibizioni volutamente provocatorie che non faranno altro che alimentare il suo mito… Così finisce la prima parte della sua carriera, a mio dire la più interessante. Da lì in poi successo e qualità dei suoi dischi procederanno in maniera (quasi sempre) inversamente proporzionale.

L’edizione del 1984 fa invece da trampolino di lancio alla carriera dell’allora ventunenne Eros Ramazzotti. Canta Terra promessa, la sua canzone più nota, brano che spicca per il suo testo veramente negativo (e se volete, in un altro momento, vi spiego pure il perché), ma che bene descrive la passività dei giovani dell’epoca. Comunque nella musica pop italiana degli ultimi 30 anni, forse solo i migliori 883 sono riusciti, meglio di Terra promessa, a scrivere dei pezzi nei quali si è identificata una generazione di giovani.

Terminiamo questa carrelata di schegge con l’ultima ciofeca del giorno. “Le canzoni del festival non rispecchiano i gusti dei giovani”, si diceva qualche anno fa. Allora via all’operazione svecchiamento, sulla quale cala la mefitica ombra di Maria De Filippi. L’edizione 2009 la vince Marco Carta, da lei lanciato, con un pezzo più insignificante che orecchiabile (vedi sopra): a consegnagli il premio alla finale è proprio la signora Costanzo. Viva la sfacciataggine. L’anno dopo fa il bis un altro “figlio di Maria”, Valerio Scanu, con l’impresentabile Per tutte le volte che, grazie agli sms dei bimbiminchia e con ogni probabilità ad un call center affittato ad hoc. L’alchimia, come abbiamo visto ieri sera, non ha funzionato per l’edizione di quest’anno. Ma di questo si parlerà nel prossimo post…

Schegge sanremesi – Parte IV

Nell’edizione del 1972 a Sanremo partecipano i Delirium, e sul palco sale una camionata di fricchettoni: la scena fa il suo effetto ancor’oggi, a distanza di quasi quarant’anni. Il brano è Jesahel, e il cantante è un giovanissimo Ivano Fossati che, flauto traverso in mano, termina il pezzo giocando a fare lo Ian Anderson dei Jethro Tull. Atmosfera e testi che riportano alla mente un’epoca che sembra lontanissima.

Simile per certi versi è la storia di un altro gruppo noto soprattutto per aver lanciato la carriera solista di un cantautore. Si tratta dei Decibel di Enrico Ruggeri, gruppo che, qualche ingenuità a parte, nel periodo 1978-1980 propose un sound innovativo, fresco e originale. Il massimo della popolarità lo raggiunse portando Contessa al Sanremo del 1980: un pezzo che piacque molto anche, per dire, anche a quel dannato megalomane di Keith Emerson (degli Emerson Lake e Palmer).

E passiamo al Ciofeca Moment. MikiMix a Sanremo 1997, Sezione Giovani, non se lo filò nessuno. Sei anni dopo Caparezza raggiunse la popolarità e si scoprì che Caparezza e Miki Mix erano la stessa persona. Ma come? Il Caparezza contro la musica commerciale, l’alternativo, era stato a Sanremo, e con una canzoncina rap leggera come l’Acqua Panna?! “Mi ci hanno costretto”, rispose lui. Colto con le mani nella marmellata, da allora ci scherza sopra. Sarà: io ci vedo l’indegno inizio della carriera di un musicista che da sempre coniuga talento e calcolo commerciale. Come tanti altri. (Sia ben chiaro, c’è di molto peggio…)

Finiamo in bellezza. Nel 2001 sul palco dell’Ariston salì un gruppo di cui io sento la mancanza: i Bluvertigo. Arrivarono ultimi, posizione che certi artisti ritengono molto ambita, visto che a volte è stata occupata da canzoni che poi hanno avuto grande successo. Morgan, Andy, Sergio e Livio non ricevettero di certo un’accoglienza calorosissima, almeno da parte del pubblico…

…così come accadde per gli Afterhours nel 2009.

Di diverso avviso il presentatore Paolo Bonolis, che volle sottolineare come la loro presenza a quella manifestazione, assai lontana dalle loro frequentazioni, fosse un vero e proprio evento. Come ha giustamente detto Roberto Vecchioni l’altro ieri per commentare, pure con un pizzico di autocritica, la propria partecipazione all’edizione in corso, gli artisti dovrebbero essere più vicini alla gente e meno snob: l’importante è partecipare con una canzone che sia propria, e non con un prodotto confezionato ad hoc. Ed è proprio quello che hanno fatto Manuel Agnelli e soci. E chissà che altri musicisti alternativi abbiano la possibilità di seguire il loro esempio in futuro: ve lo immaginereste, che roba?

Servizio pubblico

Ho deciso di interrompere per un giorno le mie schegge sanremesi.

Perché credo sia un dovere civico di ogni Italiano diffondere con ogni mezzo, lecito e illecito, il video del monologo di Roberto Benigni sull’inno di Mameli andato in onda ieri sera su Rai Uno, nella serata del Festival di Sanremo dedicata ai 150 anni dell’unità d’Italia.

Sono orgoglioso di sapere che la Rai ha adoperato un terzo di centesimo di euro delle mie tasse per fare quello che dovrebbe fare, ovvero servizio pubblico, e regalare all’Italia e al mondo questa lectio magistralis di satira e storia.

Da mostrare assolutamente a fratelli, figli, genitori, nonni, amici stranieri che vivono all’estero e che si fanno un’idea del nostro paese, purtroppo, da tutto ciò che passano i media.

E se uno svizzero ti dice: “Italiano pizza, spaghetti, mandolino, mamma”, tu non arrossire e non abbassare il capo, ma digli:

“Noi siamo questo”.

(E comunque ieri sera mi sono visto, nell’ordine:
1. Benigni in diretta
2. Su Internet, Nathalie che canta Il mio canto libero
3. Elio e le Storie Tese e il loro ultimo geniale medley su Rai Tre
Sto ancora godendo.)

Schegge sanremesi – Parte III

I Matia Bazar degli esordi erano cinque bravi musicisti usciti dal mondo del rock progressivo. All’inizio degli anni ’80 virarono verso certe sonorità elettroniche di tendenza all’epoca, riuscendo come nessuno in Italia a coniugare la migliore new wave con la tradizione melodica nostrana. Nel 1983 a Sanremo, elegantissimi e in una disposizione molto alla Kraftwerk, portarono Vacanze romane. Vinsero il premio della critica: forse, visto il contesto, il miglior risultato possibile.

Stesso discorso si potrebbe fare, forse, per gli Elio e le Storie Tese, sulla cui mancata vittoria gravitano ancora molti dubbi mai chiariti. La terra dei cachi, di certo non il loro miglior pezzo, contiene tutta la loro tipica verve dissacrante, ed è vestito su misura per la kermesse: non a caso raggiunse (perlomeno) il secondo gradino del podio. Fu grazie a questa partecipazione all’edizione del 1996 che smisero definitivamente di essere un fenomeno di nicchia, ma questa fu anche la fine della parte migliore della loro carriera.

Nel 1978 in Italia arriva la TV a colori (ben in ritardo rispetto ad altre nazioni europee) e gli scenografi tingono il palco del teatro Ariston con forti tonalità solari. l’anno di Rino Gaetano (vedi post fra un paio di giorni), ma anche del debutto di una ragazzina di origini albanesi la quale, conciata come una punk londinese (citazione) dimostra di essere un animale da palco nonostante gli appena diciassette anni. Un’emozione da poco, scritta per lei da Ivano Fossati, non vincerà la gara, ma diventerà meritatamente un successone.

I tre più grandi errori nella carriera di Marcello Lippi sono stati: 1) cannare la finale di Champions League del 2003; 2) puntare sui reduci del Mondiale 2006; 3) fare una comparsata durante la finale del Festival del 2010, a sostegno del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici. La loro Italia amore mio è talmente infarcita di luoghi comuni sull’italianità da sembrare quasi una presa in giro. Aggiungete il testo cambiato al volo in finale per infilarci dentro un richiamo ai mondiali tedeschi, e otterrete la madre di tutte le paraculate. Questa ciofeca è tale che ve la risparmio (anche perché la RAI ha fatto togliere i video da YouTube), ma gustatevi le reazioni (non so quanto spontanee) alla mancata eliminazione del trio.

Dulcis in fundo per un cantautore che non è certo tra i miei preferiti, ma che a Sanremo, pur non avendo mai vinto, in tre partecipazioni ha sempre portato brani molto validi: trattasi di Max Gazzè, e questa è la sua Il timido ubriaco, pezzo con cui ha concorso all’edizione del 2000, solo soletto sul palco col suo basso e la sua improbabile camicia.