I Caminesi e le eredità contese

Giovanni De Min, Francesco Ramponi consegna i feudi caminesi ai Procuratori di San Marco, Vittorio Veneto (TV), Museo della Battaglia, 1842-44 circa

Nel tardo pomeriggio di venerdì 11 maggio in biblioteca a Vittorio Veneto, Massimo Della Giustina del Circolo Vittoriese Ricerche Storiche ha presentato un documento finora sconosciuto che riguarda un’intricata vicenda di eredità del XIV secolo, la quale ebbe conseguenze rilevanti per la storia locale e non solo.
Siamo nel 1335: Rizzardo VI da Camino (la cui celebre arca si trova nella chiesa di Santa Giustina a Serravalle) muore senza figli maschi, condannando così all’estinzione il sedicente “ramo superiore” della famiglia.
Perché “sedicente”? Perché gli storici contemporanei, e tra questi i membri del Circolo, ritengono che la separazione tra Caminesi “di sopra” (quelli i cui interessi gravavano intorno a Serravalle e le prealpi) e Caminesi “di sotto” (quelli residenti nell’opitergino-mottense), sebbene comunemente accettata in realtà non sia mai realmente sussistita: tale credenza è dovuta ad una falsificazione di documenti di cui parleremo a breve.
È a questo punto che nasce una controversia sull’eredità di Rizzardo, contesa da una parte dai Caminesi del “ramo di sotto”, legittimi eredi, e dall’altra dal vescovo di Ceneda, il bolognese Francesco Ramponi, controverso personaggio sul quale gravano accuse di simonia, concubinato e, di lì a poco, pure una scomunica: quest’ultimo infatti concede i castelli del defunto in feudo alla Repubblica di Venezia, facendo ampio uso di documenti falsi che tra l’altro sostengono che ogni ramo del casato Caminese non possa reclamare l’eredità dell’altro.
Nella disputa si inseriscono anche gli Scaligeri, all’epoca in guerra con i trevigiani, il Patriarca di Aquileia e infine la Curia Romana, chiamata a dirimere la questione.
Il papa sceglie come proprio delegato Nordio da Grava, abate di Follina, autorità ritenuta sopra le parti, il quale emette la sentenza che è stata l’oggetto principale dell’incontro: un documento datato 9 ottobre 1338 che, come prevedibile, dà ragione ai Caminesi e torto al Ramponi.
Della Giustina si è chiesto come sia possibile che tale verdetto sia stato del tutto ignorato sia dai giuristi dell’epoca sia dagli storici che nei secoli successivi studiarono la vicenda, compreso il trevigiano Girolamo Biscaro che nel 1925 pubblicò il più puntuale ed ancora valido studio sul tema.
La vertenza prosegue con vari colpi di scena, tra i quali dei tentativi di corruzione portati avanti da entrambi le parti, e un attentato fallito ai danni del vescovo ordito dai Caminesi con il benestare del patriarca di Aquileia, desideroso di espandere la propria influenza in sinistra Piave. Quest’ultimo, impugnando una disposizione testamentaria di Rizzardo IV da Camino (il figlio del “buon Gherardo” citato nella Divina Commedia) per poco non riesce ad ottenere i territori del cenedese: fallisce a causa del notaio che nel 1312 aveva rogato il testamento il quale, corrotto dai veneziani, dichiara il falso.
Alla fine a spuntarla sono Ramponi e Venezia: la famiglia da Camino, penalizzata dalle mutate condizioni politiche, per non perdere l’intera eredità nel 1343 rinuncia definitivamente a Serravalle ottenendo in cambio l’investitura di alcuni castelli secondari della zona.
Serravalle fu la prima significativa acquisizione territoriale che la Repubblica di Venezia fece nell’entroterra. La prima in assoluto riguardò Motta di Livenza nel 1291; essa però si trovava al confine con il cosiddetto “Dogado”, ovvero la fascia costiera già da tempo sotto il controllo del Doge.
Circa un secolo e mezzo dopo i domini della Serenissima si estendevano in tutto il Veneto e Friuli, e in parte del Trentino, della Lombardia e della Romagna.
Solo in apparenza quindi questa potrebbe sembrare una questione locale: in realtà, come si è visto, segnò un punto di non ritorno nella storia del Veneto e, di conseguenza, dell’Italia.
Da segnalare la brillante esposizione del relatore, il quale è riuscito a rendere sufficientemente comprensibile un argomento che risulta ostico anche per gli specialisti.

L’Azione, domenica 10 giugno 2018

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Il panevin. Ma perché?

Sarà, ma io col passare degli anni sono sempre più insofferente nei confronti dei panevin.
Parliamo di un vero e proprio rito, nato in epoca antichissima, che ha travalicato i secoli e le culture (in fondo anche la pseudo-profezia della fine del mondo nel 2012 faceva riferimento ad una specie di “panevin Maya”), fino ad arrivare ai giorni nostri. Com’è potuto accadere questo?
Perché, nonostante i tanti cambiamenti che hanno segnato la nostra storia, l’accensione del grande falò all’inizio dell’inverno ha sempre rappresentato un’autentica espressione spirituale di un mondo legato alla natura e ai suoi cicli. Un mondo che per la natura aveva rispetto, ma non necessariamente perché era migliore del nostro: semplicemente dipendeva ancora molto da essa, e anche volendo non possedeva ancora i mezzi per oltraggiarla.
Oggi, che possiamo andare al supermercato la domenica e comprare frutta tropicale fuori stagione coltivata a migliaia di chilometri di distanza da contadini probabilmente sfruttati, cos’è rimasto di quel mondo?
Niente.
E i risultati si vedono: il 5 gennaio ormai nessuno va a ciamàr panevin, anche perché nessuno ormai sa cosa significa. Piuttosto si va ad una manifestazione che si ripete stancamente, dove si può (o si rischia di) incrociare qualcuno che non si vede da tempo, ci si libera di un po’ di rifiuti in modo inappropriato, si sparano petardi e fuochi d’artificio. E, soprattutto, si mangia e si beve gratis.
Fare i panevin, nel nostro mondo, non significa più rispettare le tradizioni.
È solo accanimento terapeutico.

Così gestiamo i profughi

Il cancello d’ingresso della caserma Zanusso

Ecco l’intervista, concessa in esclusiva a L’Azione, a Gian Lorenzo Marinese, presidente di Nova Facility Srl, l’azienda che ha attualmente in gestione il centro di accoglienza per richiedenti asilo situato presso l’ex caserma Zanusso di Oderzo. Ringrazio Carmela, Sara, Annachiara e Gian Lorenzo per l’aiuto e la disponibilità, e pure la redazione che ha pubblicato quasi integralmente un articolo di dodicimila battute (ovvero l’equivalente di 5-6 articoli normali del settimanale).

Quella tra la città di Oderzo e il centro straordinario di accoglienza per richiedenti asilo ospitato all’ex caserma Zanusso è una convivenza non certo iniziata col piede giusto. A venti mesi dalla sua apertura abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza su come viene attualmente gestita con chi se ne occupa in prima persona: Gian Lorenzo Marinese è presidente di Nova Facility, società di Treviso che oltre a dirigere i centri della caserma Serena di Treviso e l’Hotel Winkler a Vittorio Veneto, da gennaio si occupa anche della Zanusso.
È la prima volta che Marinese sceglie di parlare alla stampa di questo argomento.
Dottor Marinese, potremmo iniziare con qualche numero…
In realtà numeri non ne posso dare perché questi sono appannaggio della Prefettura: è una linea comunicativa del Ministero degli Interni legata a interessi di ordine pubblico, e che ritengo saggia e prudente. Ma i numeri a mio dire non sono il centro dell’argomento: mi interessa di più spiegare cosa significa “accoglienza” dal nostro punto di vista.
Una parte della popolazione non vede bene di buon occhio la caserma…
Io comprendo le preoccupazioni della signora Maria che abita accanto ad una struttura dove da un giorno all’altro arrivano cinquecento persone sconosciute e che non parlano la sua lingua: sarebbero preoccupati anche i genitori di questi ragazzi se noi ci trasferissimo in massa nei loro paesi, perché talvolta si ha paura di ciò che non si conosce. Ma noi viviamo in un territorio di persone estremamente aperte e volenterose di aiutare; non dimentichiamo che la caserma si affaccia su via per Piavon, e che il primo “Giusto per le Nazioni” veneto, Clelia Caligiuri, era di Piavon. Il nostro territorio, in situazioni più difficili di questa, ha saputo accogliere.
La vicinanza che percepisco a Oderzo da parte delle parrocchie, di associazioni che lavorano silenziosamente, di privati che bussano al nostro cancello e chiedono “Per caso c’è un bambino? Abbiamo un gioco da darvi”, a me apre il cuore: questo insegno ai ragazzi della caserma. E ogni giorno gli insegniamo che non deve essere la signora Maria, che non li conosce, a farsi avanti per prima, ma che sono loro, essendo ospiti in questo territorio, che devono fare la prima mossa.
Può capitare che qualche ragazzo girando per la città si senta malvisto. Ma quando viene a dircelo gli rispondiamo: com’eri uscito quella mattina? Per fare un esempio, a ognuno di loro forniamo un kit con dei vestiti e le scarpe: è un decreto ministeriale del 2008 che me lo impone. Spesso ci sono ragazzi che arrivano in centro in pigiama: non l’hanno mai avuto in vita loro e quindi non capiscono la differenza rispetto a un vestito “normale”. Il nostro scopo quindi è risvegliare in ragazzi che provengono da una cultura diversa il desiderio di integrarsi, altrimenti non andranno da nessuna parte: per questo vi è un “design dell’accoglienza”.
Di cosa si tratta?
Noi lavoriamo su programmi annuali, perché quella è la durata minima dei bandi ministeriali. Questo “design” prevede quindici giorni di forte mediazione linguistica e culturale: spieghiamo loro dove si trovano, quali sono i servizi della struttura, le basilari regole del convivere civile secondo le nostre abitudini. Poi ci sono due mesi e mezzo di italiano intensivo: un laureato, specie se francofono, in un mese e mezzo riesce a comprendere perfettamente la lingua; per un afghano, specie se analfabeta, è ovviamente più difficile. Al termine i ragazzi vengono inseriti in una classe in base al loro livello di apprendimento: a Treviso abbiamo svariati livelli. Ci restano dai tre ai sei mesi, a discrezione degli insegnanti, poi vengono iscritti ad un centro di formazione per adulti. Questo alla fine rilascerà un certificato di italiano A2, obbligatorio per l’iscrizione al corso di sicurezza sul lavoro.
In che modo i ragazzi vengono preparati a lavorare?
Abbiamo accordi con vari centri di formazione: a Treviso, per esempio, con scuole professionali e licei, dove abbiamo ragazzi iscritti. Cerchiamo di assecondare chi ha ambizioni di studiare o imparare un mestiere: abbiamo anche un giovane che ha vinto un bootcamp a Ca’ Foscari, per dire… Parliamo di ragazzi di culture e capacità diversissime, dunque non si possono fare programmi generali. Inoltre organizziamo dei corsi interni: alla Zanusso si può diventare pittore, muratore, cartongessista, e incentiviamo moltissimo le arti, con un insegnante di disegno nostro dipendente. Vogliamo insomma che tengano allenata la mente, il fisico, ma anche l’attività ricreativa e intellettuale: a Fratta di Oderzo abbiamo un ragazzo che suona in chiesa e che sta cercando un corso di musica con l’aiuto del parroco, mentre a Treviso realizzato spettacoli teatrali con la compagnia Tremilioni di Conegliano, uno dei quali inserito nel programma di CartaCarbone festival.
Dopo quasi un anno è tempo di bilanci.
La caserma è aperta da aprile 2016. Noi siamo lì dal 20 gennaio 2017 e il 31 dicembre scadrà il nostro affidamento, in base all’appalto pubblico che abbiamo vinto. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto: vada su Google Earth e guardi com’era la caserma prima e com’è ora: sembrava fosse in mezzo alla foresta, mentre oggi è un centro pulito e dignitoso. Inoltre nei cinque mesi prima del nostro arrivo i ragazzi inscenarono proteste un paio di volte; dopo il nostro arrivo, più nulla: questo è un messaggio di tranquillità che voglio lanciare alla popolazione. Non stiamo incentivando alcuna invasione, ma lavoriamo per fare in modo che delle persone, che sarebbero rimaste volentieri a casa loro, si formino, si integrino, capiscano le nostre regole: voglio che si ricordino di noi come le ultime persone che le hanno aiutate, perché poi dovranno iniziare una vita da soli. Ma se non preparano con noi una “valigia” che gli permetta di affrontare questa vita, questa valigia rimarrà vuota.
Antonio Silvio Calò [il cittadino di Povegliano che ospita a casa propria cinque rifugiati, n.d.r.] sostiene che i migranti, una volta ottenuto lo status di rifugiato, vengano abbandonati a se stessi…
Il professor Calò ha perfettamente ragione! Le cosiddette seconda e terza accoglienza oggi sono il punto debole del sistema: una volta ottenuto o meno lo status di rifugiato, che succede? Per questo tra i nostri obbiettivi c’è anche quello di far conoscere questi ragazzi alla popolazione tramite i nostri progetti, fare in modo che possano crearsi delle opportunità per il dopo. Per questo motivo la collaborazione con la società è fondamentale.
A questo proposito, come vi state muovendo?
La caserma Zanusso, proprio come la Serena, ora ha una squadra di calcio iscritta alla lega amatori. La lega di Treviso però, che va elogiata per la grande disponibilità: purtroppo quella di Oderzo non l’ha accettata avendo già un numero di squadre pari in campionato. I ragazzi si allenano d’inverno nel nostro piazzale, mentre nel resto dell’anno al Patronato Turroni; le partite le giocano a Fratta. Per questo, e per altro, va elogiata anche la diocesi di Vittorio Veneto: don Pierpaolo e don Lorenzo sono in continuo contatto con noi, così come padre Massimo del Brandolini, e potrei continuare coi nomi di altri parroci…
«Non dimentichiamo che in questo primo anno di gestione abbiamo anche dovuto sistemare la situazione pregressa – aggiunge Sara Salin, portavoce della cooperativa. – A Treviso ci sono più opportunità perché lì abbiamo due anni di lavoro in più alle spalle. Ma per dire, un progetto sulle ninne nanne del mondo scritte e illustrate sugli autobus di Treviso ha coinvolto una scuola primaria di Vittorio Veneto e proprio la caserma Zanusso, dove c’è un gruppo con una propensione maggiore alla pittura rispetto al capoluogo, dove preferiscono il teatro. Di progetti se ne possono avviare tantissimi: a Treviso i richiedenti asilo fanno servizio di apertura e chiusura in un parco giochi, hanno restaurato una ex scuola, hanno ripulito il Sile; ogni giorno una cinquantina di loro esce dalla caserma e ripulisce le strade. Sono tutti benefici per la comunità, e un modo per questi ragazzi per sentirsi utili e importanti. Dopo tre anni, ora sono le associazioni di volontariato che vengono da noi a chiedere aiuto: la città si è accora di loro».
A Oderzo invece per ora se ne sono accorte più che altro le parrocchie – ammette Marinese – ma a prescindere se ci saremo ancora noi o meno nei prossimi anni se ne accorgeranno anche gli altri. Bisogna avere pazienza, sensibilizzare e non demordere. Non vogliamo accelerare i tempi, ma Oderzo è una città viva e di cultura e siamo sicuri che presto sarà pronta a questi tipi di collaborazione.
In questo momento però il mondo delle cooperative non gode di una buona reputazione…
Operiamo in un settore che purtroppo è rimasto invischiato in Mafia Capitale, mentre qui vicino per esempio c’è stato il caso del CARA di Cona, dove lavora la cooperativa che aveva in gestione la caserma Zanusso l’anno scorso… Come in tutti i settori, anche nel nostro ci sono operatori più sani e meno sani, non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Qualcuno dovrebbe senz’altro cambiare mestiere, anche perché chi non è onesto e professionale danneggia tutti: potete immaginare cosa può uscire da un centro dove i richiedenti asilo rimangono al chiuso, non studiano italiano, non sanno cosa sia un corso professionale. In Italia siamo quattromila soggetti a fare accoglienza: ce ne sono di buoni e di ottimi, e spero siano la maggioranza. A Oderzo i problemi logistici della gestione precedente hanno creato un danno di immagine; gli ospiti hanno protestato, ma non dimentichiamo che se è frequente litigare in un condominio, figuriamoci in una comunità con centinaia di persone di nazionalità diverse.
A proposito di immagine: che ruolo hanno avuto in questo senso i media e internet?
Guardi: dieci mesi fa ho cambiato il cancello di ingresso della caserma, e ancora su internet e sui giornali continua a comparire la stessa foto del vecchio cancello col sindaco davanti. Sul nuovo cancello ho voluto lasciare una feritoia con un vetro: chiunque può guardarci dentro, ma è come se nessuno l’avesse mai fatto. Poi, per partecipare a “Balcone fiorito”, abbiamo ulteriormente abbellito l’entrata, ma sui giornali è finita una foto di un balcone posteriore…
Nel nostro territorio, pur essendoci giornalisti che lavorano bene, nessuno ci ha mai contattato per chiederci qualcosa di specifico sulla Zanusso. Capisco che l’albero che cade faccia più rumore della foresta che cresce, ma a me dispiace che se i nostri ragazzi si prendono a schiaffi finiscono in prima pagina, mentre se vanno a trovare papa Francesco finiscono a pagina 9. E non per un incontro fugace: sono stati fatti accomodare in prima fila, il Santo Padre si è fermato a parlare con loro e ha guardato i regali che gli avevano preparato. Non dico tutto questo per far polemica: voglio che queste mie parole siano di apertura.
A Oderzo, se qualcuno si mette alle sei-sette di mattina davanti al nostro cancello vedrà cento persone uscire con un permesso speciale per andare al lavoro [gli altri possono uscire dalle 8 alle 20, n.d.r.], in aziende del territorio. Molto di più, in percentuale, che a Treviso: vorrei che si sapesse.
Se qualcuno ha bisogno della vostra manodopera, cosa può fare?
I ragazzi sono normalmente iscritti al centro per l’impiego: se qualcuno vuol farli lavorare, lì troverà i curricola dei nostri ragazzi. Per opere di volontariato invece è più complicato, perché occorre presentare un progetto.

L’Azione, domenica 17 dicembre 2017

 

La provenienza dei richiedenti asilo
Le provenienze dei richiedenti asilo ricalcano in percentuale quelle degli arrivi:
• 30% circa Nigeria
• 30% Africa sub sahariana di area francofona
• 40% Pakistan e Afghanistan
• In parte sono arrivati dal sud Italia, altri dalla “rotta balcanica” prima che venisse chiusa.
• Alcuni sono “dublinanti”, termine che indica coloro che per in base ai trattati di Dublino hanno fatto richiesta di asilo in altri paesi, tipo Grecia o Croazia, che sono stati giudicati incapaci di accogliere tali richieste e che per questo stanno in una specie di limbo a livello giuridico.

Venezia ladrona


Ovvero: considerazioni non richieste sul referendum per l’autonomia di domani

Il giorno in cui finalmente deciderò di terminare e pubblicare il mio secondo libro di storia locale, toglierò dal dimenticatoio qualche vecchio aneddoto che, sebbene alle orecchie di noi contemporanei suoni forse un po’ buffo, ben rappresenta i rapporti che sussistevano ai tempi dei Dogi tra la classe dirigente e la popolazione locale intorno ad una vecchia cittadina dispersa nella campagna veneta.
Che rapporto c’era all’epoca tra Venezia e, per esempio, Verona, Corfù, Belluno, Spalato, Pordenone o Scutari? Semplificando, la posizione geografica rispetto a essa, e le risorse che a essa potevano offrire queste città, le quali erano trattate né più né meno come colonie.

La Repubblica di Venezia era sicuramente uno stato all’avanguardia sotto molti aspetti. E aggiungiamo pure che il Veneto da solo può vantare una tradizione, perlomeno nei campi della pittura, della scultura e della musica classica, più importante di quella della Gran Bretagna, che pure è stata a lungo la nazione più potente del mondo: ci pensiamo mai a questo?
Ma non era tutto oro quello che luccica: se andiamo a vedere come si chiamavano per esempio i podestà o i vescovi trevigiani e cenedesi dell’epoca, troviamo cognomi come Correr, Morosini, Badoer, Mocenigo, Grimani, Contarini, Zorzi, Giustiniani… cognomi non molto “razza Piave”, insomma.
Sostanzialmente Venezia incamerava le risorse naturali dell’entroterra per alimentare la propria macchina economica e bellica, lasciando le briciole agli enti locali. Inoltre piazzava uomini del proprio patriziato in tutti i posti di potere. E se questo patriziato da una parte riempì le nostre terre di splendide ville (patrimonio che non viene valorizzato adeguatamente) e finanziato artisti, dall’altra dimostrò una scarsa vena imprenditoriale, preferendo vivere di rendita piuttosto che investire le proprie sostanze nello sviluppo del territorio: una politica, quest’ultima, che avrebbe di certo aiutato il Veneto ad uscire dalla miseria in anticipo, cambiando probabilmente la storia dell’Italia intera.

Le parole sono importanti, diceva Nanni. Ma anche i simboli. E, come potete vedere dall’immagine qui sopra, la Lega Nord ha scelto come simbolo propagandistico per il referendum NON la bandiera del Veneto (ovvero questa) ma proprio lo stendardo della Serenissima (ovvero questo). Parliamo di due simboli graficamente simili, ma dal significato molto diverso.
In sostanza il partito ci sta chiedendo di votare sì al referendum di domani per chiedere allo Stato autonomia e federalismo, proponendo allo stesso tempo un modello di stato centralista e, diciamolo, pure oppressore.
Robe che, se lo stesso partito fosse esistito nel Settecento, avrebbe probabilmente gridato “Venezia ladrona”.

Non ci trovate una leggera contraddizione in tutto questo? Eppure l’uso di questa simbologia non è casuale: è stata una scelta certamente ponderata. Dovuta a cosa? Sarebbe molto interessante saperlo: scarsa conoscenza della storia tra i quadri dirigenti del partito, o scarsa considerazione che il partito nutre nei confronti dell’intelligenza dell’elettorato?
Sperando vivamente in una opzione C, non posso non notare una certa dozzinalità di fondo nell’affrontare un tema importante come quello dell’autonomia.

Già, perché di fronte a condizioni di partenza diverse penso proprio che avrei votato sì. D’altronde, come sostiene Marianella Sclavi, per capire il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista: io le argomentazioni più convincenti riguardo all’autonomia veneta le ho sentite pronunciare due anni fa nientemeno che da un giovane medico calabrese residente in Emilia Romagna. Egli, dal suo punto di vista di meridionale emigrato, sosteneva quanto sia doveroso che come minimo il Veneto sia regione autonoma, vuoi per lo spirito dei suoi abitanti così diverso da quello degli altri italiani, vuoi per il fatto che si trova ai confini due regioni autonome i cui privilegi sono una tentazione non da poco per i comuni periferici (leggi Sappada, Meduna di Livenza, Cinto Caomaggiore, Cortina d’Ampezzo, eccetera).

Chi è contrario alle ragioni del sì sostiene che per un principio di equità è giusto che chi è più ricco (in questo caso Veneto e Lombardia) paghi di più. Verissimo: ma per lo stesso principio è giusto che anche Friuli e Trentino abbiano lo stesso trattamento; inoltre è quantomeno necessario un taglio agli intollerabili sprechi della Regione Sicilia. Quindi la mia opinione è questa: o venti regioni autonome, o nessuna.

Non ho quindi dovuto aspettare Enrico Mentana per sentire delle argomentazioni di buon senso e disinteressate apparentemente in favore del sì di domani. Perché apparentemente? Perché, visti questi presupposti, e visto il carattere meramente consultivo della consultazione, un sì plebiscitario al referendum non gioverebbe in automatico alla causa autonomistica. Ma sicuramente legittimerebbe ulteriormente una classe dirigente che non merita affatto di essere ulteriormente legittimata.

Stiamo sempre a lamentarci di Roma, dei terroni, delle regioni autonome, della Merkel, degli immigrati, ma vi ricordo che i responsabili dei casini del MOSE, della Pedemontana e di Veneto Banca sono venetissimi (e, in un modo o nell’altro, collusi con la politica). E sono venetissimi anche gli amministratori locali che, nonostante i buoni propositi, continuano da ormai quarant’anni a fare scempio del territorio, facendo crescere quel deprimente continuum di capannoni e asfalto che ormai fa parte del nostro paesaggio tipico.

Il Veneto oggi ha bisogno di una forte discontinuità politica, etica e culturale rispetto al passato e al presente. E votando sì domani non si vota per l’autonomia: si vota per la continuità.

Ai sostenitori del sì, che dicono che quella di domani è un’occasione da non perdere, io rispondo: mettetevi il cuore in pace, che questa occasione l’abbiamo già persa.

Recensione di “Oderzo: la città di una vita” di Mario Bernardi

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È stato presentato lo scorso 15 ottobre “Oderzo: la città di una vita”, primo libro postumo di Mario Bernardi. Il volume è nato grazie ad un’intuizione di mons. Piersante Dametto poco dopo la scomparsa dell’intellettuale opitergino; don Piersante desiderava in questo modo dare la giusta vetrina al corpus di articoli scritti da Bernardi nei suoi quasi 29 anni di collaborazione (1986-2015) con Il Dialogo, il mensile della parrocchia di Oderzo. E la scelta su chi dovesse portare a termine questo compito non poteva che cadere su Giuseppe Migotto, altro fedele narratore da anni di “cose opitergine” nelle pagine dello stesso giornale.
La sua ricerca di archivio, non certo facile specie per quanto riguarda le prime annate, lontane dalle comodità della digitalizzazione, ha riportato alla luce circa centoventi articoli, a cui vanno aggiunte una trentina di poesie originali. Due terzi di questo materiale hanno trovato posto nel volume, ordinati secondo tre filoni: le persone, i luoghi, e le trasformazioni di questi ultimi (ma un po’ anche delle prime).
I personaggi descritti dall’articolista non sono quasi mai i notabili della cittadina, ma la gente comune: la bottegaia, il cappellano, la guardia carceraria, la maestra, l’invalido di guerra, il calzolaio, la cuoca, il commerciante, il gelataio… Per chi, come colui che firma questa recensione, per motivi anagrafici non ha potuto conoscere costoro, ciò che emerge è un dipinto asciutto della società antecedente ai due boom economici del dopoguerra, chiusa al mondo esterno e lenta ai mutamenti, ma proprio per questo caratterizzata da minori complessità e da pochi, ma certi, punti di riferimento. Oltre a questi personaggi sono ricordate da una parte figure di spicco come Rigoni Stern, Zanzotto o Gina Roma, e dall’altra i piccoli compagni di gioco dell’autore, citati nei suoi ricordi d’infanzia, alcuni dei quali divenuti da adulti esponenti di spicco della politica locale.
Nel corso degli anni Bernardi attraverso le pagine del Dialogo ha voluto anche esprimere la sua opinione sugli interventi urbanistici che hanno cambiato volto alla città nel dopoguerra: interventi dolorosi ma inevitabili nel processo di trasformazione di Oderzo da centro agricolo con le radici ben piantate nel passato a moderno centro produttivo, ma a volte poco rispettosi del contesto in cui si trovavano.
Le foto che corredano l’opera servono a volte a visualizzare i luoghi citati tra le pagine e scomparsi ormai da decenni, e a volte di difficile identificazione per chi non li ha frequentati. Il materiale fotografico proviene naturalmente dall’archivio del libraio Bepi Barbarotto, altro custode della memoria opitergina che ha contribuito ancora una volta ad testo che non può mancare nella biblioteca degli amanti della divulgazione storica locale.

Mario Bernardi – Giuseppe Migotto (a cura di)
Oderzo: la città di una vita
Gianni Sartori editore – Libreria Opitergina, Ponte di Piave 2016
262 pagine

L’Azione, domenica 30 ottobre 2016

L’Atlante dei Classici Padani a Motta di Livenza

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Recentemente Alberto Angela ha deliziato il suo pubblico del sabato sera su Rai Tre con due puntate sul Veneto, mostrando bellezze spesso poco conosciute anche da noi che ci abitiamo: purtroppo ci è molto più familiare un altro tipo di paesaggio nostrano, ovvero quello delle zone industriali, degli outlet, delle rotatorie. Il prezzo salato che la nostra regione ha pagato al progresso è una distesa di asfalto e cemento cresciuta senza ordine e oltretutto senza gusto estetico.
Se nel medioevo gli artisti e i letterati crearono l’Italia attraverso la cultura, negli ultimi trent’anni invece politici e imprenditori settentrionali attraverso l’edilizia hanno creato una nuova entità territoriale: è questa la cosiddetta “macroregione” trattata dall’Atlante dei Classici Padani, volume fotografico che verrà presentato giovedì 10 novembre alle ore 20.45 a Motta di Livenza, presso la Fondazione Giacomini. Il libro è frutto di un progetto di due bresciani, l’artista Filippo Minelli e il giornalista Emanuele Galesi, i quali partendo da una pagina Facebook chiamata “Padania Classics” hanno innescato un dibattito, serio ma con un pizzico di ironia, sull’idea di sviluppo che ha caratterizzato dagli anni ’70 in poi almeno tre regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Veneto).
Capannoni, parcheggi, cartelloni pubblicitari, condomini, chiese post conciliari, palme da giardino, villette a schiera: attraverso un uso della fotografia inconsueto, perché cerca il banale e lo sciatto, questo “Atlante” vuole mostrare quanto la corsa alla cementificazione abbia finito per influenzare la vita, a volte perfino nella sfera religiosa, di chiunque viva nell’area compresa tra Torino e Trieste.
La serata, che sarà moderata dal nostro collaboratore e critico d’arte mottense Carlo Sala, che è pure autore della prefazione del libro, è organizzata dall’Associazione Fucina n. 4 nell’ambito del 150° anniversario dell’annessione del Veneto all’Italia.

L’Azione, domenica 6 novembre 2016

Recensione de “Il Cammino di Verde”

Il Cammino di Verde” è un romanzo breve di Marco De Conti, scrittore di Fregona. La donna del titolo è Verde della Scala, nobildonna di Verona legata alla storia del Cenedese per aver sposato all’inizio del Trecento Rizzardo novello da Camino, signore di Serravalle, e averne in seguito commissionato la bellissima tomba ammirabile ancor oggi nella chiesa di Santa Giustina.
La storia inizia raccontando l’insofferenza della giovane Verde verso le rigidità della corte veronese e il suo desiderio di evadere, per quanto possibile, dal suo destino di nobile unita in matrimonio in nome della ragion di stato: tutto questo per vivere una storia d’amore autentica e profonda, desiderio condiviso dal marito sin dal giorno del loro matrimonio. De Conti per realizzare questa sua opera si è cimentato in un approfondito confronto con documenti storici di prima mano, in modo da poter dipingere con maggiore fedeltà numerosi scorci di vita quotidiana del Veneto del quattordicesimo secolo. Prendendosi comunque la libertà di spostare la residenza dei coniugi dal castello di Serravalle a quello di Piai di Fregona, l’autore inoltre esterna la propria passione per le terre del Cansiglio che, descritte con dovizia di particolari, fanno da sfondo alla storia d’amore dei due protagonisti: una storia che è frutto della creatività dell’autore ma che ricalca le effettive vicende personali e familiari degli stessi.
Ne risulta una storia agile e ben scritta, molto descrittiva, dove senza cadere nel buonismo a vincere sono l’amore e i sentimenti positivi.

Marco De Conti
Il Cammino di Verde
De Bastiani editore, 176 pagine, € 12

L’Azione, domenica 20 dicembre 2015