Grab that cash with both hands and make a stash

Fra tre giorni esce The Endless River, il nuovo disco dei Pink Floyd. Per uno come me, che può dire di essersi pappati tutti i loro dischi un numero imprecisato di volte dal primo all’ultimo, più i live e cose rare tipo i bootleg del Live a Pompei o della colonna sonora di Zabriskie Point, e che inoltre è riuscito a far suonare discretamente agli allievi adolescenti del suo corso improvvisato di musica una parte di Shine on You Crazy Diamond, dovrebbe essere una notiziona, no?

No, non lo è. In fondo si tratta di una raccolta di brani strumentali (o più probabilmente incompiuti), più un singolo non certo indimenticabile, risalenti alle sessioni di registrazioni del loro ormai penultimo album, The Division Bell, del 1994.

Ora, The Division Bell avrà pure una copertina figona ma, obiettivamente, se lo confrontiamo con altri disconi usciti lo stesso anno (anno particolarmente proficuo per la musica, tra l’altro), non è che spicchi particolarmente per qualità e, soprattutto, freschezza.

Dunque, se all’epoca il trio Gilmour-Wright-Mason non ritenne che valesse la pena pubblicare (o completare) quel materiale, perché mai dovrebbe valerne la pena vent’anni dopo, se non per motivazioni puramente economiche?

Ma veniamo a noi. Da tempo immemorabile i tre dischi più famosi dei Pink Floyd, pur essendo assai datati, sono perennemente nella Top 100 degli album più venduti ogni settimana in Italia: un mistero che nemmeno Adam Kadmon ha provato a spiegare. L’ultimo bollito disco degli U2 finora da noi ha venduto 25.000 copie contro le 28.000 degli Stati Uniti, che ha un mercato discografico molto più grande.

Tutto questo mostra che a noi italiani, anche in ambito musicale, piacciono un sacco le cose vecchie, soprattutto se sembrano nuoveThe Endless River, dietro ad una serafica copertina, è una raccolta di scarti di un disco di vent’anni fa che già allora suonava tutt’altro che nuovo.
I presupposti ci sono tutti: da noi venderà un casino.

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#Moncler (con l’hashtag)

Vedo con piacere che ieri sera, grazie a Report, la ggente ha scoperto che i grandi marchi internazionali, per cercare il massimo profitto, se ne fregano dell’etica, delocalizzano, sfruttano gli operai, risparmiano sulle materie prime e infine fanno pagare il proprio brand a caro prezzo.

Meglio tardi che mai.

Ed oggi, quella cosa chiamata “popolo della rete” è in subbuglio. Purtroppo, però, nessuno ha ancora inventato un’app per smartphone che converta tutta questa indignazione da tastiera in cambiamento reale. Perché questa indignazione fine a se stessa, cioè senza un cambiamento concreto che ci porti a scegliere cosa comprare pensando prima al bene comune e poi alla nostra comodità, non serve a nulla, come mostra bene questo articolo.

Lo dimostra il fatto che, al momento in cui scrivo, la reazione della Moncler è stata piuttosto blanda. Tempo una settimana, e di tutto questo non se ne ricorderà più nessuno, o quasi.

Ed io continuerò ad associare la parola “Moncler” alla tristissima comparsata di un paninaro milanese a “Quelli della notte”. Si può vedere qui sopra; correva l’anno 1985.