Faccenda nera

Oggi ho fatto 40 euro di benzina. Sono effettivamente tanti, ma è bello sapere che 2 centesimi serviranno a sostenere i nostri ragazzi sul fronte ad Addis Abeba.

Viva l’Italia!
Viva il maresciallo Graziani!
Viva il Re!

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Sbatti il mostro in prima pagina

Per il nostro Paese è appena terminato un fine settimana estremamente difficile e doloroso, tra l’attentato di Brindisi che è costato la vita alla giovane Melissa Bassi e il terremoto in Emilia. Per la prima tragedia oggi c’è stata la svolta, con l’individuazione e l’arresto di un sospettato.

Ripeto: sospettato. O se preferite, presunto colpevole. In Italia la presunzione di innocenza è un diritto stabilito pure dalla Costituzione, articolo 27: un indagato ha quindi il diritto di essere processato regolarmente e di non essere esposto a sciacallaggio mediatico o gogne pubbliche che siano lesivi della sua dignità ed indegni di un paese civile. Sia in caso di colpevolezza, che tanto meglio in caso di innocenza.

A questo proposito non capisco proprio che senso abbia, a fini giornalistici, la pubblicazione su Twitter della foto dell’abitazione dell’indagato. Operazione fatta non da un internauta qualsiasi, ma da un noto giornalista stimato come Sandro Ruotolo. Ad esagerare coi dettagli è stato seguito da vari media online e non, tra cui Giornalettismo, che oltre a tracciare un identikit piuttosto preciso dell’arrestato, di fatto ne ha pure pubblicato l’indirizzo di casa. Viste le circostanze, non ci vorrebbe poi molto ad aizzare una folla inferocita. Sarebbe questo il diritto di cronaca?

(E pensare che giusto in queste ore un noto sito portatore sano di tette e culi viene virtualmente criticato per aver preso la discutibile/triste decisione di pubblicare le immagini della prima comunione della vittima di Brindisi. Ma si tratta forse di una vicenda più grave?)

Eppure un precedente che dovrebbe ispirare molta prudenza ci sarebbe: nel dicembre 2006, subito dopo la famosa strage di Erba, il responsabile fu frettolosamente identificato in Azouz Marzouk, rispettivamente padre e marito di due delle vittime. La verità, come sappiamo bene tutti, era un’altra.