Ciao 2006

L’ultimo post dell’anno. Un anno che di certo ricorderò con piacere. Non tutto è andato per il verso giusto ma non posso carto lamentarmi… spero che sia stato lo stesso anche per voi.

Buon 2007 a tutti!

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Le solite polemiche natalizie…

E’ morto questa settimana nella sua casa in California Joseph Barbera, 95 anni, disegnatore di origine italiana creatore insieme a William Hanna di cartoni animati indibmenticabili come i Flinstones e Dick Dastardly, e di altri decisamente più dimenticabili come lo Special di Natale degli Antenati e dei Pronipoti, lungometraggio ad alto tasso di buonismo che sicuramente potrete sorbirvi anche quest’anno su Italia 1 nel pomeriggio del 25 dicembre o giù di lì.

A proposito di cartoni animati, l’ultima bricconcellata dell’allegra banda della Rosa nel Pugno è l’inserimento fraudolento di due coppie gay nel presepio di Montecitorio, nella fattispecie due Barbie e due Ken, prontamente rimossi da alcuni uscieri che in questo modo anche ieri hanno potuto giustificare il loro lautissimo stipendio. Ma le polemiche sono scoppiate lo stesso con prese di distanze bipartisan.
La cose più seria l’ha detta, guarda un po’, giusto un deputato radicale, affermando che «Per una cosa del genere Gesù non si sarebbe offeso». E’ vero, forse, ma in casi come questi conta più il modo in cui compi un’azione che l’azione in sé. L’ennesima dimostrazione di quanto sia bislacca l’idea di politica di queste persone. Non capisco cos’abbia la Bonino da spartire con loro (faccio notare che io, la stimo come politico pur non condividendo la gran parte delle sue idee, anche se una volta la stimavo di più).

Ma parliamo di cose “serie”: sta prendendo sempre più piede la moda di rimuovere o modificare i brani con riferimenti a Gesù dalle scalette dei canti natalizi nelle scuole elementari. Questo in nome della solita idea pacata di integrazione e della frase fatta “perché nella nostra scuola ci sono anche bambini musulmani”.

E quando gli angeli dissero: "In verità, o Maria, Allah ti ha eletta; ti ha purificata ed eletta tra tutte le donne del mondo. O Maria, sii devota al tuo Signore, prosternati e inchinati con coloro che si inchinano". Ti riveliamo cose del mondo invisibile, perché tu non eri con loro quando gettarono i loro calami per stabilire chi dovesse avere la custodia di Maria e non eri presente quando disputavano tra loro. Quando gli angeli dissero: "O Maria, Allah ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’Altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti". Ella disse: "Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata?". Disse: "E’ così che Allah crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo "Sii" ed essa è.

Queste parole sono scritte nientemeno che nel Corano (Sura III, vv. 42-48), libro che ha una certa importanza, cari maestri, per i musulmani. Ne avete mai sentito parlare?

E allora, cari maestri, basta mascherare il vostro mangiapretismo con la storia dell’integrazione: i musulmani lo possono benissimo festeggiare il Natale, perché per loro Gesù è il secondo profeta più importante della loro religione. Non lo sapevate? Allora studiate, e finitela di decidere voi cosa è offensivo e cosa no per l’Islam visto che non sapete nemmeno cosa sia. Lo sapevate? Peggio ancora, siete in malafede. In ogni caso: vergogna.
La scuola è laica? Bene. Allora i canti eliminateli del tutto, e anche l’albero, il presepe e tutto il resto dalla scuola, così la smetterete di inculcare nei bambini solo l’idea commercial-profana di questa festa. I genitori si lamentano? Cavoli vostri. Dimenticavo: dovete andate a lavorare il 27 dicembre, poi.

Tutto questo mi ricorda uno dei primi episodi trasmessi in Italia del celebre cartone animato “South Park”. Il bambino ebreo partecipa alla recita di Natale, la madre viene a saperlo e scalpita: “Mio figlio è ebreo, non può fare Giuseppe di Arimatea!” (Ho scritto giusto: Giuseppe di Arimatea. Errore voluto dagli autori? Chi lo sa. Tra l’altro di che nazionalità era san Giuseppe?)
In seguito questa mamma trascina con sé le altre mamme riuscendo ad eliminare ogni simbolo religioso dalla festa natalizia della scuola. Viene così chiamato a suonare il compositore minimale Philip Glass, con il risultato che la festa diventa una festa mesta. Decisamente mesta. Questo episodio, datato 1997, fu quanto mai profetico.
 
Concludo lo sfogo con un bell’esempio di giornalismo da Pulitzer proveniente da un noto quotidiano veneziano del quale non pronuncio il nome per decenza (non è “La Nuova”).

Nel coneglianese tira una brutta aria per Babbo Natale. Dopo l’intervento del vescovo mons. Giuseppe Zenti che per primo si era scagliato contro Babbo Natale accusato di stare scippando il Natale cristiano, ad attaccare Santa Claus sono adesso i parroci della diocesi, che in chiesa ne dichiarano l’inesistenza. Mons. Marcello De Nardo, parroco di Visnà di Vazzola, lo ha fatto durante una messa, presenti i bimbi delle scuole materne, affrontando nella sua omelia il tema del consumismo e della perdita dei valori cristiani. […] Diverso quello che è successo a Godega dove don Vittorino Battistella che dal pulpito ha affermato: "Babbo Natale è una favola come Cappuccetto Rosso" è diventato un caso mediatico, intervistato nella trasmissione Terra di Canale 5, ma soprattutto, ha scatenato le critiche feroci dei genitori che minacciano di non mandare più i figli a messa: […] "Il parroco – spiega una mamma -, poteva parlare del consumismo e dei veri valori del Natale, senza distruggere il sogno e la magia di Babbo Natale". […] "Sarei per dire sempre la verità – commenta una mamma -, anche perché non mi piacciono questi riti pagani acquisiti ad uso consumistico. Però poi mia figlia che fa la terza media mi ha detto che non è giusto, che i bambini hanno diritto di sognare". Santa Claus comunque non tema, a difenderlo ci sono i bambini e i ragazzi, consci o meno della sua inesistenza: "Un parroco – commenta Filippo, 8 anni -, che vuole bene ai bambini, non dice in chiesa che Babbo Natale non esiste perché i bambini dopo sono tristi.

Chi scrive segnala solo opinioni che vanno nella stessa direzione, concludendo velenosamente con l’affermazione di un bambino di otto anni che puzza parecchio di “pettinata” o “suggerimento dall’alto”. I miei complimenti. Per la cronaca il titolo era: Vazzola – I piccoli "bocciano" le omelie dei sacerdoti che mettono sotto accusa il consumismo e si dichiarano preoccupati per la perdita dei valori cristiani – «Su Babbo Natale abbiamo diritto di sognare». Ammazza che profondità di discorsi! (sottolineo che non ho nulla contro di loro, sia chiaro). E comunque dei bambini che “si dichiarano preoccupati per la perdita dei valori cristiani” nell’articolo non c’è alcuna traccia, nemmeno nelle parti che ho tagliato per brevità. Ma chiedere che il titolo di un articolo e l’articolo concordino a volte significa chiedere troppo.

 

In radio: E’ Natale (ma io non ci sto dentro) degli Articolo 31

Natale in Bottega del Mondo

Anche a Oderzo, ovviamente, per approfittare delle festività si tengono aperti i negozi la domenica. Tra questi anche la Bottega del Mondo in via Mazzini vicino alla Canonica: il circuito del commercio equo e solidale è aconfessionale ma sente lo stesso il problema dell’apertura nei giorni festivi.
«Questa scelta in effetti stona con il nostro ideale di un’economia che sia a misura d’uomo e a servizio dell’uomo e che quindi rispetti i suoi giorni di riposo. Però dicembre rappresenta per noi il 30% del fatturato annuale» ammette Mirco Andreon, il responsabile della bottega. «Essendo quindi un periodo importante per le nostre entrate siamo costretti ad aprire anche la domenica; lo fanno molti altri negozi, la gente viene in centro, passa, entra e compera qualcosa anche qui».
«Da un paio d’anni anche il settore dell’equo e solidale per quanto riguarda alcune botteghe sta subendo una leggera flessione, che a livello globale corrisponde ad un assestamento dopo anni di forte crescita» continua Andreon. «Ci stiamo interrogando sulle cause: forse è svanito l’effetto novità, o forse l’idea di scegliere quotidianamente i nostri prodotti non ha preso abbastanza piede».
In che senso? «Nel senso che questo è quanto noi volontari auspichiamo: consumare meno e in modo critico, come scelta quotidiana. Il nostro timore è che tanti facciano il “regalo equo”, specie sotto Natale, come una sorta di “lavaggio della coscienza” per compensare gli acquisti “non equi” del resto dell’anno. Comunque ci rendiamo conto benissimo che non è facile adottare in pieno la nostra proposta, anche per i prezzi non sempre stracciati; siamo quindi felici di vedere molta gente in bottega, segno che molti hanno recepito il nostro messaggio di impegno per la dignità dei lavoratori».

L’Azione, 24 dicembre 2006

Veronesi & Giorello, che bel labirinto

Riporto integralmente un apparso tre giorni fa su "L’Avvenire". A proposito della frase in neretto, io avrei già un’idea da chi cominciare… e voi? Incredibile…

Umberto Veronesi non conosce riposo, non vuole permettere che fondamentalisti, assolutisti, dogmatici di ogni genere, come ama definirli, infettino il mondo con la loro ignorante superstizione. Per questo li combatte, producendo a ritmo continuo libri-interviste in cui cambiano i partner e gli editori ma rimangono i concetti fondamentali di sempre: difesa dell’aborto, della fecondazione artificiale, della manipolazione genetica e della clonazione. Se editori diversi continuano a pubblicare, benché tante volte anche le frasi e le espressioni ritornino uguali, un significato e un riscontro di vendite ci deve essere. Per cui vale la pena analizzare il fenomeno.

L’ultima fatica di Veronesi si intitola La libertà della vita, ed è un dialogo con un altro protagonista del libero pensiero, il filosofo Giulio Giorello. Due giganti a confronto sui grandi temi della vita, della scienza, dell’amore. La presenza di Giorello garantisce una cosa: l’assenza di quegli errori marchiani, di quelle date sbagliate, di quei riferimenti storici inopportuni che solitamente impreziosiscono gli interventi di Veronesi (tipo l’Impero romano che era «in decadenza» nel VII secolo). Ma veniamo al sodo.

Per iniziare, secondo una strategia affinata, occorrono alcune boutade, come l’affermazione secondo cui la Chiesa sarebbe sempre e comunque per il dolore, fino – se possibile – a contrastare le cure palliative e l’utilizzo di farmaci antidolorifici, o come la storiella dei medievali che in nome di Dio si opponevano all’invenzione degli occhiali per i miopi. Si crea così lo sfondo grottesco su cui innestare l’idea fondamentale: sappia il lettore del libro che i due protagonisti del dialogo sono in lotta permanente contro entità spaventose, di una ignoranza e di una rozzezza senza pari.

Fatta la premessa, lo scienziato Veronesi può sbizzarrirsi a sostenere, anzitutto, che il compito affidato dall’evoluzione all’uomo (animale senz’anima) è solo quello di fare figli: «Dopo aver generato i doverosi figli e averli allevati, il suo compito è finito, occupa spazio destinato ad altri», per cui «bisognerebbe che le persone a cinquanta o sessant’anni sparissero» (p.39). Si passa poi a Dio, che Veronesi liquida in poche righe, come una invenzione dell’uomo, di cui nella Russia comunista nessuno in fondo sentiva il bisogno. Del resto «anche gli elefanti pregano» (p.47) e la fede degli uomini nasce di fronte ai temporali, ai lampi e ai tuoni, per paura… (evidentemente permane, purtroppo, anche nell’era del parafulmine, ma solo come residuo primordiale). Ciò non toglie, riprende Veronesi, che si debba dialogare anche con i credenti: glielo si può concedere, no?

Il culmine di un libro che è veramente modesto viene raggiunto nell’ultimo capitoletto, là dove si parla di clonazione, terapeutica e riproduttiva. «E perché non provare a immaginare per i tempi futuri – si chiede l’illustre oncologo – piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione?» (p.83). A questo punto Veronesi immagina il caso di una donna bella e intelligente che voglia un figlio, senza uomini, perché li odia, e ricorra quindi alla clonazione. Come e perché impedirglielo, chiede Giorello, secondo cui tutto ciò che uno desidera può automaticamente farlo (senza rispetto alcuno per l’innocente o il debole che vi è coinvolto): «A chi fa male la scelta della nostra ipotetica donna che odia l’intero genere maschile?». E Veronesi risponde: «Non credo che di per sé la mancanza dell’eventuale padre possa costituire da sola una ragione contro quel tipo di clonazione» (p.89). E prosegue: «Ha senso, e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?… Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Certo, per specie evolute la dualità maschio-femmina è apparsa sempre inderogabile.

Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perché tanta paura della clonazione se l’abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo a un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di clonare se stesse?» (p.91).

Detto questo Veronesi conclude addirittura dicendo che la clonazione è in realtà il metodo migliore di riproduzione della specie umana, perché «il desiderio sessuale cesserebbe così di essere uno dei maggiori elementi di competizione» e nessuno «sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner». Nascerebbe così una società «quasi felice», in cui ognuno vivrebbe «quell’ansia di bisessualità che è profondamente radicata in noi», e «avremmo davanti a noi il Paradiso terrestre».

Finisce così, con questa splendida promessa l’ennesima filippica dello scienziato laico, che vuole per tutti, in nome della libertà e della scienza, figli in provetta, figli clonati, uomini ermafroditi e una società senza l’amore tra uomini e donne. Poi dicono che è la Chiesa a essere sessuofobica…

Francesco Angoli, da "L’Avvenire", 14 dicembre 2006

In radio: John Williams, Theme from "Jurassic Park"

Forza Ennio

Ennio Morricone.

Mando i miei complimenti al nostro Ennio Morricone, di cui finalmente i signori di Hollywood si sono ricordati, e gli consegneranno l’Oscar alla carriera nel febbraio scorso.

Il fatto che il più grande compositore di colonne sonore di tutti i tempi non abbia mai vinto la celebre statuetta, nemmeno nel periodo d’oro della sua carriera, è l’ennesima dimostrazione di quanti siano discutibili i criteri di assegnazione di questi premi (ricordate il misero Oscar a 2001 Odissea nello spazio?) Ah, ‘sti americani…

Venezuela vs. Stati Uniti 55-2

Notizie interessanti da Caracas…

Da Caracas a seggi aperti, voto elettronico in Venezuela e negli Stati Uniti

di Gennaro Carotenuto da Caracas

Da osservatore internazionale, e a seggi aperti, non posso emettere dichiarazioni su temi politici ma è corretto, necessario ed urgente fare una puntualizzazione tecnica per impedire che informazioni in malafede possano condizionare l’opinione pubblica sul processo elettorale venezuelano.

In Venezuela il processo elettorale è completamente elettronico. Da studioso dei sistemi elettorali e da critico del voto elettronico devo ammettere che nelle ultime 48 ore ho avuto occasione per ricredermi completamente. Le macchine sviluppate dalla Commissione Nazionale Elettorale venezuelana (CNE) sono all’avanguardia nel mondo. Anzi, due giorni fa il Washington Post, riconosceva che c’è un abisso tra la sicurezza del processo elettorale venezuelano e l’aleatorietà arbitraria di quello statunitense. Veniamo ai fatti principali (che il lavoro di osservatore incombe).

1) La CNE, è un potere completamente indipendente da quello esecutivo, legislativo e giudiziario.

2) Si vota con SOLO due clic sullo schermo, uno per selezionare il candidato e un altro per inviare il voto. Le macchine a quel punto stampano una scheda fisica che il candidato ripiega e inserisce nell’urna come in un voto manuale.

3) Al termine del voto, alle 16 venezuelane, le 21 italiane, si procede, centro elettorale per centro elettorale, al sorteggio del 55% dei seggi e si effettua immediatamente un controllo tra voti digitali e voti fisici emessi dagli elettori.

Secondo tutti gli esperti indipendenti, e i vari gruppi di osservatori internazionali, CNE, UE, OEA, Centro Carter, dei quali mi onoro di fare parte, il sistema appare ineccepibile e, nonostante quanto denuncia parte dell’opposizione e parte della stampa internazionale, per provocare instabilità in Venezuela, non ci sono possibilità di brogli, o almeno ce ne sono meno che in qualunque altra parte del mondo, che si voti in maniera manuale o elettronica. In ogni caso, ci sono migliaia di osservatori internazionali, e decine di migliaia di rappresentanti di lista pronti a verificare. In particolare, riprendo l’articolo del Washington Post, la comparazione tra il voto statunitense e quello venezuelano è impressionante nei seguenti punti:

1) solo in casi quantitativamente marginali, negli Stati Uniti viene emesso un voto stampato, mentre in Venezuela è emesso nel 100% dei casi. E’ per questo che Al Gore ha dovuto rinunciare a ulteriori verifiche quando fu battuto da Bush nel 2000.

2) negli Stati Uniti il controllo viene fatto sul 2% dei seggi (e non si capisce che raffronto facciano, se non c’è un voto fisico da confrontare), mentre in Venezuela c’è un reale doppio scrutinio per il 55% dei seggi, un numero definito impressionante da Avi Rubin, esperto di voto elettronico, della John Opkins University.

3) negli Stati Uniti, le macchine e il software sono di proprietà di imprese private che dietro la scusa della proprietà intellettuale, impediscono il controllo del meccanismo. In Venezuela il software è aperto ed è verificabile ogni passaggio del meccanismo ed ogni riga di codice che gestisce le elezioni.

In pratica quando un elettore vota negli Stati Uniti, il suo voto è gestito da un’impresa privata che ha vinto un appalto del governo. Il voto è amministrato attraverso codici proprietari e segreti perchè protetti dalle leggi sul copyright e non c’è nessun riscontro che il voto dell’elettore corrisponda a quello conteggiato dalla macchina. Nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, e ne sono giustamente orgogliosi, il voto si svolge attraverso un codice aperto e verificabile, viene emessa una scheda fisica che viene inserita in un’urna e conteggiata in maniera tradizionale per poter verificare il voto. Per un’Occidentale medio è difficile ammettere che un paese del terzo mondo possa essere all’avanguardia in qualcosa, tantomeno in democrazia. Probabilmente un viaggio in Venezuela con occhi aperti può essere occasione per un bagno d’umiltà necessario.

Ovviamente e chiudo, ci sono molte maniere per continuare a denunciare brogli. In questo paese si creano polemiche paradossali sul nulla, spesso orchestrate dall’estero o dall’estero riprese pedissequamente per lanciare sospetti.

Per esempio:

1) qualcuno denuncia che l’elettore non può bivaccare dentro il seggio per ore, ma può solo votare per poi ritornare, se vuole, al momento dello scrutinio. Ho diritto -si inventa- a restare dentro il mio seggio tutto il giorno a controllare. E se 500 elettori volessero bivaccare tutti dentro il seggio per tutto il giorno? Dove al mondo si può fare?

2) qualcuno denuncia che la CNE non permette di portare la stampata a casa. Perché mai la CNE vuole tenerla per sé dentro quell’urna di cartone? Se provi a spiegare che a) la stampata serve per la verifica e non come ricordino; b) se il voto uscisse dal seggio non sarebbe più segreto, ti guardano strano.

3) qualcuno denuncia che il 55% di verifiche è poco, e che non è il 100% perché i brogli si faranno sul 45% restante. Chissà cosa pensa il prof. Rubin, con quel 2% miserello e senza verifiche degli Stati Uniti?

Su cretinate simili si sono sprecati fiumi d’inchiostro, in Venezuela e all’estero. Intanto in strada le code sono lunghissime, ma pacifiche e tranquille e i venezuelani ci accolgono con amicizia e ci ringraziano per essere venuti a testimoniare della loro democrazia.

Il Centro Giovani a Oderzo?

La stazione di Oderzo durante i restauri (metà anni '90)

Il Centro Giovani nel fabbricato dell’ex stazione ferroviaria. E’ l’ambizioso progetto al quale sta lavorando Meri Zorz, assessore alla Cultura e alla Scuola. In questo momento l’assessore sta valutando la percorribilità tecnica e finanziaria di un progetto finalizzato al recupero dello stabile ex stazione, che era stato elaborato nelle sue fasi iniziali dalla giunta precedente.L’accordo a suo tempo stipulato fra l’ente e la Rete Ferroviaria Italiana, prevedeva la creazione e il mantenimento di una sala d’attesa a disposizione dei viaggiatori oltre all’adattamento, a cura e spese del Comune, dell’intero edificio per finalità consistenti nell’attivazione di servizi a favore dei cittadini e dei giovani in particolare. «Allo stato attuale l’Amministrazione – dice una nota del Comune – si sta attivando lungo due direttrici complementari: ad un lato l’aggiornamento dei costi per la ristrutturazione e la sistemazione del fabbricato, dall’altro la verifica della reale consistenza dei bisogni espressi dai giovani del territorio in modo tale da delineare una serie di servizi "su misura"».

Il Gazzettino, 1 dicembre 2006