Le lettera ai Romani spiegata da De Zan

“Se salvarsi è più difficile che dannarsi, la Buona Notizia dove sta?” questo interrogativo, rivolto da un importante buddista tibetano al suo insegnante mons. Renato De Zan a Roma, è emerso più di una volta durante il corso biblico che quest’ultimo, noto biblista pordenonese, ha tenuto ancora una volta tra fine settembre e inizio ottobre a Sernaglia della Battaglia, nell’ambito delle proposte di formazione per operatori pastorali della forania del Quartier del Piave.
Tema di quest’anno la lettera ai Romani, il più importante testo prodotto da san Paolo di Tarso. La scrisse durante il suo terzo viaggio missionario: stava progettando un viaggio in Spagna, e ritenne così necessario fissare Roma come punto di partenza e quindi inviare una lettera alla comunità cristiana della città per presentare se stesso e il proprio pensiero.
Egli non scriveva le sue lettere in prima persona, ma si avvaleva di collaboratori che mettevano su carta i suoi concetti, ognuno utilizzando il proprio vocabolario: tra questi con ogni probabilità c’era pure un monaco di Qumran, vista la presenza in Corinzi 2 di un vocabolo, “Beliar”, che si usava solo in questo notissimo monastero esseno per definire il diavolo.
Nelle sei serate del corso, davanti ad un’attenta platea, il relatore ha disquisito sui temi trattati dall’apostolo delle Genti nel testo della missiva tramite un’inevitabile selezione di brani spiegati partendo sempre dai testi originali in greco. Le traduzioni, e certe interpretazioni in chiave filosofica degli stessi, hanno infatti a volte generato in passato delle controversie sul loro significato: l’esempio più eclatante riguarda la cosiddetta “dottrina della giustificazione”, di importanza fondamentale per la teologia protestante. Per il relatore, l’errore di Martin Lutero sta nel non aver compreso quanto fede ed opere per il cristiano siano inscindibili: ci si salva mediante la fede, ma così come non si può amare una persona senza dimostrarglielo con le parole e i gesti, allo stesso modo il cristiano non può credere in Cristo senza manifestarlo nell’amore verso gli altri.
Merita una menzione pure il capitolo 16, il conclusivo della lettera, che è una postilla in cui Paolo raccomanda Febe, la donna incaricata di consegnare la lettera, e saluta alcuni amici. Febe viene definita nel testo greco come diakonon, ovvero “diacono”, al maschile, e non diakonissa, traducibile con “donna al servizio della comunità”; al versetto 7 inoltre una coppia di sposi viene definita “insigne tra gli Apostoli”: queste peculiarità pongono degli interrogativi forti sul ruolo della donna nella Chiesa nascente, tema al quale papa Francesco si è dimostrato particolarmente sensibile.
Mentre l’anno della Fede sta per concludersi, il corso è stata un’occasione unica per riscoprire, attraverso le parole di Paolo, le fondamenta della fede cristiana, la cui conoscenza, come tutti hanno potuto constatare, è tutt’altro che scontata anche tra i cristiani praticanti.

L’Azione, domenica 27 ottobre 2013

Scherzo “politico” di pessimo gusto

Francesco Marchese, ventisettenne di Motta di Livenza, è un esempio purtroppo raro di giovane impegnato attivamente in politica. E sebbene la classe politica è spesso criticata in quanto troppo remunerata e privilegiata, a livello giovanile e locale vive una situazione estremamente diversa, dove l’amarezza è dietro l’angolo. Lo sa bene Francesco, noto anche per la sua militanza negli scout di Motta e la sua attività al Brandolini, il quale ha scoperto di essere stato incluso, suo malgrado, come organizzatore di una fantomatica gita a Predappio. Il suo nome e quello di un suo amico, il quale ha preferito rimanere anonimo, campeggiavano infatti in bella vista con tanto di recapiti telefonici reali in calce a dei volantini di fabbricazione casalinga affissi in giro per Motta di Livenza intorno allo scorso 28 settembre. Questi volantini pubblicizzavano una gita alla città natale di Benito Mussolini, con tanto di programma e fascio littorio annesso, in occasione del prossimo anniversario della Marcia su Roma (28 ottobre).

In una nota pubblicata il 2 ottobre nella pagina Facebook del Partito Democratico di Motta, sezione che conta Marchese tra i suoi tesserati, ha voluto esternare la sua contrarietà per uno scherzo definito pessimo e fuori luogo. “Penso che richiamarsi così ad un passato fascista, esaltandolo, sia una cosa bassa ed ignorante”, ha affermato. “Il fascismo è stato il trionfo dell’illegalità, della violenza, dell’abuso di potere, della supremazia sugli altri, [e] n quel periodo non vi era libertà né democrazia, non vi era né il rispetto, né la legalità. […] Vedere il mio nome associato a quei contenuti mi ha disgustato, mi sono sentito offeso, colpito nei miei pensieri e nei miei ideali. Da anni porto avanti i miei valori all’interno del Partito Democratico locale ma quand’anche non ne facessi parte, l’associazione a tali contenuti avrebbe comunque leso i miei principi”.

Marchese ha voluto sporgere denuncia contro ignoti alle autorità “non perché tale questione diventi una battaglia di parte e non solo perché è stata lesa la libertà della mia riservatezza ma perché questa situazione mi fornisce l’occasione per ribadire un valore che mi è molto caro, quello dell’anti-fascismo, [che] non può e non deve essere una questione di parte ma è patrimonio culturale e valoriale di tutti ed è su questo patrimonio che si fonda la nostra Repubblica e la convivenza civile di tutti noi”.
“Concludo, infine, dicendo che questo volantino mi sollecita a continuare a migliorare sempre il mio impegno nel nome delle mie idee perché solo queste spostano le montagne”.
A distanza di una decina di giorni, gli autori del misfatto risultano ancora ignoti.

L’Azione, domenica 13 ottobre 2013