“La storia del Vaiont” di Edoardo Semenza

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Oggi, 9 ottobre, è l’anniversario di una tragedia che qui dalle mie parti è ovviamente più sentita che altrove, per ovvie ragioni geografiche: la tragedia del Vajont.

Un testo che mi ha aiutato a farmi un’idea più oggettiva di questa complessa vicenda è La storia del Vaiont di Edoardo Semenza (Tecomproject 2002).

Edoardo Semenza (1927-2002) sarebbe l’allora giovane geologo che nel 1959 per primo individuò la paleofrana che quattro anni dopo, franando nell’alveo della diga, avrebbe provocato l’onda anomala che avrebbe spazzato via Longarone e i paesini circostanti, causando la morte di quasi duemila persone.

Il suo testo analizza la vicenda da un punto di vista principalmente scientifico; ben corredato di fonti, ha anche il merito di distinguere con un carattere tipografico differente sue parti più tecniche, dando così la possibilità al lettore meno esperto di saltarle.

L’autore in sostanza sostiene che la principale, ma non l’unica, causa del disastro sia da attribuire al fatto che in Italia, se non addirittura al mondo, all’epoca mancava una cultura adeguata nel campo della costruzione di dighe tale da poter intraprendere un progetto di tali dimensioni e caratteristiche. Secondo un approfondito studio condotto da due geologi americani nel 1985, studio che ha probabilmente scongiurato una catastrofe simile ma di dimensioni maggiori oltreoceano, si sarebbe potuto mettere in sicurezza la frana del monte Toc con alcune esplosioni controllate.

Molto utile l’appendice finale in cui l’autore analizza le più tre celebri opere dedicate a questo tragico evento: il libro Sulla pelle viva di Tina Merlin, l’opera teatrale (ed il libro corredato ad essa) Il racconto del Vajont di Marco Paolini e Gabriele Vacis, e il film Vajont – La diga del disonore di Renzo Martinelli.

Tre opere non esenti da errori ed imprecisioni, a volte trascurabili a volte no, e giustificabili solo in parti da esigenze di tipo letterario e/o artistico. Ma a prescindere da questo, soprattutto nel caso di Paolini, esse hanno dato un contributo decisivo a mantenere la memoria viva su questa triste vicenda, praticamente dimenticata al di fuori della valle del Piave prima del 9 ottobre 1997.

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Il pianeta a tempo determinato

Questo 14 luglio 2015 non verrà ricordato solo per lo storico accordo sul nucleare iraniano, ma anche perché per la prima volta dallo spazio ci è arrivata una foto nitida di Plutone.

Oltre a rappresentare una scoperta relativamente giovane (1930), Plutone dal 2006 è anche l’ex nono pianeta del Sistema Solare, per decisione dell’Unione Astronomica Internazionale.

Una prova vivente, e rotonda, che nel ventunesimo secolo il precariato è una triste realtà anche all’interno dell’esclusivo club dei corpi celesti.

Margherita, su la Vita!

«Pronto? Scusi il disturbo Pietro. Sono Luigi, chiamo dalla portineria. Volevo avvisarLa che è arrivata la presidentessa onoraria dell’UAAR. Va bene, gliela saluto senz’altro».
«Buongiorno Margherita! Cos’è quella faccia? Non se l’aspettava, eh? Benvenuta!
Sì, sono proprio io, il commissario Calabresi. Lo so che dovrebbe esserci san Pietro, ma oggi è il suo onomastico ed è impegnato altrove, quindi mi sono offerto di sostituirlo.
No, la prego. Non dica nulla. Sappiamo tutto di lei, e se il Principale l’ha perdonata, a maggior ragione lo devo fare io… Avremo modo di riparlarne in un altro momento comunque, tanto abbiamo tutta l’Eternità davanti…
Si troverà sicuramente benissimo con noi, glielo assicuro. Anche perché in mensa servono solo vegetariano. Sa com’è, la Genesi parla chiaro.
Le auguro buona permanenza, signora Hack! Pensava che fosse finito tutto, eh? E invece il bello arriva adesso».

Sindone e scienza

La datazione al carbonio 14. Nel 1988 il più clamoroso studio scientifico eseguito sul lenzuolo, di fatto l’unico i cui risultati sosterrebbero la sua falsità, datò la Sindone “tra il 1260 e il 1390”.

Il carbonio, presente in tutte le sostanze organiche, col tempo tende a “decadere” trasformandosi in azoto: misurando la quantità di carbonio “che manca” si può tentare di datare di un reperto. Ma se questa datazione è di solito precisa per reperti rimasti occultati per millenni come ossa preistoriche, non può esserlo altrettanto per un oggetto come la Sindone, relativamente “giovane” e rimasto per secoli vicino a candele il cui fumo non può che aver aumentato la quantità di carbonio presente sulla sua superficie. Così come il grasso delle mani di migliaia di fedeli che l’hanno toccata, l’inquinamento di Torino, i funghi microscopici sviluppatisi sulla superficie del lenzuolo dopo secoli di cattiva conservazione, l’acqua usata per spegnere l’incendio che ne bruciò alcune parti nel 1534. Tutti elementi che rendono il risultato dell’esperimento assolutamente inattendibile.
La datazione fu inoltre eseguita violando tante regole elementari di condotta scientifica: il prelievo dei tre campioni di tessuto da usare per l’esperimento fu eseguito a mani nude, e gli accorgimenti atti ad evitare i tentativi di manipolazione furono ignorati; a ciascuno dei tre laboratori scelti per condurre l’operazione (uno inglese, uno svizzero, uno americano) furono infatti consegnati il campione sindonico e tre campioni del tutto simili; i laboratori avrebbero dovuto inoltre compiere l’operazione contemporaneamente, senza comunicare tra loro. Invece chi compì la misurazione sapeva benissimo quale dei quattro campioni era l’autentico, e le tre misurazioni furono eseguite a distanza di un mese l’una dall’altra, con relativo scambio di risultati ed impressioni, che puntualmente finirono sui giornali, due mesi prima dell’annuncio ufficiale.
Gli scettici sostengono che la Sindone sia stata realizzata ad arte, secondo qualcuno da Leonardo Da Vinci, all’epoca suggerita dalla datazione al carbonio. Il falsario, che avrebbe impresso l’immagine sul lenzuolo “scottandolo” tramite un bassorilievo con le fattezze di Gesù, avrebbe dovuto conoscere, nel XIV secolo, la fotografia e la tridimensionalità, la differenza tra sangue venoso e arterioso, l’esistenza dei pollini, i metodi di sepoltura ebraica dell’epoca di Cristo! Inoltre avrebbe dovuto avere un microscopio ed ignorare appositamente le imprecisioni dell’iconografia tradizionale di Gesù, il quale per esempio sul Calvario non portò la croce intera, ma solo il braccio orizzontale, e fu inchiodato ai polsi e non ai palmi delle mani come si vede in tutti i Crocifissi.

Dove sarebbe stata quindi la Sindone prima del 1300? Gli apostoli, a causa delle persecuzioni romane l’avrebbero tenuta nascosta, anche in quanto “impura” per la legge ebraica. Alcuni studiosi sostengono che il Mandylion, misteriosa immagine del volto di Gesù “piegata quattro volte doppio” documentata la prima volta in Turchia nel 534, altro non fosse che la Sindone piegata e incorniciata in modo da mostrare solo il volto. Nel 944 si trova a Costantinopoli: qui è venerata da alcuni nobili europei. Nel 1204 i Crociati saccheggiano la città e portano la reliquia in Francia. Da lì nel 1578 finisce a Torino.

L’Azione, domenica 4 aprile 2010

(N.B. Questo pezzo è stato pubblicato all’interno di una pagina dedicata all’ostensione del lenzuolo, che inizia domani. L’argomento “Sindone e scienza” avrebbe meritato maggior approfondimento, ma lo spazio a disposizione è sempre tiranno… Sotto un altro pezzo, non scritto da me, pubblicato nella stessa pagina.)

La Sindone è un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce delle dimensioni di circa m. 4,41 x 1,13, contenente la doppia immagine accostata per il capo del cadavere di un uomo morto in seguito ad una serie di torture culminate con la crocefissione. L’immagine è contornata da due linee nere da una serie di lacune: sono i danni dovuti all’incendio avvenuto a Chambéry nel 1532.

Secondo la tradizione si tratta del Lenzuolo citato nei Vangeli che servì per avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro.

Questa tradizione, anche se ha trovato numerosi riscontri dalle indagini scientifiche sul Lenzuolo, non può ancora dirsi definitivamente provata.

Scienza e fede, il flop dei «nuovi atei»

I «nuovi atei»? Sono l’alter ego «laico» dei creazionisti, i cristiani fondamentalisti convinti che il racconto della Genesi sia un dato scientifico assodato. Richard Dawkins, Sam Harris e Christopher Hitchens (i ‘neo laici’ di maggior successo) sono ‘illogici e incoerenti’ rispetto ai grandi pensatori atei del passato, ad esempio Nietzsche e Camus. Alterna il fioretto dell’argomentazione e la sciabola della polemica John Haught, teologo americano di vaglia, nel suo ultimo convincente lavoro, Dio e il nuovo ateismo (Queriniana, pp. 167, euro 13,80). Senior Fellow al Science & Religion Woodstock Theological Center della Georgetown University di Washington, nei giorni scorsi Haught ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, per la sua pluridecennale ricerca sul rapporto tra teologia e scienza. 

Professor Haught, nel suo saggio distingue l’ateismo ‘hard-core’ di Sartre, Camus e Marx, da quello ‘soft-core’ di Hitchens, Dawkins e Harris: qual la principale differenza?
«Gli atei ‘duri’ volevano che si pensasse in maniera logica alle implicazioni dell’ateismo. Nietzsche, Sartre e Camus insistevano sul fatto che Dio non esiste e quindi non c’è una base eterna ai nostri valori etici. Se Dio non c’è, non esistono nemmeno gli assoluti! Ogni cosa è relativa e noi siamo i creatori dei nostri propri valori. Perciò gli atei ‘duri’ pensavano che ci volesse una coerenza enorme per essere un ateo, visto che non esiste più un appoggio morale. Per questo Sartre definiva l’ateismo ‘un affare crudele’. La maggior parte della gente non sarebbe capace di essere veramente atea perché troppo debole nel vivere senza valori incondizionati. I ‘nuovi atei’ credono che certi principi siano assoluti, come la ricerca della verità scientifica oppure i diritti civili. Ma gli atei ‘duri’ direbbero che questi ‘neo-atei’ sono deboli e codardi come i credenti in Dio, dato che si aggrappano a valori assoluti».
Lei considera ‘simili’ i ‘nuovi atei’ e i creazionisti. Qual è il loro comune errore nell’approcciare il ‘problema-Dio’?
«Come i creazionisti, anche Dawkins, Harris e Hitchens considerano la Bibbia incompatibile con la scienza moderna, in particolare con l’evoluzione. Al pari dei cristiani fondamentalisti essi si approcciano ai testi religiosi antichi per provare la loro pertinenza in quanto fonti di informazioni scientifiche. Ma la Bibbia non ha mai voluto essere all’origine di verità scientifiche. Ad Hitchens, ad esempio, fanno problema i racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo e Luca. La maggior parte degli studiosi cristiani resta affascinata dall’irriducibilità narrativa di tali passi. Questi ultimi riconoscono che gli evangelisti stanno introducendo con quei testi alcuni temi poi ampliati nel corso delle loro opere. Tali racconti si preoccupano di trasformazioni spirituali, non di informazioni scientifiche. Ma Hitchens si domanda: come possono essere ispirati queste narrazioni se Matteo e Luca non concordano sui fatti storici? E finisce per definirli ‘una frode immorale’. Anche Dawkins condivide con Hitchens un certo gusto litteralistico a livello esegetico. Egli però non vedrebbe nessun contrasto tra la Genesi e l’evoluzione se non condividesse con i creazionisti l’aspettativa che una Bibbia veramente ispirata potrebbe essere una fonte di affidabili informazioni scientifiche. Ancora più penoso il caso di Harris, il quale si domanda come mai la Bibbia, se è ‘scritta da Dio’, non possa essere ‘la fonte più ricca a livello matematico che l’umanità abbia mai conosciuto’. Per lui, se la Bibbia è ispirata, avrebbe dovuto dirci qualcosa ‘sull’elettricità, sul Dna o sull’attuale misura dell’universo’».
È preoccupato dalla diffusione di questo ‘nuovo ateismo’?
«Il problema è che la maggior parte delle persone non possiede una preparazione teologica per rispondere ai ‘nuovi atei’. Gli operatori di media, poi, non sanno come valutare i loro scritti dal momento che non hanno riferimenti teologici o filosofici. I lettori possono facilmente essere d’accordo con i ‘nuovi atei’ visto che gli scandali tra i preti o gli attentatori suicidi in nome di Dio sono fatti che capitano tutti i giorni. Per molte persone questo è il lato più visibile della religione. Ho scritto il mio libro come un piccolo tentativo per mostrare che c’è molto di più di questo ‘lato oscuro’ nella religione, e che esistono risposte positive e teologicamente elaborate al ‘nuovo ateismo’, così come all’ateismo ‘duro’ di cui si diceva».
A suo giudizio, c’è una risposta specificatamente ‘cattolica’ ai ‘nuovi atei’?
«Sì. Anzitutto, sarebbe necessario che la Chiesa e i suoi membri confessassero il proprio coinvolgimento nei peccati che i ‘nuovi atei’ elencano in maniera fervorosa (e anche divertita). Una confessione come questa sarebbe una testimonianza potente della nostra professione di fede più fondamentale, ovvero che il mondo è avvolto in una bontà e in un amore infinito, una bontà che il nostro peccato ha offeso e oscurato: in questo modo il nuovo ateismo troverebbe fiducia e giustificazione. Però possiamo notare che, ironicamente, gli stessi atei testimoniano questa stessa dimensione di bontà nell’accusare i cristiani di immoralità. In che modo potrebbero esseri sicuri che i credenti sono cattivi senza essere toccati dalla bontà che stabilisce i criteri della loro stessa accusa? I cattolici chiamano Dio la fonte di questa bontà».

Avvenire, 9 giugno 2009

Perchè non possiamo essere Odifreddi


«Ora, “Elohim” vuol dire “Dio” o vuol dire “Dei”? Eh! Uno dice: se la grammatica ha senso, vuol dire “Dei”. Allora: “Bereshith bara Elohim”… “In principio gli dei crearono”…Sì?
La grammatica bisogna conoscerla tutta, e solo chi è ignorante legge una cosa e dimentica l’altra. Parlo di Odifreddi.
Gliele ho dette a voce, quindi posso parlare liberamente. Al professor Odifreddi, che ha scritto “Perché non possiamo essere cristiani e tanto meno cattolici”, a PordenoneLegge l’anno scorso l’ho trovato.
Io avevo il distintivo del club perché avevo appena celebrato quindi avevo un bel crocione qua.
[Risate].
E ho detto: caro Piergiorgio, dico, tu sei professore universitario? “Sì”. Lo sono anch’io. Però io dico, non mi sognerei mai di scrivere un libro di analisi matematica. Io sono uscito fuori con il 9 in matematica e fisica agli esami di maturità, ma poi non l’ho più studiata, quindi mi reputo un ignorante.
Però tu, dico, sei tremendamente ignorante. Perché hai scritto di una materia dove io sono specialista. Hai sbagliato qui e qui, qui, qui… dice: “Basta, basta, basta”. Allora dimmi, perché l’hai scritto? “Eh sai”, dice, “un po’ di soldi bisogna pur farli”.
[Risate]. Allora dico chiudiamo qua e non se ne parla, e poi dico: Oggi pomeriggio tu dovrai parlare. Guarda che io sarò presente, e se dici una monata in ambito ebraico o greco, dico, ti falcio. Mi alzo e dico che sei un ignorante.
Quel pomeriggio, a Pordenone, non ha toccato nessun problema. Io non sono andato, perché non sono andato per Pordenone [Risate], ma chi è andato mi ha detto che non ha toccato questi problemi, ha toccato la storia della Chiesa, i santi, le madonne, tutto quello che volete, ma il testo biblico lo ha lasciato [pausa, sottovoce] in pace». [Risate].

Don Renato De Zan, Sernaglia della Battaglia, 22 settembre 2008,
durante una serata di analisi filologica sulla Genesi