Serena Abrami: una musica che privilegia l’interiorità

Serena Abrami @inDipendenza Sonora... acustica, 25 febbraio 2018

Marchigiana, classe 1985, Serena Abrami canta e suona chitarra e pianoforte sin da piccola. A diciassette anni inizia a cimentarsi nella scrittura di brani inediti nella band Elfrida, nel 2009 partecipa al programma televisivo “X Factor” dove ha modo di conoscere e collaborare con Ivano Fossati e nel 2011 è tra le Giovani Proposte di Sanremo con il brano “Lontano da tutto”, scritto per lei da Niccolò Fabi. A fine febbraio, in Veneto per alcuni appuntamenti musicali, ha cantato all’Osteria dei Giusti di Camino di Oderzo, con il supporto organizzativo di Indipendenza Sonora. Insieme a Enrico Vitali, chitarrista del gruppo, Serena ha rilasciato un’intervista a Radio Palazzo Carli.
Chi è Serena Abrami?
«Una ragazza delle Marche. Sono molto legata al mio territorio e cerco di portare le mie radici marchigiane attraverso la mie canzoni. Vivo di musica fin da piccola: è il mio modo migliore per decodificare il mondo e per relazionarmi con esso. Mi viene più facile cantare piuttosto che parlare. Mi appartiene il canto».
Credo” è uno dei brani del tuo ultimo album, uscito nel 2016.
«Sì, attualmente le copie dell’album sono esaurite poiché le etichette indipendenti non stampano tantissime copie come anni fa, ma tutto il lavoro si trova sulle varie piattaforme musicali. Il testo della canzone è una poesia di Andrea Ragagnin, uno scrittore torinese con il quale abbiamo cominciato una collaborazione dal 2012»
In questa canzone c’è una dimensione interiore molto forte. Una preghiera laica?
«A me piace molto portare una certa dose di profondità e di spiritualità nelle mie canzoni: sono quelle sensazioni che provo quando ascolto la musica degli anni Novanta di alcuni gruppi, che evocavano una certa interiorità. Speriamo di andare in quella dimensione. La musica parla da cuore a cuore e se uno riesce a toccare certi temi e certe corde, in maniera trasversale, poi lascia qualcosa a chi lo ascolta».
Hai al tuo attivo diverse collaborazioni con cantautori italiani. Che cosa significano per te?
«Nel mio cammino queste collaborazioni sono dei ricordi bellissimi, ma anche una conferma dell’onestà intellettuale nella musica: questi cantautori mi testimoniano che è possibile andare avanti, restando fedeli a se stessi e facendo musica di qualità, anche se spesso la qualità non è indice di visibilità. Noi, come band, abbiamo scelto un percorso un po’ più lungo e tortuoso, ma le nostre canzoni sono fedeli a quello che io e la mia band siamo adesso».
Ivano Fossati ha scritto per te “Tutto da rifare”.
«Sì, certo. Si tratta di una canzone in cui Ivano si mette dalla parte della donna e ne assume il modo di vedere la relazione con il suo compagno. Anche Fossati mi ha insegnato, attraverso la sua esperienza, l’importanza della fedeltà a se stessi: ho visto in lui una grande umiltà e autenticità. Sono questi gli aspetti che vorrei avere e anche vorrei trasmettere attraverso la mia musica».
Di imperfezione” è il brano che dà il nome al tuo ultimo l’album. Che cosa vuol dire?
«Sì, l’album è costituito da undici tracce, cioè undici momenti, come delle fotografie, che sono più autentiche quando sono più imperfette: penso alle foto spontanee o in movimento. La vita infatti non è mai perfetta: l’imperfezione ci rende umani e lo sbaglio ci aiuta ad adottare nuovi punti di vista».
Come nasce una canzone?
«Mi piace quando il testo riesce ad essere di tutti, cioè quando non è descrittivo di qualcosa, così da prevalere sul resto. Il nostro approccio quindi è quello di partire dalla musica e poi trovare dei testi che si leghino alla musica. Insomma, noi scriviamo prima la musica, poi ci mettiamo il testo e facciamo in modo tale che i due siano in armonia. Ma se dobbiamo scegliere, facciamo prevalere l’aspetto musicale».
Progetti per il futuro?
«Più che solista, ora mi sento parte di un gruppo. Abbiamo già delle nuove canzoni (ben sette) che abbiamo composto nel giro di pochi mesi. Tra noi c’è molta sintonia e dobbiamo trovare il nome della band. La nostra musica sarà molto più rock, anche se restiamo legati alla melodia. L’importante per noi è girare, suonare e far sentire la nostra musica: non basta far musica e metterla su dei cd».

Alessio Magoga, L’Azione, domenica 18 marzo 2018

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Così gestiamo i profughi

Il cancello d’ingresso della caserma Zanusso

Ecco l’intervista, concessa in esclusiva a L’Azione, a Gian Lorenzo Marinese, presidente di Nova Facility Srl, l’azienda che ha attualmente in gestione il centro di accoglienza per richiedenti asilo situato presso l’ex caserma Zanusso di Oderzo. Ringrazio Carmela, Sara, Annachiara e Gian Lorenzo per l’aiuto e la disponibilità, e pure la redazione che ha pubblicato quasi integralmente un articolo di dodicimila battute (ovvero l’equivalente di 5-6 articoli normali del settimanale).

Quella tra la città di Oderzo e il centro straordinario di accoglienza per richiedenti asilo ospitato all’ex caserma Zanusso è una convivenza non certo iniziata col piede giusto. A venti mesi dalla sua apertura abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza su come viene attualmente gestita con chi se ne occupa in prima persona: Gian Lorenzo Marinese è presidente di Nova Facility, società di Treviso che oltre a dirigere i centri della caserma Serena di Treviso e l’Hotel Winkler a Vittorio Veneto, da gennaio si occupa anche della Zanusso.
È la prima volta che Marinese sceglie di parlare alla stampa di questo argomento.
Dottor Marinese, potremmo iniziare con qualche numero…
In realtà numeri non ne posso dare perché questi sono appannaggio della Prefettura: è una linea comunicativa del Ministero degli Interni legata a interessi di ordine pubblico, e che ritengo saggia e prudente. Ma i numeri a mio dire non sono il centro dell’argomento: mi interessa di più spiegare cosa significa “accoglienza” dal nostro punto di vista.
Una parte della popolazione non vede bene di buon occhio la caserma…
Io comprendo le preoccupazioni della signora Maria che abita accanto ad una struttura dove da un giorno all’altro arrivano cinquecento persone sconosciute e che non parlano la sua lingua: sarebbero preoccupati anche i genitori di questi ragazzi se noi ci trasferissimo in massa nei loro paesi, perché talvolta si ha paura di ciò che non si conosce. Ma noi viviamo in un territorio di persone estremamente aperte e volenterose di aiutare; non dimentichiamo che la caserma si affaccia su via per Piavon, e che il primo “Giusto per le Nazioni” veneto, Clelia Caligiuri, era di Piavon. Il nostro territorio, in situazioni più difficili di questa, ha saputo accogliere.
La vicinanza che percepisco a Oderzo da parte delle parrocchie, di associazioni che lavorano silenziosamente, di privati che bussano al nostro cancello e chiedono “Per caso c’è un bambino? Abbiamo un gioco da darvi”, a me apre il cuore: questo insegno ai ragazzi della caserma. E ogni giorno gli insegniamo che non deve essere la signora Maria, che non li conosce, a farsi avanti per prima, ma che sono loro, essendo ospiti in questo territorio, che devono fare la prima mossa.
Può capitare che qualche ragazzo girando per la città si senta malvisto. Ma quando viene a dircelo gli rispondiamo: com’eri uscito quella mattina? Per fare un esempio, a ognuno di loro forniamo un kit con dei vestiti e le scarpe: è un decreto ministeriale del 2008 che me lo impone. Spesso ci sono ragazzi che arrivano in centro in pigiama: non l’hanno mai avuto in vita loro e quindi non capiscono la differenza rispetto a un vestito “normale”. Il nostro scopo quindi è risvegliare in ragazzi che provengono da una cultura diversa il desiderio di integrarsi, altrimenti non andranno da nessuna parte: per questo vi è un “design dell’accoglienza”.
Di cosa si tratta?
Noi lavoriamo su programmi annuali, perché quella è la durata minima dei bandi ministeriali. Questo “design” prevede quindici giorni di forte mediazione linguistica e culturale: spieghiamo loro dove si trovano, quali sono i servizi della struttura, le basilari regole del convivere civile secondo le nostre abitudini. Poi ci sono due mesi e mezzo di italiano intensivo: un laureato, specie se francofono, in un mese e mezzo riesce a comprendere perfettamente la lingua; per un afghano, specie se analfabeta, è ovviamente più difficile. Al termine i ragazzi vengono inseriti in una classe in base al loro livello di apprendimento: a Treviso abbiamo svariati livelli. Ci restano dai tre ai sei mesi, a discrezione degli insegnanti, poi vengono iscritti ad un centro di formazione per adulti. Questo alla fine rilascerà un certificato di italiano A2, obbligatorio per l’iscrizione al corso di sicurezza sul lavoro.
In che modo i ragazzi vengono preparati a lavorare?
Abbiamo accordi con vari centri di formazione: a Treviso, per esempio, con scuole professionali e licei, dove abbiamo ragazzi iscritti. Cerchiamo di assecondare chi ha ambizioni di studiare o imparare un mestiere: abbiamo anche un giovane che ha vinto un bootcamp a Ca’ Foscari, per dire… Parliamo di ragazzi di culture e capacità diversissime, dunque non si possono fare programmi generali. Inoltre organizziamo dei corsi interni: alla Zanusso si può diventare pittore, muratore, cartongessista, e incentiviamo moltissimo le arti, con un insegnante di disegno nostro dipendente. Vogliamo insomma che tengano allenata la mente, il fisico, ma anche l’attività ricreativa e intellettuale: a Fratta di Oderzo abbiamo un ragazzo che suona in chiesa e che sta cercando un corso di musica con l’aiuto del parroco, mentre a Treviso realizzato spettacoli teatrali con la compagnia Tremilioni di Conegliano, uno dei quali inserito nel programma di CartaCarbone festival.
Dopo quasi un anno è tempo di bilanci.
La caserma è aperta da aprile 2016. Noi siamo lì dal 20 gennaio 2017 e il 31 dicembre scadrà il nostro affidamento, in base all’appalto pubblico che abbiamo vinto. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto: vada su Google Earth e guardi com’era la caserma prima e com’è ora: sembrava fosse in mezzo alla foresta, mentre oggi è un centro pulito e dignitoso. Inoltre nei cinque mesi prima del nostro arrivo i ragazzi inscenarono proteste un paio di volte; dopo il nostro arrivo, più nulla: questo è un messaggio di tranquillità che voglio lanciare alla popolazione. Non stiamo incentivando alcuna invasione, ma lavoriamo per fare in modo che delle persone, che sarebbero rimaste volentieri a casa loro, si formino, si integrino, capiscano le nostre regole: voglio che si ricordino di noi come le ultime persone che le hanno aiutate, perché poi dovranno iniziare una vita da soli. Ma se non preparano con noi una “valigia” che gli permetta di affrontare questa vita, questa valigia rimarrà vuota.
Antonio Silvio Calò [il cittadino di Povegliano che ospita a casa propria cinque rifugiati, n.d.r.] sostiene che i migranti, una volta ottenuto lo status di rifugiato, vengano abbandonati a se stessi…
Il professor Calò ha perfettamente ragione! Le cosiddette seconda e terza accoglienza oggi sono il punto debole del sistema: una volta ottenuto o meno lo status di rifugiato, che succede? Per questo tra i nostri obbiettivi c’è anche quello di far conoscere questi ragazzi alla popolazione tramite i nostri progetti, fare in modo che possano crearsi delle opportunità per il dopo. Per questo motivo la collaborazione con la società è fondamentale.
A questo proposito, come vi state muovendo?
La caserma Zanusso, proprio come la Serena, ora ha una squadra di calcio iscritta alla lega amatori. La lega di Treviso però, che va elogiata per la grande disponibilità: purtroppo quella di Oderzo non l’ha accettata avendo già un numero di squadre pari in campionato. I ragazzi si allenano d’inverno nel nostro piazzale, mentre nel resto dell’anno al Patronato Turroni; le partite le giocano a Fratta. Per questo, e per altro, va elogiata anche la diocesi di Vittorio Veneto: don Pierpaolo e don Lorenzo sono in continuo contatto con noi, così come padre Massimo del Brandolini, e potrei continuare coi nomi di altri parroci…
«Non dimentichiamo che in questo primo anno di gestione abbiamo anche dovuto sistemare la situazione pregressa – aggiunge Sara Salin, portavoce della cooperativa. – A Treviso ci sono più opportunità perché lì abbiamo due anni di lavoro in più alle spalle. Ma per dire, un progetto sulle ninne nanne del mondo scritte e illustrate sugli autobus di Treviso ha coinvolto una scuola primaria di Vittorio Veneto e proprio la caserma Zanusso, dove c’è un gruppo con una propensione maggiore alla pittura rispetto al capoluogo, dove preferiscono il teatro. Di progetti se ne possono avviare tantissimi: a Treviso i richiedenti asilo fanno servizio di apertura e chiusura in un parco giochi, hanno restaurato una ex scuola, hanno ripulito il Sile; ogni giorno una cinquantina di loro esce dalla caserma e ripulisce le strade. Sono tutti benefici per la comunità, e un modo per questi ragazzi per sentirsi utili e importanti. Dopo tre anni, ora sono le associazioni di volontariato che vengono da noi a chiedere aiuto: la città si è accora di loro».
A Oderzo invece per ora se ne sono accorte più che altro le parrocchie – ammette Marinese – ma a prescindere se ci saremo ancora noi o meno nei prossimi anni se ne accorgeranno anche gli altri. Bisogna avere pazienza, sensibilizzare e non demordere. Non vogliamo accelerare i tempi, ma Oderzo è una città viva e di cultura e siamo sicuri che presto sarà pronta a questi tipi di collaborazione.
In questo momento però il mondo delle cooperative non gode di una buona reputazione…
Operiamo in un settore che purtroppo è rimasto invischiato in Mafia Capitale, mentre qui vicino per esempio c’è stato il caso del CARA di Cona, dove lavora la cooperativa che aveva in gestione la caserma Zanusso l’anno scorso… Come in tutti i settori, anche nel nostro ci sono operatori più sani e meno sani, non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Qualcuno dovrebbe senz’altro cambiare mestiere, anche perché chi non è onesto e professionale danneggia tutti: potete immaginare cosa può uscire da un centro dove i richiedenti asilo rimangono al chiuso, non studiano italiano, non sanno cosa sia un corso professionale. In Italia siamo quattromila soggetti a fare accoglienza: ce ne sono di buoni e di ottimi, e spero siano la maggioranza. A Oderzo i problemi logistici della gestione precedente hanno creato un danno di immagine; gli ospiti hanno protestato, ma non dimentichiamo che se è frequente litigare in un condominio, figuriamoci in una comunità con centinaia di persone di nazionalità diverse.
A proposito di immagine: che ruolo hanno avuto in questo senso i media e internet?
Guardi: dieci mesi fa ho cambiato il cancello di ingresso della caserma, e ancora su internet e sui giornali continua a comparire la stessa foto del vecchio cancello col sindaco davanti. Sul nuovo cancello ho voluto lasciare una feritoia con un vetro: chiunque può guardarci dentro, ma è come se nessuno l’avesse mai fatto. Poi, per partecipare a “Balcone fiorito”, abbiamo ulteriormente abbellito l’entrata, ma sui giornali è finita una foto di un balcone posteriore…
Nel nostro territorio, pur essendoci giornalisti che lavorano bene, nessuno ci ha mai contattato per chiederci qualcosa di specifico sulla Zanusso. Capisco che l’albero che cade faccia più rumore della foresta che cresce, ma a me dispiace che se i nostri ragazzi si prendono a schiaffi finiscono in prima pagina, mentre se vanno a trovare papa Francesco finiscono a pagina 9. E non per un incontro fugace: sono stati fatti accomodare in prima fila, il Santo Padre si è fermato a parlare con loro e ha guardato i regali che gli avevano preparato. Non dico tutto questo per far polemica: voglio che queste mie parole siano di apertura.
A Oderzo, se qualcuno si mette alle sei-sette di mattina davanti al nostro cancello vedrà cento persone uscire con un permesso speciale per andare al lavoro [gli altri possono uscire dalle 8 alle 20, n.d.r.], in aziende del territorio. Molto di più, in percentuale, che a Treviso: vorrei che si sapesse.
Se qualcuno ha bisogno della vostra manodopera, cosa può fare?
I ragazzi sono normalmente iscritti al centro per l’impiego: se qualcuno vuol farli lavorare, lì troverà i curricola dei nostri ragazzi. Per opere di volontariato invece è più complicato, perché occorre presentare un progetto.

L’Azione, domenica 17 dicembre 2017

 

La provenienza dei richiedenti asilo
Le provenienze dei richiedenti asilo ricalcano in percentuale quelle degli arrivi:
• 30% circa Nigeria
• 30% Africa sub sahariana di area francofona
• 40% Pakistan e Afghanistan
• In parte sono arrivati dal sud Italia, altri dalla “rotta balcanica” prima che venisse chiusa.
• Alcuni sono “dublinanti”, termine che indica coloro che per in base ai trattati di Dublino hanno fatto richiesta di asilo in altri paesi, tipo Grecia o Croazia, che sono stati giudicati incapaci di accogliere tali richieste e che per questo stanno in una specie di limbo a livello giuridico.

E fu così che intervistai gli Uochi Toki.

Se non li avete mai sentiti in televisione o in radio, non preoccupatevi: a chi vive ed intende la musica come gli Uochi Toki queste cose interessano relativamente. Se gli parli di carriera ti rispondono che “Alle vie percorse da carri noi preferiamo quelle percorse a piedi”: gli Uochi Toki, ovvero Napo e Rico, sono due giovani provenienti dalla provincia (anzi, dalle campagne) di Alessandria che fanno rap, anche se molti rappers non sarebbero d’accordo con questa definizione. Sette dischi alle spalle, gli ultimi due pubblicati da La Tempesta, il collettivo di artisti di Maniago che fa capo a Davide Toffolo, fumettista e chitarrista/paroliere dei Tre Allegri Ragazzi Morti: due album che ha imposto il duo come una delle più interessanti proposte musicali uscite negli ultimi anni nel nostro paese.
Li abbiamo incontrati il 23 luglio a Villa Manin a Passariano di Codroipo, per Villa Tempesta, ovvero il festival della loro, tra virgolette, “etichetta discografica indipendente”.
Da alcuni vostri testi pare che seguiate uno stile di vita che ricorda da vicino la cosiddetta “decrescita felice”. Questa somiglianza è causale, o no? Pensate sia un modello che si possa diffondere in massa?
RICO: E’ una semplice rappresentazione di ciò che facciamo e del nostro standard abitativo; se tutti seguissero il nostro esempio, il bilanciamento del mercato si sposterebbe e ci toccherebbe trovare un’altro punto di equilibrio. Non parliamo di ideali ma di idee (legate al contesto).
NAPO: La diffusione di massa porta errori di trascrizione, mentre la creazione personale con cui ognuno può editare il proprio stile di vita non può che portare a scelte ecologiche quando le proprie esigenze sono ben comprese.
Altrove invece emerge con una certa chiarezza il vostro voler abitare in provincia. A cosa è dovuto?
RICO: Campagna, meno vicini, il non abitare in un condominio, il dover fare tanta strada per fare qualsiasi cosa (e le conseguenti riflessioni sul farla o meno), il silenzio, la notte, il caos, gli insetti, il freddo durante l’inverno, un garage pieno di spazzatura, il fango in casa, i panni stesi fuori, internet a banda media.
NAPO: “Provincia” è un vocabolo che non indica le caratteristiche di un luogo se non in contrapposizione con il vocabolo “città”. A noi piace abitare in un luogo dove la densità di popolazione permetta di respirare senza che qualcuno attorno a noi debba tirare in ballo scemenze retoriche tipo il buonsenso e il rispetto per le altre persone. Noi abitiamo in campagna, non in provincia. anche se si tratta di una campagna in provincia di Rimini.
Cosa significa, in Italia e nel 2011, cercare di vivere di musica non commerciale? Voi come ve la cavate, e soprattutto come vi ha influenzato il fatto che, come dite nei vostri pezzi, non volete trasferirvi a Milano e non avete quindi avuto “le cosiddette possibilità che una grande città offre”?
RICO: Parlando così si fa solo un discorso quantitativo (chi ha le possibilità più GRANDI), a me piacciono le possibilità commisurate.
NAPO: Già “Italia” e “2011” sono due denominazioni di spazio e tempo a cui si può trovare un senso solo abbandonando a metà dei ragionamenti. Figurati l’espressione “vivere di musica”… Insomma, basta con questa cura ossessiva per come ci si guadagna da vivere. “Come ti guadagni da vivere” non è un argomento di conversazione. La distinzione “lavoro-tempo libero” porta ad estremi insoddisfacenti. Possiamo dire che dobbiamo fare altri lavori oltre al suonare per avere dei soldi, che suonare non è un lavoro per noi, che abbiamo una definizione di lavoro molto più vasta della media, che siamo pronti anche a chiedere l’elemosina se finiremo in mezzo alla strada e che in quel caso riusciremmo di sicuro a trovare dei lati divertenti per una condizione di miseria. Bisogna essere pronti a divertirsi anche nella peggiore delle ipotesi.
Napo, da quanto tempo sei un mago? E da cosa derivano tutti questi riferimenti al mondo della magia nel vostro ultimo disco?
NAPO: Sono un mago dal momento in cui mi sono immaginato di esserlo. I riferimenti alla magia non sono altro che metafore per fare emergere il valore dell’immaginario e per distruggere la contrapposizione tra immaginazione e realtà, astratto e pratico.
Come sono Napo e Rico quando escono con gli amici a bersi una birretta? Stordite gli altri con il vostro italiano prolisso e corretto o lasciate parlare un po’ anche loro?
RICO: Non vado a bere nessuna “birretta” con “nessuno”, i miei amici passano per delle cene a casa mia (o viceversa) e sanno benissimo badare alla loro lingua italiana. In compagnia parlo solo se sono a mio agio.
NAPO: Il nostro italiano non è corretto. E’ inventato e personalizzato sulla base di regole corrette che ci permettiamo di storpiare quando lo riteniamo opportuno. Per quanto riguarda l’uscire a noi non serve la scusa di una birra, di solito andiamo a incontrare delle persone e con queste chiacchieriamo o dosiamo le pause. Non releghiamo il divertirsi o rilassarsi a delle specifiche occasioni ben delimitate, ogni momento deve essere una macedonia di rilassatezza e frenesia nelle percentuali che più sono appropriate.
Scherzi a parte, ad inizio carriera più che moltiplicare le parole tendevate a moltiplicare le tracce. A cos’è dovuta questa “svolta”?
RICO: Quale svolta? Fare meno tracce? I fan dovranno pure trovare un appiglio per dire che i dischi degli esordi erano “migliori”.
NAPO: Carriera? Alle vie percorse da carri noi preferiamo quelle percorse a piedi.
Napo, nei tuoi testi non solo dimostri di avere un’ottima padronanza dell’italiano, ma anche di voler riflettere sull’italiano stesso. Mi verrebbe quasi da definirti un cultore della lingua. A cosa è dovuta questa peculiarità? Studi passati? Passione?
NAPO: la padronanza dell’italiano come traguardo e abilità è un qualcosa di scolastico, appartiene ad alunni, studenti e professori. Ognuno ha la sua personale padronanza dell’italiano, anche il coatto che usa “zio” come intercalare. Non ho studiato nulla, io ascolto i discorsi altrui anche se potrebbe sembrare che io copra gli altri con i miei discorsi solo perché nei dischi e nei concerti dico molte parole.
Altra vostra caratteristica è l’utilizzo di basi piuttosto minimali. Perché questa scelta? Per far risaltare meglio il testo o c’è dell’altro?
RICO: Credi davvero che sulle mie basi ricche di armoniche dispari il testo emerga meglio? Il mix ha come obiettivo fare capire ogni singola parola, l’elettronica descrive (almeno secondo la mia visione) gli ambienti e le situazioni INTEGRANDO il testo (e non riempiendo range di frequenze non occupate dalla voce).
NAPO: essenziali, non minimali. Il minimale punta a rimanere scarno mentre l’essenziale può essere abbondante se serve.
Un giorno vi siete ritrovati a collaborare con i vicentini Eterea Post Bong Band. Un gruppo che apparentemente non ha nulla da spartire con voi, né musicalmente né geograficamente. Com’è nata questa collaborazione?
RICO: La musica e la geografia mi interessano relativamente, a me interessano le persone (e loro sono delle persone rare).
NAPO: Bisogna vivere la geografia, non usarla come metro di non-fattibilità tenendo come unico dato la distanza.
Non è l’unico legame che avete con il nord Est. La Tempesta è l’etichetta che vi ha permesso di uscire dall’anonimato. Com’è lavorare con questa realtà?
RICO: la musica e la geografia mi interessano relativamente, a me interessano le persone (e loro sono delle persone rare).
NAPO: noi non lavoriamo con nessuna Realtà. E la Tempesta non è un’etichetta.

Aggiornamento: l’intervista, tagliata per motivi di spazio, verrà pubblicato nel numero di “Vita Nuova” di Trieste di domenica 7 agosto 2011. 

Scuole paritarie per educare davvero

Padre Massimo Rocchi, 45 anni, giuseppino, poco più di un anno è direttore dell’istituto paritario “Brandolini-Rota” di Oderzo.

Un noto quotidiano nazionale la scorsa settimana titolava: “Per le scuole private i soldi si trovano: stanziamento sale da 150 a 245 milioni”. Come dire: lo Stato taglia dappertutto, ma per i preti i soldi ci sono sempre.

Intanto va detto che tutti i dati di qualunque fonte indicano che un allievo della scuola paritaria, in particolare di quella cattolica, costa mediamente allo stato la metà di quello di una scuola statale. Perché? Certamente perché nella scuola cattolica i contratti sono più bassi, ma anche perché c’è più attenzione alle risorse, agli sprechi, ai numeri. E’ chiaro che se da alcune parti la Gelmini esagera, da altre sta risanando situazioni che andavano risanate già da tempo. Inoltre, una cosa che i media sbagliano sempre, è che è tendenziosa, è l’uso del termine “privato”: la scuola paritaria è una scuola non statale, ma pubblica, non privata. E’ equiparata alle scuole statali in tutto e per tutto, eccetto che sul lato economico, così come avviene, in Europa, solo in Italia e Grecia. Per la sanità non è così: una persona può servirsi di una struttura non statale convenzionata pagando lo stesso ticket. Così una famiglia che manda i figli da noi paga due volte: le tasse per l’istruzione come tutti, e la retta. Negli anni scorsi si è spesso parlato di poter detrarre la retta dalle tasse, ma non se n’è mai fatto nulla. C’è solo il buono scuola regionale, una sorta di rimborso delle rette proporzionato al reddito, che però c’è solo in alcune regioni, tra cui il Veneto.

Quindi questi soldi dello stato a chi vanno?

Quando si parla di “soldi dati alla scuola privata”, si tratta di materne od elementari, che a volte ricevono dei fondi. Per le scuole successive non esiste alcuna forma di sovvenzione diretta da parte dello stato. Attualmente stanno facendo grossi tagli, ed è per questo che la FISM sta insorgendo, specie qui in Veneto dove molti asili sono parrocchiali. E se le parrocchie non ce la fanno più, chi si accolla la spesa? Lo stato, i comuni, i servizi sociali, che già sta tagliando. Quindi non solo lo stato non finanzia la scuola cattolica, ma ne trae un vantaggio dalla sua esistenza. Gli articoli sui giornali e le manifestazioni sono ideologiche, perché non guardano i fatti.

E così le cattoliche diventano “scuole per benestanti”, tradendo le motivazioni per cui erano nate…

Qual è il compito della scuola? Dovrebbe educare. Può una scuola educare se non ha chiare le sue finalità educative, se non c’è una visione dell’uomo riconosciuta? Mi chiedo se la scuola statale può ancora  educare, per esempio sul valore della vita, oggi così dibattuto: quello che la scuola cattolica fa e ha sempre fatto è tentare di educare le nuove generazioni, e non solo istruire. Prendiamo l’educazione all’affettività: andiamo a vedere cosa pubblica su internet l’ASL di Oderzo. Abbiamo rinunciato ad educare i giovani, tanto non ci si riesce, i problemi sono grossi, c’è internet, i film, la società, il mondo eccetera che ti buttano lì le cose dunque lasciamo perdere. Noi cristiani possiamo permettere questo? In una scuola come la nostra si affrontano i temi in un certo modo, poi i ragazzi sceglieranno in coscienza. Ti chiedo: chi ha la responsabilità primaria dell’educazione dei figli?

I genitori?

La famiglia. E se io genitore ritengo che quella scuola non educhi i miei figli? Cosa devo fare? Devo pagare. Questo è un attentato alla libertà. Le famiglie non hanno la libertà di scegliere un ambiente educativo scolastico per i propri figli, perché se non ho i soldi sono obbligato a scegliere la scuola che c’è: si parla tanto di libertà, e poi non c’è la liberta di scegliere su una cosa basilare come l’educazione dei figli. Può andare alla scuola cattolica solo chi paga: è una discriminazione. Pago, sono trattato bene, sono in un ambiente privilegiato: questo non è quello che vuole la scuola cattolica, questo è quello a cui ci hanno costretto. Fino agli anni ’80 questo era un collegio frequentato anche da gente che veniva da lontano, senza famiglia. Adesso? Lo stato ci discrimina, cosa facciamo, lasciamo perdere? Rinunciamo? No, conduciamo la nostra battaglia.

Qual è in particolare la situazione del Brandolini?

Noi non siamo certo in crisi: in crisi sono le scuole piccole, settoriali. I grossi istituti come il nostro se la cavano ancora, potendo centralizzare le forze. Ad occhio posso dire che un terzo delle famiglie dei nostri allievi è certamente benestante, un terzo appartiene al ceto medio con due stipendi o uno stipendio grosso,  e un terzo sono famiglie che fa sacrifici, che rinuncia alla vacanza dispendiosa o ad altre spese per mettere i loro figli in un ambiente che trasmette valori: un investimento sul futuro dei loro figli, dunque. A chi dice che siamo una scuola per ricchi ricordo poi che abbiamo la formazione professionale, frequentata anche da tanti stranieri, peraltro senza alcun problema di integrazione. Non voglio dire che siamo perfetti, ma conosciamo tutti i ragazzi per nome, interveniamo se qualcuno fa fatica. E li controlliamo: ma nell’educazione il controllo non è un qualcosa di negativo. Altrimenti capitano disguidi, come già succede, vedi certe bande di ragazzini che nei nostri paesi girano a fare atti vandalici. D’oggigiorno il problema educativo è molto serio.

E per quanto riguarda in specifico la vita di fede?

Facciamo la preghiera del mattino, nelle classi delle superiori si legge in Vangelo del giorno con riflessione, e i ragazzi lo fanno volentieri. Dibattiamo argomenti sociali in classe, organizziamo incontri e feste con le famiglie, riempiamo il Duomo con la messa di inizio anno, facciamo le confessioni quattro volte l’anno: nessuno li obbliga, alle superiori partecipa il 70% degli studenti. Quale parrocchia confessa 140 adolescenti? Dobbiamo riflettere, l’ho fatto anche col vescovo, che oggigiorno solo la scuola cattolica, oltre agli oratori, porta avanti l’educazione cristiana.

E le parrocchie?

Tutto questo non vuole sostituirsi alla vita di parrocchia, ma dev’essere complementare ad essa. Con certi parroci della zona dialoghiamo moltissimo, i nostri animatori portano in parrocchia ciò che imparano qui, non c’è conflittualità. E si può fare ancora di più, visto che ancora raramente veniamo chiamati a parlare ai giovani. Tra i parroci c’è chi auspica che il Brandolini diventi un centro culturale cristiano per la Chiesa locale: mi sembra una visione molto moderna della scuola cattolica.

Versione integrale dell’intervista pubblicata ne L’Azione, domenica 28 novembre 2010

Padre nostro

Stasera vado a Treviso a sentire i Teatro degli Orrori.

Un amico, cercando notizie su internet riguardo al concerto, le trova ma riguardo una precedente esibizione nella Marca del gruppo veneziano. Due giorni prima di questa esibizione, due politici nostrani tuonarono contro il gruppo, reo di aver scritto una canzone, dal titolo “Padre Nostro” che, a loro dire, sarebbe offensiva verso i credenti. E mo’ leggiamo il testo:

Padre nostro
che sei nei cieli
tu sia benedetto, venga il tuo regno
sia fatta la tua volontà
come in cielo, così in terra
dacci oggi il nostro pane quotidiano
rimetti a noi i nostri debiti
così come noi li rimettiamo ai debitori
non mi indurre in tentazione
ma liberami dal male
liberami dal male
dal male
dal male e dalla malinconia
Liberami
dal malaugurio
dai maldicenti
dagli ipocriti
dagli ignoranti
da questa congerie magari di uomini abbienti e miseri
il prossimo il remoto il passato il futuro
non sono più niente
non soltanto i terremoti
ma le guerre e le ingiustizie
il languore della fame. Come se fosse giusto
come se niente fosse. E i dispersi in mare
e gli innocenti in galera e la fatica
il dolore e ancora la fame
come se niente fosse
come se fosse giusto
non soltanto Dio non governa il mondo
ma neppure io posso farci niente
se non fosse così, sarebbe terribile
non soltanto Dio non governa il mondo
ma neppure io posso farci niente
non è compito mio, ci penserà qualcun’ altro
Padre nostro, che sei nei cieli, venga il tuo regno
sia fatta la tua volontà
come in cielo, così in terra
la fuoriserie ed il guard rail
abbreviano l’attesa in un baleno
mi ricordano la vita finisce per tutti
per i belli e per i brutti
non c’è niente da fare. Se soltanto le pietre
potessero parlare: griderebbero vendetta
padre nostro. non perdonarli mai
sapevano e sanno benissimo
quello che fanno: dicono sia legale
non soltanto Dio non governa il mondo
ma neppure io posso farci niente
se non fosse così, sarebbe terribile
non soltanto Dio non governa il mondo
ma neppure io posso farci niente
non è compito mio, ci penserà qualcun’altro

L’ho letto. Poi l’ho riletto ancora. Poi l’ho riletto ancora una volta. Ho provato a cercarci doppi sensi sconci, affermazi0ni blasfeme, attacchi al Papa, bestemmie ed ogni genere di zozzeria ma, nonostante lo sforzo, ancora non riesco a capire dove stia il problema. Perchè sarebbe offensiva? Qualcuno me lo può gentilmente scrivere in un commento?

Ma andiamo a vedere chi sono i due Paladini della Cristianità che hanno criticato il pezzo.

Il primo si chiama Piergiorgio Stiffoni, senatore nato nel 1948 a Motta di Livenza. A proposito del gruppo rock in questione disse:

“Braccia rubate all’agricoltura. Sarebbe meglio se quella gente andasse a lavorare nei campi. Se stiamo qui a parlare di simili ciofeche vuol proprio dire che siamo caduti molto in basso. Sarebbe il caso di iniziare a riprendere in mano la buona musica, non quella di questi rocchettari. Una cosa è certa: un concerto del genere non verrà mai sponsorizzato da nessuna nostra amministrazione”.

Riporto quindi una sua dichiarazione del 2003:

“L’immigrato non è mio fratello, ha un colore della pelle diverso (…) Peccato che il forno crematorio di Santa Bona, a Treviso, per loro non sia ancora pronto”.

Mhm. Interessante. Forse è ora di riprendere in mano la nostra definizione della parola “offensivo”.

Ancora, 2009:

“Se un extraterrestre scendesse sulla terra  e mi chiedesse qual e’ la specializzazione dei rumeni, gli risponderei: lo stupro”.

Toh! Ma una volta non erano gli albanesi, gli stupratori? Questo il commento del consigliere regionale Federico Caner:

“Indipendentemente che uno sia credente o meno, bisognerebbe avere rispetto del sentimento religioso. Spero che tutto questo susciti una reazione non solo dal mondo cattolico, ma anche in chi cattolico non è. Un po’ come è accaduto con le famose vignette contro l’Islam di qualche anno fa: insorsero non solo i musulmani, ma anche tutti gli altri. Qui è la stessa cosa. Non bisogna essere integralisti, ma avere un minimo di buon gusto”.

No, non si tratta di una risposta alle affermazioni di Stiffoni summenzionate, ma una richiesta ai Teatro degli Orrori di non suonare il pezzo incriminato. In questo caso, di discutibile c’è solo il fatto che da un politico che ha meno di quarant’anni, ci si aspetterebbe francamente un’altro tipo di mentalità.

Caner non era ancora nato quando, nel 1967, i Nomadi lanciarono Dio è morto di Francesco Guccini. E sembra proprio di essere tornati indietro a 43 anni fa, quando la democristiana RAI censurava il pezzo, considerato blasfemo, mentre invece Radio Vaticana lo mandava in onda senza problemi. Il pezzo era così blasfemo che ebbe il plauso pure di papa Paolo VI.

Ah, a proposito di “rispetto del sentimento religioso”:

Non credo serva aggiungere altro.

In radio: O.R.O. – Padre nostro (brano paraculo e ruffianissimo che scambia il Figlio con il Padre ed è pieno di luoghi comuni su Dio, ma questo è un capolavoro mentre il pezzo dei Teatro degli Orrori è blasfemo.)

Jennifer Gentle

Domenica notte fuori dal New Age io, il buon Bibi e il Ceppo abbiamo fatto due parole con Luca e Alberto dei Verdena e Marco Fasolo, cantante dei Jennifer Gentle.

Il quale si è ricordato di noi a quattro anni e quattro mesi di distanza dalla prima (ed ultima volta) che ci siamo visti.

Le piccole soddisfazioni della vita.

Brandolini, un polo per la pastorale giovanile

Dal 30 agosto il Collegio Brandolini-Rota di Oderzo ha un nuovo direttore: Massimo Rocchi, nato appena 44 anni fa a Bonate Sotto, paesotto del bergamasco. E’ qui da poco ma ha già le idee chiare: sua l’intenzione di aumentare lo sforzo dei Giuseppini nella pastorale giovanile locale.
Di solito si pensa al Brandolini solo come scuola. Siamo di fronte da una sorta di “rottura col passato”?
Direi una lettura dei tempi. I Giuseppini sono a tempo pieno per i giovani: in che modo, dipende da luogo a luogo. Qui ci siamo specializzati come istituto scolastico, e un po’ chiusi dentro a queste mura anche perché negli anni ‘70-’80  c’era un numero molto elevato di studenti e convittori. Ora, nel 2009, ci chiediamo come rendere attuale il carisma del Murialdo in questo territorio, dunque ci impegniamo ad essere più presenti nella Chiesa locale portando lo specifico nostro che è l’attenzione verso i ragazzi, specie i più deboli. Certamente il Brandolini ha una fama di scuola di un certo livello, ma è vero anche che qui dentro abbiamo la formazione professionale, ovvero una scuola molto di base. Per i prossimi anni vogliamo che il Brandolini diventi un polo di riferimento per la pastorale giovanile, a servizio del territorio, nella misura del possibile, in collaborazione con le parrocchie e le realtà locali.
A questo proposito, come vi state muovendo?
Abbiamo avuto dal vescovo la richiesta di collaborare in particolare con Piavon-Busco-San Nicolò e San Vincenzo-Rustignè: partiremo a fine mese o inizio novembre. Già ora il nostro don Sergio collabora con la parrocchia del Duomo per la catechesi dei ragazzi; io invece ho personalmente dato al vescovo la mia disponibilità a collaborare per la pastorale giovanile diocesana, nei limiti del possibile.
Che idea si è fatto della nostra realtà?
E’ una realtà bella, da un punto di vista naturalistico perché c’è molto verde e molta vita di campagna genuina, ma anche da un punto di vista religioso: ho girato per diverse parrocchie e vi ho trovato una fede cristiana ancora molto sentita, forse un po’ in senso tradizionale ma non è una cosa negativa! Ecco, le chiese sono tante e distanti tra loro, e questo è dispersivo in ottica di unità pastorale, perché per venire incontro alla popolazione c’è bisogno di un numero di messe elevato.
All’interno della scuola invece ho trovato ragazzi che non si vergognano a dire che vanno in parrocchia, che sono animatori all’oratorio… lo dicono con spontaneità e pure un pizzico di orgoglio, e questo mi ha fatto molto piacere. Sono reduce da sei anni a Ravenna, una realtà molto diversa: una città, una chiesa in crescita ma con un anticlericalismo antico e ancora radicato, dove sono diffusi per esempio i funerali civili, qui pressoché inesistenti.
Come si trova al Brandolini?
Sapere che dirigo un istituto fondato dal Murialdo in persona mi mette la pelle d’oca. Credo nella scuola cattolica pure con le difficoltà del sistema italiano, unico al mondo, dove esiste la parità giuridica ma non economica tra pubblico e privato, come per esempio in campo sanitario. Ci credo perché è un luogo dove incontri tanti giovani e per molte ore al giorno, un luogo dove un progetto educativo forte può permettere la costruzione di un tessuto educativo cristiano molto efficace, specie quando c’è collaborazione con le parrocchie.

L’Azione, domenica 8 novembre 2009