L’abbraccio materno è (o no) un diritto?

Giuliano Guzzo

Quel diritto negato al primo abbraccio materno

La notizia, in estrema sintesi, è la seguente: il figlio appena nato di Martina Levato – la donna condannata a quattordici anni per aggressioni con l’acido – è stato allontanato dalla madre e il pm ne ha chiesto l’adottabilità. Ora, senza entrare

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Un classico

A beira de

In questi giorni tragici si sprecano, come è ovvio, i riferimenti al mondo greco-classico. Dal default del tempio di Delo nel IV secolo a Canfora che si diverte sul Corriere. Mi sembra però che si sia dimenticato forse il più calzante, tra questi riferimenti. Mi riferisco al Dialogo dei Melii e degli Ateniesi di Tucidide. È un brano famoso, spesso citato – forse un po’ semplicisticamente – quando si tratta dell’arroganza del potere contrapposta all’ingenuità dell’idealismo. E molti passi in quel dialogo richiamano davvero quanto sta accedendo oggi.

Siamo durante la guerra del Peloponneso che vede Atene opporsi a Sparta ed il resto della Grecia dividersi tra il supporto per l’una o per l’altra Potenza. A Melo, piccola isola delle Cicladi, arrivano degli ambasciatori ateniesi: recano un ultimatum, schierarsi con la grande Atene o venire annientati.

Di fronte alle richieste di Atene, i Melii tentano di sostenere la propria…

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Migrazioni: ragionare, non speculare

Rescue Operation, di Massimo Sestini, 2014

Premessa: ho scritto questo post nel mio profilo privato di Facebook a inizio marzo. Solo in seguito ho scoperto che i promotori della raccolta firme hanno preso le distanze dal volantino razzista di cui si parla qui sotto. (Comunque, se i promotori della raccolta firme avessero pubblicato tale dissociazione nella loro pagina Facebook, sarebbe stata utile ad evitare molti equivoci, vista la situazione descritta qui sotto.)
Nonostante questo, e nonostante la vicenda sia ormai chiusa da qualche settimana, ho ritenuto di pubblicare lo stesso questo pezzo senza modifiche sostanziali davanti all’ennesima gravissima tragedia nel canale di Sicilia di questa notte e a certe vergognose reazioni apparse oggi (19 aprile 2015) in rete. I destinatari di queste parole non sono infatti i promotori della raccolta firme, persone che non conosco e che potrebbero essere quindi in buona fede, ma chiunque si approccia ai problemi legati all’immigrazione in modo superficiale e/o xenofobo, o li strumentalizza per un proprio tornaconto.

Potete quindi toglierci la vicenda Sandro Magro e metterci le polemiche per i fantomatici 30 euro agli immigrati o i commenti di chi esulta alla notizia dei morti di stanotte: le dinamiche sono le stesse.

La comparsa su Facebook della pagina “Io sto con sandro magro” era prevedibile come il servizio al telegiornale coi consigli per gli anziani quando arriva l’estate.
Gli anonimi creatori della pagina hanno organizzato alcune raccolte firme, l’ultima ieri mattina in piazza a Oderzo.
Il volantino che pubblicizza l’iniziativa dice:
“Uno stato che apre un inchiesta sull’imprenditore Sandro Magro che ha sparato dei colpi in aria per mettere in fuga i ladri, è uno Stato che sembra preoccuparsi solo della incolumità dei criminali!!!”
No. E’ uno Stato che vuole assicurarsi che un cittadino che ha sparato dei colpi di arma da fuoco sia regolarmente dotato di porto d’armi, non sia incorso in eccesso di legittima difesa, ed abbia effettivamente sparato in aria, eventualità accertabile solo dopo un esame balistico, suppongo. Uno Stato che fingesse di non vedere creerebbe un pericoloso precedente a danno della sicurezza dei cittadini.
L’autore di questa frase, invece, si preoccupa dell’uso dell’apostrofo? Ma proseguiamo. Il volantino continua con quattro auspici, che, di fatto, non hanno alcun nesso con lo scopo della raccolta firme (la chiusura del fascicolo su Sandro Magro), rendendo la stessa quantomeno discutibile. Tralascio i primi due solo per brevità e passo agli altri (le preposizioni tra parentesi le ho aggiunte io):
3. “Vogliamo le frontiere chiuse! A casa tutti [gli] stranieri che non lavorano”
4. “Vogliamo tutti i rom schedati! Smantelliamo [i] campi nomadi potenziali covi di delinquenza”.
A parte il fatto che i potenziali covi di delinquenza non si trovano solo nei campi nomadi, e se dovessimo smantellarli tutti l’Italia diventerebbe un cumulo di macerie che neanche il 1945, faccio presente che l’immigrazione è un problema solo se c’è la volontà di renderla tale. Gli Stati Uniti, il paese più ricco e potente del mondo, è stato costruito da immigrati, per dire. Molto tempo fa ci arrivò un ragazzino senza un lavoro e che nemmeno conosceva la lingua: voi l’avreste rimpatriato, lui invece, straniero, creò ricchezza e posti di lavoro. E regalò a Oderzo un’ala nuova dell’ospedale.
Sto parlando di Amedeo Obici, quello dei Peanuts. Se a Suffolk, invece che opportunità, avesse trovato solo xenofobia e populismo, lo stesso di chi lancia iniziative come questa, cosa sarebbe successo? Magari avrebbe finito i suoi giorni in gattabuia o sulla sedia elettrica, come altri suoi connazionali.
Proprio come un secolo fa negli Stati Uniti, oggi in Italia tanti immigrati scelgono o sono costretti a scegliere la criminalità: sarebbe da ciechi o buonisti sostenere il contrario. Ma la maggioranza vive onestamente, lavora o vorrebbe lavorare. E quindi pagare i contributi. E quindi anche pagarmi e pagarvi la pensione, visto che noi italiani abbiamo smesso di fare figli e non ce ne preoccupiamo. Ci avete mai pensato? Quindi, se non volete accogliere lo straniero per solidarietà, fatelo almeno per interesse.
Qual è la via d’uscita allora? Si chiama politica. Sì, proprio quella politica di cui sento sempre più spesso parlare come se fosse una malattia infettiva: una cosa sporca, da cui tenersi lontano, che pregiudica qualsiasi cosa in cui entra.
Informandosi, si scopre per esempio che esistono degli accordi bilaterali tra stati che, se fossero applicati, obbligherebbero gli stranieri che delinquono in Italia a scontare la pena nel proprio paese d’origine. Ipotesi che, oltre a fungere da deterrente, aiuterebbe le nostre forze dell’ordine ad allontanare le mele marce.
Sapete poi che la maggior parte degli immigrati vengono in Italia solo per proseguire altrove, ma non possono perché una legislazione europea inadeguata non glielo consente?
Bene, ora lo sapete. Chi dovrebbe adoperarsi per modificare queste leggi? I parlamentari europei. Nel 2009, migliaia di italiani col voto decisero che ad occuparsene dovesse esserci per esempio un certo Matteo Salvini, il quale preferisce i comizi in TV e nelle piazze per raccogliere facile consenso col populismo e l’odio verso gli stranieri. Capite quindi che a lui, così come ad altri della sua categoria, CONVIENE che i problemi legati all’immigrazione e la sicurezza NON vengano risolti?
Quindi, andando a firmare questa petizione, alimentando un clima da Far West, sfogando le vostre legittime preoccupazioni sbagliando bersaglio, fate il gioco di lucra sui nostri problemi. Spiace leggere che anche il nostro sindaco si è prestato a tutto questo.
I problemi non si risolvono con queste iniziative fini a se stesse, ma andando alla loro radice, e usando il cervello, non le armi. Partecipando alla vita pubblica, informandosi, vigilando sull’operato di chi ci amministra, cercando di distinguere chi vive di slogan da chi prova a cambiare le cose e non ci riesce anche perché non buca abbastanza lo schermo.
Sparare nel mucchio non serve a nulla: chi lo ha fatto, letteralmente (mi riferisco al benzinaio Graziano Stacchio), ora non ne va molto fiero, secondo quanto ha dichiarato ai giornalisti.
Nella pagina citata all’inizio c’è ha scritto: “Attenti a non farvi strumentalizzare dalla politica” (come volevasi dimostrare). Qualcuno lo ha già fatto, immaginando che l’Italia sia piena di fessi che nemmeno se ne accorgeranno. Volete dargli ragione? Bene: un banchetto ed una penna vi aspettano.

In guerra per curare i poveri

E’ stato un incontro fortemente voluto, ed anche partecipato, quello di giovedì 4 settembre scorso alla sede diocesana della Caritas: la sala Dassie non è proprio riuscita a contenere le persone accorse ad ascoltare Mauro Dalla Torre, chirurgo opitergino che da dieci anni lavora con la Croce Rossa Internazionale in zone di guerra. “Faccio sempre fatica a parlare di guerra – così ha esordito – perché io sono un professionista della guerra ed essa fa parte della mia quotidianità”. Sebbene il tema della serata fosse la situazione a Gaza, Dalla Torre è partito da lontano: attualmente infatti nel mondo sono in corso circa venticinque conflitti, ma i media si occupano solo di quelli più “interessanti”, dimenticando per esempio le guerre africane, le più povere da un punto di vista tecnologico. Alla guerra dipinta dalla televisione, fatta di aerei, navi ed elicotteri, Dalla Torre ne ha contrapposta un’altra: quella dei bambini soldato; delle mine studiate per attirare i più piccoli, e mutilare piuttosto che uccidere; dei disabili, degli anziani, della malnutrizione. Insomma la guerra della povera gente, quella a cui la guerra presenta il conto più salato. Basta un dato: in un conflitto medio il 90% dei feriti sono civili e il 10% soldati, un secolo fa era il contrario.

Le motivazioni che stanno dietro ai conflitti sono quasi sempre economiche: nel martoriato Darfur, per esempio, si trova il lago di acqua dolce sotterraneo più grande del mondo. Il conflitto israelo-palestinese, “forse l’unica guerra sociale e politica al mondo”, è la maggiore eccezione a questa regola. “La striscia di Gaza è la più grande prigione del mondo” ha affermato Dalla Torre: navi da guerra ne pattugliano costantemente le coste, impedendo ai pescatori di spingersi a più di tre miglia da esse; chi invece entra nella “terra di nessuno” a meno di un km e mezzo dai confini terrestri, segnati dal famigerato muro di separazione, rischia di essere colpito dai cecchini dopo uno sparo di avvertimento. Tutto è monitorato da droni, i famosi aerei senza pilota muniti di telecamere o piccoli missili che sono manovrati a distanza da giovani militari seduti al computer. Un sistema antimissile difende il territorio israeliano dai rudimentali razzi di Hamas, la fazione opposta, che si adatta alla situazione nascondendo le armi nei sotterranei degli edifici.

La guerra a Gaza, quindi, è un gigantesco business per l’industria bellica. E a volte purtroppo anche la solidarietà rischia di diventarlo, in certe situazioni. Quella israelo-palestinese è dunque una situazione estremamente complicata, dove l’odio nei confronti dell’altro imperversa, e sebbene ci siano dei timidi segnali di cambiamento “questa generazione”, secondo Dalla Torre, “non vedrà una Palestina indipendente”.

Soluzioni non ha potuto proporne, anche perché la politica di neutralità dell’organizzazione in cui lavora gli impedisce di prendere le parti dell’uno o dell’altro. Lui, in fondo è “solo” un chirurgo che ha lasciato il suo paese per fare “l’unica cosa che sa fare”, spinto da motivazioni esclusivamente umanitarie, non essendo credente, proprio come il suo maestro Gino Strada. Perché l’ha fatto? “Perché in Italia da vent’anni a questa parte è venuto a mancare il rapporto fiduciario tra paziente e medico” e basta un errore in sala operatoria per prendersi una denuncia e finire in carcere, per cui “preferisco starmene sotto le bombe”. Una risposta spiazzante che ha chiuso una serata spiazzante.

Il giorno successivo Dalla Torre è partito per Nairobi, Kenya, sua attuale residenza: un ospedale a Gaza già lo aspetta.

L’Azione, domenica 14 settembre 2014

Alle falde del Kilimangiaro

Ah, forse vi può interessare il fatto che sono appena tornato dal Burundi. Sto scrivendo parecchio su questa esperienza e sistemando vari album fotografici. Prima o poi scriverò qualcosa pure qui, nel frattempo Twitter può aiutarci a capire la percezione che l’italiano medio ha di questo paese:

Dulcis in fundo, una chicca: