In guerra per curare i poveri

E’ stato un incontro fortemente voluto, ed anche partecipato, quello di giovedì 4 settembre scorso alla sede diocesana della Caritas: la sala Dassie non è proprio riuscita a contenere le persone accorse ad ascoltare Mauro Dalla Torre, chirurgo opitergino che da dieci anni lavora con la Croce Rossa Internazionale in zone di guerra. “Faccio sempre fatica a parlare di guerra – così ha esordito – perché io sono un professionista della guerra ed essa fa parte della mia quotidianità”. Sebbene il tema della serata fosse la situazione a Gaza, Dalla Torre è partito da lontano: attualmente infatti nel mondo sono in corso circa venticinque conflitti, ma i media si occupano solo di quelli più “interessanti”, dimenticando per esempio le guerre africane, le più povere da un punto di vista tecnologico. Alla guerra dipinta dalla televisione, fatta di aerei, navi ed elicotteri, Dalla Torre ne ha contrapposta un’altra: quella dei bambini soldato; delle mine studiate per attirare i più piccoli, e mutilare piuttosto che uccidere; dei disabili, degli anziani, della malnutrizione. Insomma la guerra della povera gente, quella a cui la guerra presenta il conto più salato. Basta un dato: in un conflitto medio il 90% dei feriti sono civili e il 10% soldati, un secolo fa era il contrario.

Le motivazioni che stanno dietro ai conflitti sono quasi sempre economiche: nel martoriato Darfur, per esempio, si trova il lago di acqua dolce sotterraneo più grande del mondo. Il conflitto israelo-palestinese, “forse l’unica guerra sociale e politica al mondo”, è la maggiore eccezione a questa regola. “La striscia di Gaza è la più grande prigione del mondo” ha affermato Dalla Torre: navi da guerra ne pattugliano costantemente le coste, impedendo ai pescatori di spingersi a più di tre miglia da esse; chi invece entra nella “terra di nessuno” a meno di un km e mezzo dai confini terrestri, segnati dal famigerato muro di separazione, rischia di essere colpito dai cecchini dopo uno sparo di avvertimento. Tutto è monitorato da droni, i famosi aerei senza pilota muniti di telecamere o piccoli missili che sono manovrati a distanza da giovani militari seduti al computer. Un sistema antimissile difende il territorio israeliano dai rudimentali razzi di Hamas, la fazione opposta, che si adatta alla situazione nascondendo le armi nei sotterranei degli edifici.

La guerra a Gaza, quindi, è un gigantesco business per l’industria bellica. E a volte purtroppo anche la solidarietà rischia di diventarlo, in certe situazioni. Quella israelo-palestinese è dunque una situazione estremamente complicata, dove l’odio nei confronti dell’altro imperversa, e sebbene ci siano dei timidi segnali di cambiamento “questa generazione”, secondo Dalla Torre, “non vedrà una Palestina indipendente”.

Soluzioni non ha potuto proporne, anche perché la politica di neutralità dell’organizzazione in cui lavora gli impedisce di prendere le parti dell’uno o dell’altro. Lui, in fondo è “solo” un chirurgo che ha lasciato il suo paese per fare “l’unica cosa che sa fare”, spinto da motivazioni esclusivamente umanitarie, non essendo credente, proprio come il suo maestro Gino Strada. Perché l’ha fatto? “Perché in Italia da vent’anni a questa parte è venuto a mancare il rapporto fiduciario tra paziente e medico” e basta un errore in sala operatoria per prendersi una denuncia e finire in carcere, per cui “preferisco starmene sotto le bombe”. Una risposta spiazzante che ha chiuso una serata spiazzante.

Il giorno successivo Dalla Torre è partito per Nairobi, Kenya, sua attuale residenza: un ospedale a Gaza già lo aspetta.

L’Azione, domenica 14 settembre 2014

Suore uccise in Burundi: dov’è il terzo mondo?

La notizia della morte delle tre suore in Burundi non poteva non colpirmi, visto che pur non avendole incontrate di persona, ho visto il quartiere dove operavano e ho mangiato e dormito in una casa della loro congregazione, tra fine luglio e inizio agosto di quest’anno. Gli ultimi giorni di permanenza è stato come se le tre suore ci avessero guardati, dalla foto in cui erano impresse sul calendario dei Saveriani che era appeso in cucina.
Mi ha colpito però anche la differenza tra come è stata riportata la notizia da Iwacu Voix du Burundi, giornale che proprio un missionario Saveriano definì in nostra presenza “l’unico quotidiano intelligente del paese” e i media italiani. Questi ultimi ovviamente hanno messo in bella evidenza i dettagli macabri su come le tre sarebbero state uccise (modalità peraltro smentite in serata dai Saveriani stessi) seguendo una linea editoriale che riscontriamo spesso e (non) volentieri.
Ma ciò che mi spaventa di più sono i commenti che ho letto nel sito internet di uno di questi quotidiani: un’accozzaglia informe di qualunquismo, anticattolicesimo, populismo, islamofobia, misoginia, razzismo. E non sto parlando di un giornale di nostalgici del Ku Klux Klan: sto parlando del quotidiano che si bea del fatto di non avere ne’ padrone ne’ finanziamenti pubblici.
Detto questo mi chiedo: è lo stare dietro una tastiera che rende le persone così brutte, o devo preoccuparmi perché potrei incrociarne qualcuna ogni volta che esco di casa?
E poi mi chiedo: ma siamo proprio sicuri che il terzo mondo sia lì e non qui?