LegalAid, consigli legali gratuiti

Francesco Altinier è uno studente di Fontanelle (Treviso), al quinto anno di Giurisprudenza, che per essersi inventato un’attività legata al suo corso di studi ha attirato l’attenzione perfino di Barbara Ganz, giornalista del Sole 24 Ore.
Di che si tratta? Ce lo spiega lui: «Mi sono inventato un modo per dare una risposta a delle esigenze: un’esigenza mia innanzitutto, ma anche di tante persone che incontro».
Così è bastato trovare un nome che richiamasse l’assistenza legale americana, e un logo adatto, ed è nato LegalAid.
«Avvertivo l’esigenza di integrare il mio corso di studi con delle attività pratiche, visto che non ne prevede  – racconta Francesco. – Arriviamo a prendere in mano un atto solo dopo la laurea, al momento del praticantato: per cinque anni si fa studio teorico e astratto, e non si sa com’è fatto un atto o un contratto».
In cosa consiste la tua proposta?
«Ci sono una serie di esigenze che chiunque può avere, le famose “pratiche burocratiche da sbrigare”, che a volte non sono affatto semplici da risolvere. Una famiglia o una piccola impresa potrebbe non avere il tempo e le competenze per farlo, così io pongo gli strumenti che ho acquisito in questi cinque anni e dico: presentami la problematica; io la studio, e vedo se c’è la possibilità di agire per via extragiudiziale. Se c’è, te lo consiglio, te lo predispongo, altrimenti ti consiglio di andare da un professionista. Questo mi porta a toccare materialmente con mano problemi pratici, e di sgravare chi si rivolge a me di preoccupazioni».
Ma Legal Aid è… legale?
«Sì, perché io do una consulenza gratuita da studente. Il mio è il parere di una persona che non ha ancora un titolo, che può essere preso in considerazione come no. Non posso sostituire un avvocato, ma per esempio posso scrivere correttamente una lettera o una raccomandata alla ditta che ti fornisce il servizio telefonico, conoscendo le clausole del contratto. Una diffida, o una costituzione in mora di un fornitore, la può fare anche un imprenditore, ma magari non lo sa o non sa come scriverla. Allora viene da me. Un problema può toccare più aspetti: civile, amministrativo, legale. Sai gestirli? Quali sono le tempistiche? A chi ti rivolgi? Io posso dare queste risposte».
Il tuo “guadagno”, quindi, è in esperienza.
«In esperienza è in relazioni: un avvocato vive di relazioni, e chi più ne ha meglio resta sul mercato».
Come ti è venuta questa idea?
«Un’amica si è rivolta a me perché la madre aveva preso una multa per divieto di sosta a Milano, pur essendo quel giorno al lavoro a Conegliano. Avrebbe dovuto ricorrere al giudice di pace a Milano, pagare un avvocato che lo facesse al suo posto o pagare la multa. Io le ho proposto una strada non sicura ma economica: inviare una raccomandata richiedendo un annullamento in autotutela, allegando un certificato del datore di lavoro. Ho scritto la lettera utilizzando riferimenti normativi precisi e allegando la normativa, sapendo che avrebbe anche potuto essere cestinata. Invece i vigili hanno ammesso l’errore e annullato la contravvenzione».
Come sei finito nel blog del Sole 24 Ore?
A Oderzo tempo fa l’Azione Cattolica organizzò la presentazione di “Io non voglio fallire”, il libro di una imprenditrice, Serenella Antoniazzi. Allora le dissi che se l’avessi conosciuta prima le avrei potuto dare dei consigli per risolvere i suoi problemi. Mi ha ascoltato, mi ha dato fiducia, ed è stata lei a mettermi in contatto con Barbara Ganz. A dimostrazione che le relazioni portano a risultati inaspettati».

L’Azione, domenica 9 aprile 2017

L’Atlante dei Classici Padani a Motta di Livenza

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Recentemente Alberto Angela ha deliziato il suo pubblico del sabato sera su Rai Tre con due puntate sul Veneto, mostrando bellezze spesso poco conosciute anche da noi che ci abitiamo: purtroppo ci è molto più familiare un altro tipo di paesaggio nostrano, ovvero quello delle zone industriali, degli outlet, delle rotatorie. Il prezzo salato che la nostra regione ha pagato al progresso è una distesa di asfalto e cemento cresciuta senza ordine e oltretutto senza gusto estetico.
Se nel medioevo gli artisti e i letterati crearono l’Italia attraverso la cultura, negli ultimi trent’anni invece politici e imprenditori settentrionali attraverso l’edilizia hanno creato una nuova entità territoriale: è questa la cosiddetta “macroregione” trattata dall’Atlante dei Classici Padani, volume fotografico che verrà presentato giovedì 10 novembre alle ore 20.45 a Motta di Livenza, presso la Fondazione Giacomini. Il libro è frutto di un progetto di due bresciani, l’artista Filippo Minelli e il giornalista Emanuele Galesi, i quali partendo da una pagina Facebook chiamata “Padania Classics” hanno innescato un dibattito, serio ma con un pizzico di ironia, sull’idea di sviluppo che ha caratterizzato dagli anni ’70 in poi almeno tre regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Veneto).
Capannoni, parcheggi, cartelloni pubblicitari, condomini, chiese post conciliari, palme da giardino, villette a schiera: attraverso un uso della fotografia inconsueto, perché cerca il banale e lo sciatto, questo “Atlante” vuole mostrare quanto la corsa alla cementificazione abbia finito per influenzare la vita, a volte perfino nella sfera religiosa, di chiunque viva nell’area compresa tra Torino e Trieste.
La serata, che sarà moderata dal nostro collaboratore e critico d’arte mottense Carlo Sala, che è pure autore della prefazione del libro, è organizzata dall’Associazione Fucina n. 4 nell’ambito del 150° anniversario dell’annessione del Veneto all’Italia.

L’Azione, domenica 6 novembre 2016

Profughi a Oderzo: la proposta di Calò

Foto di Martina Tommasi
Foto di Martina Tommasi


“Se a dicembre mi avessero ascoltato, oggi non avreste i migranti in caserma”. Questa è stata l’amara considerazione di Antonio Silvio Calò, tornato a Oderzo in occasione dell’apertura del Festival del Bene Comune il 20 giugno scorso, a sei mesi di distanza dalla prima volta. Calò e la sua famiglia, residenti a Camalò di Povegliano, dal giugno 2015 ospitano nella propria abitazione sei rifugiati africani per motivi di fede e di umanità. Partendo da questa esperienza, con il tempo ha elaborato un grande progetto di gestione dell’emergenza migratoria che, se attuato, eviterebbe l’insorgere di ghetti come quello opitergino e gli altri sparsi per l’Europa. Un progetto dove esperienze di accoglienza familiare come la sua sarebbero l’eccezione: sarebbe infatti impensabile affidare la gestione di un problema così complesso al volontariato e al buon cuore delle persone. Piuttosto, sostiene Calò, bisogna usare i fondi stanziati dall’Unione Europea e dallo stato italiano (si tratta dei “bandi Sprar”, ovvero i famosi “30 euro al giorno per immigrato”) per dare uno stipendio a giovani laureati disoccupati (educatori, mediatori culturali, psicologi ecc…) che seguano, in due o in tre, gruppi di sei migranti stanziati uno per comune, con la supervisione della Prefettura e l’appoggio di una cooperativa o di un’amministrazione comunale.
Perché proprio sei? Perché, conti alla mano, è il numero di persone ideale per ammortizzare le spese (per il cibo, i vestiti eccetera, soldi che finirebbero in tasca ai negozi del luogo oltretutto) e garantire uno stipendio dignitoso agli operatori. Operatori che avrebbero il compito di seguire a turno il proprio gruppo 24 ore al giorno perché, dice Calò “Non è possibile che persone provenienti da quel mondo possano imparare in poco tempo quel che noi abbiamo imparato in anni”.
I migranti a loro volta avrebbero una settimana pianificata (quindi niente giornate passate a oziare) con l’obbligo di studiare l’italiano e, gradualmente, di imparare un mestiere in modo da essere pronti ad entrare nel mercato del lavoro in caso di necessità: ora come ora infatti il loro destino è trovarsi in mezzo una strada, in balia della criminalità, sia se gli viene accolta la richiesta di asilo sia se gli viene respinta, perché non ci sono fondi per rimpatriarli. Al termine di questo percorso di due anni (che Calò definisce “una sana progettazione della propria vita”) il migrante se ne andrebbe per la sua strada con gli strumenti per sopravvivere; il suo posto nel progetto verrebbe preso da un nuovo arrivato e, una volta che il ciclo entrasse in pieno regime, le caserme-ghetto si svuoterebbero perché rese inutili da questa accoglienza diffusa.
Con questo progetto, Calò quindi vorrebbe “trasformare qualcosa di negativo in positivo”: ci sono alternative? No, una volta che si ha raggiunto la consapevolezza del problema. L’idea di fare una scrematura in Africa infatti, vista la situazione disastrata del continente, è impensabile: significherebbe sperperare denaro per anni in un progetto che rischierebbe di essere distrutto in poche ore. L’unica strada percorribile è quella di un progetto a lungo termine, perché “pensare di risolvere il problema in pochi mesi significa avere già fallito”, dice Calò: “Siamo di fronte ad un’emergenza che potrebbe durare trent’anni”. Così come non si può continuare a parlare di principi e di valori (civili e religiosi) e poi disattenderli. In altre parole: “Possiamo far finta di niente, ma la Storia va avanti lo stesso. Meglio quindi entrare nella Storia ed incidere per quanto possibile”.

L’Azione, domenica 24 luglio 2016

Gherardo Colombo a Motta di Livenza

Più di trecento persone hanno assistito, lo scorso mercoledì 17 febbraio presso il liceo scientifico di Motta di Livenza, ad un incontro pubblico con Gherardo Colombo organizzato dall’associazione culturale mottense Fucina n. 4.
Vista l’ora (le 14), l’appuntamento era rivolto soprattutto agli studenti delle superiori: da segnalare, oltre ai tanti mottensi, un nutrito gruppo di studenti provenienti da Vittorio Veneto e Portogruaro, ma anche numerosi giovani e adulti.
“Perché seguire le regole?”: questa è la domanda che dava il titolo all’incontro, Da qui è partito l’intervento dell’ex magistrato del pool di Mani Pulite, pregno di contenuti che spaziavano da ricordi personali a considerazioni sui valori della Costituzione italiana e sull’importanza delle regole nella nostra società. Colombo ha auspicato che in futuro si possa progressivamente abbandonare l’antico modello di società verticale, basato sulla gerarchia e generatore di disuguaglianze, ingiustizie e malvivenza, in favore di una “società orizzontale” che metta al centro la persona e i suoi diritti fondamentali: l’istruzione, la salute, la libertà di fede e di opinione. Soprattutto la libertà: una libertà che però mette costantemente il cittadino di fronte al dover scegliere come comportarsi. E che implica il dovere di mettersi in gioco in prima persona per salvaguardarla, anche con l’impegno civile e politico.
Gli organizzatori durante l’incontro hanno dichiarato la loro volontà di dare un seguito a questa iniziativa, auspicando che da essa possa nascere un gruppo di giovani che, con il loro appoggio, possa lavorare sui temi della legalità e magari costituire in futuro un presidio di “Libera contro le mafie” opitergino-mottense. A questo proposito è intervenuto anche Andrea Dapporto, responsabile trevigiano dell’associazione fondata da don Luigi Ciotti.
I ragazzi di Fucina n. 4 hanno quindi già messo in cantiere due appuntamenti: la proiezione del film “Lea” di Marco Tullio Giordana giovedì 3 marzo in biblioteca a Motta, e la lettura dell’elenco delle vittime innocenti di mafia in Piazza Grande a Oderzo il 21 marzo alle 18, nella giornata nazionale a loro dedicata.

L’Azione, domenica 28 febbraio 2016

B.L., da quattro anni in viaggio

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Oggi su L’Azione la storia della vita di uno dei profughi che accogliamo a Piavon

Pubblicato da Caritas Vittorio Veneto su Giovedì 18 febbraio 2016

La Curia diocesana [di Vittorio Veneto] è uno dei pochi soggetti che nella nostra zona ha risposto all’appello del Prefetto a mettere a disposizione degli alloggi per fronteggiare l’emergenza migratoria che in questi mesi sta interessando Europa e bacino del Mediterraneo.
Per questo motivo, grazie alla collaborazione tra Caritas diocesana e Prefettura, da lunedì 1° febbraio dodici ragazzi africani alloggiano in due appartamenti di proprietà dell’Istituto di Sostentamento del Clero a Piavon.
I dodici provengono dalla Guinea Conakry, una nazione che molti di noi, pur essendo andati a scuola, faticherebbero a trovare sulla cartina. Lì invece l’istruzione è un lusso per pochi, così come il lavoro e la salute. Cambiare le cose nella situazione attuale è improponibile, per cui andarsene diventa inevitabile per un giovane intraprendente, sempre che possieda una somma sufficiente per poterselo permettere.
Le storie di questi dodici ragazzi di Piavon sono tutto sommato simili: noi vi raccontiamo quella di B. L., un giovane come tanti.
Non avere accesso all’istruzione e ai media porta anche a credere a chi ti promette di portarti, e per giunta via terra, a lavorare in una ricca nazione chiamata Spagna. Nel 2012 B. L. ha ventidue anni quando lascia il suo villaggio con un cellulare e un po’ di soldi in tasca per intraprendere un viaggio verso il nord del mondo. Dopo un mese, e dopo aver attraversato il deserto del Sahara, arriva in Libia.
Muammar Gheddafi, nonostante i suoi metodi dittatoriali, reclamava il rispetto per tutti gli africani, da grande sostenitore dell’Unione Africana qual era: ma quando B. L. arriva, Gheddafi è morto, il paese è nel caos e gli immigrati neri vengono guardati con diffidenza dagli arabi. Ben presto così B. L. si ritrova in prigione, dove rimane due anni, fin quando i carcerieri, più che altro per pietà, lo liberano.
B. L. lavora per un anno in loco come idraulico ma la situazione del paese peggiora ulteriormente: per un nero l’alternativa è farsi ammazzare per strada o cedere alle lusinghe e ai soldi dei terroristi di Boko Haram, per ritrovarsi a fare il kamikaze. Quindi contatta degli scafisti del luogo che gli propongono di portarlo in Europa in nave pagando circa 500 euro.
Da lì in poi è una strada senza ritorno: alla partenza, quando i migranti capiscono che non esiste nessuna nave, e che il mezzo di trasporto per l’intera traversata sarà un semplice gommone, chi si rifiuta di salire viene preso a bastonate dagli scafisti e caricato a forza. Gli stessi sequestrano il denaro rimasto nelle tasche dei passeggeri lasciandogli solo il telefonino, e distruggendogli i documenti per evitare il rischio che qualcuno possa risalire a loro.
La pericolosa traversata del Mediterraneo termina a Lampedusa. Dalla Sicilia, il ragazzo e gli altri suoi conterranei sono stati trasferiti nella casa di Piavon, l’ultima tappa finora di quasi quattro anni di calvario.
Una storia come questa dovrebbe far capire come di fronte ad un problema di tali dimensioni non esistono soluzioni semplici e veloci. E che non è opportuno fare distinzioni tra profughi di guerra e migranti economici, magari per accogliere i primi e respingere i secondi. E, infine, che aiutare questa gente a casa loro come chiedono in tanti potrebbe essere una buona idea solo se fosse praticabile: non lo è di certo né in Libia né Siria, ma non lo è nemmeno in gran parte del continente africano, dove la corruzione delle classi dirigenti e i conflitti di natura etnica o religiosa il più delle volte sono alimentati dagli interessi di noi occidentali. Non dimentichiamolo.

LA SITUAZIONE A PIAVON
Nei due appartamenti di Piavon sono attualmente alloggiati dodici ospiti, di età compresa tra i 35 e i 17 anni: questi ultimi probabilmente ne hanno qualcuno in più, essendo stati registrati tardivamente all’anagrafe dalle famiglie, impossibilitate a pagare le tasse per i figli.
Hanno l’obbligo del coprifuoco dalle ore 20 alle 8 del mattino, orari in cui le forze dell’ordine passano per l’appello. Dal 22 febbraio dovranno frequentare dei corsi scolastici presso le scuole medie di Oderzo in base alla loro istruzione. Per il resto sono tenuti al rispetto reciproco, a tenere gli appartamenti puliti e in ordine, a mantenere un profilo basso e a comportarsi bene: sono infatti al corrente che chi non rispetta le regole perde automaticamente i diritti di rifugiato, oltre a danneggiare l’intero gruppo. Presto potranno, su autorizzazione della Prefettura, fare volontariato in base alle richieste che perverranno dal territorio. Parlano francese e sono seguiti da una mediatrice culturale insieme ad altre figure professionali.
La Caritas ha precedentemente incontrato il consiglio pastorale della parrocchia ottenendone la disponibilità all’accoglienza.

L’Azione, domenica 21 febbraio 2016

“Una terra antica” di Ulderico Bernardi

Oderzo, giardini pubblici

Oderzo è uno dei centri abitati più antichi del Triveneto. Tremila anni di storia, di una città e del suo territorio circostante, che ancora non sono stati pienamente scandagliati con criteri storiografici moderni, nell’ottica di un’operazione che, viste le premesse, necessiterebbe di ricerche archivistiche e archeologiche lunghe e difficoltose. In passato ci hanno provato, con lavori sempre più datati dal punto di vista cronologico e metodologico, i vari Albrizzi, Mantovani, Rocco, Bellis ed altri. E ci avrebbe provato, se la guerra non avesse posto violentemente fine alla sua vita, anche Arrigo Bernardi, segretario comunale, giornalista, figura di spicco negli ambienti culturali opitergini degli anni del fascismo.
A settant’anni di distanza dalla sua morte, il figlio Ulderico Bernardi si è preso la soddisfazione di realizzare il sogno del padre pubblicando Una terra antica, ultima voce di una bibliografia lunga ormai quarant’anni.
Uscita per i tipi della Editrice Santi Quaranta di Treviso, l’opera ha l’obbiettivo di raccontare la storia di Oderzo e del suo territorio dall’età paleoveneta ai giorni nostri; Bernardi lo fa tramite le vicende di alcuni illustri personaggi che in questa terra sono nati o ci hanno vissuto, e, nei primi capitoli, raccontando aneddoti e curiosità che hanno contraddistinto i secoli passati. Episodi che ci sono stati tramandati da storici moderni come quelli citati nelle righe precedenti ma la cui piena veridicità, in qualche caso, viene però messa in dubbio da alcuni studiosi contemporanei.
La parte più significativa ed interessante del libro corrisponde agli ultimi tre capitoli (su sei totali): qui l’autore entra nel campo a lui più congeniale, ovvero la sociologia e la storia contemporanea, raccontandoci il fenomeno dell’emigrazione veneta e in particolare tre figure ancora poco note che, partite da questa terra, hanno fatto fortuna oltreoceano nel campo dell’industria alimentare: Geremia Lunardelli di Mansuè, Amedeo Obici di Oderzo e Giovanni Giol, friulano di nascita ma sanpolese di adozione. Col proseguo delle pagine, Bernardi si tuffa in pieno nel Novecento alternando i panni dello storico a quelli del narratore, fondendo la storia della città con quella della propria famiglia per gettare luce sulla morte del padre Arrigo il quale, fonti storiche e orali concordano, non partecipò mai ad azioni violente o compiuto soprusi, ma questo non lo salvò dall’essere rapito e giustiziato nelle campagne di Fagarè, insieme a due amici, da un gruppo di violenti vicini ai movimenti partigiani.
Nelle ultime pagine del libro Bernardi prosegue oltre presentando un’analisi del cambiamento epocale che, nel bene e nel male, ha interessato l’opitergino-mottense così come l’intera regione nel dopoguerra, e in particolare il rapido passaggio dal paesaggio agreste all’attuale continuum spaziale di case, campi e stabilimenti industriali cresciuti disordinatamente tra case e paesi. Tra gli artefici di questo cambiamento l’autore non può non citare il “metalmezzadro”, vocabolo da lui stesso coniato per identificare i contadini che negli anni del boom economico arrotondavano con il turno di notte in fabbrica.
Ad arricchire ulteriormente il libro ci pensano le varie divagazioni sulla lingua, la cultura e le tradizioni locali che spuntano tra le pagine.
Concludendo, Una terra antica più che “la” storia di Oderzo è “una” storia di Oderzo, una storia attinente alla vicenda pubblica e privata dell’autore perché figlia da una parte dell’illustre curriculum dello stesso, e dall’altra di un drammatico avvenimento familiare. Di sicuro è un tassello significativo per la storia di questa città che speriamo possa avere nel prossimo futuro nuovi e interessanti contributi.

L’Azione, domenica 22 febbraio 2015

Il gospel che contagia

Manuel Ziroldo, 36 anni, proviene da una famiglia opitergina che vanta numerosi musicisti, anche di professione: oggi vive a Fossalta Maggiore ed è il fondatore e direttore del coro Seventh Note Gospel Lab. Lo abbiamo intervistato a proposito dell’attività di questo coro e del genere che suonano: il Gospel, termine che in Italiano diventa buona novella, una forma di preghiera vera e propria.

Com’è nato questo progetto?

«Quindici anni fa cantavo nel coro di Cavalier e Fossalta. Un giorno la sua storia è finita, ma la passione per il canto è rimasta per cui ho voluto partire con qualcosa di nuovo. La differenza è che il nuovo progetto non era parrocchiale, ma solo un gruppo di appassionati di canto. Siamo nati nel 2005, la nostra prima sede era a Ponte della Muda; dopo due anni di prove abbiamo iniziato ad esibirci».

Ora invece provate a Roverbasso. Perché proprio qui?

«Sono cose che succedono per caso. Bisognava mettere d’accordo gente proveniente da Pieve di Soligo, Crevada, Sacile, Pordenone, Gaiarine, Cessalto, Oderzo, Fossalta Maggiore, Spresiano, Fontanelle, Udine, Preganziol, eccetera… Conoscevamo il parroco don Michele Maiolo, e per sua gentile concessione proviamo nella sala della parrocchia. E sempre per caso il nostro batterista abita a duecento metri di distanza…»

Come definiresti il vostro genere musicale?

«Si chiama “christian contemporary”, ed è una cosa diversa da quella che noi italiani intendiamo solitamente come gospel. Suoniamo brani di artisti che negli Stati Uniti hanno un seguito tale che potremo paragonarli ad una Laura Pausini da noi. Un seguito di pubblico, più che di fedeli. Non è il gospel che vediamo nelle chiese dei film americani, quello più che altro è Spiritual. Noi italiani la consideriamo una proposta da palcoscenico, più che da chiesa; gli americani no. E’ questione di punti di vista: noi cattolici tendiamo a considerare “spettacolarizzazione” alcuni aspetti della religiosità nordamericana, ma succede anche il contrario».

Questo da cosa dipende?

«Sono modi di pregare che appartengono a culture diverse. Poi la maggioranza del nostro pubblico, non avendo padronanza con l’inglese, percepisce la nostra musica più dal punto di vista sonoro che lessicale».

Non è limitante per voi non cantare in chiesa?

«Certamente cantare in chiesa è un’altra cosa, ma da piccolo ho fatto tanti campiscuola, e le messe che ricordo con più affetto le ho fatte in mezzo al bosco. Vogliamo far passare l’idea che Dio può esserci anche in un concerto; lanciamo un messaggio che ha una forte componente religiosa: certi nostri canti finiscono con “così sia”, cioè “amen”. Ma non siamo dei predicatori: ad ascoltarci vengono anche dei non credenti, che non si convertiranno certo grazie a noi ma perlomeno ai nostri concerti Dio gli passerà vicino per un attimo».

Oggi il Seventh Note Gospel Lab è composto da venti coristi e cinque musicisti; certi vi militano fin dalla sua origine, altri sono entrati o usciti strada facendo; alcuni vantano esperienze passate di coristi per personaggi del calibro di Celentano, Mario Biondi, Stevie Wonder. Dal 2012 il coro canta spesso con Will Weldon Robertson, musicista americano trapiantato in Italia che vanta collaborazioni con Mariah Carey e Paolo Conte.

Attualmente nel coro, che ha accumulato numerose date tra Veneto e Friuli, si entra solo dopo aver superato un provino. Lo scorso dicembre, in un teatro Cristallo a Oderzo tutto esaurito, ha sperimentato un nuovo spettacolo con l’inserimento delle ballerine della scuola ArteDanza di Fontanelle; l’estate scorsa si è esibito davanti la basilica di Motta di Livenza, a riprova che il gospel non è solo musica natalizia.

L’Azione, domenica 18 maggio 2014