“Nuove” proposte

Ti accorgi che l’Italia è un paese per vecchi anche quando noti che tra le “nuove proposte” del Festival di Sanremo 2014 ci sono:
Diodato (prima incisione in Svezia dodici anni fa);
Zibba (quest’anno compie 36 anni, ha cantato al concerto del Primo Maggio del 2003);
The Niro (classe 1978 pure lui, tre dischi all’attivo, sotto contratto con la Universal da sette anni).
Tre anni fa il vincitore delle nuove proposte fu Raphael Gualazzi, il quale all’epoca poteva già vantare un contratto con la Sugar e concerti all’attivo in Francia, Germania, Stati Uniti, Indonesia.
Per fare un confronto, quando i Beatles si sono sciolti nessuno dei quattro componenti del gruppo aveva ancora compiuto trent’anni…

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Padre Bergoglio: dalla parte dei perseguitati

E’ appena uscito, ma si sa già che tra due anni diventerà un film, con la regia di Liliana Cavani: tra le tante pubblicazioni su papa Francesco uscite in libreria da marzo ad oggi, La lista di Bergoglio si distingue perché prende in analisi l’attività del futuro papa Francesco durante la dittatura militare in Argentina. Quando essa iniziò, nel 1976, padre Jorge Mario Bergoglio aveva trentanove anni e ricopriva il ruolo di superiore dei gesuiti argentini. Il titolo del libro rimanda a Schlinder’s List di Steven Spielberg: se in quel film si raccontava di ebrei salvati da un imprenditore tedesco, in questo si racconta di dissidenti argentini che il giovane padre Jorge volle a tutti i costi proteggere, nascondendoli nel proprio collegio o favorendone l’espatrio. Tutto questo nel silenzio e con discrezione, poiché non doveva guardarsi solo dai militari, ma anche da certi esponenti del clero che fecero finta di non vedere i crimini della dittatura o, peggio, si macchiarono di collaborazionismo.
La “lista di Bergoglio”, probabilmente assai più lunga di quanto si intuisca leggendo, è composta da seminaristi, sacerdoti, catechisti, o persone impegnate nel sindacato, la politica, la cultura, a volte nemmeno credenti, ma che il futuro papa stimava pur magari non condividendone in pieno il modus operandi; essi avevano in comune l’essersi schierati dalla parte dei poveri e degli oppressi, venendo per questo sommariamente etichettati come comunisti o oppositori del regime e quindi personaggi da fermare con ogni mezzo. Dalle loro testimonianze, raccolte con una certa fatica dall’autore, giornalista di Avvenire, si scopre pure che Bergoglio nel 1977 passò alcuni giorni nel pordenonese, a casa di un emigrante italiano rimpatriato dall’Argentina, avvertendo anche una forte scossa di terremoto.
La prefazione del libro è stata affidata a Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace ed antifascista argentino il quale, pur dichiarando che Bergoglio avrebbe potuto esporsi di più, lo scagiona completamente dalle accuse di collaborazionismo a lui mosse già a partire dalla sera dell’elezione. Il libro contiene anche il testo di un rapporto riservato sul papa di Amnesty International, e la trascrizione integrale dell’interrogatorio a cui il cardinale Bergoglio si sottopose nel 2010 durante il processo ai torturatori del regime: rispondendo alle incalzanti domande del giudice, il prelato compie anche una breve ma esauriente analisi dei fenomeni dei “preti delle baraccopoli”, sviluppatisi in Sud America a seguito del Concilio Vaticano II.

Nello Scavo
La lista di Bergoglio. I salvati da Francesco durante la dittatura
EMI
€ 11,90

L’Azione, domenica 26 gennaio 2014

Italia (s)vendesi

Leggo che oggi in Qatar Enrico Letta ha promesso agli sceicchi locali di prendere in considerazione l’idea di realizzare di un museo islamico affacciato sul Canal Grande a Venezia, si presume per spronare i ricconi di casa a stipulare accordi commerciali con le solite imprese italiane.
Immagino che ora i leghisti inizieranno a tirare in ballo la battaglia di Lepanto brandendo la spada di Alberto da Giussano (aggiornamento: l’hanno già fatto). Così il dibattito finirà in vacca, Letta farà la vittima e ne uscirà bene. Anzi, non mi stupirei se si trattasse di una provocazione ad hoc, visto che il vittimismo negli ultimi anni è sempre stato adoperato con successo dalla nostra classe politica.
Venezia cade a pezzi. L’altra sera il TG2 dossier ha mostrato ancora una volta quanto la città abbia bisogno URGENTE di manutenzione ordinaria, e non certo di progetti ad uso e consumo turistico. Perché allora proporre di costruire un museo islamico proprio in laguna? Forse perché Venezia nei secoli scorsi è stata simbolo di cooperazione e commercio pacifico con gli arabi? Giusto, ma lo è stata anche Genova, se è per quello, e pure i Templari. Perché piuttosto non fare un centro di cultura araba a Marsala (marsa-Allah, il porto di Dio), per esempio, visto che a detta di molti storici la Sicilia araba era, all’epoca, tra le zone più culturalmente avanzate e tolleranti d’Europa?
Che domande. Perché Marsala non è stata per secoli il sogno proibito dell’espansionismo turco-ottomano, Venezia sì. La proposta che Letta ha ricevuto in Qatar (mi auguro che non sia stata un’idea italiana), a me suona come un vero e proprio ricatto neo-coloniale: volete i nostri soldi? Bene, in cambio erigete un simbolo della nostra cultura nel cuore della capitale che per secoli abbiamo tentato inutilmente di soggiogare.
Sia chiaro che in questo caso la religione c’entra poco: qui l’unico Dio non è Allah, è il Denaro.
E un’operazione culturale di questo tipo, imposta da un investitore straniero, mentre intorno la città muore, sarebbe l’ennesimo triste simbolo di un paese che si svende al miglior offerente perché non sa guarire dalle proprie miopie.