Io, studente fortunato. Prince, invece, morto

Alberto Rosada è un giovani di Lutrano che presto compirà 21 anni, e che in questi giorni ha raggiunto un’inaspettata visibilità, anche a livello nazionale, a causa di un intervento molto appassionato che ha pronunciato in occasione della cerimonia di apertura dell’anno accademico dell’Università di Padova, tenutasi nella storica aula magna dell’ateneo lo scorso 8 febbraio.

Rosada ha partecipato alla cerimonia in quanto presidente, fresco di elezione, del consiglio degli studenti: un ruolo, quello di rappresentante studentesco, che con tutte le proporzioni del caso aveva già ricoperto tre anni fa al liceo classico “Antonio Scarpa” di Oderzo.

Alberto ha iniziato l’intervento ricordando Prince Jerry Igbinosa, il giovane di 25 anni laureato in Nigeria, emigrato in Italia e morto poco dopo che la sua richiesta di permanenza in Italia era stata respinta. «Lui era nigeriano, io sono italiano, e proprio perché sono italiano a qualcuno sembra che la mia vita valga di più», ha affermato. Negli appena sei minuti del suo discorso, facilmente rintracciabile su internet, Alberto ha toccato temi importanti come il taglio dei finanziamenti all’università, il precariato giovanile e il ruolo dell’ateneo patavino, per poi concludere chiudendo il cerchio nel ricordo di tre studenti provenienti dal Triveneto e morti tragicamente all’estero: Valeria Solesin, Antonio Megalizzi e Giulio Regeni.

Alberto non aveva ovviamente preso in considerazione che le sue parole avrebbero raggiunto una eco simile: «Tante condivisioni sui social network, segnalazioni sui giornali, messaggi privati…» afferma. E quindi pure un’ospitata in diretta a L’aria che tira, martedì 19 febbraio, su La7. Ma non tutti hanno gradito le sue parole: «Un assessore regionale presente in aula non ha apprezzato, e lo ha pure detto ai giornalisti – continua Alberto – ma non ci sono state altre reazioni negative pubbliche e questo mi ha sorpreso. Per il resto ho ricevuto tante attestazioni di solidarietà per questo attacco, e messaggi privati di persone che si sono riconosciute in quello che dicevo. Ma in realtà non mi sembra di aver detto niente di straordinario: ho solo ricordato un ragazzo che aveva quasi la mia età e voglia di studiare. Dovrebbe essere normale sostenere certi valori, ma il fatto che molti siano rimasti colpiti, e che vedano un segno di speranza nelle mie parole, è un sintomo della situazione che stiamo vivendo… Probabilmente nel dibattito pubblico questo tipo di prese di posizione hanno sempre meno forza. E anche il fatto che io sia stato accusato di “fare politica” in università significa che molti ancora confondono l’essere apartitici con l’essere apolitici. E io, visto il mio ruolo di rappresentanza, non posso essere apolitico».

L’Azione, domenica 24 febbraio 2019

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Battisti: ed ora giustizia. Riparativa.

Cesare Battisti: com’era facilmente prevedibile, dopo il suo ritorno in Italia in catene in tanti hanno perso un’occasione per stare zitti, tra chi ancora si ostina a difenderlo, e chi peggio ancora pur ricoprendo un alto ruolo istituzionale usa espressioni tipo “buttare le chiavi” e “marcire in galera”.
Così a me torna in mente quando, quasi sei anni fa, ebbi la possibilità di ascoltare a San Vendemiano la testimonianza di Arrigo Cavallina, fondatore dei Proletari Armati per il Comunismo.
Cavallina è stato il responsabile dell’iniziazione al terrorismo di Battisti, fatto avvenuto in carcere a Udine nel 1977: questo a dimostrazione che a volte la pena carceraria porta a risultati ben diversi da quelle che dovrebbe proporsi, ovvero redimere il condannato e portarlo ad un pieno reinserimento in società una volta scontata la pena (meglio ricordarlo che magari qualcuno in bonafede non se lo ricorda).
Cavallina, che a differenza di Battisti il suo conto con la giustizia l’ha abbondantemente pagato, da anni cerca di diffondere la cosiddetta “giustizia riparativa”, anche attraverso un bel libro autobiografico, La piccola tenda d’azzurro, che vi consiglio di leggere se volete capire cos’era (e cos’è) il carcere in Italia: un metodo che Cavallina applicherebbe volentieri anche all’ex compagno di carcere, cosa che ovviamente non avverrà.
Chissà se in questi giorni c’è qualche giornalista di testate nazionali a cui è venuto in mente di chiedergli un’opinione sui fatti degli ultimi giorni: farebbe un gran servizio all’intelligenza e alla decenza, in mezzo a tante parole inutili e divise indossate a casaccio.

Serge Latouche a Sernaglia della Battaglia

C’era veramente, ed è proprio il caso di dirlo, il pubblico delle grandi occasioni lo scorso giovedì 8 novembre nella sala convegni comunale di Sernaglia della Battaglia: per il filosofo francese Serge Latouche l’affluenza è stata ben superiore ai duecento posti della capienza della sala, al punto che gli ultimi arrivati hanno dovuto accontentarsi della diretta televisiva all’esterno dell’edificio.
La serata è stata organizzata dall’amministrazione comunale e da La Chiave di Sophia, quadrimestrale di filosofia di Santa Lucia di Piave.
Il relatore, curiosamente, ha iniziato prendendo le distanze dalla definizione di “filosofo della decrescita felice”, che gli viene attribuita solo in Italia, vista l’ambiguità del termine. Il concetto di “felicità” infatti si diffonde in occidente solo nell’epoca dei Lumi: se prima, in una società fortemente cristianizzata, si parlava di “beatitudine”, quest’ultima gradualmente ha ceduto il passo appunto al concetto di “felicità”, concetto figlio di una società laica, borghese e fortemente individualista. In cosa consistesse la felicità l’hanno spiegato gli economisti: nel consumare, nell’aumento del Prodotto Interno Lordo. Se quindi la “beatitudine” ambiva ai beni spirituali, la felicità ora ambisce ai beni materiali, e da qui si è innescata una folle corsa alla crescita fine a se stessa basata sulla creazione di bisogni artificiali.
Ciò che però auspica Latouche non è una decrescita felice, con una conseguente diminuzione del PIL, quanto piuttosto l’uscire da questa logica di consumo che permea le nostre vite, ed è per questo che più che di “decrescita” sarebbe più corretto parlare di “acrescita”.
Il filosofo ha quindi voluto ricordare un figlio della nostra terra, quel Pier Paolo Pasolini che già aveva trattato a suo modo questi temi negli anni ’60 e ’70 e che quindi può essere annoverato tra i precursori della decrescita. Fu lui, per esempio, a far notare come il consumo si basi sull’infelicità e che la pubblicità a questo proposito serva a generare un senso di insoddisfazione in chi la fruisce. Ma questa “società della scarsità”, come l’ha definita, produce “lo spettacolo dell’abbondanza” negli scaffali dei supermercati e questa, a sua volta, produce sprechi e rifiuti.
Ma come si può uscire da tutto questo? Innanzitutto “ponendo un limite ai nostri bisogni”, perché in caso contrario non potremmo mai liberarci dal senso di insoddisfazione generato dal consumismo. E poi con un ritorno alla frugalità di un tempo, che non significa attuare una politica di austerità, quanto piuttosto sviluppare una “capacità di autolimitarsi”, soddisfare i propri bisogni senza consumare all’infinito.
A questa scelta etica che incide sul personale, occorre però una seconda scelta che incida a livello globale: una scelta comunicativa. La nostra è l’unica società della storia che si basa su concetti come competitività, razionalità ed efficienza, quando invece le altre cercavano la saggezza. E i saggi di tutte le civiltà hanno sempre sostenuto che il senso della misura è fondamentale per vivere bene. Occorre quindi un “mutamento antropologico” che riporti l’economia all’interno dei limiti posti dalla società e dalla politica. Latouche ha parlato di “buonsenso di un bambino di cinque anni”: parafrasando il grande attore Groucho Marx, ha concluso sostenendo che basterebbe un bambino di cinque anni per far capire ai politici che “una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito”.

L’Azione, domenica 18 novembre 2018

15 settembre 2008: il fallimento che ha cambiato il nostro mondo

Ognuno di noi ricorda bene cosa stava facendo martedì 11 settembre 2001 quando seppe la notizia degli attacchi terroristici a New York.
Nessuno invece ricorda cosa stava facendo lunedì 15 settembre 2008 quando venne a sapere che proprio a New York falliva la Lehman Brothers, società multinazionale di servizi finanziari, dando inizio ad una delle più gravi crisi economiche di sempre.

Eppure quest’ultimo evento ha avuto un impatto sulla nostra storia decisamente maggiore del primo: lo storico americano Adam Tooze ne “Lo schianto”, il suo ultimo saggio pubblicato a fine agosto, collega il crollo della Lehman Brothers a tutti i principali avvenimenti accaduti a livello planetario nell’ultimo decennio, dalla crisi in Ucraina a quella dell’Eurozona, dalle primavere arabe all’emergere di forze politiche populiste in tutto l’occidente.

Nel primo appuntamento di Fucina n.4 della stagione 2018/19 vogliamo chiederci: che impatto ha avuto la crisi finanziaria del 2008 nelle nostre vite? E potrebbe capitarne un’altra?
Ne parleremo con Paolo Piacenza, giornalista e direttore editoriale di Pop Economix, progetto nato a Padova nel 2011 con l’idea di raccontare, attraverso il teatro ed altre forme di divulgazione, proprio la crisi del 2008.

15 SETTEMBRE 2008: IL FALLIMENTO CHE HA CAMBIATO IL NOSTRO MONDO
Giovedì 18 ottobre, ore 20.40
Aula magna dell’ISISS Antonio Scarpa
via I maggio 3, Motta di Livenza (TV)

Così gestiamo i profughi

Il cancello d’ingresso della caserma Zanusso

Ecco l’intervista, concessa in esclusiva a L’Azione, a Gian Lorenzo Marinese, presidente di Nova Facility Srl, l’azienda che ha attualmente in gestione il centro di accoglienza per richiedenti asilo situato presso l’ex caserma Zanusso di Oderzo. Ringrazio Carmela, Sara, Annachiara e Gian Lorenzo per l’aiuto e la disponibilità, e pure la redazione che ha pubblicato quasi integralmente un articolo di dodicimila battute (ovvero l’equivalente di 5-6 articoli normali del settimanale).

Quella tra la città di Oderzo e il centro straordinario di accoglienza per richiedenti asilo ospitato all’ex caserma Zanusso è una convivenza non certo iniziata col piede giusto. A venti mesi dalla sua apertura abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza su come viene attualmente gestita con chi se ne occupa in prima persona: Gian Lorenzo Marinese è presidente di Nova Facility, società di Treviso che oltre a dirigere i centri della caserma Serena di Treviso e l’Hotel Winkler a Vittorio Veneto, da gennaio si occupa anche della Zanusso.
È la prima volta che Marinese sceglie di parlare alla stampa di questo argomento.
Dottor Marinese, potremmo iniziare con qualche numero…
In realtà numeri non ne posso dare perché questi sono appannaggio della Prefettura: è una linea comunicativa del Ministero degli Interni legata a interessi di ordine pubblico, e che ritengo saggia e prudente. Ma i numeri a mio dire non sono il centro dell’argomento: mi interessa di più spiegare cosa significa “accoglienza” dal nostro punto di vista.
Una parte della popolazione non vede bene di buon occhio la caserma…
Io comprendo le preoccupazioni della signora Maria che abita accanto ad una struttura dove da un giorno all’altro arrivano cinquecento persone sconosciute e che non parlano la sua lingua: sarebbero preoccupati anche i genitori di questi ragazzi se noi ci trasferissimo in massa nei loro paesi, perché talvolta si ha paura di ciò che non si conosce. Ma noi viviamo in un territorio di persone estremamente aperte e volenterose di aiutare; non dimentichiamo che la caserma si affaccia su via per Piavon, e che il primo “Giusto per le Nazioni” veneto, Clelia Caligiuri, era di Piavon. Il nostro territorio, in situazioni più difficili di questa, ha saputo accogliere.
La vicinanza che percepisco a Oderzo da parte delle parrocchie, di associazioni che lavorano silenziosamente, di privati che bussano al nostro cancello e chiedono “Per caso c’è un bambino? Abbiamo un gioco da darvi”, a me apre il cuore: questo insegno ai ragazzi della caserma. E ogni giorno gli insegniamo che non deve essere la signora Maria, che non li conosce, a farsi avanti per prima, ma che sono loro, essendo ospiti in questo territorio, che devono fare la prima mossa.
Può capitare che qualche ragazzo girando per la città si senta malvisto. Ma quando viene a dircelo gli rispondiamo: com’eri uscito quella mattina? Per fare un esempio, a ognuno di loro forniamo un kit con dei vestiti e le scarpe: è un decreto ministeriale del 2008 che me lo impone. Spesso ci sono ragazzi che arrivano in centro in pigiama: non l’hanno mai avuto in vita loro e quindi non capiscono la differenza rispetto a un vestito “normale”. Il nostro scopo quindi è risvegliare in ragazzi che provengono da una cultura diversa il desiderio di integrarsi, altrimenti non andranno da nessuna parte: per questo vi è un “design dell’accoglienza”.
Di cosa si tratta?
Noi lavoriamo su programmi annuali, perché quella è la durata minima dei bandi ministeriali. Questo “design” prevede quindici giorni di forte mediazione linguistica e culturale: spieghiamo loro dove si trovano, quali sono i servizi della struttura, le basilari regole del convivere civile secondo le nostre abitudini. Poi ci sono due mesi e mezzo di italiano intensivo: un laureato, specie se francofono, in un mese e mezzo riesce a comprendere perfettamente la lingua; per un afghano, specie se analfabeta, è ovviamente più difficile. Al termine i ragazzi vengono inseriti in una classe in base al loro livello di apprendimento: a Treviso abbiamo svariati livelli. Ci restano dai tre ai sei mesi, a discrezione degli insegnanti, poi vengono iscritti ad un centro di formazione per adulti. Questo alla fine rilascerà un certificato di italiano A2, obbligatorio per l’iscrizione al corso di sicurezza sul lavoro.
In che modo i ragazzi vengono preparati a lavorare?
Abbiamo accordi con vari centri di formazione: a Treviso, per esempio, con scuole professionali e licei, dove abbiamo ragazzi iscritti. Cerchiamo di assecondare chi ha ambizioni di studiare o imparare un mestiere: abbiamo anche un giovane che ha vinto un bootcamp a Ca’ Foscari, per dire… Parliamo di ragazzi di culture e capacità diversissime, dunque non si possono fare programmi generali. Inoltre organizziamo dei corsi interni: alla Zanusso si può diventare pittore, muratore, cartongessista, e incentiviamo moltissimo le arti, con un insegnante di disegno nostro dipendente. Vogliamo insomma che tengano allenata la mente, il fisico, ma anche l’attività ricreativa e intellettuale: a Fratta di Oderzo abbiamo un ragazzo che suona in chiesa e che sta cercando un corso di musica con l’aiuto del parroco, mentre a Treviso realizzato spettacoli teatrali con la compagnia Tremilioni di Conegliano, uno dei quali inserito nel programma di CartaCarbone festival.
Dopo quasi un anno è tempo di bilanci.
La caserma è aperta da aprile 2016. Noi siamo lì dal 20 gennaio 2017 e il 31 dicembre scadrà il nostro affidamento, in base all’appalto pubblico che abbiamo vinto. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto: vada su Google Earth e guardi com’era la caserma prima e com’è ora: sembrava fosse in mezzo alla foresta, mentre oggi è un centro pulito e dignitoso. Inoltre nei cinque mesi prima del nostro arrivo i ragazzi inscenarono proteste un paio di volte; dopo il nostro arrivo, più nulla: questo è un messaggio di tranquillità che voglio lanciare alla popolazione. Non stiamo incentivando alcuna invasione, ma lavoriamo per fare in modo che delle persone, che sarebbero rimaste volentieri a casa loro, si formino, si integrino, capiscano le nostre regole: voglio che si ricordino di noi come le ultime persone che le hanno aiutate, perché poi dovranno iniziare una vita da soli. Ma se non preparano con noi una “valigia” che gli permetta di affrontare questa vita, questa valigia rimarrà vuota.
Antonio Silvio Calò [il cittadino di Povegliano che ospita a casa propria cinque rifugiati, n.d.r.] sostiene che i migranti, una volta ottenuto lo status di rifugiato, vengano abbandonati a se stessi…
Il professor Calò ha perfettamente ragione! Le cosiddette seconda e terza accoglienza oggi sono il punto debole del sistema: una volta ottenuto o meno lo status di rifugiato, che succede? Per questo tra i nostri obbiettivi c’è anche quello di far conoscere questi ragazzi alla popolazione tramite i nostri progetti, fare in modo che possano crearsi delle opportunità per il dopo. Per questo motivo la collaborazione con la società è fondamentale.
A questo proposito, come vi state muovendo?
La caserma Zanusso, proprio come la Serena, ora ha una squadra di calcio iscritta alla lega amatori. La lega di Treviso però, che va elogiata per la grande disponibilità: purtroppo quella di Oderzo non l’ha accettata avendo già un numero di squadre pari in campionato. I ragazzi si allenano d’inverno nel nostro piazzale, mentre nel resto dell’anno al Patronato Turroni; le partite le giocano a Fratta. Per questo, e per altro, va elogiata anche la diocesi di Vittorio Veneto: don Pierpaolo e don Lorenzo sono in continuo contatto con noi, così come padre Massimo del Brandolini, e potrei continuare coi nomi di altri parroci…
«Non dimentichiamo che in questo primo anno di gestione abbiamo anche dovuto sistemare la situazione pregressa – aggiunge Sara Salin, portavoce della cooperativa. – A Treviso ci sono più opportunità perché lì abbiamo due anni di lavoro in più alle spalle. Ma per dire, un progetto sulle ninne nanne del mondo scritte e illustrate sugli autobus di Treviso ha coinvolto una scuola primaria di Vittorio Veneto e proprio la caserma Zanusso, dove c’è un gruppo con una propensione maggiore alla pittura rispetto al capoluogo, dove preferiscono il teatro. Di progetti se ne possono avviare tantissimi: a Treviso i richiedenti asilo fanno servizio di apertura e chiusura in un parco giochi, hanno restaurato una ex scuola, hanno ripulito il Sile; ogni giorno una cinquantina di loro esce dalla caserma e ripulisce le strade. Sono tutti benefici per la comunità, e un modo per questi ragazzi per sentirsi utili e importanti. Dopo tre anni, ora sono le associazioni di volontariato che vengono da noi a chiedere aiuto: la città si è accora di loro».
A Oderzo invece per ora se ne sono accorte più che altro le parrocchie – ammette Marinese – ma a prescindere se ci saremo ancora noi o meno nei prossimi anni se ne accorgeranno anche gli altri. Bisogna avere pazienza, sensibilizzare e non demordere. Non vogliamo accelerare i tempi, ma Oderzo è una città viva e di cultura e siamo sicuri che presto sarà pronta a questi tipi di collaborazione.
In questo momento però il mondo delle cooperative non gode di una buona reputazione…
Operiamo in un settore che purtroppo è rimasto invischiato in Mafia Capitale, mentre qui vicino per esempio c’è stato il caso del CARA di Cona, dove lavora la cooperativa che aveva in gestione la caserma Zanusso l’anno scorso… Come in tutti i settori, anche nel nostro ci sono operatori più sani e meno sani, non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Qualcuno dovrebbe senz’altro cambiare mestiere, anche perché chi non è onesto e professionale danneggia tutti: potete immaginare cosa può uscire da un centro dove i richiedenti asilo rimangono al chiuso, non studiano italiano, non sanno cosa sia un corso professionale. In Italia siamo quattromila soggetti a fare accoglienza: ce ne sono di buoni e di ottimi, e spero siano la maggioranza. A Oderzo i problemi logistici della gestione precedente hanno creato un danno di immagine; gli ospiti hanno protestato, ma non dimentichiamo che se è frequente litigare in un condominio, figuriamoci in una comunità con centinaia di persone di nazionalità diverse.
A proposito di immagine: che ruolo hanno avuto in questo senso i media e internet?
Guardi: dieci mesi fa ho cambiato il cancello di ingresso della caserma, e ancora su internet e sui giornali continua a comparire la stessa foto del vecchio cancello col sindaco davanti. Sul nuovo cancello ho voluto lasciare una feritoia con un vetro: chiunque può guardarci dentro, ma è come se nessuno l’avesse mai fatto. Poi, per partecipare a “Balcone fiorito”, abbiamo ulteriormente abbellito l’entrata, ma sui giornali è finita una foto di un balcone posteriore…
Nel nostro territorio, pur essendoci giornalisti che lavorano bene, nessuno ci ha mai contattato per chiederci qualcosa di specifico sulla Zanusso. Capisco che l’albero che cade faccia più rumore della foresta che cresce, ma a me dispiace che se i nostri ragazzi si prendono a schiaffi finiscono in prima pagina, mentre se vanno a trovare papa Francesco finiscono a pagina 9. E non per un incontro fugace: sono stati fatti accomodare in prima fila, il Santo Padre si è fermato a parlare con loro e ha guardato i regali che gli avevano preparato. Non dico tutto questo per far polemica: voglio che queste mie parole siano di apertura.
A Oderzo, se qualcuno si mette alle sei-sette di mattina davanti al nostro cancello vedrà cento persone uscire con un permesso speciale per andare al lavoro [gli altri possono uscire dalle 8 alle 20, n.d.r.], in aziende del territorio. Molto di più, in percentuale, che a Treviso: vorrei che si sapesse.
Se qualcuno ha bisogno della vostra manodopera, cosa può fare?
I ragazzi sono normalmente iscritti al centro per l’impiego: se qualcuno vuol farli lavorare, lì troverà i curricola dei nostri ragazzi. Per opere di volontariato invece è più complicato, perché occorre presentare un progetto.

L’Azione, domenica 17 dicembre 2017

 

La provenienza dei richiedenti asilo
Le provenienze dei richiedenti asilo ricalcano in percentuale quelle degli arrivi:
• 30% circa Nigeria
• 30% Africa sub sahariana di area francofona
• 40% Pakistan e Afghanistan
• In parte sono arrivati dal sud Italia, altri dalla “rotta balcanica” prima che venisse chiusa.
• Alcuni sono “dublinanti”, termine che indica coloro che per in base ai trattati di Dublino hanno fatto richiesta di asilo in altri paesi, tipo Grecia o Croazia, che sono stati giudicati incapaci di accogliere tali richieste e che per questo stanno in una specie di limbo a livello giuridico.

Venezia ladrona


Ovvero: considerazioni non richieste sul referendum per l’autonomia di domani

Il giorno in cui finalmente deciderò di terminare e pubblicare il mio secondo libro di storia locale, toglierò dal dimenticatoio qualche vecchio aneddoto che, sebbene alle orecchie di noi contemporanei suoni forse un po’ buffo, ben rappresenta i rapporti che sussistevano ai tempi dei Dogi tra la classe dirigente e la popolazione locale intorno ad una vecchia cittadina dispersa nella campagna veneta.
Che rapporto c’era all’epoca tra Venezia e, per esempio, Verona, Corfù, Belluno, Spalato, Pordenone o Scutari? Semplificando, la posizione geografica rispetto a essa, e le risorse che a essa potevano offrire queste città, le quali erano trattate né più né meno come colonie.

La Repubblica di Venezia era sicuramente uno stato all’avanguardia sotto molti aspetti. E aggiungiamo pure che il Veneto da solo può vantare una tradizione, perlomeno nei campi della pittura, della scultura e della musica classica, più importante di quella della Gran Bretagna, che pure è stata a lungo la nazione più potente del mondo: ci pensiamo mai a questo?
Ma non era tutto oro quello che luccica: se andiamo a vedere come si chiamavano per esempio i podestà o i vescovi trevigiani e cenedesi dell’epoca, troviamo cognomi come Correr, Morosini, Badoer, Mocenigo, Grimani, Contarini, Zorzi, Giustiniani… cognomi non molto “razza Piave”, insomma.
Sostanzialmente Venezia incamerava le risorse naturali dell’entroterra per alimentare la propria macchina economica e bellica, lasciando le briciole agli enti locali. Inoltre piazzava uomini del proprio patriziato in tutti i posti di potere. E se questo patriziato da una parte riempì le nostre terre di splendide ville (patrimonio che non viene valorizzato adeguatamente) e finanziato artisti, dall’altra dimostrò una scarsa vena imprenditoriale, preferendo vivere di rendita piuttosto che investire le proprie sostanze nello sviluppo del territorio: una politica, quest’ultima, che avrebbe di certo aiutato il Veneto ad uscire dalla miseria in anticipo, cambiando probabilmente la storia dell’Italia intera.

Le parole sono importanti, diceva Nanni. Ma anche i simboli. E, come potete vedere dall’immagine qui sopra, la Lega Nord ha scelto come simbolo propagandistico per il referendum NON la bandiera del Veneto (ovvero questa) ma proprio lo stendardo della Serenissima (ovvero questo). Parliamo di due simboli graficamente simili, ma dal significato molto diverso.
In sostanza il partito ci sta chiedendo di votare sì al referendum di domani per chiedere allo Stato autonomia e federalismo, proponendo allo stesso tempo un modello di stato centralista e, diciamolo, pure oppressore.
Robe che, se lo stesso partito fosse esistito nel Settecento, avrebbe probabilmente gridato “Venezia ladrona”.

Non ci trovate una leggera contraddizione in tutto questo? Eppure l’uso di questa simbologia non è casuale: è stata una scelta certamente ponderata. Dovuta a cosa? Sarebbe molto interessante saperlo: scarsa conoscenza della storia tra i quadri dirigenti del partito, o scarsa considerazione che il partito nutre nei confronti dell’intelligenza dell’elettorato?
Sperando vivamente in una opzione C, non posso non notare una certa dozzinalità di fondo nell’affrontare un tema importante come quello dell’autonomia.

Già, perché di fronte a condizioni di partenza diverse penso proprio che avrei votato sì. D’altronde, come sostiene Marianella Sclavi, per capire il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista: io le argomentazioni più convincenti riguardo all’autonomia veneta le ho sentite pronunciare due anni fa nientemeno che da un giovane medico calabrese residente in Emilia Romagna. Egli, dal suo punto di vista di meridionale emigrato, sosteneva quanto sia doveroso che come minimo il Veneto sia regione autonoma, vuoi per lo spirito dei suoi abitanti così diverso da quello degli altri italiani, vuoi per il fatto che si trova ai confini due regioni autonome i cui privilegi sono una tentazione non da poco per i comuni periferici (leggi Sappada, Meduna di Livenza, Cinto Caomaggiore, Cortina d’Ampezzo, eccetera).

Chi è contrario alle ragioni del sì sostiene che per un principio di equità è giusto che chi è più ricco (in questo caso Veneto e Lombardia) paghi di più. Verissimo: ma per lo stesso principio è giusto che anche Friuli e Trentino abbiano lo stesso trattamento; inoltre è quantomeno necessario un taglio agli intollerabili sprechi della Regione Sicilia. Quindi la mia opinione è questa: o venti regioni autonome, o nessuna.

Non ho quindi dovuto aspettare Enrico Mentana per sentire delle argomentazioni di buon senso e disinteressate apparentemente in favore del sì di domani. Perché apparentemente? Perché, visti questi presupposti, e visto il carattere meramente consultivo della consultazione, un sì plebiscitario al referendum non gioverebbe in automatico alla causa autonomistica. Ma sicuramente legittimerebbe ulteriormente una classe dirigente che non merita affatto di essere ulteriormente legittimata.

Stiamo sempre a lamentarci di Roma, dei terroni, delle regioni autonome, della Merkel, degli immigrati, ma vi ricordo che i responsabili dei casini del MOSE, della Pedemontana e di Veneto Banca sono venetissimi (e, in un modo o nell’altro, collusi con la politica). E sono venetissimi anche gli amministratori locali che, nonostante i buoni propositi, continuano da ormai quarant’anni a fare scempio del territorio, facendo crescere quel deprimente continuum di capannoni e asfalto che ormai fa parte del nostro paesaggio tipico.

Il Veneto oggi ha bisogno di una forte discontinuità politica, etica e culturale rispetto al passato e al presente. E votando sì domani non si vota per l’autonomia: si vota per la continuità.

Ai sostenitori del sì, che dicono che quella di domani è un’occasione da non perdere, io rispondo: mettetevi il cuore in pace, che questa occasione l’abbiamo già persa.

Il terrorismo e gli obbiettivi del Wahabismo

Foto de La Tenda Tv (video della serata in calce al post)

Fulvio Scaglione, giornalista per varie testate cartacee e digitali, nonché ex direttore di Famiglia Cristiana, è stato il relatore di una serata organizzata al Museo del Cenedese a Vittorio Veneto lo scorso 3 marzo da Mondo in Cammino e l’associazione culturale MAI.
Scaglione ha mostrato, numeri alla mano, come non ci sia alcun indicatore che mostri un miglioramento da quando, a seguito dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti lanciarono la loro crociata contro il terrorismo, seguiti a ruota da tutti i suoi alleati occidentali: il numero dei morti nel mondo per attentati terroristici compiuti da estremisti islamici è in aumento, così come in generale l’instabilità politica. Occorrerebbe a questo punto chiedersi, ha affermato provocatoriamente il giornalista, se ci sia veramente mai stata una guerra al terrorismo.
Egli ha voluto fare una precisazione, assai importante per evitare di liquidare frettolosamente quanto sta accadendo nel mondo come uno “scontro di civilità” o una guerra dell’islam contro gli infedeli: il terrorismo è figlio del wahabismo, una corrente interna all’islam che predica un’interpretazione rigida e conservatrice del Corano, a cui aderiscono le petrolmonarchie al potere nella penisola arabica (in particolare in Arabia Saudita). Il suo obbiettivo principale, da decenni, è quello di monopolizzare l’islam cancellando qualsiasi altra corrente di pensiero al suo interno. Con ottimi risultati: se infatti l’Arabia Saudita è la patria di appena il 3% dei musulmani, essa controlla più o meno direttamente il 90% delle associazioni filantropiche, religiose e culturali di ispirazione islamica nel mondo, finanziando inoltre la costruzione di moschee ovunque, anche in Europa (in particolare in Kosovo e Bosnia). Certe associazioni filantropiche sono però specchietti per le allodole che, con la scusa di ricevere la zakat, ovvero l’elemosina che ogni musulmano praticante deve versare da precetto, riceve ingenti somme di denaro che vengono poi destinate ad Al Qaida, Hamas ed altre organizzazioni del terrore nel mondo: un meccanismo funziona almeno dal 1979, ovvero da quando venivano finanziati sottobanco i mujaheddin che combattevano contro i Sovietici in Afghanistan.
A sostenere questa tesi, ma Scaglione parla di “dato di fatto”, non sono complottisti o teste calde, ma insigni docenti universitari e esperti di geopolitica che lavorano per autorevoli centri studi di settore anche americani, fin dal 2002. E ne è al corrente anche Washington, come dimostrano i documenti della Segreteria di Stato americana datati 2009 resi pubblici da Wikileaks. Eppure questo non ha impedito ad Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, di dare l’assenso quattro anni dopo alla più imponente vendita di armi della storia, 63 miliardi di dollari in tutto, proprio a favore dell’Arabia Saudita.
I rapporti commerciali con questo paese sono una gigantesca torta da cui, comunque, mangiano tutte le principali economie del mondo, compresa quella italiana. Nessuno, in cambio, alza la voce per denunciare le perenni violazioni dei diritti umani in atto nel paese: è questo “il patto con il diavolo” che dà il nome al libro che Scaglione, nell’occasione, ha presentato.
Detto questo, la soluzione di Scaglione per uscire da questa spirale di terrore è assolutamente logica: “L’occidente non potrà mai vincere la battaglia contro il terrorismo finché sceglierà di avere come amici gli amici dei terroristi”. Ma quando si fa a patti col diavolo, di logico rimane ben poco.

L’Azione, domenica 10 marzo 2017

INCONTRO – La pace con le armi in Siria. Fulvio Scaglione racconta "Il patto col diavolo" from La Tenda Tv on Vimeo.