Ma tutto questo Alice non l’ha detto

Eddai, tutto ‘sto casino perché Alice Sabatini ha detto che avrebbe voluto nascere nel 1942… Eppure le sarebbe bastato spostare la data in avanti di appena qualche anno. Vuoi mettere:
– Passare l’infanzia in un mondo contadino crepuscolare ma ancora vivo. Poca ricchezza ma tanta vita sana, saltare i fossi par longo, spassarsela dalla mattina alla sera praticamente gratis;
– Essere adolescenti in pieno boom economico. I primi amori, la Vespa, il cinema, i 45 giri, le vacanze al mare;
– Fare l’università in pieno Sessantotto, la militanza come scusa per andare a fregna, gli scioperi, l’ideologia, le contestazioni e poi cavarsela col 6 politico;
– Laurearsi con lo Statuto dei Lavoratori appena sfornato, e trovare un posto a tempo indeterminato senza problemi e senza emigrare;
– Mettere su famiglia e comprarsi una casa (o addirittura costruirsela!) prima di compiere trent’anni, e senza accendere mutui di durata geologica;
– Evadere il fisco come se non ci fosse un domani e sostenere una classe politica impegnata a mantenere sprechi e privilegi (a partire da un sistema pensionistico alla lunga chiaramente insostenibile), nella silenziosa complicità generale;
– Avere quarant’anni negli anni ’80, affittarsi la casetta in Cadore a Natale e vivere da yuppie manco fossi un personaggio di Guido Nicheli;
– Dulcis in fundo, avere la pensione garantita all’arrivo della crisi economica del 2008 ed infine lamentarsi dei giovani d’oggi, sempre con l’iPhone in mano e incapaci di fare sacrifici.
Vedi Alice? Solo qualche anno: la sottile differenza tra sparare una cazzata e diventare, anche se solo per un giorno, l’idolo di una generazione.

V per coerenza

Wallpaper ~ #3 Guy Fawkes Mask

Oggi ricorre il 407° anniversario della cosiddetta “Congiura delle polveri”, ovvero il tentativo fallito da parte di Guy Fawkes e dei suoi uomini di far scoppiare una rivoluzione a Londra, facendo saltare in aria il re ed il suo governo riuniti nella Camera dei Lord.

La sua figura (nel vero senso della parola) ha guadagnato popolarità a livello mondiale per l’uso che se n’è fatto dopo l’uscita del film V per vendetta (2006), noiosa trasposizione cinematografica dell’omonimo fumetto di Alan Moore, pubblicato negli anni ’80 e noto, fino a sei anni fa, solo ad una nicchia di appassionati del genere.

Il protagonista di film e fumetto infatti, indossava una caratteristica maschera riproducente le fattezze di Fawkes; la stessa maschera è stata adottata come simbolo dai misteriosi hackers di Anonymous e, in seguito, da numerosissimi attivisti che, in tutto il mondo, si riconoscono nel movimento degli indignados o che in generale partecipano a manifestazioni di protesta contro la politica, le banche e la finanza.

Personalmente mi trovo a condividere le motivazioni che alimenta questo genere di attivismo, dal quale noi italiani, ancorati come siamo a forme di protesta vecchie e pure controproducenti, avremo molto da imparare. Dovrebbe essere chiaro a tutti però che per combattere un sistema di cose non si può allo stesso tempo alimentarlo, ed è per questo che rimango assai perplesso sull’uso della maschera di Guy Fawkes: si tratta, quest’ultimo, di un prodotto i cui diritti sono detenuti dalla Time Warner la quale, grazie ad essa, sta facendo soldi a palate.

Guy Fawkes, inoltre, architettò l’attentato al parlamento inglese nel 1605 per motivi di discriminazione religiosa. Di fede cattolica, organizzò con i suoi uomini questo attentato contro Re Giacomo I quando capì che quest’ultimo, protestante, non avrebbe concesso la libertà religiosa agli inglesi rimasti fedeli al Papa.

Fawkes fallì nei suoi intenti, e per questo fu torturato, processato sommariamente e barbaramente ucciso.

Guy Fawkes, insomma, è una specie di martire per la fede cattolica. E se non fosse per il fatto che scelse la strada della violenza, la sua esperienza in fondo somiglierebbe a quella di certi beati o santi.

Sintetizzando: chi compra la sua maschera lo sa che protesta contro lo strapotere della finanza finanziando una delle più grandi multinazionali dei media al mondo, per impersonare la figura di un… terrorista cattolico?

Schegge sanremesi – Parte V

In fondo Luigi Tenco non è l’unico “morto di Sanremo”. Nel 1978 all’Artison arriva Rino Gaetano, e partecipa alla gara non con l’irriverente Nuntereggae più come avrebbe voluto, ma con la più orecchiabile, politicamente corretta e furbetta Gianna. Il cantautore romano, investito da un successo meritatissimo, ma troppo rapido e travolgente, entra in un lungo tunnel che finirà improvvisamente addosso ad un camion lungo via Nomentana a Roma il 2 giugno 1981.

Anche Vasco Rossi è passato un paio di volte all’Ariston, nel 1982 (Vado al massimo, vedi qui sopra) e nel 1983 (Vita spericolata). In entrambi i casi sfida i fischi dell’austero pubblico sanremese con esibizioni volutamente provocatorie che non faranno altro che alimentare il suo mito… Così finisce la prima parte della sua carriera, a mio dire la più interessante. Da lì in poi successo e qualità dei suoi dischi procederanno in maniera (quasi sempre) inversamente proporzionale.

L’edizione del 1984 fa invece da trampolino di lancio alla carriera dell’allora ventunenne Eros Ramazzotti. Canta Terra promessa, la sua canzone più nota, brano che spicca per il suo testo veramente negativo (e se volete, in un altro momento, vi spiego pure il perché), ma che bene descrive la passività dei giovani dell’epoca. Comunque nella musica pop italiana degli ultimi 30 anni, forse solo i migliori 883 sono riusciti, meglio di Terra promessa, a scrivere dei pezzi nei quali si è identificata una generazione di giovani.

Terminiamo questa carrelata di schegge con l’ultima ciofeca del giorno. “Le canzoni del festival non rispecchiano i gusti dei giovani”, si diceva qualche anno fa. Allora via all’operazione svecchiamento, sulla quale cala la mefitica ombra di Maria De Filippi. L’edizione 2009 la vince Marco Carta, da lei lanciato, con un pezzo più insignificante che orecchiabile (vedi sopra): a consegnagli il premio alla finale è proprio la signora Costanzo. Viva la sfacciataggine. L’anno dopo fa il bis un altro “figlio di Maria”, Valerio Scanu, con l’impresentabile Per tutte le volte che, grazie agli sms dei bimbiminchia e con ogni probabilità ad un call center affittato ad hoc. L’alchimia, come abbiamo visto ieri sera, non ha funzionato per l’edizione di quest’anno. Ma di questo si parlerà nel prossimo post…

Schegge sanremesi – Parte IV

Nell’edizione del 1972 a Sanremo partecipano i Delirium, e sul palco sale una camionata di fricchettoni: la scena fa il suo effetto ancor’oggi, a distanza di quasi quarant’anni. Il brano è Jesahel, e il cantante è un giovanissimo Ivano Fossati che, flauto traverso in mano, termina il pezzo giocando a fare lo Ian Anderson dei Jethro Tull. Atmosfera e testi che riportano alla mente un’epoca che sembra lontanissima.

Simile per certi versi è la storia di un altro gruppo noto soprattutto per aver lanciato la carriera solista di un cantautore. Si tratta dei Decibel di Enrico Ruggeri, gruppo che, qualche ingenuità a parte, nel periodo 1978-1980 propose un sound innovativo, fresco e originale. Il massimo della popolarità lo raggiunse portando Contessa al Sanremo del 1980: un pezzo che piacque molto anche, per dire, anche a quel dannato megalomane di Keith Emerson (degli Emerson Lake e Palmer).

E passiamo al Ciofeca Moment. MikiMix a Sanremo 1997, Sezione Giovani, non se lo filò nessuno. Sei anni dopo Caparezza raggiunse la popolarità e si scoprì che Caparezza e Miki Mix erano la stessa persona. Ma come? Il Caparezza contro la musica commerciale, l’alternativo, era stato a Sanremo, e con una canzoncina rap leggera come l’Acqua Panna?! “Mi ci hanno costretto”, rispose lui. Colto con le mani nella marmellata, da allora ci scherza sopra. Sarà: io ci vedo l’indegno inizio della carriera di un musicista che da sempre coniuga talento e calcolo commerciale. Come tanti altri. (Sia ben chiaro, c’è di molto peggio…)

Finiamo in bellezza. Nel 2001 sul palco dell’Ariston salì un gruppo di cui io sento la mancanza: i Bluvertigo. Arrivarono ultimi, posizione che certi artisti ritengono molto ambita, visto che a volte è stata occupata da canzoni che poi hanno avuto grande successo. Morgan, Andy, Sergio e Livio non ricevettero di certo un’accoglienza calorosissima, almeno da parte del pubblico…

…così come accadde per gli Afterhours nel 2009.

Di diverso avviso il presentatore Paolo Bonolis, che volle sottolineare come la loro presenza a quella manifestazione, assai lontana dalle loro frequentazioni, fosse un vero e proprio evento. Come ha giustamente detto Roberto Vecchioni l’altro ieri per commentare, pure con un pizzico di autocritica, la propria partecipazione all’edizione in corso, gli artisti dovrebbero essere più vicini alla gente e meno snob: l’importante è partecipare con una canzone che sia propria, e non con un prodotto confezionato ad hoc. Ed è proprio quello che hanno fatto Manuel Agnelli e soci. E chissà che altri musicisti alternativi abbiano la possibilità di seguire il loro esempio in futuro: ve lo immaginereste, che roba?

Schegge sanremesi – Parte III

I Matia Bazar degli esordi erano cinque bravi musicisti usciti dal mondo del rock progressivo. All’inizio degli anni ’80 virarono verso certe sonorità elettroniche di tendenza all’epoca, riuscendo come nessuno in Italia a coniugare la migliore new wave con la tradizione melodica nostrana. Nel 1983 a Sanremo, elegantissimi e in una disposizione molto alla Kraftwerk, portarono Vacanze romane. Vinsero il premio della critica: forse, visto il contesto, il miglior risultato possibile.

Stesso discorso si potrebbe fare, forse, per gli Elio e le Storie Tese, sulla cui mancata vittoria gravitano ancora molti dubbi mai chiariti. La terra dei cachi, di certo non il loro miglior pezzo, contiene tutta la loro tipica verve dissacrante, ed è vestito su misura per la kermesse: non a caso raggiunse (perlomeno) il secondo gradino del podio. Fu grazie a questa partecipazione all’edizione del 1996 che smisero definitivamente di essere un fenomeno di nicchia, ma questa fu anche la fine della parte migliore della loro carriera.

Nel 1978 in Italia arriva la TV a colori (ben in ritardo rispetto ad altre nazioni europee) e gli scenografi tingono il palco del teatro Ariston con forti tonalità solari. l’anno di Rino Gaetano (vedi post fra un paio di giorni), ma anche del debutto di una ragazzina di origini albanesi la quale, conciata come una punk londinese (citazione) dimostra di essere un animale da palco nonostante gli appena diciassette anni. Un’emozione da poco, scritta per lei da Ivano Fossati, non vincerà la gara, ma diventerà meritatamente un successone.

I tre più grandi errori nella carriera di Marcello Lippi sono stati: 1) cannare la finale di Champions League del 2003; 2) puntare sui reduci del Mondiale 2006; 3) fare una comparsata durante la finale del Festival del 2010, a sostegno del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici. La loro Italia amore mio è talmente infarcita di luoghi comuni sull’italianità da sembrare quasi una presa in giro. Aggiungete il testo cambiato al volo in finale per infilarci dentro un richiamo ai mondiali tedeschi, e otterrete la madre di tutte le paraculate. Questa ciofeca è tale che ve la risparmio (anche perché la RAI ha fatto togliere i video da YouTube), ma gustatevi le reazioni (non so quanto spontanee) alla mancata eliminazione del trio.

Dulcis in fundo per un cantautore che non è certo tra i miei preferiti, ma che a Sanremo, pur non avendo mai vinto, in tre partecipazioni ha sempre portato brani molto validi: trattasi di Max Gazzè, e questa è la sua Il timido ubriaco, pezzo con cui ha concorso all’edizione del 2000, solo soletto sul palco col suo basso e la sua improbabile camicia.

Schegge sanremesi – Parte II

Nel 1999 a Sanremo c’è un gruppo assurdo, a metà tra musica leggera, classica, Jazz e Hard Rock.Sono i Quintorigo di John De Leo, una voce degna di Sua Maestà Demetro Stratos. Cantano Rospo; ci torneranno nel 2001 e arriveranno penultimi, subito prima dei Bluvertigo. E poi sono spariti. De Leo ha in seguito lasciato il gruppo, che nel frattempo ha cambiato due cantanti, e ha fatto varie cose poco conosciute (tra queste una collaborazione col jazzista Lanfranco Malaguti, mio ex prof di matematica!)

Da un penultimo posto immeritato ad un altro, immeritato perché era meglio l’ultimo: ecco il momento della ciofeca del giorno. Popstars rappresenta uno dei tentativi falliti, da parte di Mediaset, di lanciare stabilmente degli artisti nella scena musicale italiana. Questo programma televisivo partorì le Lollipop, una specie di brutta copia delle Destiny’s Child (il che è tutto un dire). La loro ignobile partecipazione sanremese con Batte forte (2002) fu il colpo di grazia sulla loro breve carriera.

Una delle più belle canzoni mai scritte sulle donne è opera di due uomini, tra l’altro entrambi provenienti dal mondo del punk: Enrico Ruggeri (dei sottovalutati Decibel) e Luigi Schiavone (degli ingenui Kaos Rock). Quello che le donne non dicono di Fiorella Mannoia non vinse nel 1987 solo perché c’erano Tozzi-Ruggeri-Morandi (vedi post precedente).

Se i Genesis hanno venduto milioni di dischi e Le Orme no, non è solo perché i primi cantavano in inglese. Gabriel e Collins non erano circondati da produttori discografici miopi, a differenza del gruppo veneziano che nella sua carriera ha sempre pagato la voglia di sperimentare. Nel 1982 fu costretto a partecipare a Sanremo: l’alternativa era sparire. Presentò un pezzo criptico e sarcastico su Marghera, il cui titolo e ritornello vennero però cambiati “dall’alto”. E quando Tony Pagliuca (il tastierista) seppe con due giorni d’anticipo il vincitore del Festival, scappò dall’albergo. La classica goccia che fa traboccare il vaso.

Il re della musica leggera italiana, Lucio Battisti, a sanremo andò soltanto una volta, quasi esordiente, nel 1969, con Un’avventura. Strano? Forse sì. O forse no.

Schegge sanremesi – Parte I

Pur essendo un estimatore di generi e sonorità musicali anche lontanissimi dal pop, non faccio di certo parte di quegli amanti della musica che snobbano a priori tutto ciò che esce dal Festival di Sanremo. Stasera inizia l’edizione 2011, e io ogni giorno da qui a sabato pubblicherò un post con i video di quattro pezzi interessanti (si badi, non necessariamente belli o che io apprezzo) e una… ciofeca usciti da questa manifestazione.

Fu forse il clamoroso primo posto in hit parade di Tabula Rasa Elettrificata dei C.S.I. nel 1997 che spinse i discografici a tentare la  “massificazione” della musica alternativa italiana. L’operazione riuscì solo a metà, ma è stato grazie a questo che migliaia di ragazzini (compreso il sottoscritto) poterono avvicinarsi per la prima volta a questo mondo. Ecco qui i Subsonica portare a Sanremo Tutti i miei sbagli nell’anno 2000.

Tre anni prima, i Jalisse con Fiumi di parole furono tra i vincitori più discussi di tutta la storia della manifestazione. La vittoria, lo scippo dell’Eurofestival e poi un oblio forzato e dai contorni oscuri. Pensatela come volete su di loro, di certo 1. Questa è stata l’unica vittoria sanremese di un gruppo indipendente almeno dal 1976 in poi; 2. Alessandra Drusian ha una voce che la gran parte delle cantanti nostrane se la sogna.

Tre pezzi da novanta che cantano, un crescendo che ti entra in testa e non esce più, testo buonista: la ciofeca del giorno è Si può dare di più del 1987.  Una canzone costruita per vincere, e così è stato, sebbene quell’anno la Mannoia meritasse decisamente di più. Se poi questa canzone per una volta la si ascolta invece che sentirla (sì, lo, so, fa molto professor John Keating), si scoprirà che in quattro minuti non dice proprio nulla.

Si fa un gran parlare in questi giorni dell’immagine e del ruolo della donna in televisione: con i tempi che corrono, sembra quasi un’aliena una cantante come Alice, la quale è sempre riuscita ad essere stra-sensualissima pur non scoprendosi per nulla… Nel 1981 vinse il festival con Per Elisa, pezzo scritto da Franco Battiato: che parli o meno di eroina, come qualcuno hai ipotizzato, si tratta comunque di un signor pezzo.

Molti cantautori italiani, pur avendo fatto la storia della musica italiana, si sono sempre rifiutati di salire sul palco della città ligure. Il festival infatti ha quasi sempre avuto un cattivo rapporto con il cantautorato, specie dopo il 1967, quando il genovese Luigi Tenco si tolse la vita per non aver raggiunto la finale con il pezzo Ciao amore ciao. E in un certo senso, non è stato l’unico “morto di Sanremo”.