Venezia ladrona


Ovvero: considerazioni non richieste sul referendum per l’autonomia di domani

Il giorno in cui finalmente deciderò di terminare e pubblicare il mio secondo libro di storia locale, toglierò dal dimenticatoio qualche vecchio aneddoto che, sebbene alle orecchie di noi contemporanei suoni forse un po’ buffo, ben rappresenta i rapporti che sussistevano ai tempi dei Dogi tra la classe dirigente e la popolazione locale intorno ad una vecchia cittadina dispersa nella campagna veneta.
Che rapporto c’era all’epoca tra Venezia e, per esempio, Verona, Corfù, Belluno, Spalato, Pordenone o Scutari? Semplificando, la posizione geografica rispetto a essa, e le risorse che a essa potevano offrire queste città, le quali erano trattate né più né meno come colonie.

La Repubblica di Venezia era sicuramente uno stato all’avanguardia sotto molti aspetti. E aggiungiamo pure che il Veneto da solo può vantare una tradizione, perlomeno nei campi della pittura, della scultura e della musica classica, più importante di quella della Gran Bretagna, che pure è stata a lungo la nazione più potente del mondo: ci pensiamo mai a questo?
Ma non era tutto oro quello che luccica: se andiamo a vedere come si chiamavano per esempio i podestà o i vescovi trevigiani e cenedesi dell’epoca, troviamo cognomi come Correr, Morosini, Badoer, Mocenigo, Grimani, Contarini, Zorzi, Giustiniani… cognomi non molto “razza Piave”, insomma.
Sostanzialmente Venezia incamerava le risorse naturali dell’entroterra per alimentare la propria macchina economica e bellica, lasciando le briciole agli enti locali. Inoltre piazzava uomini del proprio patriziato in tutti i posti di potere. E se questo patriziato da una parte riempì le nostre terre di splendide ville (patrimonio che non viene valorizzato adeguatamente) e finanziato artisti, dall’altra dimostrò una scarsa vena imprenditoriale, preferendo vivere di rendita piuttosto che investire le proprie sostanze nello sviluppo del territorio: una politica, quest’ultima, che avrebbe di certo aiutato il Veneto ad uscire dalla miseria in anticipo, cambiando probabilmente la storia dell’Italia intera.

Le parole sono importanti, diceva Nanni. Ma anche i simboli. E, come potete vedere dall’immagine qui sopra, la Lega Nord ha scelto come simbolo propagandistico per il referendum NON la bandiera del Veneto (ovvero questa) ma proprio lo stendardo della Serenissima (ovvero questo). Parliamo di due simboli graficamente simili, ma dal significato molto diverso.
In sostanza il partito ci sta chiedendo di votare sì al referendum di domani per chiedere allo Stato autonomia e federalismo, proponendo allo stesso tempo un modello di stato centralista e, diciamolo, pure oppressore.
Robe che, se lo stesso partito fosse esistito nel Settecento, avrebbe probabilmente gridato “Venezia ladrona”.

Non ci trovate una leggera contraddizione in tutto questo? Eppure l’uso di questa simbologia non è casuale: è stata una scelta certamente ponderata. Dovuta a cosa? Sarebbe molto interessante saperlo: scarsa conoscenza della storia tra i quadri dirigenti del partito, o scarsa considerazione che il partito nutre nei confronti dell’intelligenza dell’elettorato?
Sperando vivamente in una opzione C, non posso non notare una certa dozzinalità di fondo nell’affrontare un tema importante come quello dell’autonomia.

Già, perché di fronte a condizioni di partenza diverse penso proprio che avrei votato sì. D’altronde, come sostiene Marianella Sclavi, per capire il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista: io le argomentazioni più convincenti riguardo all’autonomia veneta le ho sentite pronunciare due anni fa nientemeno che da un giovane medico calabrese residente in Emilia Romagna. Egli, dal suo punto di vista di meridionale emigrato, sosteneva quanto sia doveroso che come minimo il Veneto sia regione autonoma, vuoi per lo spirito dei suoi abitanti così diverso da quello degli altri italiani, vuoi per il fatto che si trova ai confini due regioni autonome i cui privilegi sono una tentazione non da poco per i comuni periferici (leggi Sappada, Meduna di Livenza, Cinto Caomaggiore, Cortina d’Ampezzo, eccetera).

Chi è contrario alle ragioni del sì sostiene che per un principio di equità è giusto che chi è più ricco (in questo caso Veneto e Lombardia) paghi di più. Verissimo: ma per lo stesso principio è giusto che anche Friuli e Trentino abbiano lo stesso trattamento; inoltre è quantomeno necessario un taglio agli intollerabili sprechi della Regione Sicilia. Quindi la mia opinione è questa: o venti regioni autonome, o nessuna.

Non ho quindi dovuto aspettare Enrico Mentana per sentire delle argomentazioni di buon senso e disinteressate apparentemente in favore del sì di domani. Perché apparentemente? Perché, visti questi presupposti, e visto il carattere meramente consultivo della consultazione, un sì plebiscitario al referendum non gioverebbe in automatico alla causa autonomistica. Ma sicuramente legittimerebbe ulteriormente una classe dirigente che non merita affatto di essere ulteriormente legittimata.

Stiamo sempre a lamentarci di Roma, dei terroni, delle regioni autonome, della Merkel, degli immigrati, ma vi ricordo che i responsabili dei casini del MOSE, della Pedemontana e di Veneto Banca sono venetissimi (e, in un modo o nell’altro, collusi con la politica). E sono venetissimi anche gli amministratori locali che, nonostante i buoni propositi, continuano da ormai quarant’anni a fare scempio del territorio, facendo crescere quel deprimente continuum di capannoni e asfalto che ormai fa parte del nostro paesaggio tipico.

Il Veneto oggi ha bisogno di una forte discontinuità politica, etica e culturale rispetto al passato e al presente. E votando sì domani non si vota per l’autonomia: si vota per la continuità.

Ai sostenitori del sì, che dicono che quella di domani è un’occasione da non perdere, io rispondo: mettetevi il cuore in pace, che questa occasione l’abbiamo già persa.

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Il caffè con l’odio di palma

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I fatti di Milano di questi giorni ci mostrano ancora una volta quanto sia facile, facendo le mosse giuste, influenzare l’opinione pubblica e rendere normale, e pure bello, ciò che normale e bello non è.

Starbucks è una multinazionale americana attiva nel campo della ristorazione. Potremmo definirla una sorta di McDonald’s che vende paste e caffè, o meglio: un liquido marrone al gusto di caffè servito in bicchieroni di plastica, che può essere definito caffè solo da un pubblico che non ha mai visto un caffè “all’italiana”.
Un pubblico che è un po’ come i prigionieri del mito della caverna: vedono un espresso e pensano che sia veramente un espresso, quando in realtà è solo l’ombra di un espresso.

(Ok, Platone, scusa.)

Howard Schultz, fondatore dell’azienda, lo sa benissimo, per cui per una sorta di timore reverenziale, chiamiamolo così, fino ad ora non ha voluto entrare nel mercato italiano convinto che noi, forti di una tradizione plurisecolare nel campo del caffè e della pasticceria, faticheremmo ad accettare la bassa qualità del suo “fast food”.

Ma pensate che una multinazionale possa fermarsi davanti a questo? C’è da fare profitti, e gli ostacoli con le buone o con le cattive si rimuovono. Già mi immagino la riunione all’ufficio marketing:

“Come facciamo a convincere gli italiani ad accettare la nostra merda?”
Silenzio.
“Ci sono! Facciamo scattare l’allarme antagonista!
Cosa facciamo quando qualcuno scopre che ce ne freghiamo dei diritti dei nostri dipendenti o che in Arabia Saudita vietiamo l’ingresso alle donne non accompagnate da un uomo? Mettiamo la bandierina LGBT nel nostro logo o diciamo qualcosa che faccia incazzare Trump, e come per magia diventiamo i buoni! Se funziona qui negli Stati Uniti perché non dovrebbe funzionare in Italia?”

Detto, fatto: la multinazionale, con tutta l’arroganza tipica di una multinazionale, investe fior di quattrini per far piantare un palmeto di merda giusto davanti al Duomo di Milano, simbolo della città, con l’evidente approvazione della politica locale. Come cani pavloviani Matteo Salvini e Casapound, non essendo capaci di (o non volendo) fare altro, la buttano sul becero populismo scegliendo una protesta ridicola ma a presa rapida, e come cani pavloviani i loro oppositori, non essendo capaci di (o non volendo) fare altro, fanno scattare l’allarme antagonista:
“Anche nell’Ottocento c’erano le palme in piazza!”
“I soliti leghisti che vedono immigrati ovunque!”
“Anche il DVCE nel giardino di Villa Torlonia aveva le palme! Come la mettiamo adesso, fascidimmerda?”

E fu così che, nel giro di tre giorni, la multinazionale americana passò dalla parte dei buoni.
E fu così che Starbucks inaugurò la sua prima caffetteria in Italia, e fu subito un successone.
E fu così che qualche bar del quartiere chiuse i battenti. Ma che volete farci, è la crisi.
E fu così che la multinazionale decise di aprire altre caffetterie in Italia, col beneplacito della politica, assai lieta di aprire le porte ad “una grande azienda che ha deciso di investire nel nostro Paese creando posti di lavoro”.
E fu così che quel palmeto, che all’inizio ci faceva così schifo, in fondo poi non era così male.
E fu così che anche la bevanda al gusto di caffè nel bicchierone di plastica, che all’inizio ci faceva così schifo, in fondo poi non è così male.
E vissero tutti felici e contenti.

L’Atlante dei Classici Padani a Motta di Livenza

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Recentemente Alberto Angela ha deliziato il suo pubblico del sabato sera su Rai Tre con due puntate sul Veneto, mostrando bellezze spesso poco conosciute anche da noi che ci abitiamo: purtroppo ci è molto più familiare un altro tipo di paesaggio nostrano, ovvero quello delle zone industriali, degli outlet, delle rotatorie. Il prezzo salato che la nostra regione ha pagato al progresso è una distesa di asfalto e cemento cresciuta senza ordine e oltretutto senza gusto estetico.
Se nel medioevo gli artisti e i letterati crearono l’Italia attraverso la cultura, negli ultimi trent’anni invece politici e imprenditori settentrionali attraverso l’edilizia hanno creato una nuova entità territoriale: è questa la cosiddetta “macroregione” trattata dall’Atlante dei Classici Padani, volume fotografico che verrà presentato giovedì 10 novembre alle ore 20.45 a Motta di Livenza, presso la Fondazione Giacomini. Il libro è frutto di un progetto di due bresciani, l’artista Filippo Minelli e il giornalista Emanuele Galesi, i quali partendo da una pagina Facebook chiamata “Padania Classics” hanno innescato un dibattito, serio ma con un pizzico di ironia, sull’idea di sviluppo che ha caratterizzato dagli anni ’70 in poi almeno tre regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Veneto).
Capannoni, parcheggi, cartelloni pubblicitari, condomini, chiese post conciliari, palme da giardino, villette a schiera: attraverso un uso della fotografia inconsueto, perché cerca il banale e lo sciatto, questo “Atlante” vuole mostrare quanto la corsa alla cementificazione abbia finito per influenzare la vita, a volte perfino nella sfera religiosa, di chiunque viva nell’area compresa tra Torino e Trieste.
La serata, che sarà moderata dal nostro collaboratore e critico d’arte mottense Carlo Sala, che è pure autore della prefazione del libro, è organizzata dall’Associazione Fucina n. 4 nell’ambito del 150° anniversario dell’annessione del Veneto all’Italia.

L’Azione, domenica 6 novembre 2016

Adriazia? Sabato 26 un dibattito pubblico

L’allegato all’articolo pubblicato nel precedente post.

Tutto è iniziato a settembre 2010 quando Francesco Sponza, ingegnere veneziano, definisce il cosiddetto “sillogismo di Cepagatti”, secondo il quale “se può esistere la Padania, può esistere l’Adriazia. Se non può esistere la Padania, non può esistere l’Adriazia”. Da questo presupposto viene concepita l’esistenza di una nazione che in sostanza includerebbe tutte le province italiane bagnate dal mar Adriatico: una dichiarazione programmatica pubblicata su Internet, e in poco tempo col passaparola nasce il “Movimento Organizzato Nazionalisti Adriatici”, gruppo che riceve l’attenzione anche di alcuni quotidiani e riviste nazionali. Per questa nazione astratta che unisce Trieste a Otranto è stata creata una bandiera, un inno ed altro ancora.
Definire tutto questo una goliardata o una provocazione fine a se stessa sarebbe riduttivo: piuttosto è un modo alternativo, di certo irriverente, di riflettere sui problemi della nostra nazione (quella vera) e sulla legittimità di certi movimenti secessionisti. Quello del 26 novembre a Oderzo, città che per la cronaca non farebbe parte dell’Adriazia, è il primo dibattito pubblico mai organizzato sull’argomento.

L’Azione, domenica 27 novembre 2011

Giovani e politica a Oderzo: due casi

Seconda parte della mia indagine sui candidati alle comunali 2011 a Oderzo. La prima è qui.

Tra le quattro liste a sostegno della candidata leghista una è composta da sedici candidati tra i 19 e i 39 anni: sono i “Giovani per Michela Durante”. Già alle comunali 2006 il Carroccio schierò la lista “Giovani… noi ci siamo” a sostegno del proprio candidato: un precedente non certo positivo visto che quel gruppo sparì senza lasciare traccia all’indomani del ballottaggio. «È vero – dice oggi Federica Colò, uno dei pochi reduci di quell’esperienza –. Ma quello era un gruppo troppo legato al partito e con persone a volte poco motivate. Questa volta lanciamo una proposta più legata al candidato». La speranza è che questa nuova formazione duri nel tempo a prescindere dagli esiti delle urne. Opportunità di darsi da fare ce ne sono a bizzeffe a Oderzo: cosa succederà? Lo scopriremo solo vivendo.

Ben diversa è la storia dei Giovani per Oderzo, il gruppo di giovani di sinistra che da cinque anni propone le sue attività nel territorio. Alle comunali 2006 si schierò con il Partito democratico, e quattro suoi componenti furono inseriti tra i candidati consiglieri. Uno di questi, Andrea Erboso, l’estate scorsa divenne pure segretario pro tempore della sezione locale del partito.
Questa tornata elettorale però non vede alcun Giovane per Oderzo in lista con alcun candidato. I motivi sono illustrati nell’ultimo numero de “Lo strillone”, il giornale murale del gruppo esposto in piazza Grande domenica scorsa: “La collaborazione su cui avevamo investito si è rivelata per noi insostenibile perché inficiata da metodi ed equilibri che riteniamo inaccettabili e ci ha costretti a rivedere le nostre posizioni”, scrivono, promettendo di continuare a fare la propria parte nella vita politica della città all’esterno delle istituzioni. I Giovani per Oderzo criticano la scelta delle liste di raccogliere consensi più attraverso i giri delle conoscenze dei propri candidati, che sui programmi e le proposte per la città. Però, concludono, «l’appuntamento è solo rimandato».

L’Azione, domenica 15 maggio 2011

Donne e giovani alle amministrative opitergine

Le donne e i giovani sono due categorie che, specie nel nostro paese, non godono certo di grande rappresentatività nella vita politica del nostro paese. Ma com’è la situazione a livello locale? Vi proponiamo un’indagine statistica sui candidati consiglieri alle imminenti amministrative a Oderzo che può diventare una buona cartina tornasole.

Se indaghiamo sul numero di maschi e femmine candidati, a contendersi il posto di più equilibrati sono Lega Nord e Movimento 5 Stelle: le percentuali di candidature maschili sono il 50,8% per il Carroccio contro il 53,3% dei cosiddetti “Grillini”. Ma togliendo i due candidati sindaco dalla statistica, per Astolfo abbiamo 7 maschi e 7 femmine, dunque un 50%-50% tondo, contro il 51,6% maschile dei candidati della Durante. I maschi rappresentano il 69,2% dei candidati di Bedini, il 78,8% di quelli di Dalla Libera, il 79,6% di Luzzu ed infine l’88,2% di Ferri.
A livello di liste singole, tra le dodici Lega Nord e Giovani per Michela Durante sono le uniche due a maggioranza femminile (rispettivamente 53 e 56%); il Carroccio opitergino continua quindi a valorizzare il “gentil sesso”, tendenza non certo nuova: la giunta Pujatti aveva infatti più assessori donne che uomini.

Come prevedibile, i Giovani per Durante rappresentano anche la lista con l’età media più bassa: 28 anni e 3 mesi. Trentatré anni e tre mesi l’età media dei candidati di Rifondazione Comunista, che schiera ben quattro candidati su dodici con al massimo vent’anni; 38 invece l’età media dei Grillini. I candidati meno giovani li presenta la lista civica “Oderzo Sicura” (quasi 54 anni).
Se si considerano le coalizioni e non le liste, le medie tendono ad avvicinarsi: quasi 43 anni per i candidati della Durante, 46 anni e mezzo per Ferri, 48 e tre mesi per Dalla Libera, quasi 49 per Luzzu.

In generale vediamo che i candidati hanno un’età media di 44 anni e mezzo; sono in tutto ben 192, ovvero uno ogni 104 residenti circa, e per il 67,7% sono di sesso maschile.
L’altro dato che emerge da questa indagine è che il maggior equilibrio tra maschi e femmine si tende a riscontrare nelle liste con l’età media più bassa: è il segno di un cambio di mentalità che probabilmente porterà, con il cambio generazionale, ad un maggior coinvolgimento femminile nella vita politica.

Legenda grafico (cliccare sopra per ingrandire)
Asse X: percentuale di uomini candidati
Asse Y: età media dei candidati in lista
Quadratini con bordo spesso: posizione delle coalizioni
Quadratini senza bordo: posizione delle liste
Quadratini senza bordo e testo: posizione delle coalizioni togliendo il candidato sindaco dalla statistica (in 2 casi su sei questa rimozione è ininfulente nella media).
Quadratino grigio con scritto TOT: media totale di tutti i candidati.
Colori: Giallo = Astolfo (Movimento 5 Stelle); Rosso = Bedini (Rifondazione Comunista); Grigio chiaro = Dalla Libera (Oderzo Sicura); Blu = Durante (Lega Nord); Azzurro = Ferri (Popolo delle Libertà); Verde = Luzzu (Partito Democratico).

L’Azione, domenica 15 maggio 2011

Domani la seconda parte dell’indagine, che si può comunque già leggere nel sito de L’Azione insieme alle tabelle usate per questa statistica.

2011

* L’anno è iniziato con una strage di cristiani in una chiesa di Alessandria (Egitto, paese islamico moderato). Il papa parla di “vile attentato”, di “offesa a Dio” e la massima autorità islamica egiziana, l’imam Ahmed al-Tayyeb, considerato un moderato, invece che prendere le distanze dai terroristi parla di inaccettabile ingerenza negli affari egiziani.

* In Europa invece la Comunità Europea pubblica, coi soldi dei cittadini, un diario da distribuire nelle scuole che contiene tutte le festività ebraiche, islamiche, cinesi, indù, Sikh e civili, ma si dimentica di segnalare che il 24 aprile è Pasqua e che il 25 dicembre è Natale.

* In Italia, il primo a prendere posizione sul “caso Diario” è Frattini. Ma lui è Ministro degli Esteri e non poteva stare zitto. I media nostrani ignorano, o quasi, la notizia. Il secondo che prende posizione è Borghezio.

* Ripeto: Borghezio. Nessun altro ha ancora detto o fatto qualcosa di concreto, mi pare. La notizia del 16 dicembre.

* La Commissione Europea, riguardo al diario, ha parlato di “stupido errore”. Per rimediare, nella prossima agenda non ci sarà riferimento ad alcuna festività religiosa.

* Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico, scrive invece nei suoi profili Twitter e Facebook: Dopo quel che è successo in Egitto serve una mobilitazione internazionale per la libertà religiosa. Seguono i commenti degli utenti: due terzi di questi vanno fuori tema o al massimo dicono, in sostanza, “Chissenefrega”.

Se il buongiorno si vede dal mattino…