Un libro su Piavon

E’ in vendita in libreria da qualche settimana, al prezzo di 13 euro, un libro su Piavon di Oderzo, il quale verrà ufficialmente presentato venerdì 26 febbraio alle ore 20.30 presso la sala polifunzionale della frazione opitergina.

Un progetto dalla storia travagliata, iniziato alla fine degli anni ’90 su iniziativa dell’allora parroco don Attilio Pradelle e ripreso in mano dopo l’arrivo dell’attuale parroco don Giuseppe Fagaraz, promotore della nascita di un gruppo di lavoro che ora ha portato a termine il volume.

Il libro ripercorre la storia del paese dal medioevo, sottolineando in particolare il suo legame con la vicina abbazia benedettina di Busco, per arrivare alla sua storia moderna e contemporanea, con riferimenti all’occupazione francese e austriaca, alle due guerre mondiali e all’accorpamento del comune di Piavon in quello di Oderzo nel 1929.

Una parte del libro, il quale è corredato da una consistente documentazione fotografica, è dedicata all’archeologia locale e alle tradizioni popolari.

Il volume, che va ad aggiungersi a quelli pubblicati alla fine degli anni ’80 su Colfrancui, Rustignè e Faè e a quello su Camino uscito nel dicembre scorso, è stato scritto dalla giornalista e scrittrice Giuseppina Piovesana in pool con il parroco don Giuseppe, il direttore del museo di apicoltura Claudio Graziola e i vari Tarcisio Brugnera, Giancarlo Bucciol, Gianfranco Budoia, Antonio Cittolin, Luigina Dassie, Agostino Faganello, Fiorenzo Omiciuolo, Lorenzo Roman.

Il ricavato del libro servirà a finanziare il progetto per il nuovo oratorio di Piavon.

«Scoperti» e «cancellati»: ben oltre il folle di Facebook

Il ‘gioco’ ignobile del tiro al bersaglio sui Down, spuntato su Facebook nei giorni scorsi, è sparito dalla Rete in poche ore: a furor di popolo, nell’onda di una indignazione generale. La forza di questa sollevazione rassicura: siamo ancora in un mondo umano, verrebbe da dire, se a una simile ripugnante caccia al diverso ci ribelliamo. Possiamo magari, e legittimamente, prendercela con la incontrollabilità dei social network, o con la globalizzazione che ha fatto crollare le frontiere e reso impotenti i codici penali. Certi, però, che quel ‘gioco’ su Facebook è opera solo di un pazzo, o di un idiota. Che la sua logica («I Down sono solo un peso… come eliminarli civilmente?») è del tutto estranea alla gente normale. E, certamente, è così.

Tuttavia, nel leggere questa storia, ci torna in mente una ricerca pubblicata dal British Medical Journal tre mesi fa, sull’incidenza della sindrome di Down in Gran Bretagna (ne riferiamo a pagina 7). Dove si spiega come l’aumento dell’età media delle madri negli ultimi dieci anni abbia portato a un incremento molto forte della sindrome; compensato, però, dal progresso degli screening prenatali, sempre più estesi, così che il 70% dei bambini Down viene individuato prima della nascita. Una diagnosi? No, una sentenza capitale: il 92 % delle donne raggiunte dal responso abortisce. D etect è il verbo usato dalla dottoressa Morris, della Queen Mary University di Lontra, per indicare l’individuazione dei bambini Down. I «detected babies» ben raramente vengono al mondo. «Detected» – in italiano individuati, scoperti. E cancellati, 92 su 100. Questo è il British Medical Journal.

Come dice invece quel pazzo su Facebook? («I Down sono solo un peso… come eliminarli civilmente?»). Dove la differenza è nel tempo, in un ‘prima’ e in un ‘dopo’, tra il feto – nella mentalità corrente, un nulla – e il bambino; ma non è nella sostanza delle cose. Quelli lì, non sono desiderati. E se umanamente l’angoscia di una madre di fronte a un figlio handicappato è comprensibile, resta evidente che tutti o quasi, attorno, le dicono o le fanno capire che no, non bisogna avere un figlio così. Così semplice, così indifeso. Così bambino per sempre. La stessa Morris, intervistata da un quotidiano inglese, si è rallegrata dell’affinamento dei test prenatali. Che riconoscono, nel buio del ventre, i figli ‘sbagliati’. Chiamandoli al loro breve destino. Allora il delirio di un vigliacco che, nascosto dietro a un soprannome, ha enunciato sulla Rete il suo ‘gioco’ abietto, non sarà come il materializzarsi di un sottopensiero inconscio, indicibile, che però esiste, almeno quando si tratti di nascituri – di non ancora nati, e dunque secondo alcuni di non uomini? (In quella frontiera del ‘prima’ e del ‘dopo’ stabilita a ferrea barriera, per difenderci da dubbi e inquietudini).

Non sarà, quel gioco di vergogna, come il lazzo di un ubriaco, che però riecheggia qualcosa che in qualche modo si è ascoltato dai sobri? («Eliminandoli civilmente»). I «detected babies» non nascono. Scovati. Presi. E ‘civilmente’ respinti. Ma il 30 % sfugge ai controlli. La dottoressa Morris lamenta che c’è uno zoccolo duro di donne, che non accetta lo screening. Che non si sottopone a un esame che è già quasi verdetto. Che si tiene quel bambino, comunque: già figlio, e non clandestino. E questo zoccolo duro di madri ribelli, meraviglia. Forse più questo, che il rigurgito su Facebook di un ubriaco: che si lascia andare, nella sua ubriachezza nella impunità della Rete, a un vergognoso, ben occultato pensiero.

Marina Corradi, Avvenire, 23 febbraio 2010

Meno male che c’è anche qualcuno che, di fronte al caso del “gruppo shock” su Facebook, ha saputo andare al di là dell’indignazione di circostanza.

Facebook, i troll e noi

L’ultima tendenza di certo giornalismo pigrone (per la serie “trovare o creare notizie navigando su internet è più facile che nel mondo reale”) è scandagliare Facebook alla ricerca di pagine o gruppi shock per poi scrivere articoli pieni di indignazione, in genere tutti uguali. E facendo così il gioco dei ragazzini annoiati che creano queste pagine con l’unico scopo di far parlare di sè. Fare il gioco di queste persone o, come si dice in gergo squisitamente “tecnico”, dare da mangiare ai troll.

E’ sotto gli occhi di tutti che basta investire due minuti del proprio tempo e creare una pagina dei fan di Angelo Izzo o un gruppo che incita ad usare i bambini down come tiro al bersaglio per essere citati anche dai grandi media nazionali (e non solo dai “soliti” Studio Aperto o TGCOM).

E’ quindi chiaro che continuarne a parlarne (come, lo ammetto, sto facendo anch’io in questo momento) serve solamente aggravare il problema. Ma può avere anche altre conseguenze non previste, come ci spiega il Nichilista in questo post

Rassegna stampa /3

Un aggiornamento sui media che hanno riportato la notizia della pubblicazione del mio libro o una recensione:

10) Il Dialogo, a dicembre la presentazione e a gennaio 2010 la recensione

11) 10 febbraio 2010: il Club dei lettori di Treviso (seconda volta!)

12) 11 febbraio: la Tribuna di Treviso

13) 12 febbraio: Beppeblog

14) 12 febbraio: L’Azione, sia la versione cartacea che quella on-line

A breve pubblicherò qualche considerazione sulla serata di Vittorio Veneto di venerdì scorso.