A Gaiajazz musica con i giovani

Foto di Marco Fadelli

Il 3 giugno a Portobuffolé è partita la quinta edizione di Gaiajazz, festival musicale di cui scopriamo le peculiarità con l’opitergina Laura Finotto, presidente di Dotmob, l’associazione organizzatrice.
«Siamo nati cinque anni fa, confrontandoci con dei professionisti in campo musicale, grafico e non solo. L’idea era trasmettere alla generazione più giovane, più o meno quella che ha finito le superiori, le nostre competenze. Come? Con dei progetti legati alla realizzazione della nostra rassegna musicale. Dalla raccolta fondi ai contatti con eventuali sostenitori, dalla conoscenza dei regolamenti ai rapporti con gli enti pubblici. E poi con atti più concreti come anche la preparazione del palco e l’allestimento delle sedie… Con tutte le difficoltà che ci stanno dietro».
Com’è andata?
«E’ stata una bella esperienza per questi ragazzi. In cinque anni ne sono ruotati parecchi, visto che i loro impegni lavorativi e universitari hanno impedito ad alcuni di loro di seguirci a lungo. Abbiamo conosciuto tanti giovani, musicisti, aziende e così si è creata una specie di microeconomia: i musicisti che vanno pagati, le aziende che sposano un progetto culturale, e certi ambienti che sono stati valorizzati, a partire dall’Osteria dei Giusti e l’hotel Villa dei Carpini di Camino che sono i primi esercizi che hanno creduto a questo progetto».
I privati che vi sostengono quindi non mettono solo dei soldi in cambio di un logo nel cartellone…
«No. Infatti negli anni abbiamo sempre più creato delle situazioni che potessero mettere in luce le caratteristiche degli sponsor, che vanno dall’intervista all’intervento durante una conferenza. E poi la mostra fotografica “Focus”, che facciamo da due anni, e che consente a giovani fotografi di entrare nelle aziende, con tutti i disagi che questo può comportare. Ovviamente si tratta di privati che capiscono il progetto e si mettono in gioco».
Da cosa deriva il nome “Gaiajazz”?
«Quando siamo partiti eravamo a Camino ed eravamo a maggioranza donne. Così abbiamo voluto omaggiare una donna che, verità o leggenda che sia, ha sfidato le convenzioni del suo tempo, cioè Gaia da Camino».
Ed ora siete a Portobuffolè.
«E abbiamo trovato Gaia anche lì, finendo per sposare quella che è la vita culturale del paese. E rimanendo sempre aperti alla comunità, e al mondo del lavoro: quel che facciamo non è di nicchia, comprensibile solo ad un pubblico ristretto. I nostri concerti sono informali, e ci puoi venire coi pantaloni corti e coi bambini… Il nostro non è un jazz da intellettuali».
Ma comunque rispetto ai primi anni avete alzato il tiro.
«Certamente, ma solo dal punto di vista della qualità; la fruizione è rimasta la stessa. L’esperienza, e gli sponsor, ci hanno concesso questo. Ma anche di raccontare meglio le aziende che credono nel progetto».
Gaiajazz ha iniziato nel 2013 con musicisti di ottimo livello, ma del territorio; col passare degli anni ha portato anche jazzisti di fama nazionale come Francesco Bearzatti, Guido Pistocchi, Rita Marcotulli o Marco Tamburini. I prossimi appuntamenti di quest’anno saranno con lo sloveno Zlatko Kaučič sabato 10 giugno, alcune band emergenti il 17 e infine il percussionista americano Ray Mantilla il 24; con un sovrapprezzo al biglietto di ingresso sarà anche possibile cenare in loco.

L’Azione, domenica 11 giugno 2017

LegalAid, consigli legali gratuiti

Francesco Altinier è uno studente di Fontanelle (Treviso), al quinto anno di Giurisprudenza, che per essersi inventato un’attività legata al suo corso di studi ha attirato l’attenzione perfino di Barbara Ganz, giornalista del Sole 24 Ore.
Di che si tratta? Ce lo spiega lui: «Mi sono inventato un modo per dare una risposta a delle esigenze: un’esigenza mia innanzitutto, ma anche di tante persone che incontro».
Così è bastato trovare un nome che richiamasse l’assistenza legale americana, e un logo adatto, ed è nato LegalAid.
«Avvertivo l’esigenza di integrare il mio corso di studi con delle attività pratiche, visto che non ne prevede  – racconta Francesco. – Arriviamo a prendere in mano un atto solo dopo la laurea, al momento del praticantato: per cinque anni si fa studio teorico e astratto, e non si sa com’è fatto un atto o un contratto».
In cosa consiste la tua proposta?
«Ci sono una serie di esigenze che chiunque può avere, le famose “pratiche burocratiche da sbrigare”, che a volte non sono affatto semplici da risolvere. Una famiglia o una piccola impresa potrebbe non avere il tempo e le competenze per farlo, così io pongo gli strumenti che ho acquisito in questi cinque anni e dico: presentami la problematica; io la studio, e vedo se c’è la possibilità di agire per via extragiudiziale. Se c’è, te lo consiglio, te lo predispongo, altrimenti ti consiglio di andare da un professionista. Questo mi porta a toccare materialmente con mano problemi pratici, e di sgravare chi si rivolge a me di preoccupazioni».
Ma Legal Aid è… legale?
«Sì, perché io do una consulenza gratuita da studente. Il mio è il parere di una persona che non ha ancora un titolo, che può essere preso in considerazione come no. Non posso sostituire un avvocato, ma per esempio posso scrivere correttamente una lettera o una raccomandata alla ditta che ti fornisce il servizio telefonico, conoscendo le clausole del contratto. Una diffida, o una costituzione in mora di un fornitore, la può fare anche un imprenditore, ma magari non lo sa o non sa come scriverla. Allora viene da me. Un problema può toccare più aspetti: civile, amministrativo, legale. Sai gestirli? Quali sono le tempistiche? A chi ti rivolgi? Io posso dare queste risposte».
Il tuo “guadagno”, quindi, è in esperienza.
«In esperienza è in relazioni: un avvocato vive di relazioni, e chi più ne ha meglio resta sul mercato».
Come ti è venuta questa idea?
«Un’amica si è rivolta a me perché la madre aveva preso una multa per divieto di sosta a Milano, pur essendo quel giorno al lavoro a Conegliano. Avrebbe dovuto ricorrere al giudice di pace a Milano, pagare un avvocato che lo facesse al suo posto o pagare la multa. Io le ho proposto una strada non sicura ma economica: inviare una raccomandata richiedendo un annullamento in autotutela, allegando un certificato del datore di lavoro. Ho scritto la lettera utilizzando riferimenti normativi precisi e allegando la normativa, sapendo che avrebbe anche potuto essere cestinata. Invece i vigili hanno ammesso l’errore e annullato la contravvenzione».
Come sei finito nel blog del Sole 24 Ore?
A Oderzo tempo fa l’Azione Cattolica organizzò la presentazione di “Io non voglio fallire”, il libro di una imprenditrice, Serenella Antoniazzi. Allora le dissi che se l’avessi conosciuta prima le avrei potuto dare dei consigli per risolvere i suoi problemi. Mi ha ascoltato, mi ha dato fiducia, ed è stata lei a mettermi in contatto con Barbara Ganz. A dimostrazione che le relazioni portano a risultati inaspettati».

L’Azione, domenica 9 aprile 2017

Il terrorismo e gli obbiettivi del Wahabismo

Foto de La Tenda Tv (video della serata in calce al post)

Fulvio Scaglione, giornalista per varie testate cartacee e digitali, nonché ex direttore di Famiglia Cristiana, è stato il relatore di una serata organizzata al Museo del Cenedese a Vittorio Veneto lo scorso 3 marzo da Mondo in Cammino e l’associazione culturale MAI.
Scaglione ha mostrato, numeri alla mano, come non ci sia alcun indicatore che mostri un miglioramento da quando, a seguito dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti lanciarono la loro crociata contro il terrorismo, seguiti a ruota da tutti i suoi alleati occidentali: il numero dei morti nel mondo per attentati terroristici compiuti da estremisti islamici è in aumento, così come in generale l’instabilità politica. Occorrerebbe a questo punto chiedersi, ha affermato provocatoriamente il giornalista, se ci sia veramente mai stata una guerra al terrorismo.
Egli ha voluto fare una precisazione, assai importante per evitare di liquidare frettolosamente quanto sta accadendo nel mondo come uno “scontro di civilità” o una guerra dell’islam contro gli infedeli: il terrorismo è figlio del wahabismo, una corrente interna all’islam che predica un’interpretazione rigida e conservatrice del Corano, a cui aderiscono le petrolmonarchie al potere nella penisola arabica (in particolare in Arabia Saudita). Il suo obbiettivo principale, da decenni, è quello di monopolizzare l’islam cancellando qualsiasi altra corrente di pensiero al suo interno. Con ottimi risultati: se infatti l’Arabia Saudita è la patria di appena il 3% dei musulmani, essa controlla più o meno direttamente il 90% delle associazioni filantropiche, religiose e culturali di ispirazione islamica nel mondo, finanziando inoltre la costruzione di moschee ovunque, anche in Europa (in particolare in Kosovo e Bosnia). Certe associazioni filantropiche sono però specchietti per le allodole che, con la scusa di ricevere la zakat, ovvero l’elemosina che ogni musulmano praticante deve versare da precetto, riceve ingenti somme di denaro che vengono poi destinate ad Al Qaida, Hamas ed altre organizzazioni del terrore nel mondo: un meccanismo funziona almeno dal 1979, ovvero da quando venivano finanziati sottobanco i mujaheddin che combattevano contro i Sovietici in Afghanistan.
A sostenere questa tesi, ma Scaglione parla di “dato di fatto”, non sono complottisti o teste calde, ma insigni docenti universitari e esperti di geopolitica che lavorano per autorevoli centri studi di settore anche americani, fin dal 2002. E ne è al corrente anche Washington, come dimostrano i documenti della Segreteria di Stato americana datati 2009 resi pubblici da Wikileaks. Eppure questo non ha impedito ad Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, di dare l’assenso quattro anni dopo alla più imponente vendita di armi della storia, 63 miliardi di dollari in tutto, proprio a favore dell’Arabia Saudita.
I rapporti commerciali con questo paese sono una gigantesca torta da cui, comunque, mangiano tutte le principali economie del mondo, compresa quella italiana. Nessuno, in cambio, alza la voce per denunciare le perenni violazioni dei diritti umani in atto nel paese: è questo “il patto con il diavolo” che dà il nome al libro che Scaglione, nell’occasione, ha presentato.
Detto questo, la soluzione di Scaglione per uscire da questa spirale di terrore è assolutamente logica: “L’occidente non potrà mai vincere la battaglia contro il terrorismo finché sceglierà di avere come amici gli amici dei terroristi”. Ma quando si fa a patti col diavolo, di logico rimane ben poco.

L’Azione, domenica 10 marzo 2017

INCONTRO – La pace con le armi in Siria. Fulvio Scaglione racconta "Il patto col diavolo" from La Tenda Tv on Vimeo.

Recensione di “Oderzo: la città di una vita” di Mario Bernardi

copertina_bernardi2016

È stato presentato lo scorso 15 ottobre “Oderzo: la città di una vita”, primo libro postumo di Mario Bernardi. Il volume è nato grazie ad un’intuizione di mons. Piersante Dametto poco dopo la scomparsa dell’intellettuale opitergino; don Piersante desiderava in questo modo dare la giusta vetrina al corpus di articoli scritti da Bernardi nei suoi quasi 29 anni di collaborazione (1986-2015) con Il Dialogo, il mensile della parrocchia di Oderzo. E la scelta su chi dovesse portare a termine questo compito non poteva che cadere su Giuseppe Migotto, altro fedele narratore da anni di “cose opitergine” nelle pagine dello stesso giornale.
La sua ricerca di archivio, non certo facile specie per quanto riguarda le prime annate, lontane dalle comodità della digitalizzazione, ha riportato alla luce circa centoventi articoli, a cui vanno aggiunte una trentina di poesie originali. Due terzi di questo materiale hanno trovato posto nel volume, ordinati secondo tre filoni: le persone, i luoghi, e le trasformazioni di questi ultimi (ma un po’ anche delle prime).
I personaggi descritti dall’articolista non sono quasi mai i notabili della cittadina, ma la gente comune: la bottegaia, il cappellano, la guardia carceraria, la maestra, l’invalido di guerra, il calzolaio, la cuoca, il commerciante, il gelataio… Per chi, come colui che firma questa recensione, per motivi anagrafici non ha potuto conoscere costoro, ciò che emerge è un dipinto asciutto della società antecedente ai due boom economici del dopoguerra, chiusa al mondo esterno e lenta ai mutamenti, ma proprio per questo caratterizzata da minori complessità e da pochi, ma certi, punti di riferimento. Oltre a questi personaggi sono ricordate da una parte figure di spicco come Rigoni Stern, Zanzotto o Gina Roma, e dall’altra i piccoli compagni di gioco dell’autore, citati nei suoi ricordi d’infanzia, alcuni dei quali divenuti da adulti esponenti di spicco della politica locale.
Nel corso degli anni Bernardi attraverso le pagine del Dialogo ha voluto anche esprimere la sua opinione sugli interventi urbanistici che hanno cambiato volto alla città nel dopoguerra: interventi dolorosi ma inevitabili nel processo di trasformazione di Oderzo da centro agricolo con le radici ben piantate nel passato a moderno centro produttivo, ma a volte poco rispettosi del contesto in cui si trovavano.
Le foto che corredano l’opera servono a volte a visualizzare i luoghi citati tra le pagine e scomparsi ormai da decenni, e a volte di difficile identificazione per chi non li ha frequentati. Il materiale fotografico proviene naturalmente dall’archivio del libraio Bepi Barbarotto, altro custode della memoria opitergina che ha contribuito ancora una volta ad testo che non può mancare nella biblioteca degli amanti della divulgazione storica locale.

Mario Bernardi – Giuseppe Migotto (a cura di)
Oderzo: la città di una vita
Gianni Sartori editore – Libreria Opitergina, Ponte di Piave 2016
262 pagine

L’Azione, domenica 30 ottobre 2016

L’Atlante dei Classici Padani a Motta di Livenza

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Recentemente Alberto Angela ha deliziato il suo pubblico del sabato sera su Rai Tre con due puntate sul Veneto, mostrando bellezze spesso poco conosciute anche da noi che ci abitiamo: purtroppo ci è molto più familiare un altro tipo di paesaggio nostrano, ovvero quello delle zone industriali, degli outlet, delle rotatorie. Il prezzo salato che la nostra regione ha pagato al progresso è una distesa di asfalto e cemento cresciuta senza ordine e oltretutto senza gusto estetico.
Se nel medioevo gli artisti e i letterati crearono l’Italia attraverso la cultura, negli ultimi trent’anni invece politici e imprenditori settentrionali attraverso l’edilizia hanno creato una nuova entità territoriale: è questa la cosiddetta “macroregione” trattata dall’Atlante dei Classici Padani, volume fotografico che verrà presentato giovedì 10 novembre alle ore 20.45 a Motta di Livenza, presso la Fondazione Giacomini. Il libro è frutto di un progetto di due bresciani, l’artista Filippo Minelli e il giornalista Emanuele Galesi, i quali partendo da una pagina Facebook chiamata “Padania Classics” hanno innescato un dibattito, serio ma con un pizzico di ironia, sull’idea di sviluppo che ha caratterizzato dagli anni ’70 in poi almeno tre regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Veneto).
Capannoni, parcheggi, cartelloni pubblicitari, condomini, chiese post conciliari, palme da giardino, villette a schiera: attraverso un uso della fotografia inconsueto, perché cerca il banale e lo sciatto, questo “Atlante” vuole mostrare quanto la corsa alla cementificazione abbia finito per influenzare la vita, a volte perfino nella sfera religiosa, di chiunque viva nell’area compresa tra Torino e Trieste.
La serata, che sarà moderata dal nostro collaboratore e critico d’arte mottense Carlo Sala, che è pure autore della prefazione del libro, è organizzata dall’Associazione Fucina n. 4 nell’ambito del 150° anniversario dell’annessione del Veneto all’Italia.

L’Azione, domenica 6 novembre 2016

Profughi a Oderzo: la proposta di Calò

Foto di Martina Tommasi
Foto di Martina Tommasi


“Se a dicembre mi avessero ascoltato, oggi non avreste i migranti in caserma”. Questa è stata l’amara considerazione di Antonio Silvio Calò, tornato a Oderzo in occasione dell’apertura del Festival del Bene Comune il 20 giugno scorso, a sei mesi di distanza dalla prima volta. Calò e la sua famiglia, residenti a Camalò di Povegliano, dal giugno 2015 ospitano nella propria abitazione sei rifugiati africani per motivi di fede e di umanità. Partendo da questa esperienza, con il tempo ha elaborato un grande progetto di gestione dell’emergenza migratoria che, se attuato, eviterebbe l’insorgere di ghetti come quello opitergino e gli altri sparsi per l’Europa. Un progetto dove esperienze di accoglienza familiare come la sua sarebbero l’eccezione: sarebbe infatti impensabile affidare la gestione di un problema così complesso al volontariato e al buon cuore delle persone. Piuttosto, sostiene Calò, bisogna usare i fondi stanziati dall’Unione Europea e dallo stato italiano (si tratta dei “bandi Sprar”, ovvero i famosi “30 euro al giorno per immigrato”) per dare uno stipendio a giovani laureati disoccupati (educatori, mediatori culturali, psicologi ecc…) che seguano, in due o in tre, gruppi di sei migranti stanziati uno per comune, con la supervisione della Prefettura e l’appoggio di una cooperativa o di un’amministrazione comunale.
Perché proprio sei? Perché, conti alla mano, è il numero di persone ideale per ammortizzare le spese (per il cibo, i vestiti eccetera, soldi che finirebbero in tasca ai negozi del luogo oltretutto) e garantire uno stipendio dignitoso agli operatori. Operatori che avrebbero il compito di seguire a turno il proprio gruppo 24 ore al giorno perché, dice Calò “Non è possibile che persone provenienti da quel mondo possano imparare in poco tempo quel che noi abbiamo imparato in anni”.
I migranti a loro volta avrebbero una settimana pianificata (quindi niente giornate passate a oziare) con l’obbligo di studiare l’italiano e, gradualmente, di imparare un mestiere in modo da essere pronti ad entrare nel mercato del lavoro in caso di necessità: ora come ora infatti il loro destino è trovarsi in mezzo una strada, in balia della criminalità, sia se gli viene accolta la richiesta di asilo sia se gli viene respinta, perché non ci sono fondi per rimpatriarli. Al termine di questo percorso di due anni (che Calò definisce “una sana progettazione della propria vita”) il migrante se ne andrebbe per la sua strada con gli strumenti per sopravvivere; il suo posto nel progetto verrebbe preso da un nuovo arrivato e, una volta che il ciclo entrasse in pieno regime, le caserme-ghetto si svuoterebbero perché rese inutili da questa accoglienza diffusa.
Con questo progetto, Calò quindi vorrebbe “trasformare qualcosa di negativo in positivo”: ci sono alternative? No, una volta che si ha raggiunto la consapevolezza del problema. L’idea di fare una scrematura in Africa infatti, vista la situazione disastrata del continente, è impensabile: significherebbe sperperare denaro per anni in un progetto che rischierebbe di essere distrutto in poche ore. L’unica strada percorribile è quella di un progetto a lungo termine, perché “pensare di risolvere il problema in pochi mesi significa avere già fallito”, dice Calò: “Siamo di fronte ad un’emergenza che potrebbe durare trent’anni”. Così come non si può continuare a parlare di principi e di valori (civili e religiosi) e poi disattenderli. In altre parole: “Possiamo far finta di niente, ma la Storia va avanti lo stesso. Meglio quindi entrare nella Storia ed incidere per quanto possibile”.

L’Azione, domenica 24 luglio 2016

Le autogestioni al liceo Scarpa di Oderzo

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Mentre si avvicina il tradizionale dibattito elettorale al teatro Cristallo, va ricordato che ad aver organizzato il primo confronto tra i candidati sindaco a Oderzo è stato un quartetto di diciottenni: Alberto Rosada, di Lutrano, Francesca Brescacin, di Mansuè, Anna Dora Battistella, di Camino, e Michele Potenza, di Oderzo. Si tratta degli attuali rappresentanti di istituto al liceo Antonio Scarpa, sede di Oderzo, i quali hanno inserito il dibattito nella terza autogestione che hanno organizzato quest’anno. Iniziative, queste, però ben lontane dai luoghi comuni che generalmente le etichettano.
“Già l’anno scorso avevo proposto qualche giornata di autogestione – racconta Alberto. – Quest’anno ci abbiamo riprovato. Non è stato facile perché all’inizio i professori erano molto scettici”.
Ma queste iniziative sono, diciamo, “legali”?
Certo. Lo statuto degli studenti ci concede un giorno al mese per fare assemblea. Noi non chiediamo così tanto tempo: l’autogestione la facciamo al suo posto. Comunque è un termine ambiguo, perché ricorda un’occupazione, ma in realtà è pacifica e regolamentata. Dopo un grandissimo lavoro di mediazione abbiamo ottenuto di farne tre, due da due ore ed una da tre, più la giornata della creatività. Sette ore in tutto contro i sette giorni che avremmo in teoria a disposizione, e che magari si perderebbero in stupidaggini.
Com’è stata la risposta degli studenti?
Molto buona! Un tempo si facevano assemblee uniche in palestra, troppo lunghe e dispersive. Ora, con un formato diverso impostato sul dialogo, temi diversificati, sedie disposte in cerchio e gruppi in media di 15-20 studenti, facciamo emergere il loro lato migliore. E anche i professori pian piano stanno cambiando atteggiamento, fanno proposte e partecipano, e per noi è un grandissimo risultato.
I vostri laboratori spaziano su temi come la moda, la politica, lo sport, la Costituzione, l’edilizia, il giornalismo. Se non avesse avuto un imprevisto avreste avuto come ospite perfino Dino Boffo. Come nascono questi laboratori?
Dietro c’è un lavoro di ricerca da parte nostra di contatti, sia su internet sia tra le parentele e le amicizie dei ragazzi: Boffo è appunto zio di un nostro studente. Facciamo molta attenzione a chi invitiamo, anche per questo ci siamo guadagnati la fiducia di preside e docenti: vogliamo usare questo tempo in modo costruttivo. I ragazzi apprezzano e lo capiamo dal fatto che durante queste autogestioni c’è silenzio e nessuno va a spasso per i corridoi, così non abbiamo neanche tanto bisogno di “fare i carabinieri”…
Vi aspettavate questa risposta da parte dei candidati sindaco?
Ne sono venuti sei su otto, uno si è giustificato ed uno ha mandato un delegato. Non ci aspettavamo tale risposta, soprattutto perché non glielo abbiamo chiesto con molto anticipo; ci hanno dato risposte entusiasmanti e si sono complimentati per l’opportunità e l’interesse dimostrato dagli studenti.
Noi ragazzi veniamo in genere accusati di non avere interessi: effettivamente a volte è così, ma con queste iniziative vogliamo dimostrare che non lo è sempre.

L’Azione, domenica 29 maggio 2016