Il corso sull’Apocalisse a Sernaglia con De Zan

Anche quest’anno il corso biblico della Forania La Colonna a Sernaglia della Battaglia ha visto come relatore mons. Renato De Zan. Il presbitero pordenonese è attualmente uno dei più quotati biblisti italiani, e da poco è stato scelto da papa Benedetto come consultore pontificio per questioni di esegesi e liturgia. Quest’anno, nelle consuete sei serate a lui concesse (19-20-21-24-25-26 settembre) ha disquisito intorno l’Apocalisse di san Giovanni, concludendo il percorso iniziato lo scorso anno con l’analisi dei libri apocalittici dell’Antico Testamento.
L’Apocalisse, così come le lettere di Giovanni e il quarto Vangelo, non è stata scritta dall’Apostolo in prima persona, ma da ebrei convertiti che frequentavano la sua scuola. L’opera segue i canoni del cosiddetto “genere apocalittico”: i suoi due autori scrivono a due comunità perseguitate (da Nerone nel 64 circa e Domiziano nel 95), e rimangono volutamente anonimi firmandosi con uno pseudonimo. Può sembrare un controsenso che l’Apocalisse non sia stata scritta da Giovanni proprio perché gli autori dicono di esserlo ma, come ha affermato il relatore, lo scopo delle sue serate non è imparare nozioni ma acquisire la mentalità corretta per approcciarsi al testo biblico, e perciò anche superare queste apparenti contraddizioni.
L’Apocalisse, ultimo libro della Bibbia, è pure quello di più difficile comprensione, visto il suo contenuto carico di richiami ad altri testi biblici, e alle sue frequentissi simbologie: e dunque il corno rappresenta il potere; l’occhio l’intelligenza; la testa il comando; e ancora il 7 e il 3 sono la perfezione, il 6, che è un “quasi 7”, l’imperfezione (da cui forse deriva il misterioso “numero della Bestia”, il 666), il 12 un richiamo agli Apostoli e le Tribù di Israele.
Comprendendo citazioni e simboli, i messaggi di fondo diventano più chiari, dimostrandosi per nulla “apocalittici”, nel significato di “distruttivo” che si dà normalmente a questa parola, anzi: l’anonimo giovanneo ci lascia un messaggio di speranza senza tempo: dopo Cristo, la storia è entrata nella sua ultima era; Egli, signore della Storia, si contrappone a Satana e le forze che vogliono essere indipendenti da Dio (la ricchezza, l’ideologia, la persecuzione, eccetera); il credente, uno con Cristo, se rimane fedele a Lui fino alla fine, nonostante la persecuzione, non deve temere il Giudizio di Dio perché si è già compiuto, ed è un giudizio di salvezza; ogni potere che schiaccia la persona umana (simboleggiato da Babilonia) è inevitabilmente destinato a fallire; la morte, che permea tutta la nostra esistenza, è vinta; la vita eterna infine non è minimamente paragonabile a qualsiasi esperienza, per quanto positiva, di vita terrena.

L’Azione, domenica 14 ottobre 2012

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Scienza e fede, il flop dei «nuovi atei»

I «nuovi atei»? Sono l’alter ego «laico» dei creazionisti, i cristiani fondamentalisti convinti che il racconto della Genesi sia un dato scientifico assodato. Richard Dawkins, Sam Harris e Christopher Hitchens (i ‘neo laici’ di maggior successo) sono ‘illogici e incoerenti’ rispetto ai grandi pensatori atei del passato, ad esempio Nietzsche e Camus. Alterna il fioretto dell’argomentazione e la sciabola della polemica John Haught, teologo americano di vaglia, nel suo ultimo convincente lavoro, Dio e il nuovo ateismo (Queriniana, pp. 167, euro 13,80). Senior Fellow al Science & Religion Woodstock Theological Center della Georgetown University di Washington, nei giorni scorsi Haught ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, per la sua pluridecennale ricerca sul rapporto tra teologia e scienza. 

Professor Haught, nel suo saggio distingue l’ateismo ‘hard-core’ di Sartre, Camus e Marx, da quello ‘soft-core’ di Hitchens, Dawkins e Harris: qual la principale differenza?
«Gli atei ‘duri’ volevano che si pensasse in maniera logica alle implicazioni dell’ateismo. Nietzsche, Sartre e Camus insistevano sul fatto che Dio non esiste e quindi non c’è una base eterna ai nostri valori etici. Se Dio non c’è, non esistono nemmeno gli assoluti! Ogni cosa è relativa e noi siamo i creatori dei nostri propri valori. Perciò gli atei ‘duri’ pensavano che ci volesse una coerenza enorme per essere un ateo, visto che non esiste più un appoggio morale. Per questo Sartre definiva l’ateismo ‘un affare crudele’. La maggior parte della gente non sarebbe capace di essere veramente atea perché troppo debole nel vivere senza valori incondizionati. I ‘nuovi atei’ credono che certi principi siano assoluti, come la ricerca della verità scientifica oppure i diritti civili. Ma gli atei ‘duri’ direbbero che questi ‘neo-atei’ sono deboli e codardi come i credenti in Dio, dato che si aggrappano a valori assoluti».
Lei considera ‘simili’ i ‘nuovi atei’ e i creazionisti. Qual è il loro comune errore nell’approcciare il ‘problema-Dio’?
«Come i creazionisti, anche Dawkins, Harris e Hitchens considerano la Bibbia incompatibile con la scienza moderna, in particolare con l’evoluzione. Al pari dei cristiani fondamentalisti essi si approcciano ai testi religiosi antichi per provare la loro pertinenza in quanto fonti di informazioni scientifiche. Ma la Bibbia non ha mai voluto essere all’origine di verità scientifiche. Ad Hitchens, ad esempio, fanno problema i racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo e Luca. La maggior parte degli studiosi cristiani resta affascinata dall’irriducibilità narrativa di tali passi. Questi ultimi riconoscono che gli evangelisti stanno introducendo con quei testi alcuni temi poi ampliati nel corso delle loro opere. Tali racconti si preoccupano di trasformazioni spirituali, non di informazioni scientifiche. Ma Hitchens si domanda: come possono essere ispirati queste narrazioni se Matteo e Luca non concordano sui fatti storici? E finisce per definirli ‘una frode immorale’. Anche Dawkins condivide con Hitchens un certo gusto litteralistico a livello esegetico. Egli però non vedrebbe nessun contrasto tra la Genesi e l’evoluzione se non condividesse con i creazionisti l’aspettativa che una Bibbia veramente ispirata potrebbe essere una fonte di affidabili informazioni scientifiche. Ancora più penoso il caso di Harris, il quale si domanda come mai la Bibbia, se è ‘scritta da Dio’, non possa essere ‘la fonte più ricca a livello matematico che l’umanità abbia mai conosciuto’. Per lui, se la Bibbia è ispirata, avrebbe dovuto dirci qualcosa ‘sull’elettricità, sul Dna o sull’attuale misura dell’universo’».
È preoccupato dalla diffusione di questo ‘nuovo ateismo’?
«Il problema è che la maggior parte delle persone non possiede una preparazione teologica per rispondere ai ‘nuovi atei’. Gli operatori di media, poi, non sanno come valutare i loro scritti dal momento che non hanno riferimenti teologici o filosofici. I lettori possono facilmente essere d’accordo con i ‘nuovi atei’ visto che gli scandali tra i preti o gli attentatori suicidi in nome di Dio sono fatti che capitano tutti i giorni. Per molte persone questo è il lato più visibile della religione. Ho scritto il mio libro come un piccolo tentativo per mostrare che c’è molto di più di questo ‘lato oscuro’ nella religione, e che esistono risposte positive e teologicamente elaborate al ‘nuovo ateismo’, così come all’ateismo ‘duro’ di cui si diceva».
A suo giudizio, c’è una risposta specificatamente ‘cattolica’ ai ‘nuovi atei’?
«Sì. Anzitutto, sarebbe necessario che la Chiesa e i suoi membri confessassero il proprio coinvolgimento nei peccati che i ‘nuovi atei’ elencano in maniera fervorosa (e anche divertita). Una confessione come questa sarebbe una testimonianza potente della nostra professione di fede più fondamentale, ovvero che il mondo è avvolto in una bontà e in un amore infinito, una bontà che il nostro peccato ha offeso e oscurato: in questo modo il nuovo ateismo troverebbe fiducia e giustificazione. Però possiamo notare che, ironicamente, gli stessi atei testimoniano questa stessa dimensione di bontà nell’accusare i cristiani di immoralità. In che modo potrebbero esseri sicuri che i credenti sono cattivi senza essere toccati dalla bontà che stabilisce i criteri della loro stessa accusa? I cattolici chiamano Dio la fonte di questa bontà».

Avvenire, 9 giugno 2009

La Genesi oltre il catechismo

Mercoledì primo ottobre nel teatro parrocchiale di Sernaglia della Battaglia è terminata la prima parte del corso di formazione per catechisti foraniale, ovvero l’introduzione al libro della Genesi condotta da don Renato De Zan.
Don Renato, pordenonese, ha una storia particolare: cresciuto ateo, si è convertito al cattolicesimo dopo i vent’anni; a questa conversione sicuramente ha contribuito la lettura in greco del Nuovo Testamento per gli esami di maturità. Oggi è sacerdote della diocesi di Pordenone, professore universitario a Roma e Padova, nonché biblista di fama nazionale che ha contribuito alla nuova traduzione della Bibbia. Senza poter essere totalmente esaustivo, visti i tempi stretti, ha disquisito in sei serate sul primo libro della Bibbia, in modo assai efficace vista la sua capacità di spiegare concetti spesso difficili in modo comprensibile e senza essere pesante.
Le prime tre serate hanno riguardato la cosiddetta “preistoria dell’Alleanza”, ovvero gli “antenati” di Abramo. Iniziando dai due racconti della creazione, spesso e volentieri bistrattati nelle nostre scuole in quanto contrasterebbero con le scoperte scientifiche: una posizione questa efficacemente respinta da don Renato, mostrando come la Genesi non intenda spiegare come è nato il mondo, ma il suo significato, e non segue le leggi della scienza, bensì costruzioni lessicali tipici della poesia orientale. E’ per questo che la polemica dei darwinisti con i credenti parte da presupposti inconsistenti.
E così come Adamo ed Eva sono simboli e non personaggi reali, lo sono anche i loro discendenti fino al racconto del diluvio. Le storie di Adamo, Caino, Lamech rappresentano la risposta ebraica, in linguaggio mitico, al problema del male nel mondo e, come ha affermato don Renato, «sono riproposte ogni giorno nei quotidiani sotto altre forme», a dimostrazione di quanto sia universale e senza tempo il loro messaggio.
Il biblista ha voluto mostrare la ricchezza di contenuti di questi racconti che, nelle traduzioni, viene in parte compromessa per l’impossibilità di riportare nella nostra lingua concetti espressi da una mentalità e una lingua lontanissima dalla nostra: la complementarietà tra uomo e donna, una visione moralmente positiva della sessualità, la condanna della pena di morte e il fatto, non così scontato come sembra, che si possono risolvere le controversie senza ricorrere alla violenza: questo infatti accade quanto la superbia dell’uomo lo spinge a non considerare nulla al di sopra di sé stesso.
Certo, si può rimanere disorientati scoprendo che l’immagine di Maria col serpente sotto il calcagno è figlia di un un’errata interpretazione del greco. O che gli esodi degli Ebrei in Egitto sono stati almeno cinque. O ancora che il figlio di Abramo e Isacco non erano la stessa persona, così come non lo erano Giacobbe e Israele: erano quattro capostipiti di altrettanti clan che, una volta riuniti nell’unico popolo ebraico, hanno fuso le rispettive genealogie e tradizioni orali. I filologi come De Zan vogliono quindi demolire la Bibbia? Tutt’altro: sono studiosi che, attraverso l’analisi dei testi sacri in lingua originale vogliono recuperarne il significato autentico e pieno, in quanto una volta tradotti ne escono inevitabilmente impoveriti. Ed è grazie ai loro studi se oggi la storicità di certi personaggi biblici è sicura, in quanto il modo di fare di questi ultimi riflette antichi usi e costumi che chi scrisse la Genesi secoli dopo non poteva conoscere, ma che noi conosciamo grazie all’archeologia. Se ancora il lettore è perplesso, sappi che le affermazioni “controverse” di De Zan trovano conferma, per esempio, nelle note della Bibbia di Gerusalemme.
Ciò che al credente importa di questi personaggi non è quindi il loro albero genealogico o il contesto dove vivono, ma il loro esempio di credenti: la fede incrollabile di Abramo, la “furbizia” di Giacobbe, la capacità di Giuseppe di leggere la propria storia con gli occhi della fede. I tre sono stati analizzati nelle ultime tre serate.
L’obbiettivo del corso, di certo raggiunto, è stato aiutare i 180 presenti ad avvicinarsi più coscientemente a questi testi, senza fraintenderne il significato. Anche perché, in un’epoca di incontro (e scontro) con altre religioni, e in cui tanti criticano la Bibbia senza avere le competenze per farlo, il cristiano consapevole non può più accontentarsi delle semplici nozioni imparate a catechismo.

L’Azione, Domenica 5 ottobre 2008

Perchè non possiamo essere Odifreddi


«Ora, “Elohim” vuol dire “Dio” o vuol dire “Dei”? Eh! Uno dice: se la grammatica ha senso, vuol dire “Dei”. Allora: “Bereshith bara Elohim”… “In principio gli dei crearono”…Sì?
La grammatica bisogna conoscerla tutta, e solo chi è ignorante legge una cosa e dimentica l’altra. Parlo di Odifreddi.
Gliele ho dette a voce, quindi posso parlare liberamente. Al professor Odifreddi, che ha scritto “Perché non possiamo essere cristiani e tanto meno cattolici”, a PordenoneLegge l’anno scorso l’ho trovato.
Io avevo il distintivo del club perché avevo appena celebrato quindi avevo un bel crocione qua.
[Risate].
E ho detto: caro Piergiorgio, dico, tu sei professore universitario? “Sì”. Lo sono anch’io. Però io dico, non mi sognerei mai di scrivere un libro di analisi matematica. Io sono uscito fuori con il 9 in matematica e fisica agli esami di maturità, ma poi non l’ho più studiata, quindi mi reputo un ignorante.
Però tu, dico, sei tremendamente ignorante. Perché hai scritto di una materia dove io sono specialista. Hai sbagliato qui e qui, qui, qui… dice: “Basta, basta, basta”. Allora dimmi, perché l’hai scritto? “Eh sai”, dice, “un po’ di soldi bisogna pur farli”.
[Risate]. Allora dico chiudiamo qua e non se ne parla, e poi dico: Oggi pomeriggio tu dovrai parlare. Guarda che io sarò presente, e se dici una monata in ambito ebraico o greco, dico, ti falcio. Mi alzo e dico che sei un ignorante.
Quel pomeriggio, a Pordenone, non ha toccato nessun problema. Io non sono andato, perché non sono andato per Pordenone [Risate], ma chi è andato mi ha detto che non ha toccato questi problemi, ha toccato la storia della Chiesa, i santi, le madonne, tutto quello che volete, ma il testo biblico lo ha lasciato [pausa, sottovoce] in pace». [Risate].

Don Renato De Zan, Sernaglia della Battaglia, 22 settembre 2008,
durante una serata di analisi filologica sulla Genesi

Il nuovo lezionario

La CEI ieri ha presentato il nuovo lezionario liturgico, il quale contiene circa centomila piccole correzioni rispetto alla versione precedente. Le modifiche che faranno di certo più discutere sono quelle al testo dell’Ave Maria e del Padre Nostro: in quest’ultima è stata finalmente cambiato il verso "Non ci indurre in tentazione", che se uno ci pensa bene, è quasi una blasfemia. Un errore fatto non in malafede ma semplicemente per la difficoltà, anzi l’impossibilità, di rendere in italiano un concetto espresso in aramaico prima ed in latino dopo. A tal proposito pubblico un pezzo quasi profetico apparso ne L’Azione alcune settimane fa.

Con le lezioni del biblista pordenonese don Renato De Zan, nelle serate del 19-20-21-24-25-26 settembre scorso, si è concluso l’itinerario di vita e di fede organizzato dalla Forania Quartier del Piave, aperto ad inizio mese da don Tonino Lasconi.
Il professor De Zan, pur lanciando una proposta dal tiro alto, e non avendo la fama del parroco marchigiano, è riuscito lo stesso a riempire la sala comunale di Sernaglia, deliziando la platea con alcuni approfondimenti su alcuni brani del Vangelo di Giovanni.
Don Renato ha voluto incentrare queste sue lectio divina da un punto di vista filologico, aiutato dal confronto dei brani in italiano con gli originali in greco e sottolineando le piccole ma significative sfumature che nelle versioni spesso scompaiono.
E’ questa infatti l’amara realtà che è emersa in queste serate: le traduzioni della Bibbia, dall’aramaico al greco, o dal greco all’italiano, sono spesso discutibili, non per la malafede dei traduttori, ma per l’impossibilità di trasportare nella nostra lingua vocaboli, modi di dire, concetti che non appartengono alla cultura occidentale. Qualche esempio: il “Non ci indurre in tentazione” del Padre Nostro, che sarebbe “Non permettere che cadiamo in tentazione”; oppure l’espressione “Essere sotto il fico”, modo di dire israelita che significava “Avere l’esaurimento nervoso”: questa considerazione spiega meglio l’episodio della chiamata dell’apostolo Bartolomeo (Gv 1,45 e seguenti). Ed ancora Efesini 5,22.25, noto passo che si legge ai matrimoni: “Le mogli siano sottomesse ai mariti […] E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa”. Qui i verbi “sottomettere” e “amare” sono traduzioni improprie di due verbi aramaici che non hanno corrispettivo greco, in quanto l’amore della cultura greca era diverso da quello della cultura ebraica; il vero senso della frase sarebbe “Le mogli amino i mariti di amore accogliente […] E voi, mariti, amate le vostre mogli di amore donativo, come Cristo ha amato la Chiesa”.
Posato, esauriente, profondo, il professor De Zan è riuscito a far comprendere ad un pubblico di persone comuni passaggi a volte piuttosto complessi, grazie anche ad alcune battute e ad un pizzico di autoironia.
E per chi vuole approfondire il discorso Bibbia, qual è la versione migliore? «Da questo punto di vista una vale l’altra perché hanno tutte degli errori», ci rivela un po’ sconsolato al termine dell’ultimo incontro. «L’importante è avere a fianco un buon commento».

L’Azione, 7 ottobre 2007