Agriturismi: come vanno le cose


Nella mattinata di lunedì 21 febbraio, presso l’agriturismo Rechsteiner di Busco di Ponte di Piave (TV), si è svolta la settima edizione di “A tavola con l’agriturismo d’autore”: il programma in particolare ha visto un convegno su “La politica dei marchi di qualità”, occasione anche per fare il punto sulla situazione del settore agriturismo in particolare nella Marca.
Alberto Sartori, presidente di Agriturist Veneto, ha voluto sottolineare l’importanza dell’enogastronomia nella promozione del turismo locale. Il “territorio da scoprire” e in generale il turismo minore ruotano intorno al mondo dell’agricoltura; il mondo dell’agriturismo non viene però più visto con simpatia come un tempo ma con timore da ristoratori ed albergatori, e sembra ci sia una volontà di tenerlo come a bada: per Sartori dunque occorre quindi dire sì alle regole, ma no a certi freni che rallentano un settore con grandi potenzialità.
Potenzialità che sono state messe in luce da Mara Manente, docente a Ca’ Foscari a Venezia e direttrice del Centro internazionale studi e ricerche sull’economia turistica: i maggiori aumenti nel settore turistico si registrano nell’ambito dell’iterazione cultura-territorio. C’è sempre maggiore desiderio, specie da parte del turista straniero, di comprendere l’identità e la cultura del luogo, di leggerlo anche attraverso il prodotto locale, di fare esperienza non solo con il gusto ma anche con vista e mente. Da qui tre concetti chiave: paesaggio, coinvolgimento, storia. Il turista enogastronomico che si reca in Veneto inoltre è disposto a spendere di più del turista normale e, una volta tornato a casa, cerca il prodotto legato al nostro territorio. La dottoressa Manente ha sottolineato l’importanza d’oggigiorno della “differenza percepita”: occorre quindi differenziarsi dagli altri.
Da qui l’importanza dei marchi DOP. Da qui è partito l’economista agrario Ermanno Comegna: per gli addetti ai lavori è difficile orientarsi tra i vari sistemi di certificazione (in Europa ce ne sono 441 diversi!), figuriamoci per il turista. Solo l’8% degli europei (e il 16% degli italiani) comprende il significato del marchio DOP: anche per questo il produttore che adotta questa filiera, sobbarcandosi spese e burocrazia, spesso poi non ha un ritorno economico. Gli economisti a proposito parlano di “banalizzazione del marchio di qualità”: questo purtroppo viene spesso inteso più in termini di campanilismo che di marketing.
L’opitergino Ulderico Bernardi ha illustrato l’alto potere evocativo del prodotto culturale, e dell’importanza del “patrimonio immateriale” compresa finalmente anche dall’UNESCO. Il Veneto ha uno sterminato patrimonio storico non falsificabile e che va adeguatamente compreso e proposto: si pensi solo che la parola “Venezia” è una delle più comprese e conosciute al mondo. Da qui l’importanza di una formazione adeguata per una maggiore consapevolezza della valenza storica del territorio. I nostri prodotti locali potrebbero avvalersi a ragione del titolo di “prodotto della Venezia”, secondo l’antico nome del Veneto, operazione però difficilmente attuabile per le troppe resistenze locali.
Domenico Dal Bo’, procuratore generale dell’Associazione Produttori Ortofrutticoli Veneto Friulana, ha chiosato ribadendo l’importanza di puntare sul prodotto tipico e non sul prodotto locale, che non è adeguatamente legato alla cultura e alla tradizione del luogo.
Sono seguiti gli interventi dei rappresentati delle istituzioni provinciali e regionali, e di Confagricoltura, primo ente organizzatore dell’evento, il dibattito e una degustazione di un menù enogastronomico ragionato a base di prodotti tipici degli agriturismi veneti.

Versione integrale dell’articolo pubblicato ne L’Azione, domenica 27 marzo 2011

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Il vescovo Corrado incontra gli amministratori

Mercoledì 16 febbraio il vescovo Corrado ha incontrato a Oderzo gli amministratori locali della bassa diocesi, proponendo, come già altrove, quanto emerso dalla settimana sociale di Reggio Calabria.
Concentriamoci quindi sulle considerazioni dei presenti seguiti all’intervento del vescovo. Bruno di Oderzo ha sottolineato la scarsa sensibilità dello stato verso le politiche familiari: paradossalmente nel resto d’Europa società più laiche le sostengono maggiormente. Antonio di Chiarano ha mostrato come la contrapposizione esasperata tra politici disincentiva i giovani a mettersi in gioco; priorità del politico cattolico dovrebbe essere l’eliminazione delle conflittualità: più ricerca del bene comune e meno ideologia. Paolo di Colfrancui per primo ha tirato in ballo l’emergenza educativa e una riflessione su come i media influiscano negativamente sull’educazione dei figli. Paola di Oderzo, citando il cardinale Bagnasco che ha auspicato la necessità di infondere fiducia e speranza della gente, ha fatto notare come avvenga proprio il contrario a causa della tendenza dei media di sottolineare solo il negativo, diffondendo il pessimismo: sarebbe necessario, per esempio dare più spazio al volontariato. Sandro di Camino ha parlato invece del “fariseismo latente” che serpeggia tra i politici cattolici: siccome “o si fa così o se fuori” si diffonde la tendenza ad assumere atteggiamenti anche condannabili ma che non vengono percepiti come tali. Stefano di Fratta ha ripescato il problema delle contrapposizioni, anche tra nord e sud d’Italia e l’emergenza educativa: si insegna ai giovani quanto gli serve per realizzarsi professionalmente ma non l’etica. Roberto di Motta ha auspicato che ci sia etica anche nell’imprenditoria: negli ultimi anni per esempio, nonostante leggi più severe, nel settore dell’edilizia sono state realizzate opere spaventose. Paolo di Motta ha ripreso il tema famiglia sottolineando l’annoso problema delle separazioni, che ricade sulle spalle dei figli, e la fatica delle giovani coppie a farsi una famiglia con il conseguente rinvio del distacco dalla famiglia di origine.
In generale nel dibattito sono emerse considerazioni anche interessanti, ma spesso epidermiche: tanta buona volontà ma anche la sensazione che molto di quanto è stato detto rimarrà, ahinoi, per vari motivi solo sulla carta. Amministratori presenti erano circa una ventina, di cui il 90% uomini: sintomo non certo di scarsa sensibilità da parte delle amministratrici ma della scarsa presenza femminile anche nella nostra politica locale.

Versione integrale dell’articolo pubblicato ne L’Azione, domenica 6 marzo 2011

Nota bene: praticamente tutti gli amministratori citati nel pezzo sono intervenuti presentandosi soltanto col nome, dunque ho scelto di presentarli nell’articolo allo stesso modo; chi conosce la situazione politica dell’opitergino saprà facilmente aggiungere i vari cognomi.
Aggiungo un aneddoto che mi ha fatto riflettere: quando il vescovo è arrivato si è avvicinato a me e a tre miei concittadini che stavano conversando. Quando ha saputo che provenivamo tutti da Oderzo ha affermato: “Quest’anno qui ci sono le elezioni, giusto?”. tutti hanno dato risposta affermativa, e uno dei tre ha voluto aggiungere: “Sì, ma noi eravamo qui anche l’anno scorso che le elezioni non c’erano”. Come dire: non sono qui per secondi fini. Triste sintomo di una politica che sembra quasi vergognarsi di se stessa.

Giramenti di atomi

Fase 1. C’è un terremoto in Giappone, con tanto di tsunami allegato. Vengono coinvolte delle centrali nucleari.
Fase 2. Alcuni media italiani pubblicano la foto di una raffineria in fiamme in Giappone pensando che sia una centrale nucleare.
Fase 3. Molti si interrogano se sarebbe opportuno costruire centrali nucleari in Italia, paese che ha il doppio svantaggio di essere in gran parte zona sismica e gestito da italiani.
Fase 4. Qualcuno si accorge della foto tarocca e dice: “E’ una raffineria, non è una centrale nucleare”.
Fase 5. I movimenti pro-nucleare prendono posizione: “Ecco. Avete visto? Era una raffineria. Il nucleare è sicuro e pulito”.
Fase 6. La gente guarda la foto e pensa: “Porca miseria, è proprio vero. Che idioti, ci siamo cascati”.
Fase 7. Aumenta il numero di italiani favorevoli al nucleare.

Italia amore mio.

Otto marzo

Sottotitolo: Shahbaz, 1968-2011

Mercoledì scorso, 2 marzo 2011, è stato assassinato in Pakistan Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze religiose del paese. Cattolico, grande sostenitore del dialogo interreligioso, era nel mirino dei fondamentalisti islamici dal 2009, e ancora di più da quando, alcuni mesi fa, si era schierato contro la condanna a morte per blasfemia di Asia Bibi. Qui si può, anzi si deve, leggere il suo testamento spirituale.

Suo fratello Paul Bhatti, medico, vive in provincia di Treviso, e sotto Natale aveva rilasciato interviste per L’Azione, il nostro settimanale diocesano, e per la veglia della Pace tenutasi a Oderzo a inizio 2011. Lo stesso Shahbaz non poté, per cause di forza maggiore, partecipare a settembre ad un appuntamento a Motta di Livenza inserito nell’ambito del Giubileo mariano.

Sebbene purtroppo me lo aspettassi, sono rimasto comunque deluso dallo scarso risalto dato dai media nostrani a questa notizia: questi, salvo poche eccezioni abbastanza scontate, hanno preferito parlare d’altro.

Eppure questo omicidio non può non scuotere le coscienze di noi tutti.

Di noi cristiani, perché Shahbaz Bhatti è un martire della fede che si può paragonare, senza timore di risultare esagerati, a tutti coloro i quali, da Santo Stefano in poi, da 1975 anni a questa parte, sono morti per difendere la loro fede in Gesù Cristo. Ricordiamocelo, ogni volta che esercitiamo una fede “da secondo banco”, chiusa in se stessa, comoda, buonista, che non cerca fastidi. Ogni volta che ci vergogniamo di essere cristiani perché la corrente va dall’altro senso.

Di noi occidentali, a prescindere dall’appartenenza o meno a un credo religioso, perché Shahbaz Bhatti ha lottato contro un modo intendere la religione oscurantista, integralista e retrogrado che noi europei, per primi, abbiamo mandato in pensione.

Di noi amanti della laicità, nel senso più nobile del termine, perché Shahbaz Bhatti è morto per difendere la libertà di credo, e di conseguenza anche di pensiero. Anche di chi non la pensava come lui, quindi. Non vi viene in mente un famoso aforisma di Voltaire che Voltaire non ha mai pronunciato? Volete un aiutino?

Di noi abitanti del mondo, perché in un mondo dilaniato dagli scontri di civiltà e dalla diffidenza verso il diverso, l’unica strada da seguire, per quanto difficile, è quella del dialogo, della convivenza e del rispetto reciproco.

E infine di voi donne, perché Shahbaz Bhatti è morto anche per aver preso le difese non solo di una cristiana, ma anche di una donna, in luoghi dove la loro dignità viene quotidianamente calpestata.

E’ anche per questo motivo che questo post viene pubblicato l’8 marzo, festa della donna.

Care donne, non so in che modo onorerete questa ricorrenza, se andando a cena con le amiche in un locale con i camerieri in perizoma o partecipando a manifestazioni per rivendicare i vostri diritti o il vostro ruolo nella società: ricordatevi, anche solo per un momento, di quest’uomo morto a 42 anni per difendere la libertà di una di voi. Una donna che oggi non avrà la libertà di scegliere se andare a cena con le amiche in un locale con i camerieri in perizoma o se partecipare ad una manifestazione per rivendicare i suoi diritti o il suo ruolo nella società.

Se non ora, quando?

Vivo sospeso, pure io.

Visto che lo spartito completo de In punta di piedi è stato un regalo di Nat(h)al(i)e molto gradito dagli italiani, e il contatore visite del mio blog ne è testimone, perché non condividere di nuovo con la collettività i risultati delle mie rinfrescatine di teoria musicale?

Ecco a voi quindi le partiture per basso, pianoforte, melodia, archi, basso e chitarra elettrica di Vivo sospesa, il brano che la tipa coi capelli rossi (citazione) ha portato al Festival di Sanremo.

Si tratta, come nel caso precedente, di partiture non originali perché trascritte ad orecchio ascoltando la traccia del CD e un po’ i vari video delle esibizioni sanremesi; partiture quindi simili, e non certo identiche all’originale, soprattutto per quanto riguarda le parti orchestrali.

Se volete gli spartiti veri, rivolgetevi ad un buon negozio di musica o telefonate a Lucio Fabbri.

La pagina dove si può scaricare il file si trova qui.

Per leggerlo ci vuole il GuitarPro. Se non ce l’avete, lasciatemi un commento e se sono in giornata vi giro il PDF potrete trovare una copia degli spartiti in formato JPG nel Nathalie’s Song Database del Covo dei Nathivi – il forum ufficiale di Nathalie. Se avete qualche problema nel visualizzarli nel forum, fatemelo sapere con un commento.

AGGIORNAMENTO (9 novembre 2011). D’ora in avanti non spedirò più niente a nessuno: nel Covo dei Nathivi – il forum ufficiale di Nathalie potete infatti scaricare un comodo canzoniere in PDF con testo e accordi di tutte le canzoni di Nathalie conosciute, in cui sono stati inseriti anche i miei spartiti di In punta di piedi, Vivo sospesa e Il mio canto libero. Aspetto i vostri commenti sul risultato.

Buona suonata a tutti!

E anche buonanotte, vista l’ora.

Si ringraziano, in ordine sparso: Ugolino da Orvieto, la Premiata Forneria Marconi, una certa persona rimasta da poco senza tonsille, Elio Belisari, i Nathivi, Gianni Morandi, Guido d’Arezzo, Natalia Beatrice Giannitrapani, Johnny Buckland, il forum Pianosolo, l’Acrobat Reader, il chitarrista dell’orchestra di Sanremo 2011 che assomigliava vagamente a Julian Assange.