Recensione di “Oderzo: la città di una vita” di Mario Bernardi

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È stato presentato lo scorso 15 ottobre “Oderzo: la città di una vita”, primo libro postumo di Mario Bernardi. Il volume è nato grazie ad un’intuizione di mons. Piersante Dametto poco dopo la scomparsa dell’intellettuale opitergino; don Piersante desiderava in questo modo dare la giusta vetrina al corpus di articoli scritti da Bernardi nei suoi quasi 29 anni di collaborazione (1986-2015) con Il Dialogo, il mensile della parrocchia di Oderzo. E la scelta su chi dovesse portare a termine questo compito non poteva che cadere su Giuseppe Migotto, altro fedele narratore da anni di “cose opitergine” nelle pagine dello stesso giornale.
La sua ricerca di archivio, non certo facile specie per quanto riguarda le prime annate, lontane dalle comodità della digitalizzazione, ha riportato alla luce circa centoventi articoli, a cui vanno aggiunte una trentina di poesie originali. Due terzi di questo materiale hanno trovato posto nel volume, ordinati secondo tre filoni: le persone, i luoghi, e le trasformazioni di questi ultimi (ma un po’ anche delle prime).
I personaggi descritti dall’articolista non sono quasi mai i notabili della cittadina, ma la gente comune: la bottegaia, il cappellano, la guardia carceraria, la maestra, l’invalido di guerra, il calzolaio, la cuoca, il commerciante, il gelataio… Per chi, come colui che firma questa recensione, per motivi anagrafici non ha potuto conoscere costoro, ciò che emerge è un dipinto asciutto della società antecedente ai due boom economici del dopoguerra, chiusa al mondo esterno e lenta ai mutamenti, ma proprio per questo caratterizzata da minori complessità e da pochi, ma certi, punti di riferimento. Oltre a questi personaggi sono ricordate da una parte figure di spicco come Rigoni Stern, Zanzotto o Gina Roma, e dall’altra i piccoli compagni di gioco dell’autore, citati nei suoi ricordi d’infanzia, alcuni dei quali divenuti da adulti esponenti di spicco della politica locale.
Nel corso degli anni Bernardi attraverso le pagine del Dialogo ha voluto anche esprimere la sua opinione sugli interventi urbanistici che hanno cambiato volto alla città nel dopoguerra: interventi dolorosi ma inevitabili nel processo di trasformazione di Oderzo da centro agricolo con le radici ben piantate nel passato a moderno centro produttivo, ma a volte poco rispettosi del contesto in cui si trovavano.
Le foto che corredano l’opera servono a volte a visualizzare i luoghi citati tra le pagine e scomparsi ormai da decenni, e a volte di difficile identificazione per chi non li ha frequentati. Il materiale fotografico proviene naturalmente dall’archivio del libraio Bepi Barbarotto, altro custode della memoria opitergina che ha contribuito ancora una volta ad testo che non può mancare nella biblioteca degli amanti della divulgazione storica locale.

Mario Bernardi – Giuseppe Migotto (a cura di)
Oderzo: la città di una vita
Gianni Sartori editore – Libreria Opitergina, Ponte di Piave 2016
262 pagine

L’Azione, domenica 30 ottobre 2016

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Recensione de “Il Cammino di Verde”

Il Cammino di Verde” è un romanzo breve di Marco De Conti, scrittore di Fregona. La donna del titolo è Verde della Scala, nobildonna di Verona legata alla storia del Cenedese per aver sposato all’inizio del Trecento Rizzardo novello da Camino, signore di Serravalle, e averne in seguito commissionato la bellissima tomba ammirabile ancor oggi nella chiesa di Santa Giustina.
La storia inizia raccontando l’insofferenza della giovane Verde verso le rigidità della corte veronese e il suo desiderio di evadere, per quanto possibile, dal suo destino di nobile unita in matrimonio in nome della ragion di stato: tutto questo per vivere una storia d’amore autentica e profonda, desiderio condiviso dal marito sin dal giorno del loro matrimonio. De Conti per realizzare questa sua opera si è cimentato in un approfondito confronto con documenti storici di prima mano, in modo da poter dipingere con maggiore fedeltà numerosi scorci di vita quotidiana del Veneto del quattordicesimo secolo. Prendendosi comunque la libertà di spostare la residenza dei coniugi dal castello di Serravalle a quello di Piai di Fregona, l’autore inoltre esterna la propria passione per le terre del Cansiglio che, descritte con dovizia di particolari, fanno da sfondo alla storia d’amore dei due protagonisti: una storia che è frutto della creatività dell’autore ma che ricalca le effettive vicende personali e familiari degli stessi.
Ne risulta una storia agile e ben scritta, molto descrittiva, dove senza cadere nel buonismo a vincere sono l’amore e i sentimenti positivi.

Marco De Conti
Il Cammino di Verde
De Bastiani editore, 176 pagine, € 12

L’Azione, domenica 20 dicembre 2015

Recensione de “Cosa tremenda fu sempre la guerra”

È toccato ad una giovane ricercatrice opitergina, la ventiquattrenne Laura Fornasier, l’onore e l’onere di inaugurare la collana Memoria di popolo nella Grande Guerra della Gaspari di Udine, ovvero la casa editrice che detiene il più ricco catalogo in Italia sulla prima guerra mondiale. Il progetto, supervisionato da Ca’ Foscari, ricade nel programma di commemorazioni per il centenario del conflitto promosso dalla Regione Veneto, e intende conservare la memoria di storie di persone comuni legate al conflitto stesso. Vicende quindi avvenute lontano dai palcoscenici della guerra, ma non per questo meno utili nella definizione di un quadro storico accurato di quei tragici anni.
Il lavoro compiuto dall’autrice consiste nell’inventariazione, avvenuta tra marzo 2014 e aprile 2015, del cosiddetto “fondo Chimenton”, conservato nell’archivio diocesano di Treviso: una raccolta di documenti che prende il nome da mons. Costante Chimenton, delegato vescovile per la ricostruzione degli edifici ecclesiastici distrutti durante la guerra. La raccolta però va ben oltre ad ambiti meramente architettonici, offrendo uno spaccato dettagliato sull’opera della chiesa trevigiana negli anni della guerra e in quelli immediatamente successivi a favore dei parenti dei soldati, dei prigionieri e dei profughi sfollati in tutta Italia. A questo proposito vanno segnalate le numerosissime lettere presenti nel fondo inviate o ricevute dal vescovo di allora, il Beato Andrea Giacinto Longhin, e che hanno come mittenti o destinatari papa Benedetto XV, il generale Diaz, ministri o autorità militari, parroci sfollati insieme ai loro parrocchiani, ed altro ancora: missive che mostrano l’ampio raggio d’azione del prelato, ma anche i vari conflitti emersi tra preti e autorità statali in merito alle prese di posizione dei primi sulla guerra e la politica, e le conseguenti accuse di pacifismo e disfattismo a loro rivolte.
Va segnalato inoltre che, per ovvi motivi di vicinanza geografica, il fondo contiene riferimenti anche a varie parrocchie della diocesi di Vittorio Veneto.
Si tratta quindi di un’opera di consultazione che si rivolge in particolar modo a specialisti e storici locali che vogliano usarlo come punto di partenza per altre ricerche. Il progetto nel cui ambito è nato questo libro ha anche un sito internet: www.1915-1918.org.

Laura Fornasier
Cosa tremenda fu sempre la guerra
Gaspari editore, 188 pagine, € 15

L’Azione, domenica 20 dicembre 2015

Padre Bergoglio: dalla parte dei perseguitati

E’ appena uscito, ma si sa già che tra due anni diventerà un film, con la regia di Liliana Cavani: tra le tante pubblicazioni su papa Francesco uscite in libreria da marzo ad oggi, La lista di Bergoglio si distingue perché prende in analisi l’attività del futuro papa Francesco durante la dittatura militare in Argentina. Quando essa iniziò, nel 1976, padre Jorge Mario Bergoglio aveva trentanove anni e ricopriva il ruolo di superiore dei gesuiti argentini. Il titolo del libro rimanda a Schlinder’s List di Steven Spielberg: se in quel film si raccontava di ebrei salvati da un imprenditore tedesco, in questo si racconta di dissidenti argentini che il giovane padre Jorge volle a tutti i costi proteggere, nascondendoli nel proprio collegio o favorendone l’espatrio. Tutto questo nel silenzio e con discrezione, poiché non doveva guardarsi solo dai militari, ma anche da certi esponenti del clero che fecero finta di non vedere i crimini della dittatura o, peggio, si macchiarono di collaborazionismo.
La “lista di Bergoglio”, probabilmente assai più lunga di quanto si intuisca leggendo, è composta da seminaristi, sacerdoti, catechisti, o persone impegnate nel sindacato, la politica, la cultura, a volte nemmeno credenti, ma che il futuro papa stimava pur magari non condividendone in pieno il modus operandi; essi avevano in comune l’essersi schierati dalla parte dei poveri e degli oppressi, venendo per questo sommariamente etichettati come comunisti o oppositori del regime e quindi personaggi da fermare con ogni mezzo. Dalle loro testimonianze, raccolte con una certa fatica dall’autore, giornalista di Avvenire, si scopre pure che Bergoglio nel 1977 passò alcuni giorni nel pordenonese, a casa di un emigrante italiano rimpatriato dall’Argentina, avvertendo anche una forte scossa di terremoto.
La prefazione del libro è stata affidata a Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace ed antifascista argentino il quale, pur dichiarando che Bergoglio avrebbe potuto esporsi di più, lo scagiona completamente dalle accuse di collaborazionismo a lui mosse già a partire dalla sera dell’elezione. Il libro contiene anche il testo di un rapporto riservato sul papa di Amnesty International, e la trascrizione integrale dell’interrogatorio a cui il cardinale Bergoglio si sottopose nel 2010 durante il processo ai torturatori del regime: rispondendo alle incalzanti domande del giudice, il prelato compie anche una breve ma esauriente analisi dei fenomeni dei “preti delle baraccopoli”, sviluppatisi in Sud America a seguito del Concilio Vaticano II.

Nello Scavo
La lista di Bergoglio. I salvati da Francesco durante la dittatura
EMI
€ 11,90

L’Azione, domenica 26 gennaio 2014

2011 in musica. Quinta parte

E siamo alla quinta ed ultima parte delle mie considerazioni musicali sul 2011. Avete ovviamente il diritto di non essere d’accordo!

  • Lüüp Meadow Rituals. Eh beh, questa è roba per palati fini. Nonostante la doppia umlaut (o forse no?) dietro a questa parolina di quattro lettere sta il progetto di un flautista greco, tale Stelios Romadialis. Non ha neanche la pagina su Wikipedia, ma per altre vie vedo che ha trent’anni e ha collaborato con pezzi grossi come Robert Wyatt e David Jackson (Van Der Graaf Generator). Non è certo un pivellino quindi, e lo dimostra con questo signor disco di folk sperimentale, ricco di bellissimi paesaggi sonori dipinti pescando appieno dalle sonorità balcaniche, rinnovate con strumentazioni e sonorità moderne. La tradizione che sposa l’avanguardia, e scusate se è poco. Non so cosa dire di fronte ad un capolavoro del genere, se non questo: ascoltatelo.
  • Tom Waits – Bad As MeWaits è un cantautore che non conosco molto, ma per il quale a quanto ho potuto vedere il tempo non passa, e così continua a pubblicare album significativi da ormai quarant’anni. Rispetto a Mule Variations (1999) qui sembra fare meno il crooner e divertirsi di più: i temi più o meno sono sempre quelli (la vita degli emarginati e degli “storti”) ma, per nostra fortuna, anche i risultati, assai buoni. E’ raro vedere un “sempre quello” che funziona così bene.
  • Brunori Sas – Vol. 2 – Poveri Cristi. Altro giovane e brillante cantautore nostrano al suo secondo lavoro, come indica il titolo stesso. Impossibile non accostarlo a Dente (vedi qui sotto), viste anche le reciproche ospitate nei loro ultimi dischi; ci sono certamente delle somiglianze, ma entrambi hanno ormai un loro stile definito. Brunori, vuoi per il repertorio più contenuto, è un po’ indietro rispetto all’amico e collega, ma comunque in questo suo secondo volume mostra i segni di un discreto miglioramento. Se vi piacciono Lucio Battisti, Edoardo Bennato e Rino Gaetano apprezzerete anche le scene di vita di tutti i giorni di questi “poveri cristi”.
  • Florence + The MachineCeremonialsPer questa loro opera seconda, il gruppo della giovane ed eclettica cantautrice Florence Welch (classe 1986) sforna una dozzina di pezzi godibili e barocchi, che si inseriscono nel solco del grande rock al femminile inglese degli ultimi anni (Siouxie & The Banshees in primis) ma anche di gruppi di tendenza (Arcade Fire) e classici (Jefferson Airplane); verrebbe quasi voglia di parlare di un'”Anna Calvi più radiofonica”, ma per motivi cronologici in realtà è Anna Calvi ad essere una Florence Welch meno radiofonica… A fare la parte (è proprio il caso di dirlo) del leone la potente voce, appunto, della cantante, e gli arrangiamenti sontuosi di Brian Epstein (lo stesso di 21 di Adele). Domanda: che disco sarebbe uscito, senza l’aiuto di quest’ultimo? Che è un po’ come chiedersi cosa sarebbero i Coldplay oggi senza Brian Eno. A proposito: se i F+TM pubblicano un altro paio di dischi così, tra cinque anni saranno famosi come i Coldplay. Scommettiamo? Interessante anche il secondo disco dell’edizione deluxe, con gli “scarti” e i demo.
  • James Blake James Blake. James Blake is the future, ha detto qualcuno. Mah: può anche darsi che sia il futuro, di certo questo sbarbatello musicista inglese non è il presente. Un po’ Bon Iver, un po’ Antony and The Johnsons, un po’ dubstep che fa sempre figo. Molta ma molta elettronica ma anche acerbità e un po’ di noia. E’ ancora un ragazzino (classe 1989), ne riparliamo tra qualche anno e qualche disco.
  • Chapel Club – PalaceEnnesimo gruppo indie rock post-punk inglese da 6 in pagella di cui nessuno sentiva il bisogno. Un po’ White Lies (sì, addirittura), un po’ Strokes, un po’ Morrisey, un po’… Eccheppalle. Differenza Italia-Regno Unito: mentre da noi da noi un sacco di talenti musicali non se li fila nessuno (e così qualcuno emigra), oltremanica un gruppo così “ordinario” lo produce Paul Epworth. Dimenticavo: secondo le non so quanto attendibili statistiche del sito Rate Your Music, i Chapel Club sono più popolari in Italia che in madrepatria. Dove abbiamo sbagliato?
  • Ladytron – The Best of Ladytron: 00-10Compilation ben riuscita come accade di rado: qui dentro ci sono più o meno tutti i pezzi che vale la pena ascoltare di quello che è considerato il maggior gruppo synthpop di questo primo scorcio di secolo. Tutto il resto si può anche tralasciare, o quasi. Di interessante ha sopratutto il vago odore di balcanico che si sente qua e là, grazie al contributo della cantante Mya Arroyo, bulgara.
  • Bud Spencer Blues ExplosionDo It. “It” come” esso”, ma anche come “italiano”. Perché, come Bud Spencer, questo gruppo ha un nome e uno spirito molto americano ma è italianissimo, ed è ironico e sciallo come il gruppo americano, appunto, al quale ha fregato il nome (i Jon Spencer Blues Explosion). Do It è il loro terzo album in studio e la loro seconda uscita del 2011 dopo il notevole ep Fuoco lento: questa volta, Cesare Petulicchio e Adriano Viterbini riescono come mai erano riusciti a vestirsi ora da bluesman consumati, ora da grunger, ora da infuocati figli di Jimi Hendrix, anche sfoggiando una tecnica notevole che però non è certo fine a se stessa. Il tutto condito da testi nonsense e scanzonati, che non raggiungono chissà che vette di poesia ma poco importa. Sarebbe interessante vedere prima o poi i risultati di una tournée negli Stati Uniti, dove certo si troverebbero molto a loro agio; nel frattempo godiamoceli noi italiani, visto che dal vivo spaccano come pochi.
  • I CaniIl sorprendente album d’esordio dei CaniAncora una volta l’apparenza vince sulla sostanza. Il caso indie italiano dell’anno è, in realtà, quanto di peggio poteva partorire l’indie italiano. Provocatorio fin dal titolo, in quanto a testi è una lunga e continua accozzaglia di luoghi comuni sul mondo dei giovani alternativi italiani, fascia 20-30 anni, che frequentano l’università e comprano la reflex per fotografare posaceneri; sotto certi aspetti, è la “risposta indie” a certe canzoni degli 883. Musicalmente invece è insignificante: una banale elettronica lo fi, sempre uguale. Il notevole chiacchiericcio e le discussioni nate attorno a questo disco (perfino articoli su quotidiani e riviste nazionali) si può spiegare solo in un modo: siamo in Italia.
  • Dente – Io tra di noiLa risposa a che dice che in Italia non ci sono più i cantautori. Il signor Giuseppe Peveri riesce a fare ancora di meglio del già buon precedente L’amore non è bello. Dodici pezzi abbastanza brevi (tranne l’ultimo), leggeri e piacevoli da ascoltare, e incentrati sull’amore, tra ardite metafore erotiche e citazioni che non ti aspettavi (tipo Ungaretti). Si sente bene l’eco di Lucio Battisti (e un po’ anche di Daniele Silvestri), ma non è affatto un limite, anzi. Avanti così!

2011 in musica. Quarta parte

Avanti col Cristo: quarta parte delle mie considerazioni su un po’ di roba che ho ascoltato l’anno scorso.

  • PJ Harvey – Let England Shake. La Polly Jean prosegue nel suo cammino artistico e di vita, e la ragazzina inquieta e sconcia di vent’anni fa da tempo ha lasciato il posto ad un’artista più matura ed in pace con se stessa. A differenza degli ultimi lavori, mi sembra accolti con giudizi discordanti, è quasi unanime la considerazione che Let England Shake sia uno dei migliori dischi della sua carriera, e lo dimostrano i premi vinti e la presenza quasi costante nelle tante classifiche “Best of 2011” nelle riviste di settore. Si tratta di un concept-album sulla guerra (con riferimenti alle due conflitti mondiali e i conflitti in medio Oriente) vista dagli occhi dei civili. Le atmosfere, però, sono tutt’altro che tetre, anzi: dei dischi che finora ho sentito di PJ (quasi tutti), questo mi è sembrato essere finora quello più immediato e ascoltabile. E’ difficile trovare un album che mischi così bene testi tutto sommato orecchiabili ma non per questo semplicistici o banali, una musica folk vecchio stile ma suonata in modo particolare (leggi l’utilizzo di strumenti come il sassofono e l’autoharp) e con felici intermezzi di rock alternativo. Da vedere anche i video, realizzati per ognuno dei dodici pezzi dell’album da Seamus Murphy.
  • Simona MolinariTua. La Molinari è senz’altro una brava interprete e pure molto carina (peculiarità quest’ultima che sfrutta anche troppo, trattandosi pur sempre di una cantante e non di una modella). Cantare musica pop con influssi jazz e swing va bene ma non rende automaticamente migliori di chi fa musica pop “normale”. Tutto questo, e la collaborazione con Peter Cincotti, fa troppo “versione italiana e femminile di Michael Bublè” (che non va bene). Cover fatte benino e inediti che non dicono niente di nuovo. Peccato.
  • Foo Fighters – Wasting Light. Non mi considero un grande estimatore del gruppo di Dave Grohl, anche se lo seguo (superficialmente) sin dai tempi di Learn to fly. Un disco di rock senza troppi fronzoli, ma ben fatto e ben suonato, che si ascolta con piacere. Se vi basta, questo disco è per voi.
  • Nathalie – Vivo sospesa. Il primo disco della cantautrice italo-belga, giunto finalmente al termine di una gavetta troppo lunga, rappresenta in qualche modo un punto di arrivo ed un riassunto di quanto fatto sinora, contenendo brani concepiti a volte anche otto anni prima. Ma non si può certo considerare un “best of”, vista la qualità di molti inediti non inclusi nel disco ma facilmente rintracciabili in rete. Tra le influenze, il cantautorato italiano e francese degli anni ’60-’70,  l’irish folk, i pianisti à la Michael Nyman, ma anche certe sonorità indie o gothic rock degli ultimi 15 anni (esempio Jeff Buckley, Muse, Tool) bene o male ormai assorbite dal mainstream. L’album si distingue anche per l’assoluta mancanza di riempitivi: la qualità rimane costante a punto che si faticherebbe a scegliere dei potenziali singoli. In scaletta brani dai testi intimisti in tre lingue, scelti (bene) in base a criteri di omogeneità ma forse anche con un po’ di freno a mano: sembra un po’ una Nathalie che non osa troppo per essere più comunicativa, una scelta di sana prudenza in una fase di certo delicata della sua parabola artistica. Per le sperimentazioni, insomma, c’è tempo.
  • AA.VV. – Villa TempestaA caval donato non si guarda in bocca, ma la compilation dei gruppi de La Tempesta regalata prima del grande concerto di Villa Manin non è affatto un granché. Sarà la scelta sbagliata dei pezzi, sarà che sono artisti non adatti ad una compilation (mica siamo al Festivalbar), sarà anche che tra questi più di qualcuno è decisamente sopravvalutato. Nel gran calderone, anche i pezzi più validi (Uochi Toki, Fine Before You Came, Massimo Volume) perdono mordente. Curioso l’unico inedito, a firma dell’ultimo progetto di Davide Toffolo, il Coro Anni Dieci: la riproduzione dei suoni di un temporale estivo in un bosco realizzato con voci e strumenti improvvisati.
  • Bon IverBon Iver, Bon Iver. Personaggio strano, questo Justin Vernon, cantautore trentenne proveniente dai monti del Vermont reduce da collaborazioni inusuali (la colonna sonora del secondo capitolo di Twilight, l’ultimo disco di Kanye West). Il secondo lavoro del progetto “Bon Iver” è un disco di folk alternativo etereo e sfuggente, interessante ma a tratti un po’ monotono. Vista la sua giovane età, ha ancora tempo per scrivere il capolavoro.
  • Radiohead – The King of Limbs. Di certo i Radiohead non sono mai uguali a loro stessi. O forse sì? Il loro ultimo lavoro, breve non certo facile, riporta alla mente quanto sentito in Kid A / Amnesiac, ma suona comunque diverso: sarà che in fondo nel frattempo sono passati dieci anni, sarà per il singolo funzionale alla radio (Lotus Flower) che ha qualcosa di nuovo, anzi d’antico, sarà per le spruzzatine di dubstep e di sonorità elettroniche care alla musica alternativa degli ultimissimi anni e che Thom Yorke e soci hanno ormai adottato. Questo è il limbo in cui attualmente soggiornano, ma il titolo del disco non c’entra nulla (limbs non significa “limbi” anche se in troppi la pensano così): il limbo del gruppo indie meno indie del mondo, che fa britpop che non è britpop, che non è commerciale ma che ormai ha venduto milioni di dischi ed è idolatrato in tutto il mondo. E che per questo può permettersi di autoprodursi, pubblicare qualsiasi cosa, regalare i propri dischi. E che si fa pagare bene per essere ascoltato (i concerti italiani dell’estate 2012, tra biglietto e commissioni, ammontano sui 56 euro, che sarà anche meno di quanto chiede Vasco, però…). La Storia ci dirà se fu vera gloria.
  • White LiesRitualUno dei tanti gruppi inglesi “un po’ alternativi” spuntati come funghi negli ultimi anni oltremanica. L’amore, la morte, l’oscurità, il basso ritmico, quattro accordi in croce, chitarre e sintetizzatori new wave, bla bla bla… Tutto già sentito e risentito. Più che i mitici Joy Division sembrano una versione più oscura degli Editors (gruppo che già di per sè non annovera l’originalità tra i propri pregi). O i nostri Diaframma di Siberia (che, per inciso, meritavano assai di più).
  • CapaRezzaIl sogno eretico. Il Salvemini prosegue la sua carriera lungo un percorso ben definito tra genialità e furbizia commerciale, in fondo come tanti altri artisti nostrani, non privi di talento ma neanche sprovveduti. Questo suo ultimo disco, tra i migliori da lui pubblicati, alterna episodi più e meno riusciti: il “puro stile caparezziano” si ritrova in testi con trovate linguistiche notevoli e brani di denuncia sociale (in particolare Non siete Stato voi), ma anche in qualche banalità di troppo (leggi l’anticlericalismo trito e ritrito che tira in ballo i soliti Galileo e Giordano Bruno) o volgarità gratuita. I fan del rapper pugliese di certo non saranno rimasti delusi.
  • Patrizia Laquidara e Hotel Rif – Il canto dell’anguana. Ad essere pignoli il disco è uscito a fine dicembre 2010 ma chissenefrega. La Laquidara è una cantautrice siciliana ma veneta d’adozione, troppo raffinata e sperimentale per avere successo. Da anni ha scelto i paesi di Luigi Meneghello come sua dimora, e l’amore per questa terra che l’ha accolta è sfociata in questo disco di canti popolari, realizzati in collaborazione con gli Hotel Rif, gruppo folk vicentino. L’artista, grazia al suo particolare timbro di voce e al trasporto nell’interpretazione, è riuscita quasi a “fare suoi” questi brani originali (i testi sono del poeta vicentino Enio Sartori) ma che si inseriscono appieno nella tradizione popolare di casa nostra. Nel suo repertorio ai concerti ci sono anche tante canzoni tradizionali venete che più nessuno ricorda: un patrimonio che sta scomparendo e che andrebbe invece tutelato, perché la cultura veneta passa di qua (e non attraverso altre operazioni discutibili di cui ogni tanto si sente parlare. Chiusa parentesi).

2011 in musica. Terza parte

Terza parte del mio tour de force recensistico-musicale del 2011 (bleah, che inizio di post scadente.)

  • Anna Calvi – Anna Calvi. La Gran Bretagna sforna un’altra grande cantautrice: stavolta trattasi di una ventinovenne dalle chiare origini italiane. Già a fine 2010 era stata segnalata come una delle probabili migliori del novità dell’anno appena trascorso e, per una volta, i media inglesi sempre pronti ad incensare i propri artisti ci hanno azzeccato. La sua seconda opera prima (è stata anche cantante di un gruppo dalla vita breve, i Cheap Hotel) è un piccolo gioiellino oscuro e sensuale, dove la Nostra canta del diavolo e dell’amore ricordando ora Patti Smith, PJ Harvey e Siouxsie, ora Maria Callas e Edith Piaf, imbracciando la sua Telecaster scordata e accompagnata dalla batteria di Daniel Maiden-Wood e soprattutto dall’appariscente polistrumentista Mally Harpaz. Tra cavalcate morriconiane e classicheggianti, turbamenti saffici e discese agli inferi, il disco prosegue per quasi quaranta minuti sempre ad alti livelli, fino alla splendida conclusione di Love Won’t Be Leaving. Buon viaggio, Anna! (P.S.: si può ascoltare il disco intero nel canale YouTube dell’artista).
  • Paolo Benvegnù – Hermann. Ex leader degli Scisma (gruppo del quale mi tocca ammettere la mia ignoranza) al suo terzo disco da “solista”: solista tra virgolette, visto che il diretto interessato e i suoi musicisti preferiscono considerarsi come un gruppo. Un gran disco, sia per quanto riguarda i testi, a riprova dell’eccellente vena da cantautore di questo artista, sia per quanto riguarda la musica, calda e corposa. Perché personaggi così non vengono invitati a Sanremo, al posto delle solite cariatidi (e degli ormai bolliti Marlene Kuntz)?
  • Danger Mouse & Daniele Luppi – Rome. Più che il contenuto in sé, l’interessante è il progetto: Danger Mouse (produttore e fondatore dei Gnarls Barkley, ricordate Crazy?) e Daniele Luppi (musicista romano stabilitosi negli States, l’ennesimo cervello in fuga quindi) hanno avuto la felice intuizione di realizzare una manciata di brani omaggio alle colonne sonore italiane degli anni ’60-’70, suonandoli insieme ad alcuni musicisti di casa nostra che collaborarono con Morricone, e facendoli cantare a Norah Jones e Jack White dei White Stripes. Il risultato è un disco piuttosto breve e godibilissimo, ennesima dimostrazione che la musica italiana, se adeguatamente “cucinata”, può funzionare benissimo anche all’estero.
  • Margherita Pirri – Daydream. Pianista milanese ventiseienne al terzo disco in tre anni, autoprodotto al 100%, dalle basi al libretto della copertina. Cantante lirica mancata con tanto conservatorio alle spalle, se le scrive, se le canta e se le suona in inglese, italiano, francese e tedesco. Questo suo terzo lavoro prosegue il percorso intrapreso nell’album precedente verso sonorità meno “facili” e più personali e mature; certi pezzi suonati al piano creano atmosfere da colonna sonora, mondo quest’ultimo assai apprezzato e studiato dalla nostra; in altri invece riecheggiano la musica celtica e francofona, e il folk americano degli anni ’70. Con un’adeguata produzione, che la aiuti anche ad eliminare un pizzico di monotonia di fondo, potenzialmente può fare grandi cose; ma già ora questa “self made woman” è una bellissima realtà.
  • The StrokesAngles. Uno dei più “fighi” (e sopravvalutati) gruppi newyorchesi del decennio scorso, ha esaurito da tempo la carica innovativa che possedeva un decennio fa. Carino il singolo Machu Picchu, ma dopo la traccia 1 il resto del disco prosegue senza grandi sussulti, come un compitino eseguito senza sforzarsi troppo.
  • Marco Mengoni – Solo 2.0. Mengoni è uno degli artisti più interessanti mai usciti dal nostro X Factor, e per questo viene frettolosamente etichettato come “prodotto di talent”. Nel suo primo vero disco ha indubbiamente il pregio di discostarsi dal solito immaginario pop italiota del sole-cuore-amore, a partire dalla buona title-track che ricorda i Muse di Origin of Symmetry; per il resto, però, c’è ancora da lavorare. Il talento c’è, le canzoni non ancora: rimandato a settembre.
  • The Black Keys – El Camino. I Black Keys sono un duo dalla provincia americana, autoironico e stralunato, che sembra uscito da un film dei fratelli Cohen. C’è poco da fare: il chiacchierato critico musicale Piero Scaruffi quando dice che il rock è americano come l’islam è arabo, ha perfettamente ragione: infatti per trovare un po’ di freschezza in dischi così, ormai bisogna attraversare l’oceano per forza. Come direbbe Mick Jagger, quello dei Black Keys è solo rock’n’roll, ma mi piace: ecco, il fatto che il disco a volte è fin groppo “piacione” è forse più un limite che un pregio.
  • Adele21. Uno dei migliori dischi finiti quest’anno in Italia in cima alla hit parade, dove sta soggiornando da mesi e raggiunto, dopo molte settimane, pure il primo posto. Il secondo disco dell’ancor giovane londinese Adele Adkins è stato uno dei più clamorosi successi mondiali del 2011: quindici milioni di copie vendute, cifre da secolo scorso, roba che neanche Britney Spears (brr). Il suo “soul pop” non presenta alla fine nulla di nuovo, ma siamo di fronte ad un disco che, pur tra qualche banalità e/o furbizia commerciale, presenta qualche piccola gemma che si ricorderà con piacere anche tra molti anni. Pollice su anche al fatto che non siamo di fronte alla solita bellona da copertina. Amara considerazione finale: fosse nata in Italia, oggi Adele (pronunciata con la “e” finale) sarebbe un’impiegata ventitreenne sovrappeso che nel fine settimana arrotonda facendo piano-bar nei localini, ben conscia di non avere alcuna possibilità di sfondare nel mondo della musica.
  • Sigur Rós – Inni. Trasportare in un disco l’atmosfera di un concerto è difficile, specie quando chi suona è un gruppo che per i suoi paesaggi e le sue atmosfere è idolatrato in mezzo mondo. L’operazione è riuscita assai bene, sia per quanto riguarda la scaletta che per quanto riguarda la resa di registrazione. Per la cronaca, a questo album è abbinato anche un film-documentario realizzato dalla band stessa. Disco super consigliato, sia ai fan del gruppo sia come punto di partenza per chi ancora non li conosce.
  • SubsonicaEden. Da quando sono passati alla major, solo una volta (L’eclissi, 2007) hanno pubblicato qualcosa degno di nota. Eden è un concept album piuttosto forzato e pretenzioso che contende a Terrestre (2005) il poco ambito record di disco peggiore della loro carriera. Si salvano, ma solo in parte, i singoli, e poco altro. Purtroppo i Subsonica non sono più quelli di una volta e loro stessi, ben consci di questo, ci scherzano sopra (Benzina Ogoshi), con un po’ di paraculaggine. Quella a loro di certo non manca: di certo, dopo 15 anni di concerti, sanno bene come muoversi sul palco e farsi desiderare. Dal vivo, insomma, spaccano come non mai. Anche con i pezzi nuovi.