2011 in musica. Seconda parte

Seconda parte della mia solita carrellata di opinioni su un po’ di cose che ho ascoltato in quest’anno che ormai volge al disio.

  • Verdena – WOWTitolo azzeccatissimo. Il trio bergamasco è riuscito nell’impresa di migliorarsi rispetto al già notevole Reqiuem. Quanti gruppi al mondo possono vantare una carriera in costante crescita, disco dopo disco? Wow è l’album italiano dell’anno, e chi scrive fino a 5-6 anni fa non poteva certo essere annoverato tra gli estimatori di questo gruppo. Nel loro quinto disco Alberto, Luca e Roberta superano loro stessi, sia in quantità che in qualità, a metà tra sperimentazione e tradizione canora nostrana: un disco insomma pienamente italiano. Le influenze? Grunge, rock psichedelico (Jennifer Gentle, Beatles), new vave, grunge ed elettronica (MGMT), cantautorato italiano (Battisti, Battiato e pure… Mango, per loro stessa ammissione), il tutto senza scimmiottare nessuno ma con uno stile personalissimo e ben collaudato. Pollice su anche per il prezzo: meno di 15 euro per un disco doppio pubblicato da una major, e meno di 20 euro per l’edizione speciale con DVD annesso, non è proprio consueto; una politica del low cost applicata anche ai concerti del gruppo, sempre gratuiti o a prezzo popolare, che a lungo termine ha pagato. Lo dimostrano i tanti concerti concerti sold-out e un secondo posto nella hit parade italiana.
  • RaeinSulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti. Album scaricabile gratuitamente nel sito della band. Fatico a giudicare questo album non essendo un conoscitore del genere screamo ma, da neofita, posso affermare che questo disco meriti l’ascolto, sia per per la musica che per i testi (questi ultimi a volte forse un po’ forzatamente “aulici”). Peccato che, a causa della cattiva produzione, risultino spesso di difficile comprensione; azzeccata quindi la scelta del gruppo di inserire le liriche in un file a parte insieme al disco.
  • Tim Hecker – Ravedeath, 1972Hecker è un musicista elettronico canadese di 37 anni e già sei dischi all’attivo. Questa sua ultima opera prende il nome da un’usanza al MIT di lanciare un pianoforte irreparabile dal tetto di un edificio una volta l’anno, d’estate, ed è stato registrato in una chiesa luterana in Islanda. Un gran disco di musica ambient, denso e variegato, anche se di non facile ascolto.
  • The Bastard Sons of DionisoPer non fermarsi mai. Dalla Val Sugana con furore. Trio dalla storia particolare: nato in Trentino, località dove di certo la vita per che fa musica non è facile è ancor più difficile che nel resto d’Italia, è uscito dall’anonimato grazie al secondo posto a X Factor 2009 ma, per lo stesso motivo, è stato ingiustamente etichettato come “prodotto da talent”. Eppure hanno all’attivo pure una sorta di “gemellaggio del nord Est” con Teatro degli Orrori e Tre Allegri Ragazzi Morti, gente non proprio uscita da Amici di Maria De Filippi, insomma. Dopo aver lasciato la gabbia dorata della Sony Music, sono tornati a pieno titolo nel mondo della musica indie pubblicando il miglior disco della loro carriera. Il loro è un rock non banale ma neanche senza tante pretese o troppi fronzoli, suonato e cantato bene: fossero in Inghilterra, sarebbero additati come l’ennesima next big thing. A proposito di oltremanica: la loro cover di Tomorrow Never Knows dei Beatles è (ebbene sì) migliore dell’originale. P.S. Si può ascoltare il disco intero nel canale YouTube del gruppo. Aggiornamento (8 gennaio): i TBSOD hanno linkato questo post nella loro pagina su Facebook, grazie!
  • KasabianVelociraptor! Tra i mille gruppetti indie-ma-non-troppo rock spuntati come funghi oltremanica verso la metà del decennio scorso, i Kasabian sono uno dei più validi. Anche solo per il fatto di essere arrivati dignitosamente al quarto disco. Non sono tanto cambiati rispetto agli esordi del 2004, ma d’altronde il rimanere sempre più o meno uguali (o permanere in un sound ben definito, se preferite) è purtroppo una peculiarità di questo genere di band. Velociraptor! è un disco di buon rock che si ascolta volentieri dall’inizio alla fine, anche oltre quindi ai singoli di rito. Ecco, forse non sono il massimo dell’umiltà ma poco importa.
  • Giorgio Canali e Rossofuoco – RojoUn rock sanguigno e cazzone, che non solo sa tanto di già sentito, ma non ha neanche nulla di particolarmente interessante. Se questo è, come ho letto, il miglior disco della band, siamo presi bene. In certi momenti sembra addirittura di ascoltare Ligabue (Sì, Ligabue); allora, tanto vale ascoltarsi quello originale, che perlomeno si prende meno sul serio (ed è più credibile) dell’ex CCCP-CSI.
  • Bud Spencer Blues Explosion – Fuoco Lento Live Ep al Circolo degli ArtistiEp registrato al Circolo degli Artisti di Roma che, con quattro cover e due pezzi di “produzione propria”, riesce a rendere bene la straordinaria energia che sprigiona questo duo romano, spesso paragonato ai White Stripes ma decisamente più dotato, in quanto a bravura tecnica, dei loro “simili” americani. Nelle cover riescono ad ottenere degli ottimi risultati, sia quando decidono di rispettare gli originali (vedi Voodoo Child di Jimi Hendrix) sia quando invece li stravolgono (Killing in The Name dei Rage Against The Machine o Hommage à Violette Noizieres degli Area).
  • ColdplayMylo XylotoI Coldplay vanno giudicati come un gruppo pop rock e non come un gruppo indie o alternative: non lo sono più da almeno tre dischi (o forse non lo sono mai stati), ed è quindi inutile denigrarli se fanno il loro mestiere (cioè fare pop) o duettare con Rihanna (perché la musica dovrebbe contare di più di chi la canta). Il loro quinto disco non si scosta molto dalle sonorità del precedente Viva la Vida, ma non riesce affatto a ripeterne l’alchimia che ne aveva decretato il successo. I nuovi singoli, insomma, non sono all’altezza di un Lovers in Japan o di un Life in Technicolor, ma quando sarà il momento di cantarli allo stadio funzioneranno benissimo. Il pezzo migliore comunque è Charlie Brown, potenziale singolo del 2012, col suo strano tempo 6/8+8/8+8/8+8/8 (o almeno credo).
  • Various ArtistsDalla parte di Rino: Tributo a Rino Gaetano (a proposito di sei ottavi…). I dischi tributo non mi sono mai piaciuti particolarmente, e questo, uscito nel trentesimo anniversario della prematura morte del cantautore romano, non fa eccezione. Due dischi: il secondo è l’ennesima compilation, e il primo una raccolta di cover di artisti piuttosto eterogenei di cui solo una manciata veramente riuscite. Da dimenticare il singolo, l’ennesima versione di Nuntereggae più aggiornata all’attuale situazione italica, stavolta da Roy Paci: se nell’originale infatti si citavano persone che a distanza di 33 anni sono quasi tutte note al grande pubblico (e qualcuna ancora in circolazione), di una parte dei personaggi infilati a forza nella nuova versione del pezzo non si ricorderà più nessuno molto presto.
  • AucanBlack Rainbow. Il trio bresciano è uno dei gruppi di punta de La Tempesta dischi; questo loro secondo lavoro, da molti sopravvalutato, li ha posti all’attenzione del pubblico underground di casa nostra. Ma il loro dubstep o trip hop o math rock che dir si voglia risulta però troppo spesso macchinoso e freddo per essere veramente valido o interessante. Non si sente un gran miglioramento rispetto al primo disco, datato 2008; col tempo, sei il gruppo riuscirà a raggiungere una certa maturazione artistica, allora sì potremo avere un gruppo di cui vantarci. Anche all’estero.
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2011 in musica. Prima parte

Termina l’anno solare e, come al solito, tiro le somme di un anno di ascolti musicali. Quest’anno però le recensioni saranno molte di più, anche se piuttosto brevi, per non tediarvi (e tediarmi..) troppo. Ve le propongo, una decina alla volta in ordine più o meno casuale, in questo e nei prossimi 4-5 post. Buona lettura!

  • R.E.M. – Collapse Into Now. In genere dopo i quarant’anni difficilmente si pubblicano capolavori (salvo poche splendide eccezioni), e Michael Stipe & soci non sfuggono a questa regola. I loro ultimi dischi non erano di certo indimenticabili, ma questo Collapse Into Now come epitaffio non è nulla di nuovo, ma è senz’altro dignitosissimo. Ah, se solo qualche loro coetaneo seguisse il loro esempio e si ritirasse: ci sarebbe più spazio per altre band senz’altro meritevoli di ascolto… Un album che si fa ascoltare con piacere.
  • Lou Reed & Metallica – LuluUna delle uscite più controverse dell’anno, penalizzata di certo anche dai modi e dai tempi della sua promozione. Quando dei “mostri sacri” della musica si mettono assieme per incidere qualcosa, non è affatto detto che i risultati siano all’altezza della reputazione degli stessi. Specie quando i mostri sacri in questione non solo convivono a fatica, ma sono, rispettivamente, un cantautore e un gruppo che ha già sparato da tempo le proprie cartucce migliori. Musicare un’opera teatrale scritta un secolo fa era un’operazione rischiosa, complimenti comunque per il coraggio. Non è una ciofeca come hanno scritto in molti, ma tantomeno un capolavoro: è un disco, un po’ troppo lungo, con un metal già sentito, e “arricchito” da un “canto” e da un recitativo stralunato al limite del goffo.
  • The Beach Boys – The Smile SessionsColui che scrive ritiene i grandi gruppi pop degli anni sessanta decisamente sopravvalutati. Come valutare quindi “il più grande disco mai uscito”, l’album che quarantacinque anni fa avrebbe dovuto rivoluzionare la musica pop? E’ vero, come ha scritto qualcuno, che “il miglior disco del 2011 è stato inciso nel 1966”? Esagerazioni. In fondo parte del materiale che avrebbe dovuto essere inserito in “Smile” venne pubblicato in forma un po’ diversa già poco tempo dopo, a partire dai migliori pezzi del lotto: Heroes and Villians e Good Vibrations, due canzoni leggere che di rivoluzionario avevano al massimo l’uso del sintetizzatore e le tecniche di registrazione. Il secondo disco con i contenuti speciali (registrazioni di prove con spezzoni di brani ripetuti continuamente e versioni alternative) è consigliabile solo ai fan più stretti (leggi: è assolutamente inutile e ripetitivo).
  • The Zen Circus – Nati per subireCon questo disco il trio pisano è entrato perfino nella top 100 italiana (31° posto), giustissima ricompensa per ormai diciassette anni di concerti in Italia e all’estero. Definitivamente abbandonata la lingua inglese per l’italiana, Appino e soci si sono dati quasi al cantautorato, operazione riuscita anche se non del tutto. In quanto a testi si nota un certo miglioramento rispetto al precedente Andate tutti affanculo, ma musicalmente quest’ultimo era di certo più interessante. Undici pezzi che raccontano l’Italia di oggi, con lo stile graffiante e folk tipico di questa bella realtà nostrana.
  • Amy WinehouseLioness: Hidden Treasures. Criticare questi dischi è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Per questo “terzo disco di Amy Winehouse” valgono le stesse considerazioni che si possono fare su altre operazioni commercial-discografiche del passato compiute sull’onda emotiva della scomparsa di un’artista. Contiene senz’altro dei brani validi, ma l’impressione è che siano tenuti insieme a forza. Ci manca l’anima, insomma.
  • Larsen – Cool Cruel MouthGruppo post-rock torinese con una discografia (mi dicono) notevole ma di difficile reperimento. Questo loro ultimo lavoro però è tremendamente noioso: il genere, senz’altro, non aiuta.
  • Dead SkeletonsDead Magick. L’Islanda, per quanto piccola, può vantare una scena musicale di tutto rispetto. Nome della band, titolo e copertina del disco dicono già un po’ da che parte tira il vento: siamo di fronte ad un gruppo ancora giovane e poco conosciuto (nella Wikipedia inglese ancora non ci sono) che propone un interessante collage di shoegaze, rock psichedelico, noise rock, coniugato in ritmi ossessivi, tribali e vagamente esoterici che richiamano alla mente certe sonorità tipiche dell’India. Qua e là fanno un po’ capolino i primi Sigur Ròs (e ti pareva!). Un gruppo da tenere senz’altro a mente per il futuro.
  • Mauro Ermanno Giovanardi – Ho sognato troppo l’altra notte? Dopo una carriera coi LaCrus, duo a metà strada tra i Depeche Mode e la scuola dei cantautori genovesi, il Giovanardi pubblica il primo disco da solista. Tra cover di brani italiani degli anni ’60 ed inediti che non si discostano molto da quelle sonorità spicca Io confesso, forse il pezzo che più meritava la vittoria all’ultimo Festival di Sanremo.
  • Vinicio Capossela – Marinai, Profeti e BaleneCapossela è, forse, la punta di diamante tra i cantautori italiani sotto i cinquant’anni. Questa volta vuole proprio esagerare, come direbbe Vasco, pubblicando una specie di “opera pop” ispirata all’Antico Testamento, al Moby Dick di Herman Melville e alla mitologia classica. Un’operazione monumentale studiata forse più per essere messa in scena in un teatro piuttosto che “rinchiusa” in un supporto come un CD. L’ascolto di questo disco, pur presentando picchi di alta poesia, è ostico e lascia frastornati e un po’ con l’amaro in bocca. Più che buono, ma se ne consiglia l’ascolto dal vivo.
  • JusticeAudio, Video, DiscoQuesto duo di DJ della Parigi-bene sembra proprio aver esaurito quello (evidentemente poco) che aveva da dire. Musica elettronica kitsch e tamarra come non mai (e il video di Civilization ne è degna testimonianza), ma almeno nell’opera prima (Cross, del 2007) ci si divertiva. In questo nuovo lavoro regna invece una certa stanchezza e una sensazione di già sentito il che, visto il genere “danzereccio”, non va affatto bene. Titolo inconsapevolmente(?) fregato al professor Fontecedro (Daniele Luttazzi) di Mai dire Gol. Cosmico!

Natale 2011


E’ probabile che chi domani vi farà un regalo, abbia fatto un piccolo o grande sacrificio o rinuncia. Sono tempi difficili, perciò siategliene grati. Io non ho chiesto regali a nessuno perché la vita mi ha già dato davvero tanto. Ho solo chiesto alle persone che mi vogliono bene di abbracciarmi, perché è solo il loro affetto che mi rende felice ogni giorno, e fa diventare un po’ Natale ogni momento. Faccio questo sincero augurio anche a tutti voi: che i vostri cari vi facciano gustare un po’ questa gioia tutti i giorni. E se non avete nessuno… Siate certi che non siete soli. Mai! Sinceri auguri a tutti.

Per il classico post di Natale ho deciso quest’anno di fare mie le parole pubblicate su Facebook da Mauro Tabasso, grande musicista che da anni collabora con il Sermig di Ernesto Olivero a Torino. Sperando che il diretto interessato non abbia nulla da ridire, nell’eventualità, non così remota in fondo, che legga questo post… Lo dedico a tutte le persone che mi vogliono bene, e anche a quelle che… mi apprezzano, anche se magari non mi hanno mai fisicamente incontrato. Buon Natale del Signore a tutti!

P.S. Tra le varie cose accadutemi in questo 2011 e non preventivate, devo annoverare anche l’essere stato inserito nei ringraziamenti del disco di una brava e (si spera ancora per poco) poco conosciuta cantautrice milanese che risponde al nome di Margherita Pirri. Questo disco, insieme ad altri, verrà brevemente recensito in questo blog come faccio di solito ogni fine anno. Il pezzo che potete ascoltare qui sopra è il regalo di Natale che ha fatto ai suoi fan e che io condivido con voi. Auguri a tutti ancora!

I cinquant’anni della Sole

Il mese scorso è caduta una ricorrenza importante per la nostra zona: il cinquantesimo compleanno della Società Opitergina Lavorazione Elettroplastici. Fu la prima fabbrica ad aprire nel comprensorio opitergino-mottense, nel novembre 1961, nelle campagne a sud di Camino. Questo grazie alla mediazione di politica e Chiesa locale, con i soldi della Zoppas e tecnologie di provenienza bresciana.

Questa “rivoluzione industriale” opitergina portò rapidi cambiamenti nella società locale; la piaga dell’emigrazione diventerà presto un ricordo, e molti contadini sceglieranno di arrotondare facendo il turno di notte in fabbrica: è stato anche grazie a questo che la nostra terra ha potuto uscire da secoli di povertà. In fabbrica ogni Settimana Santa passava don Antonio Zanchetta, parroco di Camino, per la benedizione, e le squadre di calcio, maschile e femminile, del dopolavoro avevano un seguito notevole.

Ma in questa azienda che era un po’ come una grande famiglia, l’idillio durò pochi anni: anche in via Verdi arrivarono i venti del Sessantotto, e tra chi scioperava c’erano anche futuri imprenditori, insegnanti, politici locali, sindacalisti. La crisi nel 1973 porterà la Zoppas a fondersi con l’ex concorrente Zanussi; in vent’anni gli operai caleranno da novecento a trecento, ma vari ex addetti sfrutteranno conoscenze ed esperienze acquisite mettendosi in proprio e creando ulteriori posti di lavoro e sviluppo. Nel 1978 l’azienda perse il nome e, sei anni dopo, anche l’italianità, passando in mani svedesi dopo l’acquisizione di Zanussi da parte di Electrolux. Negli anni ’90 a varie operazioni finanziarie seguiorno altrettante ridenominazioni fino all’adozione del nome Plastal; l’azienda entrò anche nel settore automobilistico e le maestranze aumentarono nuovamente raggiungendo le settecento unità. Ma a fine 2008 la crisi mondiale ha portato l’azienda sull’orlo del baratro, pericolo scongiurato un anno dopo con la sua acquisizione da parte del Gruppo Prima di Frosinone, e il conseguente ritorno in mani italiane dopo ventisei anni.

La nuova dirigenza laziale, pur avendo ribattezzato lo stabilimento con un nome, “Sole”, che richiama fortemente il vecchio acronimo, rappresenta oggi una forte discontinuità rispetto al passato. Nello scarno sito internet dello stabilimento viene tra l’altro erroneamente indicato come anno di nascita dell’azienda il 1964.

E’ comprensibile che una società sottoposta ad una pesante cura dimagrante non ci siano molte possibilità di festeggiare, ma è comunque un peccato che un traguardo così significativo sia passato del tutto sotto silenzio. Vista la situazione difficile che sta attraversando il nostro paese, non resta che augurarci che tra cinquant’anni l’azienda possa festeggiare il suo primo secolo di vita in una situazione di maggiore serenità.

da L’Azione, domenica 18 dicembre 2011 (fonte: “Camino e i da Camino“)