BCC is good. Try it!

Se c’è una cosa che mi fa esclamare, puntualmente, “Acciderbolina! Di nuovo!” è la classica email inviata a tanti destinatari, tutti rigorosamente visibili. Specie quando tra i tanti destinatari ci sono anch’io, e quindi la classica email entra a gamba tesa nel mio computer.

Perché questa cosa mi fa esclamare, puntualmente, codesta affermazione? Perché mi impedisce di avere il pieno controllo del mio indirizzo di posta elettronica. Vorrei decidere io chi conosce il mio recapito telematico, o meglio: quali recapiti, visto che ho una email che tendenzialmente uso per lavoro, una per le comunicazioni private ed un paio per l’iscrizione alle newsletter, ai siti e per evenienze varie.

Dunque. Sapete cos’è il CCN? Sì? Bene. No? Bene: sapetelo. Anche in inglese, se BCC vi suona meglio.

Bisognerebbe pensarci su due volte prima di inviare una email. Perché se io invio una mail a (mettiamo) venti persone senza usare il CCN, tra cui Pinco Pallino, l’indirizzo email di Pinco Pallino finirà nel computer di altre diciannove persone. E Pinco Pallino non potrà far nulla per rimediare a ciò, nemmeno scomodando eventuali amici nell’FBI o nel Mossad. Certo, i diciannove altri destinatari possono anche essere i migliori amici di Pinco Pallino, ma ci sarà sempre quello che (vuoi per sbadatezza, vuoi per fretta, vuoi per scarsa conoscenza dell’Outlook Express, vuoi perché ha un virus nel computer, vuoi perché proprio non riesce a non inoltrare l’ultima barzelletta su Berlusconi/l’appello per il bambino malato di leucemia/il messaggio che più ne mandi e più Bill Gates ti paga) farà la mossa sbagliata ed ecco che l’email del povero Pinco Pallino finirà dentro ad altri computer, e così via, fino a quando atterrerà in periferia a Londra a casa di un qualche nerd senza vita sociale, ma che per sbarcare il lunario fa lo spammer: quest’ultimo inizierà ad inviare al povero Pinco le solite dannate email con la pubblicità del Viagra o del Rolex (se va bene), o fraudolente richieste di invio nome utente/password di Poste Italiane o della banca di turno per poi fregargli i soldi (se va male).

Pensate sia un problema da poco? Beh, a me risulta che il 90% delle email che vengono inviate nel mondo siano spam. Mannaggia ai Monty Phyton.

Così un giorno ho deciso farmi delle grosse iniezioni di calma e buona educazione, e di iniziare rispondere alle persone che mi inviavano email con caterve di destinatari visibili. In genere le loro risposte erano altrettanto educate, a volte condite di promesse (non sempre mantenute) di stare più attenti. Una volta, invece, una persona con cui ebbi a che fare una volta per motivi giornalistici mi ha risposto seccato dicendo che lui non ha nulla da nascondere e blablabla. Pazienza.

Così, anche spronato dalla felice scoperta di questa pagina, ho quindi deciso di lanciare una campagna (mondiale, visto che questo blog si può leggere ovunque) a favore dell’uso del CCN. Non avendo più la voglia di riscrivere ogni volta la email di risposta, d’ora in avanti penso che userò sempre questo stesso messaggio standard:

*************************** Usa il CCN! ****************************
* Usare il ccn è un gesto d'amore nei confronti dei tuoi contatti, *
* stabili o  occasionali.  Perché difende la loro privacy,  specie *
* nei casi  di rapporti  a rischio,  e  riduce  le possibilità  di *
* trasmissione  di malattie telematicamente trasmissibili quali lo *
* spamming, il phishing, i trojan, le catene di Sant'Antonio.      *
*                                                                  *
* IL CCN. METTITELO IN TESTA!                                      *
********************************************************************

Speriamo che serva a qualcosa. E se qualcuno degli sparuti lettori di questo blog decide di perorare la mia nobile causa, mi avverta.

La Concordia della discordia

Il disastro della Costa Concordia, e tutto quello che ne è conseguito, racchiude tutti i tipici elementi della tragedia all’italiana, in negativo e in positivo: negligenze vere o presunte, polemiche, ricostruzioni dei fatti che non coincidono, scambi di accuse. Ma anche, per fortuna, gare di solidarietà. Vedremo se anche la conclusione della vicenda sarà all’italiana, ovvero la non individuazione di responsabilità e responsabili.
Ovviamente anche i media hanno fatto la loro parte: a quanto pare, dopo che si è sparsa la notizia, la BBC ha iniziato a raccontare lo svolgersi dei fatti in diretta, mentre la nostra RAI pensava ad altro. Sì, lo so, non bisogna esagerare quando si racconta una tragedia mentre avviene, ma esiste anche una via di mezzo tra l’esagerare e il non raccontare. Televisioni e siti internet di giornali, salvo rare eccezioni, hanno “scoperto” la notizia in pesante ritardo, quando ormai su Twitter veniva rilanciata e commentata ormai da ore.
Ieri invece, per non farci mancare nulla, alcuni TG hanno spacciato come video registrato al momento dell’impatto un filmato di sorveglianza registrato su un’altra nave due anni fa, mettendolo in onda negli stessi istanti in cui illustri sconosciuti, sempre su Twitter, ne dichiaravano la falsità dopo che qualche sito web lo aveva sbrigativamente pubblicato (ed in seguito rimosso).
Da Oscar anche la pretesa, da parte di almeno un paio di telegiornali, di dimostrare razionalmente che la sfiga esiste. Come? Tirando in ballo, in ordine sparso, venerdì 13 (che al dire il vero porta sfortuna nei paesi anglosassoni), l’anno bisestile, il centesimo anniversario del Titanic, il varo andato male perché la bottiglia non si è rotta, il disastroso avvio di campionato del calcio Napoli dopo che, l’anno scorso, la squadra era stata presentata proprio dentro la nave da crociera. Forse, quindi, non tutta la responsabilità va attribuita al comandante (sul serio, uno dei due servizi che ho sentito terminava dicendo proprio così).

Nessuno mi pare si è ricordato che la carriera di Amauri, centravanti italo-brasiliano in forza alla Juventus tribuna dello Juventus Stadium, è andata “in pallone” dopo l’uscita di questo spot di successo.

Una conclusione di post, la mia, triste e ironica allo stesso tempo, ma finché il livello di certo nostro giornalismo professionista è questo, è difficile essere seri.

Chiesa chiusa a Fontanelle: un “telefono senza fili” mediatico

foto da http://www.giannidesti.com

Chi non hai mai giocato a “telefono senza fili” da bambino? Il mittente dice una frase ad un giocatore senza farsi sentire dagli altri; quest’ultimo a sua volta la sussurra ad un altro giocatore e così via, fino al “destinatario”. Tra un passaggio all’altro la frase puntualmente finiva per cambiare, specie se tra i giocatori c’era lo stupidino di turno che, apposta, cambiava le parole per farsi una sghignazzata in più. Così è andata ad inizio mese a Fontanelle, con il parroco don Stefano Taffarel nel ruolo del mittente, i media locali e nazionali come giocatori e milioni di italiani nel ruolo del destinatario.
Tutto questo perché il parroco ha deciso, dopo aver sentito il parere di alcuni componenti del consiglio pastorale e parrocchiani, di trasferire la messa del sabato sera e della domenica mattina dalla chiesa arcipretale a quella succursale: questa si trova a circa due chilometri di distanza, nei pressi del nuovo centro del paese cresciuto nel dopoguerra intorno al municipio, dove tra l’altro vive la maggioranza della popolazione. La chiesetta nuova è un po’ più piccola ed ha un impianto di riscaldamento più funzionale dell’altra, la quale ovviamente come tutti gli edifici antichi non venne certo concepita per ospitare dei termoconvettori. Matrimoni e funerali verranno comunque celebrati nella chiesa principale, e sotto Pasqua, con la bella stagione, tornerà tutto come prima.
Il primo passaggio del nostro “telefono senza fili” è rappresentato dalle poche righe pubblicate nel foglietto parrocchiale, e il secondo da un articolo nel sito internet de La Tribuna, al seguito del quale è partito un furioso copia-incolla che ha coinvolto, in poche ore, almeno 44 siti internet tra cui quelli di importanti quotidiani nazionali. E dai quotidiani rapidamente si è passati ai canali televisivi, ma tra un passaggio e l’altro qualche dettaglio non da poco si è perso per strada: ad esempio l’agenzia ANSA, che dev’essere sintetica, non fa cenno alla presenza della seconda chiesa, per cui a leggere sembra quasi che i poveri parrocchiani di Fontanelle rimarranno senza messa per qualche mese; in compenso però, qualche giornalista non ha rinunciato a commentare la vicenda con sarcasmo fuori luogo. L’altro aspetto triste di questa vicenda è il tono dei commenti dei lettori nei siti internet, quasi tutti impregnati di un anticlericalismo condito di luoghi comuni triti e ritriti, che vanno dalle imponenti ricchezze del Vaticano al solito crocione d’oro del vescovo.
Don Stefano si è quindi trovato investito di una celebrità non cercata e non gradita, e dovunque vada, anche lontano da casa, ora è riconosciuto come “il parroco che ha chiuso la chiesa”. Eppure la sua è stata una scelta di buonsenso, peraltro già adottata in passato altrove e senza clamori, e che non cambierà di molto le abitudini dei suoi parrocchiani: già da tempo, infatti, le messe feriali non le celebra nella chiesa principale ma nella cappella ricavata in canonica, o a Vallonto, a giorni alterni. La logica che sta dietro a queste scelte è quindi di unità pastorale, ovvero di un territorio con tre parroci, quattro parrocchie e cinque chiese, ed ogni fedele sceglie dove andare non più solo in base alla propria comunità di appartenenza.
Per il resto, come ha ribadito il vescovo Corrado, intervenuto a seguito del grande clamore suscitato dalla vicenda, è chiaro che le chiese non sono macchine da soldi. Specie in parrocchie come Fontanelle, che si trovano a gestire scuole materne parrocchiali coi conti perennemente in rosso: non si sottolinea mai abbastanza l’importanza sociale di queste istituzioni, i cui costi aumentano anno dopo anno, contrariamente agli aiuti che ricevono dallo Stato. La diocesi, comunque, non sta a guardare: di recente ha contribuito finanziariamente sia ai restauri della scuola materna sia, precedentemente, a quelli del controsoffitto della chiesa parrocchiale. Lavori che, senza questi aiuti, non sarebbero mai potuti andare in porto.
Per concludere, si è inutilmente creato un clamore per una vicenda che non meritava di uscire dai confini della parrocchia. E che ha offeso e mortificato una comunità.

L’Azione, domenica 15 gennaio 2012

2011 in musica. Quinta parte

E siamo alla quinta ed ultima parte delle mie considerazioni musicali sul 2011. Avete ovviamente il diritto di non essere d’accordo!

  • Lüüp Meadow Rituals. Eh beh, questa è roba per palati fini. Nonostante la doppia umlaut (o forse no?) dietro a questa parolina di quattro lettere sta il progetto di un flautista greco, tale Stelios Romadialis. Non ha neanche la pagina su Wikipedia, ma per altre vie vedo che ha trent’anni e ha collaborato con pezzi grossi come Robert Wyatt e David Jackson (Van Der Graaf Generator). Non è certo un pivellino quindi, e lo dimostra con questo signor disco di folk sperimentale, ricco di bellissimi paesaggi sonori dipinti pescando appieno dalle sonorità balcaniche, rinnovate con strumentazioni e sonorità moderne. La tradizione che sposa l’avanguardia, e scusate se è poco. Non so cosa dire di fronte ad un capolavoro del genere, se non questo: ascoltatelo.
  • Tom Waits – Bad As MeWaits è un cantautore che non conosco molto, ma per il quale a quanto ho potuto vedere il tempo non passa, e così continua a pubblicare album significativi da ormai quarant’anni. Rispetto a Mule Variations (1999) qui sembra fare meno il crooner e divertirsi di più: i temi più o meno sono sempre quelli (la vita degli emarginati e degli “storti”) ma, per nostra fortuna, anche i risultati, assai buoni. E’ raro vedere un “sempre quello” che funziona così bene.
  • Brunori Sas – Vol. 2 – Poveri Cristi. Altro giovane e brillante cantautore nostrano al suo secondo lavoro, come indica il titolo stesso. Impossibile non accostarlo a Dente (vedi qui sotto), viste anche le reciproche ospitate nei loro ultimi dischi; ci sono certamente delle somiglianze, ma entrambi hanno ormai un loro stile definito. Brunori, vuoi per il repertorio più contenuto, è un po’ indietro rispetto all’amico e collega, ma comunque in questo suo secondo volume mostra i segni di un discreto miglioramento. Se vi piacciono Lucio Battisti, Edoardo Bennato e Rino Gaetano apprezzerete anche le scene di vita di tutti i giorni di questi “poveri cristi”.
  • Florence + The MachineCeremonialsPer questa loro opera seconda, il gruppo della giovane ed eclettica cantautrice Florence Welch (classe 1986) sforna una dozzina di pezzi godibili e barocchi, che si inseriscono nel solco del grande rock al femminile inglese degli ultimi anni (Siouxie & The Banshees in primis) ma anche di gruppi di tendenza (Arcade Fire) e classici (Jefferson Airplane); verrebbe quasi voglia di parlare di un'”Anna Calvi più radiofonica”, ma per motivi cronologici in realtà è Anna Calvi ad essere una Florence Welch meno radiofonica… A fare la parte (è proprio il caso di dirlo) del leone la potente voce, appunto, della cantante, e gli arrangiamenti sontuosi di Brian Epstein (lo stesso di 21 di Adele). Domanda: che disco sarebbe uscito, senza l’aiuto di quest’ultimo? Che è un po’ come chiedersi cosa sarebbero i Coldplay oggi senza Brian Eno. A proposito: se i F+TM pubblicano un altro paio di dischi così, tra cinque anni saranno famosi come i Coldplay. Scommettiamo? Interessante anche il secondo disco dell’edizione deluxe, con gli “scarti” e i demo.
  • James Blake James Blake. James Blake is the future, ha detto qualcuno. Mah: può anche darsi che sia il futuro, di certo questo sbarbatello musicista inglese non è il presente. Un po’ Bon Iver, un po’ Antony and The Johnsons, un po’ dubstep che fa sempre figo. Molta ma molta elettronica ma anche acerbità e un po’ di noia. E’ ancora un ragazzino (classe 1989), ne riparliamo tra qualche anno e qualche disco.
  • Chapel Club – PalaceEnnesimo gruppo indie rock post-punk inglese da 6 in pagella di cui nessuno sentiva il bisogno. Un po’ White Lies (sì, addirittura), un po’ Strokes, un po’ Morrisey, un po’… Eccheppalle. Differenza Italia-Regno Unito: mentre da noi da noi un sacco di talenti musicali non se li fila nessuno (e così qualcuno emigra), oltremanica un gruppo così “ordinario” lo produce Paul Epworth. Dimenticavo: secondo le non so quanto attendibili statistiche del sito Rate Your Music, i Chapel Club sono più popolari in Italia che in madrepatria. Dove abbiamo sbagliato?
  • Ladytron – The Best of Ladytron: 00-10Compilation ben riuscita come accade di rado: qui dentro ci sono più o meno tutti i pezzi che vale la pena ascoltare di quello che è considerato il maggior gruppo synthpop di questo primo scorcio di secolo. Tutto il resto si può anche tralasciare, o quasi. Di interessante ha sopratutto il vago odore di balcanico che si sente qua e là, grazie al contributo della cantante Mya Arroyo, bulgara.
  • Bud Spencer Blues ExplosionDo It. “It” come” esso”, ma anche come “italiano”. Perché, come Bud Spencer, questo gruppo ha un nome e uno spirito molto americano ma è italianissimo, ed è ironico e sciallo come il gruppo americano, appunto, al quale ha fregato il nome (i Jon Spencer Blues Explosion). Do It è il loro terzo album in studio e la loro seconda uscita del 2011 dopo il notevole ep Fuoco lento: questa volta, Cesare Petulicchio e Adriano Viterbini riescono come mai erano riusciti a vestirsi ora da bluesman consumati, ora da grunger, ora da infuocati figli di Jimi Hendrix, anche sfoggiando una tecnica notevole che però non è certo fine a se stessa. Il tutto condito da testi nonsense e scanzonati, che non raggiungono chissà che vette di poesia ma poco importa. Sarebbe interessante vedere prima o poi i risultati di una tournée negli Stati Uniti, dove certo si troverebbero molto a loro agio; nel frattempo godiamoceli noi italiani, visto che dal vivo spaccano come pochi.
  • I CaniIl sorprendente album d’esordio dei CaniAncora una volta l’apparenza vince sulla sostanza. Il caso indie italiano dell’anno è, in realtà, quanto di peggio poteva partorire l’indie italiano. Provocatorio fin dal titolo, in quanto a testi è una lunga e continua accozzaglia di luoghi comuni sul mondo dei giovani alternativi italiani, fascia 20-30 anni, che frequentano l’università e comprano la reflex per fotografare posaceneri; sotto certi aspetti, è la “risposta indie” a certe canzoni degli 883. Musicalmente invece è insignificante: una banale elettronica lo fi, sempre uguale. Il notevole chiacchiericcio e le discussioni nate attorno a questo disco (perfino articoli su quotidiani e riviste nazionali) si può spiegare solo in un modo: siamo in Italia.
  • Dente – Io tra di noiLa risposa a che dice che in Italia non ci sono più i cantautori. Il signor Giuseppe Peveri riesce a fare ancora di meglio del già buon precedente L’amore non è bello. Dodici pezzi abbastanza brevi (tranne l’ultimo), leggeri e piacevoli da ascoltare, e incentrati sull’amore, tra ardite metafore erotiche e citazioni che non ti aspettavi (tipo Ungaretti). Si sente bene l’eco di Lucio Battisti (e un po’ anche di Daniele Silvestri), ma non è affatto un limite, anzi. Avanti così!

2011 in musica. Quarta parte

Avanti col Cristo: quarta parte delle mie considerazioni su un po’ di roba che ho ascoltato l’anno scorso.

  • PJ Harvey – Let England Shake. La Polly Jean prosegue nel suo cammino artistico e di vita, e la ragazzina inquieta e sconcia di vent’anni fa da tempo ha lasciato il posto ad un’artista più matura ed in pace con se stessa. A differenza degli ultimi lavori, mi sembra accolti con giudizi discordanti, è quasi unanime la considerazione che Let England Shake sia uno dei migliori dischi della sua carriera, e lo dimostrano i premi vinti e la presenza quasi costante nelle tante classifiche “Best of 2011” nelle riviste di settore. Si tratta di un concept-album sulla guerra (con riferimenti alle due conflitti mondiali e i conflitti in medio Oriente) vista dagli occhi dei civili. Le atmosfere, però, sono tutt’altro che tetre, anzi: dei dischi che finora ho sentito di PJ (quasi tutti), questo mi è sembrato essere finora quello più immediato e ascoltabile. E’ difficile trovare un album che mischi così bene testi tutto sommato orecchiabili ma non per questo semplicistici o banali, una musica folk vecchio stile ma suonata in modo particolare (leggi l’utilizzo di strumenti come il sassofono e l’autoharp) e con felici intermezzi di rock alternativo. Da vedere anche i video, realizzati per ognuno dei dodici pezzi dell’album da Seamus Murphy.
  • Simona MolinariTua. La Molinari è senz’altro una brava interprete e pure molto carina (peculiarità quest’ultima che sfrutta anche troppo, trattandosi pur sempre di una cantante e non di una modella). Cantare musica pop con influssi jazz e swing va bene ma non rende automaticamente migliori di chi fa musica pop “normale”. Tutto questo, e la collaborazione con Peter Cincotti, fa troppo “versione italiana e femminile di Michael Bublè” (che non va bene). Cover fatte benino e inediti che non dicono niente di nuovo. Peccato.
  • Foo Fighters – Wasting Light. Non mi considero un grande estimatore del gruppo di Dave Grohl, anche se lo seguo (superficialmente) sin dai tempi di Learn to fly. Un disco di rock senza troppi fronzoli, ma ben fatto e ben suonato, che si ascolta con piacere. Se vi basta, questo disco è per voi.
  • Nathalie – Vivo sospesa. Il primo disco della cantautrice italo-belga, giunto finalmente al termine di una gavetta troppo lunga, rappresenta in qualche modo un punto di arrivo ed un riassunto di quanto fatto sinora, contenendo brani concepiti a volte anche otto anni prima. Ma non si può certo considerare un “best of”, vista la qualità di molti inediti non inclusi nel disco ma facilmente rintracciabili in rete. Tra le influenze, il cantautorato italiano e francese degli anni ’60-’70,  l’irish folk, i pianisti à la Michael Nyman, ma anche certe sonorità indie o gothic rock degli ultimi 15 anni (esempio Jeff Buckley, Muse, Tool) bene o male ormai assorbite dal mainstream. L’album si distingue anche per l’assoluta mancanza di riempitivi: la qualità rimane costante a punto che si faticherebbe a scegliere dei potenziali singoli. In scaletta brani dai testi intimisti in tre lingue, scelti (bene) in base a criteri di omogeneità ma forse anche con un po’ di freno a mano: sembra un po’ una Nathalie che non osa troppo per essere più comunicativa, una scelta di sana prudenza in una fase di certo delicata della sua parabola artistica. Per le sperimentazioni, insomma, c’è tempo.
  • AA.VV. – Villa TempestaA caval donato non si guarda in bocca, ma la compilation dei gruppi de La Tempesta regalata prima del grande concerto di Villa Manin non è affatto un granché. Sarà la scelta sbagliata dei pezzi, sarà che sono artisti non adatti ad una compilation (mica siamo al Festivalbar), sarà anche che tra questi più di qualcuno è decisamente sopravvalutato. Nel gran calderone, anche i pezzi più validi (Uochi Toki, Fine Before You Came, Massimo Volume) perdono mordente. Curioso l’unico inedito, a firma dell’ultimo progetto di Davide Toffolo, il Coro Anni Dieci: la riproduzione dei suoni di un temporale estivo in un bosco realizzato con voci e strumenti improvvisati.
  • Bon IverBon Iver, Bon Iver. Personaggio strano, questo Justin Vernon, cantautore trentenne proveniente dai monti del Vermont reduce da collaborazioni inusuali (la colonna sonora del secondo capitolo di Twilight, l’ultimo disco di Kanye West). Il secondo lavoro del progetto “Bon Iver” è un disco di folk alternativo etereo e sfuggente, interessante ma a tratti un po’ monotono. Vista la sua giovane età, ha ancora tempo per scrivere il capolavoro.
  • Radiohead – The King of Limbs. Di certo i Radiohead non sono mai uguali a loro stessi. O forse sì? Il loro ultimo lavoro, breve non certo facile, riporta alla mente quanto sentito in Kid A / Amnesiac, ma suona comunque diverso: sarà che in fondo nel frattempo sono passati dieci anni, sarà per il singolo funzionale alla radio (Lotus Flower) che ha qualcosa di nuovo, anzi d’antico, sarà per le spruzzatine di dubstep e di sonorità elettroniche care alla musica alternativa degli ultimissimi anni e che Thom Yorke e soci hanno ormai adottato. Questo è il limbo in cui attualmente soggiornano, ma il titolo del disco non c’entra nulla (limbs non significa “limbi” anche se in troppi la pensano così): il limbo del gruppo indie meno indie del mondo, che fa britpop che non è britpop, che non è commerciale ma che ormai ha venduto milioni di dischi ed è idolatrato in tutto il mondo. E che per questo può permettersi di autoprodursi, pubblicare qualsiasi cosa, regalare i propri dischi. E che si fa pagare bene per essere ascoltato (i concerti italiani dell’estate 2012, tra biglietto e commissioni, ammontano sui 56 euro, che sarà anche meno di quanto chiede Vasco, però…). La Storia ci dirà se fu vera gloria.
  • White LiesRitualUno dei tanti gruppi inglesi “un po’ alternativi” spuntati come funghi negli ultimi anni oltremanica. L’amore, la morte, l’oscurità, il basso ritmico, quattro accordi in croce, chitarre e sintetizzatori new wave, bla bla bla… Tutto già sentito e risentito. Più che i mitici Joy Division sembrano una versione più oscura degli Editors (gruppo che già di per sè non annovera l’originalità tra i propri pregi). O i nostri Diaframma di Siberia (che, per inciso, meritavano assai di più).
  • CapaRezzaIl sogno eretico. Il Salvemini prosegue la sua carriera lungo un percorso ben definito tra genialità e furbizia commerciale, in fondo come tanti altri artisti nostrani, non privi di talento ma neanche sprovveduti. Questo suo ultimo disco, tra i migliori da lui pubblicati, alterna episodi più e meno riusciti: il “puro stile caparezziano” si ritrova in testi con trovate linguistiche notevoli e brani di denuncia sociale (in particolare Non siete Stato voi), ma anche in qualche banalità di troppo (leggi l’anticlericalismo trito e ritrito che tira in ballo i soliti Galileo e Giordano Bruno) o volgarità gratuita. I fan del rapper pugliese di certo non saranno rimasti delusi.
  • Patrizia Laquidara e Hotel Rif – Il canto dell’anguana. Ad essere pignoli il disco è uscito a fine dicembre 2010 ma chissenefrega. La Laquidara è una cantautrice siciliana ma veneta d’adozione, troppo raffinata e sperimentale per avere successo. Da anni ha scelto i paesi di Luigi Meneghello come sua dimora, e l’amore per questa terra che l’ha accolta è sfociata in questo disco di canti popolari, realizzati in collaborazione con gli Hotel Rif, gruppo folk vicentino. L’artista, grazia al suo particolare timbro di voce e al trasporto nell’interpretazione, è riuscita quasi a “fare suoi” questi brani originali (i testi sono del poeta vicentino Enio Sartori) ma che si inseriscono appieno nella tradizione popolare di casa nostra. Nel suo repertorio ai concerti ci sono anche tante canzoni tradizionali venete che più nessuno ricorda: un patrimonio che sta scomparendo e che andrebbe invece tutelato, perché la cultura veneta passa di qua (e non attraverso altre operazioni discutibili di cui ogni tanto si sente parlare. Chiusa parentesi).

2011 in musica. Terza parte

Terza parte del mio tour de force recensistico-musicale del 2011 (bleah, che inizio di post scadente.)

  • Anna Calvi – Anna Calvi. La Gran Bretagna sforna un’altra grande cantautrice: stavolta trattasi di una ventinovenne dalle chiare origini italiane. Già a fine 2010 era stata segnalata come una delle probabili migliori del novità dell’anno appena trascorso e, per una volta, i media inglesi sempre pronti ad incensare i propri artisti ci hanno azzeccato. La sua seconda opera prima (è stata anche cantante di un gruppo dalla vita breve, i Cheap Hotel) è un piccolo gioiellino oscuro e sensuale, dove la Nostra canta del diavolo e dell’amore ricordando ora Patti Smith, PJ Harvey e Siouxsie, ora Maria Callas e Edith Piaf, imbracciando la sua Telecaster scordata e accompagnata dalla batteria di Daniel Maiden-Wood e soprattutto dall’appariscente polistrumentista Mally Harpaz. Tra cavalcate morriconiane e classicheggianti, turbamenti saffici e discese agli inferi, il disco prosegue per quasi quaranta minuti sempre ad alti livelli, fino alla splendida conclusione di Love Won’t Be Leaving. Buon viaggio, Anna! (P.S.: si può ascoltare il disco intero nel canale YouTube dell’artista).
  • Paolo Benvegnù – Hermann. Ex leader degli Scisma (gruppo del quale mi tocca ammettere la mia ignoranza) al suo terzo disco da “solista”: solista tra virgolette, visto che il diretto interessato e i suoi musicisti preferiscono considerarsi come un gruppo. Un gran disco, sia per quanto riguarda i testi, a riprova dell’eccellente vena da cantautore di questo artista, sia per quanto riguarda la musica, calda e corposa. Perché personaggi così non vengono invitati a Sanremo, al posto delle solite cariatidi (e degli ormai bolliti Marlene Kuntz)?
  • Danger Mouse & Daniele Luppi – Rome. Più che il contenuto in sé, l’interessante è il progetto: Danger Mouse (produttore e fondatore dei Gnarls Barkley, ricordate Crazy?) e Daniele Luppi (musicista romano stabilitosi negli States, l’ennesimo cervello in fuga quindi) hanno avuto la felice intuizione di realizzare una manciata di brani omaggio alle colonne sonore italiane degli anni ’60-’70, suonandoli insieme ad alcuni musicisti di casa nostra che collaborarono con Morricone, e facendoli cantare a Norah Jones e Jack White dei White Stripes. Il risultato è un disco piuttosto breve e godibilissimo, ennesima dimostrazione che la musica italiana, se adeguatamente “cucinata”, può funzionare benissimo anche all’estero.
  • Margherita Pirri – Daydream. Pianista milanese ventiseienne al terzo disco in tre anni, autoprodotto al 100%, dalle basi al libretto della copertina. Cantante lirica mancata con tanto conservatorio alle spalle, se le scrive, se le canta e se le suona in inglese, italiano, francese e tedesco. Questo suo terzo lavoro prosegue il percorso intrapreso nell’album precedente verso sonorità meno “facili” e più personali e mature; certi pezzi suonati al piano creano atmosfere da colonna sonora, mondo quest’ultimo assai apprezzato e studiato dalla nostra; in altri invece riecheggiano la musica celtica e francofona, e il folk americano degli anni ’70. Con un’adeguata produzione, che la aiuti anche ad eliminare un pizzico di monotonia di fondo, potenzialmente può fare grandi cose; ma già ora questa “self made woman” è una bellissima realtà.
  • The StrokesAngles. Uno dei più “fighi” (e sopravvalutati) gruppi newyorchesi del decennio scorso, ha esaurito da tempo la carica innovativa che possedeva un decennio fa. Carino il singolo Machu Picchu, ma dopo la traccia 1 il resto del disco prosegue senza grandi sussulti, come un compitino eseguito senza sforzarsi troppo.
  • Marco Mengoni – Solo 2.0. Mengoni è uno degli artisti più interessanti mai usciti dal nostro X Factor, e per questo viene frettolosamente etichettato come “prodotto di talent”. Nel suo primo vero disco ha indubbiamente il pregio di discostarsi dal solito immaginario pop italiota del sole-cuore-amore, a partire dalla buona title-track che ricorda i Muse di Origin of Symmetry; per il resto, però, c’è ancora da lavorare. Il talento c’è, le canzoni non ancora: rimandato a settembre.
  • The Black Keys – El Camino. I Black Keys sono un duo dalla provincia americana, autoironico e stralunato, che sembra uscito da un film dei fratelli Cohen. C’è poco da fare: il chiacchierato critico musicale Piero Scaruffi quando dice che il rock è americano come l’islam è arabo, ha perfettamente ragione: infatti per trovare un po’ di freschezza in dischi così, ormai bisogna attraversare l’oceano per forza. Come direbbe Mick Jagger, quello dei Black Keys è solo rock’n’roll, ma mi piace: ecco, il fatto che il disco a volte è fin groppo “piacione” è forse più un limite che un pregio.
  • Adele21. Uno dei migliori dischi finiti quest’anno in Italia in cima alla hit parade, dove sta soggiornando da mesi e raggiunto, dopo molte settimane, pure il primo posto. Il secondo disco dell’ancor giovane londinese Adele Adkins è stato uno dei più clamorosi successi mondiali del 2011: quindici milioni di copie vendute, cifre da secolo scorso, roba che neanche Britney Spears (brr). Il suo “soul pop” non presenta alla fine nulla di nuovo, ma siamo di fronte ad un disco che, pur tra qualche banalità e/o furbizia commerciale, presenta qualche piccola gemma che si ricorderà con piacere anche tra molti anni. Pollice su anche al fatto che non siamo di fronte alla solita bellona da copertina. Amara considerazione finale: fosse nata in Italia, oggi Adele (pronunciata con la “e” finale) sarebbe un’impiegata ventitreenne sovrappeso che nel fine settimana arrotonda facendo piano-bar nei localini, ben conscia di non avere alcuna possibilità di sfondare nel mondo della musica.
  • Sigur Rós – Inni. Trasportare in un disco l’atmosfera di un concerto è difficile, specie quando chi suona è un gruppo che per i suoi paesaggi e le sue atmosfere è idolatrato in mezzo mondo. L’operazione è riuscita assai bene, sia per quanto riguarda la scaletta che per quanto riguarda la resa di registrazione. Per la cronaca, a questo album è abbinato anche un film-documentario realizzato dalla band stessa. Disco super consigliato, sia ai fan del gruppo sia come punto di partenza per chi ancora non li conosce.
  • SubsonicaEden. Da quando sono passati alla major, solo una volta (L’eclissi, 2007) hanno pubblicato qualcosa degno di nota. Eden è un concept album piuttosto forzato e pretenzioso che contende a Terrestre (2005) il poco ambito record di disco peggiore della loro carriera. Si salvano, ma solo in parte, i singoli, e poco altro. Purtroppo i Subsonica non sono più quelli di una volta e loro stessi, ben consci di questo, ci scherzano sopra (Benzina Ogoshi), con un po’ di paraculaggine. Quella a loro di certo non manca: di certo, dopo 15 anni di concerti, sanno bene come muoversi sul palco e farsi desiderare. Dal vivo, insomma, spaccano come non mai. Anche con i pezzi nuovi.