2011 in musica. Quarta parte

4 gennaio 2012 alle 16:30 | Pubblicato su commenti, video | 1 commento
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Avanti col Cristo: quarta parte delle mie considerazioni su un po’ di roba che ho ascoltato l’anno scorso.

  • PJ Harvey – Let England Shake. La Polly Jean prosegue nel suo cammino artistico e di vita, e la ragazzina inquieta e sconcia di vent’anni fa da tempo ha lasciato il posto ad un’artista più matura ed in pace con se stessa. A differenza degli ultimi lavori, mi sembra accolti con giudizi discordanti, è quasi unanime la considerazione che Let England Shake sia uno dei migliori dischi della sua carriera, e lo dimostrano i premi vinti e la presenza quasi costante nelle tante classifiche “Best of 2011” nelle riviste di settore. Si tratta di un concept-album sulla guerra (con riferimenti alle due conflitti mondiali e i conflitti in medio Oriente) vista dagli occhi dei civili. Le atmosfere, però, sono tutt’altro che tetre, anzi: dei dischi che finora ho sentito di PJ (quasi tutti), questo mi è sembrato essere finora quello più immediato e ascoltabile. E’ difficile trovare un album che mischi così bene testi tutto sommato orecchiabili ma non per questo semplicistici o banali, una musica folk vecchio stile ma suonata in modo particolare (leggi l’utilizzo di strumenti come il sassofono e l’autoharp) e con felici intermezzi di rock alternativo. Da vedere anche i video, realizzati per ognuno dei dodici pezzi dell’album da Seamus Murphy.
  • Simona MolinariTua. La Molinari è senz’altro una brava interprete e pure molto carina (peculiarità quest’ultima che sfrutta anche troppo, trattandosi pur sempre di una cantante e non di una modella). Cantare musica pop con influssi jazz e swing va bene ma non rende automaticamente migliori di chi fa musica pop “normale”. Tutto questo, e la collaborazione con Peter Cincotti, fa troppo “versione italiana e femminile di Michael Bublè” (che non va bene). Cover fatte benino e inediti che non dicono niente di nuovo. Peccato.
  • Foo Fighters – Wasting Light. Non mi considero un grande estimatore del gruppo di Dave Grohl, anche se lo seguo (superficialmente) sin dai tempi di Learn to fly. Un disco di rock senza troppi fronzoli, ma ben fatto e ben suonato, che si ascolta con piacere. Se vi basta, questo disco è per voi.
  • Nathalie – Vivo sospesa. Il primo disco della cantautrice italo-belga, giunto finalmente al termine di una gavetta troppo lunga, rappresenta in qualche modo un punto di arrivo ed un riassunto di quanto fatto sinora, contenendo brani concepiti a volte anche otto anni prima. Ma non si può certo considerare un “best of”, vista la qualità di molti inediti non inclusi nel disco ma facilmente rintracciabili in rete. Tra le influenze, il cantautorato italiano e francese degli anni ’60-’70,  l’irish folk, i pianisti à la Michael Nyman, ma anche certe sonorità indie o gothic rock degli ultimi 15 anni (esempio Jeff Buckley, Muse, Tool) bene o male ormai assorbite dal mainstream. L’album si distingue anche per l’assoluta mancanza di riempitivi: la qualità rimane costante a punto che si faticherebbe a scegliere dei potenziali singoli. In scaletta brani dai testi intimisti in tre lingue, scelti (bene) in base a criteri di omogeneità ma forse anche con un po’ di freno a mano: sembra un po’ una Nathalie che non osa troppo per essere più comunicativa, una scelta di sana prudenza in una fase di certo delicata della sua parabola artistica. Per le sperimentazioni, insomma, c’è tempo.
  • AA.VV. – Villa TempestaA caval donato non si guarda in bocca, ma la compilation dei gruppi de La Tempesta regalata prima del grande concerto di Villa Manin non è affatto un granché. Sarà la scelta sbagliata dei pezzi, sarà che sono artisti non adatti ad una compilation (mica siamo al Festivalbar), sarà anche che tra questi più di qualcuno è decisamente sopravvalutato. Nel gran calderone, anche i pezzi più validi (Uochi Toki, Fine Before You Came, Massimo Volume) perdono mordente. Curioso l’unico inedito, a firma dell’ultimo progetto di Davide Toffolo, il Coro Anni Dieci: la riproduzione dei suoni di un temporale estivo in un bosco realizzato con voci e strumenti improvvisati.
  • Bon IverBon Iver, Bon Iver. Personaggio strano, questo Justin Vernon, cantautore trentenne proveniente dai monti del Vermont reduce da collaborazioni inusuali (la colonna sonora del secondo capitolo di Twilight, l’ultimo disco di Kanye West). Il secondo lavoro del progetto “Bon Iver” è un disco di folk alternativo etereo e sfuggente, interessante ma a tratti un po’ monotono. Vista la sua giovane età, ha ancora tempo per scrivere il capolavoro.
  • Radiohead – The King of Limbs. Di certo i Radiohead non sono mai uguali a loro stessi. O forse sì? Il loro ultimo lavoro, breve non certo facile, riporta alla mente quanto sentito in Kid A / Amnesiac, ma suona comunque diverso: sarà che in fondo nel frattempo sono passati dieci anni, sarà per il singolo funzionale alla radio (Lotus Flower) che ha qualcosa di nuovo, anzi d’antico, sarà per le spruzzatine di dubstep e di sonorità elettroniche care alla musica alternativa degli ultimissimi anni e che Thom Yorke e soci hanno ormai adottato. Questo è il limbo in cui attualmente soggiornano, ma il titolo del disco non c’entra nulla (limbs non significa “limbi” anche se in troppi la pensano così): il limbo del gruppo indie meno indie del mondo, che fa britpop che non è britpop, che non è commerciale ma che ormai ha venduto milioni di dischi ed è idolatrato in tutto il mondo. E che per questo può permettersi di autoprodursi, pubblicare qualsiasi cosa, regalare i propri dischi. E che si fa pagare bene per essere ascoltato (i concerti italiani dell’estate 2012, tra biglietto e commissioni, ammontano sui 56 euro, che sarà anche meno di quanto chiede Vasco, però…). La Storia ci dirà se fu vera gloria.
  • White LiesRitualUno dei tanti gruppi inglesi “un po’ alternativi” spuntati come funghi negli ultimi anni oltremanica. L’amore, la morte, l’oscurità, il basso ritmico, quattro accordi in croce, chitarre e sintetizzatori new wave, bla bla bla… Tutto già sentito e risentito. Più che i mitici Joy Division sembrano una versione più oscura degli Editors (gruppo che già di per sè non annovera l’originalità tra i propri pregi). O i nostri Diaframma di Siberia (che, per inciso, meritavano assai di più).
  • CapaRezzaIl sogno eretico. Il Salvemini prosegue la sua carriera lungo un percorso ben definito tra genialità e furbizia commerciale, in fondo come tanti altri artisti nostrani, non privi di talento ma neanche sprovveduti. Questo suo ultimo disco, tra i migliori da lui pubblicati, alterna episodi più e meno riusciti: il “puro stile caparezziano” si ritrova in testi con trovate linguistiche notevoli e brani di denuncia sociale (in particolare Non siete Stato voi), ma anche in qualche banalità di troppo (leggi l’anticlericalismo trito e ritrito che tira in ballo i soliti Galileo e Giordano Bruno) o volgarità gratuita. I fan del rapper pugliese di certo non saranno rimasti delusi.
  • Patrizia Laquidara e Hotel Rif – Il canto dell’anguana. Ad essere pignoli il disco è uscito a fine dicembre 2010 ma chissenefrega. La Laquidara è una cantautrice siciliana ma veneta d’adozione, troppo raffinata e sperimentale per avere successo. Da anni ha scelto i paesi di Luigi Meneghello come sua dimora, e l’amore per questa terra che l’ha accolta è sfociata in questo disco di canti popolari, realizzati in collaborazione con gli Hotel Rif, gruppo folk vicentino. L’artista, grazia al suo particolare timbro di voce e al trasporto nell’interpretazione, è riuscita quasi a “fare suoi” questi brani originali (i testi sono del poeta vicentino Enio Sartori) ma che si inseriscono appieno nella tradizione popolare di casa nostra. Nel suo repertorio ai concerti ci sono anche tante canzoni tradizionali venete che più nessuno ricorda: un patrimonio che sta scomparendo e che andrebbe invece tutelato, perché la cultura veneta passa di qua (e non attraverso altre operazioni discutibili di cui ogni tanto si sente parlare. Chiusa parentesi).

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