2011 in musica. Terza parte

2 gennaio 2012 alle 12:08 | Pubblicato su commenti, video | 2 commenti
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Terza parte del mio tour de force recensistico-musicale del 2011 (bleah, che inizio di post scadente.)

  • Anna Calvi – Anna Calvi. La Gran Bretagna sforna un’altra grande cantautrice: stavolta trattasi di una ventinovenne dalle chiare origini italiane. Già a fine 2010 era stata segnalata come una delle probabili migliori del novità dell’anno appena trascorso e, per una volta, i media inglesi sempre pronti ad incensare i propri artisti ci hanno azzeccato. La sua seconda opera prima (è stata anche cantante di un gruppo dalla vita breve, i Cheap Hotel) è un piccolo gioiellino oscuro e sensuale, dove la Nostra canta del diavolo e dell’amore ricordando ora Patti Smith, PJ Harvey e Siouxsie, ora Maria Callas e Edith Piaf, imbracciando la sua Telecaster scordata e accompagnata dalla batteria di Daniel Maiden-Wood e soprattutto dall’appariscente polistrumentista Mally Harpaz. Tra cavalcate morriconiane e classicheggianti, turbamenti saffici e discese agli inferi, il disco prosegue per quasi quaranta minuti sempre ad alti livelli, fino alla splendida conclusione di Love Won’t Be Leaving. Buon viaggio, Anna! (P.S.: si può ascoltare il disco intero nel canale YouTube dell’artista).
  • Paolo Benvegnù – Hermann. Ex leader degli Scisma (gruppo del quale mi tocca ammettere la mia ignoranza) al suo terzo disco da “solista”: solista tra virgolette, visto che il diretto interessato e i suoi musicisti preferiscono considerarsi come un gruppo. Un gran disco, sia per quanto riguarda i testi, a riprova dell’eccellente vena da cantautore di questo artista, sia per quanto riguarda la musica, calda e corposa. Perché personaggi così non vengono invitati a Sanremo, al posto delle solite cariatidi (e degli ormai bolliti Marlene Kuntz)?
  • Danger Mouse & Daniele Luppi – Rome. Più che il contenuto in sé, l’interessante è il progetto: Danger Mouse (produttore e fondatore dei Gnarls Barkley, ricordate Crazy?) e Daniele Luppi (musicista romano stabilitosi negli States, l’ennesimo cervello in fuga quindi) hanno avuto la felice intuizione di realizzare una manciata di brani omaggio alle colonne sonore italiane degli anni ’60-’70, suonandoli insieme ad alcuni musicisti di casa nostra che collaborarono con Morricone, e facendoli cantare a Norah Jones e Jack White dei White Stripes. Il risultato è un disco piuttosto breve e godibilissimo, ennesima dimostrazione che la musica italiana, se adeguatamente “cucinata”, può funzionare benissimo anche all’estero.
  • Margherita Pirri – Daydream. Pianista milanese ventiseienne al terzo disco in tre anni, autoprodotto al 100%, dalle basi al libretto della copertina. Cantante lirica mancata con tanto conservatorio alle spalle, se le scrive, se le canta e se le suona in inglese, italiano, francese e tedesco. Questo suo terzo lavoro prosegue il percorso intrapreso nell’album precedente verso sonorità meno “facili” e più personali e mature; certi pezzi suonati al piano creano atmosfere da colonna sonora, mondo quest’ultimo assai apprezzato e studiato dalla nostra; in altri invece riecheggiano la musica celtica e francofona, e il folk americano degli anni ’70. Con un’adeguata produzione, che la aiuti anche ad eliminare un pizzico di monotonia di fondo, potenzialmente può fare grandi cose; ma già ora questa “self made woman” è una bellissima realtà.
  • The StrokesAngles. Uno dei più “fighi” (e sopravvalutati) gruppi newyorchesi del decennio scorso, ha esaurito da tempo la carica innovativa che possedeva un decennio fa. Carino il singolo Machu Picchu, ma dopo la traccia 1 il resto del disco prosegue senza grandi sussulti, come un compitino eseguito senza sforzarsi troppo.
  • Marco Mengoni – Solo 2.0. Mengoni è uno degli artisti più interessanti mai usciti dal nostro X Factor, e per questo viene frettolosamente etichettato come “prodotto di talent”. Nel suo primo vero disco ha indubbiamente il pregio di discostarsi dal solito immaginario pop italiota del sole-cuore-amore, a partire dalla buona title-track che ricorda i Muse di Origin of Symmetry; per il resto, però, c’è ancora da lavorare. Il talento c’è, le canzoni non ancora: rimandato a settembre.
  • The Black Keys – El Camino. I Black Keys sono un duo dalla provincia americana, autoironico e stralunato, che sembra uscito da un film dei fratelli Cohen. C’è poco da fare: il chiacchierato critico musicale Piero Scaruffi quando dice che il rock è americano come l’islam è arabo, ha perfettamente ragione: infatti per trovare un po’ di freschezza in dischi così, ormai bisogna attraversare l’oceano per forza. Come direbbe Mick Jagger, quello dei Black Keys è solo rock’n’roll, ma mi piace: ecco, il fatto che il disco a volte è fin groppo “piacione” è forse più un limite che un pregio.
  • Adele21. Uno dei migliori dischi finiti quest’anno in Italia in cima alla hit parade, dove sta soggiornando da mesi e raggiunto, dopo molte settimane, pure il primo posto. Il secondo disco dell’ancor giovane londinese Adele Adkins è stato uno dei più clamorosi successi mondiali del 2011: quindici milioni di copie vendute, cifre da secolo scorso, roba che neanche Britney Spears (brr). Il suo “soul pop” non presenta alla fine nulla di nuovo, ma siamo di fronte ad un disco che, pur tra qualche banalità e/o furbizia commerciale, presenta qualche piccola gemma che si ricorderà con piacere anche tra molti anni. Pollice su anche al fatto che non siamo di fronte alla solita bellona da copertina. Amara considerazione finale: fosse nata in Italia, oggi Adele (pronunciata con la “e” finale) sarebbe un’impiegata ventitreenne sovrappeso che nel fine settimana arrotonda facendo piano-bar nei localini, ben conscia di non avere alcuna possibilità di sfondare nel mondo della musica.
  • Sigur Rós – Inni. Trasportare in un disco l’atmosfera di un concerto è difficile, specie quando chi suona è un gruppo che per i suoi paesaggi e le sue atmosfere è idolatrato in mezzo mondo. L’operazione è riuscita assai bene, sia per quanto riguarda la scaletta che per quanto riguarda la resa di registrazione. Per la cronaca, a questo album è abbinato anche un film-documentario realizzato dalla band stessa. Disco super consigliato, sia ai fan del gruppo sia come punto di partenza per chi ancora non li conosce.
  • SubsonicaEden. Da quando sono passati alla major, solo una volta (L’eclissi, 2007) hanno pubblicato qualcosa degno di nota. Eden è un concept album piuttosto forzato e pretenzioso che contende a Terrestre (2005) il poco ambito record di disco peggiore della loro carriera. Si salvano, ma solo in parte, i singoli, e poco altro. Purtroppo i Subsonica non sono più quelli di una volta e loro stessi, ben consci di questo, ci scherzano sopra (Benzina Ogoshi), con un po’ di paraculaggine. Quella a loro di certo non manca: di certo, dopo 15 anni di concerti, sanno bene come muoversi sul palco e farsi desiderare. Dal vivo, insomma, spaccano come non mai. Anche con i pezzi nuovi.

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