2012 in musica. Prima parte

Puntuale come la pubblicità del canone RAI, vi propongo un po’ di considerazioni (più che recensioni vere e proprie) su un po’ di dischi usciti in quest’anno che oggi termina. In ogni post anche una “dimenticanza” del 2011. Buona lettura!


Gotye – Making Mirrors (2011). Anche se è uscito ad agosto 2011, in Italia ce ne siamo accorti solo sei mesi dopo (io a ottobre 2011, in realtà, grazie a questo post profetico del quale ringrazio l’autore). Sapere che Somebody That I Used To Know (qui sopra) è uno dei brani più venduti di quest’anno è una consolazione, tenendo conto della mediocrità che in genere domina le chart: si tratta infatti di un brano che, pur non avendo di per sé nulla di rivoluzionario, non presenta nemmeno le caratteristiche che in genere accomunano i brani ammazzaclassifiche. Ma la melodia e l’amalgama delle due voci lo rendono un pezzo che rimarrà negli annali come fu per Someone Like You l’anno scorso, a dimostrazione che si può ancora fare dell’ottimo pop, anche oggi. Di Kimbra, la voce femminile del pezzo, parlerò in uno dei prossimi post; per quanto riguarda il resto dell’album, non è ai livelli del singolone, ma presenta un gradevole e creativo mix di sonorità retrò e moderne in brani lineari ed introspettivi.

Scott Walker – Bish Bosch. Ve lo immaginate Niall Horan degli One Direction (chissà quanti accessi avrò in più per averlo citato) che molla gli altri quattro e si mette ad incidere dischi di avanguardia, lasciando basite le sue fan? Ecco, è più o meno quello che fece Scott Walker negli anni ’60: faceva parte di una mediocre boy band inglese prima di intraprendere una strana e lunga carriera piena di alti (molti) e bassi (pochi), e lunghissime pause di riflessione durate anche undici anni. Bisch Bosch, a quanto pare uno dei suoi lavori meglio riusciti, è un disco di avanguardia dove a fare da padroni sono, più che la musica, il silenzio e il rumore. Su tutto spicca la voce cavernosa del nostro, che al termine di un album contenente pure una suite di venti minuti dal titolo impronunciabile ci regala pure un pezzo a tema natalizio. Giusta per il periodo, insomma… non vi consiglio però di usarla come sottofondo durante il cenone di questa sera.


Management del Dolore Post-Operatorio – Auff!! Un gruppo interessante dal luogo che non ti aspetti: Lanciano è di certo più noto per il suo miracolo eucaristico che per la sua scena musicale. Pur non discostandosi molto dalle tipiche caratteristiche di certo indie rock italiano degli ultimi tempi, questo album di distingue per i testi (quasi) sempre validi ma allo stesso tempo di facile memorizzazione, per le sonorità frizzanti che ricordano quelle dei primi Franz Ferdinand, per i riff ben suonati, per una produzione ben fatta. E Pornobisogno è uno dei migliori pezzi mai scritti sul Caimano (ok, non è che la concorrenza sia molto agguerrita..)


Offlaga Disco Pax – Gioco di società. Per il gruppo capitanato da Max Collini il terzo disco ha rappresentato la soddisfazione di una fugace apparizione nella top 100 italiana, ma in generale l’ascolto lascia un po’ di amaro in bocca, anche dopo vari ascolti. Lodevole la volontà del gruppo di non ricalcare troppo le sonorità dei primi due dischi, ma il minimalismo che permea gran parte dell’album alla lunga stanca. Anche come testi si è visto di meglio, pur essendoci degli spunti senz’altro interessanti. Queste due peculiarità non aiutano i brani a rimanere impressi nella mente dell’ascoltatore: la sufficienza piena è raggiunta, ma non si trova nulla di memorabile.


Muse – The 2nd Law. Poveri Muse. Ad ascoltare il loro ultimo disco ci si sente un po’ come nel video di Muscle Museum. Ma quel pezzo è del 1999: sono passati ormai tredici anni da allora ma sembra un secolo. Matt Bellamy e soci ormai non hanno più nulla da dire, ma lo dicono benissimo, commercialmente parlando: sono uno dei più noti gruppi rock del mondo, ed hanno pure scritto la canzone ufficiale delle Olimpiadi di Londra, ma i tempi di Showbiz e Origin of Symmetry sono ormai lontani, e hanno lasciato spazio a pezzi buoni solo a piacere ad una generazione che all’epoca dei dischi summenzionati andava al massimo alle elementari. I pochi momenti significativi si perdono in un mare di fuffa, chitarroni, arrangiamenti retorici, testi sull’amore, citazioni-plagi (Queen e Led Zeppelin su tutti), e un pizzico di dubstep che fa tendenza. Ci sono pure due pezzi cantati dal bassista: era meglio evitare. I Muse si salvano ormai solo nei live.

Annalisa – Mentre tutto cambia. L’unica “amica di Maria” che riesco a sopportare merita soprattutto per il suo modo decisamente demodè di cantare, che richiama alla mente grandi interpreti di un’epoca passata come Mina. Un’artista alla quale andrebbero affidati ben altri pezzi rispetto a quelli inseriti nel suo album d’esordio, i quali scadono troppo spesso in banalità pop trite e ritrite e che sono ulteriormente sviliti da arrangiamenti mediocri. Peccato.

Mumford & Sons – Babel. Un mediocre gruppo pop, se gli fai suonare il banjo e li vesti come su Ritorno al Futuro parte III, rimane sempre un mediocre gruppo pop: Babel, come il suo predecessore, è un album di canzoni melodiche piene di sole, cuore e amore, niente di più. Non capisco l’entusiasmo di certe fanzine nostrane nell’annunciare la loro comparsa nella top ten italiana: non stiamo mica parlando degli Swans!


Lo Stato Sociale – Turisti della democrazia. Signore e signori, ecco l’indie italiano degli anni ’10: testi pseudoimpegnati e paraculissimi, cliché a palate sul giovane medio universitario-precario-disoccupato, basi elettroniche imbarazzanti che sembrano usciti dai videogiochi degli anni ’80, coretti da serata in birreria col karaoke… robe da far rimpiangere i Cani. Ormai spero solo che arrivi un nuovo 1977 musicale che ci liberi per sempre di questa scena alternativa per la quale saper cantare e/o suonare bene è più un limite che un valore aggiunto. Sono così indie (qui sopra) non dovrà mancare il giorno che celebreranno il funerale alla musica italiana.

Mike Patton – Laborintus II. A proposito di avanguardia, non credo di essere il primo italiano che per ascoltare qualcosa di Luciano Berio ha dovuto aspettare questo omaggio di Mike Patton, che per l’ennesima volta sceglie di imboccare strade poco conosciute della musica italiana dei decenni passati. L’impressione però, è che la ciambella non sia riuscita pienamente col buco. Merita senz’altro un’ascoltata. Una sola, però. Complimenti per averci provato.

The Zen Circus – Metal Arcade Vol.1. Simpatico disimpegno del trio pisano che pubblica questo EP con la riproposizione in chiave metallara di sei loro pezzi. Divertente, ma gli originali erano migliori. Incrociando i termini del nome del gruppo e di quello dell’album si ottiene “Zen Arcade / Metal Circus“, ovvero i titoli di due grandissimi dischi degli Hüsker Dü.

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Don’t feed the Fox (aka Il caso Don Corsi)

Volevo scrivere la mia sul “non-caso Kadaga” la scorsa settimana, ma quello che volevo dire lo ha già scritto qualcun’altro: in fondo non farei altro che plagiare questo post, quindi cliccateci sopra che si sta prima.

Ora vorrei scrivere la mia sul caso Don Corsi ma anche in questo caso credo lo abbia già fatto qualcun’altro. O meglio non fatto qualcun’altro, visto che sono giunto alla conclusione che la scelta migliore sia non scrivere nulla.

Dietro infatti alla infelice scelta del parroco suddetto di affiggere nella bacheca della propria chiesa un testo illustrante una già sentita e  risentita, e già ampiamente smentita tesi sulle cause della violenza sulle donne ci sta un tristemente noto sito internet.

Che volutamente non linko.

E dietro il sito ci sta un uomo, iscritto all’ordine dei giornalisti, il quale si è rifugiato tra le pareti, appunto, di un proprio sito dal nome altisonante dopo aver tentato, invano, di scrivere in varie testate di matrice cattolica. Invano perché dimostratosi di idee troppo estremiste. Definito a sproposito ultra-cattolico da vari media, è invece un integralista cattolico (che è ben altra cosa) il quale gode, purtroppo, di troppa pubblicità. E pure di un sito dai toni pacati che storpia il titolo della sua creatura.

E allora perché non bisognerebbe scrivere nulla che lo riguardi?

Perché, secondo l’antica saggezza di Internet, questo personaggio può essere ben riconducibile ad un troll.

Se state pensando al Signore degli Anelli o Harry Potter, forse è il caso che vi leggiate questa pagina (perché ovviamente Wikipedia non può esimersi da avere una pagina dedicata a questo argomento).

Morale della favola: don’t feed the troll. L’unico modo per smontare un provocatore è non alimentare il suo ego rispondendogli o discutendo sulle sue infelici uscite. Cosa che io invece, sebbene indirettamente, sto già facendo da 1876 battute.

Mi auguro, spero, voglio pensare che sia per questo motivo che ancora (nessun alto esponente della Chiesa (per quanto ne so io) ha ancora sconfessato pubblicamente il sito e le tesi di questo farneticatore, che nulla hanno a che vedere con il vero messaggio cristiano.

Natale 2012

25 dicembre… Un post nel blog in questa data non manca mai, anche in questo periodo in cui mi ripropongo di scriverci più spesso e poi non lo faccio. Stavolta, su inconsapevole assist del settimanale dove continuo a scrivere, vi propongo una bella “Natività” firmata Štěpán Zavřel, conservata nel museo omonimo di Sarmede (TV).

Caro lettore che sei finito in questa pagina, per caso oppure no: non so se sei credente o meno, ma ricorda che Gesù e il suo messaggio sono sono venuti anche per te. Buon Natale.