2011 in musica. Quinta parte

6 gennaio 2012 alle 23:21 | Pubblicato su commenti, video | 2 commenti
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E siamo alla quinta ed ultima parte delle mie considerazioni musicali sul 2011. Avete ovviamente il diritto di non essere d’accordo!

  • Lüüp Meadow Rituals. Eh beh, questa è roba per palati fini. Nonostante la doppia umlaut (o forse no?) dietro a questa parolina di quattro lettere sta il progetto di un flautista greco, tale Stelios Romadialis. Non ha neanche la pagina su Wikipedia, ma per altre vie vedo che ha trent’anni e ha collaborato con pezzi grossi come Robert Wyatt e David Jackson (Van Der Graaf Generator). Non è certo un pivellino quindi, e lo dimostra con questo signor disco di folk sperimentale, ricco di bellissimi paesaggi sonori dipinti pescando appieno dalle sonorità balcaniche, rinnovate con strumentazioni e sonorità moderne. La tradizione che sposa l’avanguardia, e scusate se è poco. Non so cosa dire di fronte ad un capolavoro del genere, se non questo: ascoltatelo.
  • Tom Waits – Bad As MeWaits è un cantautore che non conosco molto, ma per il quale a quanto ho potuto vedere il tempo non passa, e così continua a pubblicare album significativi da ormai quarant’anni. Rispetto a Mule Variations (1999) qui sembra fare meno il crooner e divertirsi di più: i temi più o meno sono sempre quelli (la vita degli emarginati e degli “storti”) ma, per nostra fortuna, anche i risultati, assai buoni. E’ raro vedere un “sempre quello” che funziona così bene.
  • Brunori Sas – Vol. 2 – Poveri Cristi. Altro giovane e brillante cantautore nostrano al suo secondo lavoro, come indica il titolo stesso. Impossibile non accostarlo a Dente (vedi qui sotto), viste anche le reciproche ospitate nei loro ultimi dischi; ci sono certamente delle somiglianze, ma entrambi hanno ormai un loro stile definito. Brunori, vuoi per il repertorio più contenuto, è un po’ indietro rispetto all’amico e collega, ma comunque in questo suo secondo volume mostra i segni di un discreto miglioramento. Se vi piacciono Lucio Battisti, Edoardo Bennato e Rino Gaetano apprezzerete anche le scene di vita di tutti i giorni di questi “poveri cristi”.
  • Florence + The MachineCeremonialsPer questa loro opera seconda, il gruppo della giovane ed eclettica cantautrice Florence Welch (classe 1986) sforna una dozzina di pezzi godibili e barocchi, che si inseriscono nel solco del grande rock al femminile inglese degli ultimi anni (Siouxie & The Banshees in primis) ma anche di gruppi di tendenza (Arcade Fire) e classici (Jefferson Airplane); verrebbe quasi voglia di parlare di un'”Anna Calvi più radiofonica”, ma per motivi cronologici in realtà è Anna Calvi ad essere una Florence Welch meno radiofonica… A fare la parte (è proprio il caso di dirlo) del leone la potente voce, appunto, della cantante, e gli arrangiamenti sontuosi di Brian Epstein (lo stesso di 21 di Adele). Domanda: che disco sarebbe uscito, senza l’aiuto di quest’ultimo? Che è un po’ come chiedersi cosa sarebbero i Coldplay oggi senza Brian Eno. A proposito: se i F+TM pubblicano un altro paio di dischi così, tra cinque anni saranno famosi come i Coldplay. Scommettiamo? Interessante anche il secondo disco dell’edizione deluxe, con gli “scarti” e i demo.
  • James Blake James Blake. James Blake is the future, ha detto qualcuno. Mah: può anche darsi che sia il futuro, di certo questo sbarbatello musicista inglese non è il presente. Un po’ Bon Iver, un po’ Antony and The Johnsons, un po’ dubstep che fa sempre figo. Molta ma molta elettronica ma anche acerbità e un po’ di noia. E’ ancora un ragazzino (classe 1989), ne riparliamo tra qualche anno e qualche disco.
  • Chapel Club – PalaceEnnesimo gruppo indie rock post-punk inglese da 6 in pagella di cui nessuno sentiva il bisogno. Un po’ White Lies (sì, addirittura), un po’ Strokes, un po’ Morrisey, un po’… Eccheppalle. Differenza Italia-Regno Unito: mentre da noi da noi un sacco di talenti musicali non se li fila nessuno (e così qualcuno emigra), oltremanica un gruppo così “ordinario” lo produce Paul Epworth. Dimenticavo: secondo le non so quanto attendibili statistiche del sito Rate Your Music, i Chapel Club sono più popolari in Italia che in madrepatria. Dove abbiamo sbagliato?
  • Ladytron – The Best of Ladytron: 00-10Compilation ben riuscita come accade di rado: qui dentro ci sono più o meno tutti i pezzi che vale la pena ascoltare di quello che è considerato il maggior gruppo synthpop di questo primo scorcio di secolo. Tutto il resto si può anche tralasciare, o quasi. Di interessante ha sopratutto il vago odore di balcanico che si sente qua e là, grazie al contributo della cantante Mya Arroyo, bulgara.
  • Bud Spencer Blues ExplosionDo It. “It” come” esso”, ma anche come “italiano”. Perché, come Bud Spencer, questo gruppo ha un nome e uno spirito molto americano ma è italianissimo, ed è ironico e sciallo come il gruppo americano, appunto, al quale ha fregato il nome (i Jon Spencer Blues Explosion). Do It è il loro terzo album in studio e la loro seconda uscita del 2011 dopo il notevole ep Fuoco lento: questa volta, Cesare Petulicchio e Adriano Viterbini riescono come mai erano riusciti a vestirsi ora da bluesman consumati, ora da grunger, ora da infuocati figli di Jimi Hendrix, anche sfoggiando una tecnica notevole che però non è certo fine a se stessa. Il tutto condito da testi nonsense e scanzonati, che non raggiungono chissà che vette di poesia ma poco importa. Sarebbe interessante vedere prima o poi i risultati di una tournée negli Stati Uniti, dove certo si troverebbero molto a loro agio; nel frattempo godiamoceli noi italiani, visto che dal vivo spaccano come pochi.
  • I CaniIl sorprendente album d’esordio dei CaniAncora una volta l’apparenza vince sulla sostanza. Il caso indie italiano dell’anno è, in realtà, quanto di peggio poteva partorire l’indie italiano. Provocatorio fin dal titolo, in quanto a testi è una lunga e continua accozzaglia di luoghi comuni sul mondo dei giovani alternativi italiani, fascia 20-30 anni, che frequentano l’università e comprano la reflex per fotografare posaceneri; sotto certi aspetti, è la “risposta indie” a certe canzoni degli 883. Musicalmente invece è insignificante: una banale elettronica lo fi, sempre uguale. Il notevole chiacchiericcio e le discussioni nate attorno a questo disco (perfino articoli su quotidiani e riviste nazionali) si può spiegare solo in un modo: siamo in Italia.
  • Dente – Io tra di noiLa risposa a che dice che in Italia non ci sono più i cantautori. Il signor Giuseppe Peveri riesce a fare ancora di meglio del già buon precedente L’amore non è bello. Dodici pezzi abbastanza brevi (tranne l’ultimo), leggeri e piacevoli da ascoltare, e incentrati sull’amore, tra ardite metafore erotiche e citazioni che non ti aspettavi (tipo Ungaretti). Si sente bene l’eco di Lucio Battisti (e un po’ anche di Daniele Silvestri), ma non è affatto un limite, anzi. Avanti così!

2 commenti »

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  1. […] degli anni ’80, coretti da serata in birreria col karaoke… robe da far rimpiangere i Cani. Ormai spero solo che arrivi un nuovo 1977 musicale che ci liberi per sempre di questa scena […]

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  2. […] bene e nel male) sono stati i Coldplay in quello passato. Scommettiamo? Intanto, dopo il fortunato Ceremonials, i nostri danno i rituali colpi al martello per tenerlo caldo con una nuova uscita, registrata live […]

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