Questo Natale sii te stesso

Nel giorno in cui è soprattutto il politicamente corretto a spingere verso un neutrale “Buone feste”, propongo un video in cui parla uno il quale, il 13 maggio 1981, a quanto pare si rammaricò molto nell’apprendere la notizia dell’attentato a papa Wojtyla.
Si rammaricò perché il papa non era morto.

Un po’ di anni dopo, divenuto nel frattempo prete, ha concepito un percorso di fede chiamato le “Dieci Parole”. Rinunciando a qualsiasi tipo di diritto d’autore, ha permesso a questo percorso di diffondersi in centinaia di realtà in tutta Italia e, in questo modo, ha indirettamente aiutato migliaia di persone nel proprio cammino di fede. E mi ci metto dentro anch’io.

Buon Natale!

Annunci

Serge Latouche a Sernaglia della Battaglia

C’era veramente, ed è proprio il caso di dirlo, il pubblico delle grandi occasioni lo scorso giovedì 8 novembre nella sala convegni comunale di Sernaglia della Battaglia: per il filosofo francese Serge Latouche l’affluenza è stata ben superiore ai duecento posti della capienza della sala, al punto che gli ultimi arrivati hanno dovuto accontentarsi della diretta televisiva all’esterno dell’edificio.
La serata è stata organizzata dall’amministrazione comunale e da La Chiave di Sophia, quadrimestrale di filosofia di Santa Lucia di Piave.
Il relatore, curiosamente, ha iniziato prendendo le distanze dalla definizione di “filosofo della decrescita felice”, che gli viene attribuita solo in Italia, vista l’ambiguità del termine. Il concetto di “felicità” infatti si diffonde in occidente solo nell’epoca dei Lumi: se prima, in una società fortemente cristianizzata, si parlava di “beatitudine”, quest’ultima gradualmente ha ceduto il passo appunto al concetto di “felicità”, concetto figlio di una società laica, borghese e fortemente individualista. In cosa consistesse la felicità l’hanno spiegato gli economisti: nel consumare, nell’aumento del Prodotto Interno Lordo. Se quindi la “beatitudine” ambiva ai beni spirituali, la felicità ora ambisce ai beni materiali, e da qui si è innescata una folle corsa alla crescita fine a se stessa basata sulla creazione di bisogni artificiali.
Ciò che però auspica Latouche non è una decrescita felice, con una conseguente diminuzione del PIL, quanto piuttosto l’uscire da questa logica di consumo che permea le nostre vite, ed è per questo che più che di “decrescita” sarebbe più corretto parlare di “acrescita”.
Il filosofo ha quindi voluto ricordare un figlio della nostra terra, quel Pier Paolo Pasolini che già aveva trattato a suo modo questi temi negli anni ’60 e ’70 e che quindi può essere annoverato tra i precursori della decrescita. Fu lui, per esempio, a far notare come il consumo si basi sull’infelicità e che la pubblicità a questo proposito serva a generare un senso di insoddisfazione in chi la fruisce. Ma questa “società della scarsità”, come l’ha definita, produce “lo spettacolo dell’abbondanza” negli scaffali dei supermercati e questa, a sua volta, produce sprechi e rifiuti.
Ma come si può uscire da tutto questo? Innanzitutto “ponendo un limite ai nostri bisogni”, perché in caso contrario non potremmo mai liberarci dal senso di insoddisfazione generato dal consumismo. E poi con un ritorno alla frugalità di un tempo, che non significa attuare una politica di austerità, quanto piuttosto sviluppare una “capacità di autolimitarsi”, soddisfare i propri bisogni senza consumare all’infinito.
A questa scelta etica che incide sul personale, occorre però una seconda scelta che incida a livello globale: una scelta comunicativa. La nostra è l’unica società della storia che si basa su concetti come competitività, razionalità ed efficienza, quando invece le altre cercavano la saggezza. E i saggi di tutte le civiltà hanno sempre sostenuto che il senso della misura è fondamentale per vivere bene. Occorre quindi un “mutamento antropologico” che riporti l’economia all’interno dei limiti posti dalla società e dalla politica. Latouche ha parlato di “buonsenso di un bambino di cinque anni”: parafrasando il grande attore Groucho Marx, ha concluso sostenendo che basterebbe un bambino di cinque anni per far capire ai politici che “una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito”.

L’Azione, domenica 18 novembre 2018

I Caminesi e le eredità contese

Giovanni De Min, Francesco Ramponi consegna i feudi caminesi ai Procuratori di San Marco, Vittorio Veneto (TV), Museo della Battaglia, 1842-44 circa

Nel tardo pomeriggio di venerdì 11 maggio in biblioteca a Vittorio Veneto, Massimo Della Giustina del Circolo Vittoriese Ricerche Storiche ha presentato un documento finora sconosciuto che riguarda un’intricata vicenda di eredità del XIV secolo, la quale ebbe conseguenze rilevanti per la storia locale e non solo.
Siamo nel 1335: Rizzardo VI da Camino (la cui celebre arca si trova nella chiesa di Santa Giustina a Serravalle) muore senza figli maschi, condannando così all’estinzione il sedicente “ramo superiore” della famiglia.
Perché “sedicente”? Perché gli storici contemporanei, e tra questi i membri del Circolo, ritengono che la separazione tra Caminesi “di sopra” (quelli i cui interessi gravavano intorno a Serravalle e le prealpi) e Caminesi “di sotto” (quelli residenti nell’opitergino-mottense), sebbene comunemente accettata in realtà non sia mai realmente sussistita: tale credenza è dovuta ad una falsificazione di documenti di cui parleremo a breve.
È a questo punto che nasce una controversia sull’eredità di Rizzardo, contesa da una parte dai Caminesi del “ramo di sotto”, legittimi eredi, e dall’altra dal vescovo di Ceneda, il bolognese Francesco Ramponi, controverso personaggio sul quale gravano accuse di simonia, concubinato e, di lì a poco, pure una scomunica: quest’ultimo infatti concede i castelli del defunto in feudo alla Repubblica di Venezia, facendo ampio uso di documenti falsi che tra l’altro sostengono che ogni ramo del casato Caminese non possa reclamare l’eredità dell’altro.
Nella disputa si inseriscono anche gli Scaligeri, all’epoca in guerra con i trevigiani, il Patriarca di Aquileia e infine la Curia Romana, chiamata a dirimere la questione.
Il papa sceglie come proprio delegato Nordio da Grava, abate di Follina, autorità ritenuta sopra le parti, il quale emette la sentenza che è stata l’oggetto principale dell’incontro: un documento datato 9 ottobre 1338 che, come prevedibile, dà ragione ai Caminesi e torto al Ramponi.
Della Giustina si è chiesto come sia possibile che tale verdetto sia stato del tutto ignorato sia dai giuristi dell’epoca sia dagli storici che nei secoli successivi studiarono la vicenda, compreso il trevigiano Girolamo Biscaro che nel 1925 pubblicò il più puntuale ed ancora valido studio sul tema.
La vertenza prosegue con vari colpi di scena, tra i quali dei tentativi di corruzione portati avanti da entrambi le parti, e un attentato fallito ai danni del vescovo ordito dai Caminesi con il benestare del patriarca di Aquileia, desideroso di espandere la propria influenza in sinistra Piave. Quest’ultimo, impugnando una disposizione testamentaria di Rizzardo IV da Camino (il figlio del “buon Gherardo” citato nella Divina Commedia) per poco non riesce ad ottenere i territori del cenedese: fallisce a causa del notaio che nel 1312 aveva rogato il testamento il quale, corrotto dai veneziani, dichiara il falso.
Alla fine a spuntarla sono Ramponi e Venezia: la famiglia da Camino, penalizzata dalle mutate condizioni politiche, per non perdere l’intera eredità nel 1343 rinuncia definitivamente a Serravalle ottenendo in cambio l’investitura di alcuni castelli secondari della zona.
Serravalle fu la prima significativa acquisizione territoriale che la Repubblica di Venezia fece nell’entroterra. La prima in assoluto riguardò Motta di Livenza nel 1291; essa però si trovava al confine con il cosiddetto “Dogado”, ovvero la fascia costiera già da tempo sotto il controllo del Doge.
Circa un secolo e mezzo dopo i domini della Serenissima si estendevano in tutto il Veneto e Friuli, e in parte del Trentino, della Lombardia e della Romagna.
Solo in apparenza quindi questa potrebbe sembrare una questione locale: in realtà, come si è visto, segnò un punto di non ritorno nella storia del Veneto e, di conseguenza, dell’Italia.
Da segnalare la brillante esposizione del relatore, il quale è riuscito a rendere sufficientemente comprensibile un argomento che risulta ostico anche per gli specialisti.

L’Azione, domenica 10 giugno 2018

Serena Abrami: una musica che privilegia l’interiorità

Serena Abrami @inDipendenza Sonora... acustica, 25 febbraio 2018

Marchigiana, classe 1985, Serena Abrami canta e suona chitarra e pianoforte sin da piccola. A diciassette anni inizia a cimentarsi nella scrittura di brani inediti nella band Elfrida, nel 2009 partecipa al programma televisivo “X Factor” dove ha modo di conoscere e collaborare con Ivano Fossati e nel 2011 è tra le Giovani Proposte di Sanremo con il brano “Lontano da tutto”, scritto per lei da Niccolò Fabi. A fine febbraio, in Veneto per alcuni appuntamenti musicali, ha cantato all’Osteria dei Giusti di Camino di Oderzo, con il supporto organizzativo di Indipendenza Sonora. Insieme a Enrico Vitali, chitarrista del gruppo, Serena ha rilasciato un’intervista a Radio Palazzo Carli.
Chi è Serena Abrami?
«Una ragazza delle Marche. Sono molto legata al mio territorio e cerco di portare le mie radici marchigiane attraverso la mie canzoni. Vivo di musica fin da piccola: è il mio modo migliore per decodificare il mondo e per relazionarmi con esso. Mi viene più facile cantare piuttosto che parlare. Mi appartiene il canto».
Credo” è uno dei brani del tuo ultimo album, uscito nel 2016.
«Sì, attualmente le copie dell’album sono esaurite poiché le etichette indipendenti non stampano tantissime copie come anni fa, ma tutto il lavoro si trova sulle varie piattaforme musicali. Il testo della canzone è una poesia di Andrea Ragagnin, uno scrittore torinese con il quale abbiamo cominciato una collaborazione dal 2012»
In questa canzone c’è una dimensione interiore molto forte. Una preghiera laica?
«A me piace molto portare una certa dose di profondità e di spiritualità nelle mie canzoni: sono quelle sensazioni che provo quando ascolto la musica degli anni Novanta di alcuni gruppi, che evocavano una certa interiorità. Speriamo di andare in quella dimensione. La musica parla da cuore a cuore e se uno riesce a toccare certi temi e certe corde, in maniera trasversale, poi lascia qualcosa a chi lo ascolta».
Hai al tuo attivo diverse collaborazioni con cantautori italiani. Che cosa significano per te?
«Nel mio cammino queste collaborazioni sono dei ricordi bellissimi, ma anche una conferma dell’onestà intellettuale nella musica: questi cantautori mi testimoniano che è possibile andare avanti, restando fedeli a se stessi e facendo musica di qualità, anche se spesso la qualità non è indice di visibilità. Noi, come band, abbiamo scelto un percorso un po’ più lungo e tortuoso, ma le nostre canzoni sono fedeli a quello che io e la mia band siamo adesso».
Ivano Fossati ha scritto per te “Tutto da rifare”.
«Sì, certo. Si tratta di una canzone in cui Ivano si mette dalla parte della donna e ne assume il modo di vedere la relazione con il suo compagno. Anche Fossati mi ha insegnato, attraverso la sua esperienza, l’importanza della fedeltà a se stessi: ho visto in lui una grande umiltà e autenticità. Sono questi gli aspetti che vorrei avere e anche vorrei trasmettere attraverso la mia musica».
Di imperfezione” è il brano che dà il nome al tuo ultimo l’album. Che cosa vuol dire?
«Sì, l’album è costituito da undici tracce, cioè undici momenti, come delle fotografie, che sono più autentiche quando sono più imperfette: penso alle foto spontanee o in movimento. La vita infatti non è mai perfetta: l’imperfezione ci rende umani e lo sbaglio ci aiuta ad adottare nuovi punti di vista».
Come nasce una canzone?
«Mi piace quando il testo riesce ad essere di tutti, cioè quando non è descrittivo di qualcosa, così da prevalere sul resto. Il nostro approccio quindi è quello di partire dalla musica e poi trovare dei testi che si leghino alla musica. Insomma, noi scriviamo prima la musica, poi ci mettiamo il testo e facciamo in modo tale che i due siano in armonia. Ma se dobbiamo scegliere, facciamo prevalere l’aspetto musicale».
Progetti per il futuro?
«Più che solista, ora mi sento parte di un gruppo. Abbiamo già delle nuove canzoni (ben sette) che abbiamo composto nel giro di pochi mesi. Tra noi c’è molta sintonia e dobbiamo trovare il nome della band. La nostra musica sarà molto più rock, anche se restiamo legati alla melodia. L’importante per noi è girare, suonare e far sentire la nostra musica: non basta far musica e metterla su dei cd».

Alessio Magoga, L’Azione, domenica 18 marzo 2018

Il terrorismo e gli obbiettivi del Wahabismo

Foto de La Tenda Tv (video della serata in calce al post)

Fulvio Scaglione, giornalista per varie testate cartacee e digitali, nonché ex direttore di Famiglia Cristiana, è stato il relatore di una serata organizzata al Museo del Cenedese a Vittorio Veneto lo scorso 3 marzo da Mondo in Cammino e l’associazione culturale MAI.
Scaglione ha mostrato, numeri alla mano, come non ci sia alcun indicatore che mostri un miglioramento da quando, a seguito dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti lanciarono la loro crociata contro il terrorismo, seguiti a ruota da tutti i suoi alleati occidentali: il numero dei morti nel mondo per attentati terroristici compiuti da estremisti islamici è in aumento, così come in generale l’instabilità politica. Occorrerebbe a questo punto chiedersi, ha affermato provocatoriamente il giornalista, se ci sia veramente mai stata una guerra al terrorismo.
Egli ha voluto fare una precisazione, assai importante per evitare di liquidare frettolosamente quanto sta accadendo nel mondo come uno “scontro di civilità” o una guerra dell’islam contro gli infedeli: il terrorismo è figlio del wahabismo, una corrente interna all’islam che predica un’interpretazione rigida e conservatrice del Corano, a cui aderiscono le petrolmonarchie al potere nella penisola arabica (in particolare in Arabia Saudita). Il suo obbiettivo principale, da decenni, è quello di monopolizzare l’islam cancellando qualsiasi altra corrente di pensiero al suo interno. Con ottimi risultati: se infatti l’Arabia Saudita è la patria di appena il 3% dei musulmani, essa controlla più o meno direttamente il 90% delle associazioni filantropiche, religiose e culturali di ispirazione islamica nel mondo, finanziando inoltre la costruzione di moschee ovunque, anche in Europa (in particolare in Kosovo e Bosnia). Certe associazioni filantropiche sono però specchietti per le allodole che, con la scusa di ricevere la zakat, ovvero l’elemosina che ogni musulmano praticante deve versare da precetto, riceve ingenti somme di denaro che vengono poi destinate ad Al Qaida, Hamas ed altre organizzazioni del terrore nel mondo: un meccanismo funziona almeno dal 1979, ovvero da quando venivano finanziati sottobanco i mujaheddin che combattevano contro i Sovietici in Afghanistan.
A sostenere questa tesi, ma Scaglione parla di “dato di fatto”, non sono complottisti o teste calde, ma insigni docenti universitari e esperti di geopolitica che lavorano per autorevoli centri studi di settore anche americani, fin dal 2002. E ne è al corrente anche Washington, come dimostrano i documenti della Segreteria di Stato americana datati 2009 resi pubblici da Wikileaks. Eppure questo non ha impedito ad Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, di dare l’assenso quattro anni dopo alla più imponente vendita di armi della storia, 63 miliardi di dollari in tutto, proprio a favore dell’Arabia Saudita.
I rapporti commerciali con questo paese sono una gigantesca torta da cui, comunque, mangiano tutte le principali economie del mondo, compresa quella italiana. Nessuno, in cambio, alza la voce per denunciare le perenni violazioni dei diritti umani in atto nel paese: è questo “il patto con il diavolo” che dà il nome al libro che Scaglione, nell’occasione, ha presentato.
Detto questo, la soluzione di Scaglione per uscire da questa spirale di terrore è assolutamente logica: “L’occidente non potrà mai vincere la battaglia contro il terrorismo finché sceglierà di avere come amici gli amici dei terroristi”. Ma quando si fa a patti col diavolo, di logico rimane ben poco.

L’Azione, domenica 10 marzo 2017

INCONTRO – La pace con le armi in Siria. Fulvio Scaglione racconta "Il patto col diavolo" from La Tenda Tv on Vimeo.

Profughi a Oderzo: la proposta di Calò

Foto di Martina Tommasi
Foto di Martina Tommasi


“Se a dicembre mi avessero ascoltato, oggi non avreste i migranti in caserma”. Questa è stata l’amara considerazione di Antonio Silvio Calò, tornato a Oderzo in occasione dell’apertura del Festival del Bene Comune il 20 giugno scorso, a sei mesi di distanza dalla prima volta. Calò e la sua famiglia, residenti a Camalò di Povegliano, dal giugno 2015 ospitano nella propria abitazione sei rifugiati africani per motivi di fede e di umanità. Partendo da questa esperienza, con il tempo ha elaborato un grande progetto di gestione dell’emergenza migratoria che, se attuato, eviterebbe l’insorgere di ghetti come quello opitergino e gli altri sparsi per l’Europa. Un progetto dove esperienze di accoglienza familiare come la sua sarebbero l’eccezione: sarebbe infatti impensabile affidare la gestione di un problema così complesso al volontariato e al buon cuore delle persone. Piuttosto, sostiene Calò, bisogna usare i fondi stanziati dall’Unione Europea e dallo stato italiano (si tratta dei “bandi Sprar”, ovvero i famosi “30 euro al giorno per immigrato”) per dare uno stipendio a giovani laureati disoccupati (educatori, mediatori culturali, psicologi ecc…) che seguano, in due o in tre, gruppi di sei migranti stanziati uno per comune, con la supervisione della Prefettura e l’appoggio di una cooperativa o di un’amministrazione comunale.
Perché proprio sei? Perché, conti alla mano, è il numero di persone ideale per ammortizzare le spese (per il cibo, i vestiti eccetera, soldi che finirebbero in tasca ai negozi del luogo oltretutto) e garantire uno stipendio dignitoso agli operatori. Operatori che avrebbero il compito di seguire a turno il proprio gruppo 24 ore al giorno perché, dice Calò “Non è possibile che persone provenienti da quel mondo possano imparare in poco tempo quel che noi abbiamo imparato in anni”.
I migranti a loro volta avrebbero una settimana pianificata (quindi niente giornate passate a oziare) con l’obbligo di studiare l’italiano e, gradualmente, di imparare un mestiere in modo da essere pronti ad entrare nel mercato del lavoro in caso di necessità: ora come ora infatti il loro destino è trovarsi in mezzo una strada, in balia della criminalità, sia se gli viene accolta la richiesta di asilo sia se gli viene respinta, perché non ci sono fondi per rimpatriarli. Al termine di questo percorso di due anni (che Calò definisce “una sana progettazione della propria vita”) il migrante se ne andrebbe per la sua strada con gli strumenti per sopravvivere; il suo posto nel progetto verrebbe preso da un nuovo arrivato e, una volta che il ciclo entrasse in pieno regime, le caserme-ghetto si svuoterebbero perché rese inutili da questa accoglienza diffusa.
Con questo progetto, Calò quindi vorrebbe “trasformare qualcosa di negativo in positivo”: ci sono alternative? No, una volta che si ha raggiunto la consapevolezza del problema. L’idea di fare una scrematura in Africa infatti, vista la situazione disastrata del continente, è impensabile: significherebbe sperperare denaro per anni in un progetto che rischierebbe di essere distrutto in poche ore. L’unica strada percorribile è quella di un progetto a lungo termine, perché “pensare di risolvere il problema in pochi mesi significa avere già fallito”, dice Calò: “Siamo di fronte ad un’emergenza che potrebbe durare trent’anni”. Così come non si può continuare a parlare di principi e di valori (civili e religiosi) e poi disattenderli. In altre parole: “Possiamo far finta di niente, ma la Storia va avanti lo stesso. Meglio quindi entrare nella Storia ed incidere per quanto possibile”.

L’Azione, domenica 24 luglio 2016

Gherardo Colombo a Motta di Livenza

Più di trecento persone hanno assistito, lo scorso mercoledì 17 febbraio presso il liceo scientifico di Motta di Livenza, ad un incontro pubblico con Gherardo Colombo organizzato dall’associazione culturale mottense Fucina n. 4.
Vista l’ora (le 14), l’appuntamento era rivolto soprattutto agli studenti delle superiori: da segnalare, oltre ai tanti mottensi, un nutrito gruppo di studenti provenienti da Vittorio Veneto e Portogruaro, ma anche numerosi giovani e adulti.
“Perché seguire le regole?”: questa è la domanda che dava il titolo all’incontro, Da qui è partito l’intervento dell’ex magistrato del pool di Mani Pulite, pregno di contenuti che spaziavano da ricordi personali a considerazioni sui valori della Costituzione italiana e sull’importanza delle regole nella nostra società. Colombo ha auspicato che in futuro si possa progressivamente abbandonare l’antico modello di società verticale, basato sulla gerarchia e generatore di disuguaglianze, ingiustizie e malvivenza, in favore di una “società orizzontale” che metta al centro la persona e i suoi diritti fondamentali: l’istruzione, la salute, la libertà di fede e di opinione. Soprattutto la libertà: una libertà che però mette costantemente il cittadino di fronte al dover scegliere come comportarsi. E che implica il dovere di mettersi in gioco in prima persona per salvaguardarla, anche con l’impegno civile e politico.
Gli organizzatori durante l’incontro hanno dichiarato la loro volontà di dare un seguito a questa iniziativa, auspicando che da essa possa nascere un gruppo di giovani che, con il loro appoggio, possa lavorare sui temi della legalità e magari costituire in futuro un presidio di “Libera contro le mafie” opitergino-mottense. A questo proposito è intervenuto anche Andrea Dapporto, responsabile trevigiano dell’associazione fondata da don Luigi Ciotti.
I ragazzi di Fucina n. 4 hanno quindi già messo in cantiere due appuntamenti: la proiezione del film “Lea” di Marco Tullio Giordana giovedì 3 marzo in biblioteca a Motta, e la lettura dell’elenco delle vittime innocenti di mafia in Piazza Grande a Oderzo il 21 marzo alle 18, nella giornata nazionale a loro dedicata.

L’Azione, domenica 28 febbraio 2016