Islanda: non chiamatela “favola”

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Ieri sera, davanti ai padroni di casa schiacciasassi della Francia, è terminata l’avventura della nazionale islandese agli europei di calcio. Vuoi per la simpatia di giocatori e tifosi, vuoi per la scarsa tradizione calcistica dell’isola, vuoi che essa ha più o meno gli stessi abitanti di Verona, quella degli islandesi è stata definita una “favola”: era inevitabile.
Anzi: era inevitabile? Visto il livello medio del giornalismo nostrano sì, ma occorre ribadire che anche le favole nel calcio sono poche, e questa non fa eccezione. La si può definire forse tale, giusto per rimanere in tema europei, quella della Danimarca, ripescata nel 1992 all’ultimo minuto a causa della dissoluzione della Jugoslavia, quando i calciatori erano ormai in vacanza: ma in quel caso, viste le tempistiche, contò molto la fortuna, l’entusiasmo, l’effetto sorpresa.
Definire “favola” il caso islandese è invece a mio dire profondamente ingiusto nei confronti di quello che invece è il risultato più clamoroso, a livello mediatico, di una precisa volontà politica, ovvero quella di preservare i giovani dalla piaga dell’alcolismo e del tabagismo attraverso l’attività sportiva. Un progetto a lungo termine che fa sembrare ancora più lontani i tempi in cui l’eroe calcistico locale, durante una partita della nazionale, si faceva sostituire dal figlio diciassettenne (che poi sarebbe l’attuale “nonno” della squadra), roba che neanche ad una partita scapoli-ammogliati: oggi l’Islanda conta campi di calcio coperti a bizzeffe, ed un allenatore con patentino ogni cinquecento abitanti, contro i diecimila della Gran Bretagna. Già, proprio loro.
La splendida figura degli islandesi in questi europei mostra ancora una volta che se c’è vera programmazione ed un progetto valido e lungimirante, i risultati arrivano. È solo una questione di tempo.

Germania sì, Italia no

Chi l’avrebbe mai detto che avrei tifato Germania alla finale dei Mondiali di calcio? Ma l’unico motivo che avevo per non tifarla era il non vederla raggiungere l’Italia nella classifica dei Mondiali vinti. Effettivamente troppo poco.

Infatti sono contento di com’è andata a finire. Ha vinto la squadra più solida. Ha vinto la squadra che ci ha insegnato che avere rispetto dell’avversario non significa rinunciare a giocare a metà partita perché stai vincendo 5 a 0.

Ma soprattutto ha vinto un progetto a lungo termine, che ha radici nel decennio scorso, quando ai tempi del fallimento agli Europei del 2004 e dell’organizzazione dei Mondiali 2006, il movimento calcistico tedesco iniziò una fase di programmazione a lungo termine con lo scopo di portare più gente agli stadi, rimodernando per questo motivo gli impianti, e ridare forze alla nazionale e alle squadre di club, potenziando i vivai. Ora, finalmente, questo progetto porta i suoi frutti, e ne avrebbe portati anche prima se non avesse trovato lungo la sua strada un’Italia e una Spagna in stato di grazia.

Tutto un altro mondo rispetto a quello del pallone nostrano, che per anni ha dominato in Europa grazie soprattutto ad un mecenatismo più di istinto che di ragione, ovvero grazie ad un fiume di denaro di provenienza a volte illecita o perlomeno discutibile, in nome del quale è stata data una maglia perfino al figlio di Gheddafi. Un mondo provinciale e colluso con la cattiva politica, la cattiva imprenditoria e la cattiva tifoseria, che non ha voluto pulirsi nemmeno dopo Calciopoli. Un movimento che si ostina a non investire sui giovani, e che dopo essersi illuso di essere ancora grande grazie al mondiale vinto nel 2006, oggi annaspa in un inesorabile ma giusto declino.

Ci sono comunque delle esperienze che fanno eccezione, come quella dell’Udinese, e dello Juventus Stadium. Da qui bisogna ripartire. E, soprattuto, da una classe dirigente che sia scelta per competenza, imparzialità e amore per questo sport, e non per compiacere gli interessi dei poteri forti.

La Barzelletta Olimpica

Domenica 17 novembre, ore 13.02: Sport Mediaset su Italia Uno (Ripeto: Sport Mediaset). Domenica senza Serie A, ci ricorda il conduttore. Ok. Lista dei servizi: Erick “Gangnam Style” Thorir va ad Appiano Gentile a vedere la sua nuova squadra perdere “una noiosa amichevole col Chiasso”. Il Milan in amichevole contro lo Young Boys. Ipotesi sull’immediato futuro della Nazionale. I giocatori della nazionale a fare shopping a Londra. Ipotesi sul futuro di Andrea Pirlo: Juventus o estero? A l’una e venti finalmente compare in studio la foto di un casco di Formula Uno, ma prima di lanciare il servizio, il conduttore avverte: “torneremo a parlare di calcio tra poco”: meno male.
Spengo la tv e mi torna in mente la Barzelletta Olimpica del Giornalismo Sportivo Italiano (olimpica perché in genere viene ripetuta ogni quattro anni):
“D’ora in poi, diamo più spazio agli sport minori”.

Quel che non fecero i barbari, lo fecero i barbarismi

L’impianto di broadcasting. Lo stewarding. Il Bulding Managing System. La control room. Le aree ospitality. Il confort e il pre-confort. Le operations. Il ticketing. Gli sky box. Il mondo corporate. La convention. Il maintainess. Il match day. Lo sport production. Il naming write. Il brand leader. I benchmark di riferimento. Il concept store. I maggiori player mondiali. La media company.

E’ così che una società sportiva che rappresenta l’Italia del mondo si presenta alla vigilia dell’inaugurazione di uno stadio all’avanguardia su ogni cosa, un’opera di cui noi italiani dovremmo andare orgogliosi? Bah.

(Per il resto, tanto di cappello appunto a chi ha concepito e costruito questo stadio. Specie per essere riusciti a riciclare il 99% di quella vergogna nazionale che era il Delle Alpi. Le due facce della stessa medaglia, insomma.)

Gianni De Biasi e Gabriele Gava al Liceo Scarpa

Foto di Adriano Miolli

“Sport e regole”: questo è il titolo organizzato dal Liceo Scientifico “Antonio Scarpa” di Motta di Livenza nella mattinata di mercoledì 26 gennaio con due relatori d’eccezione: Gianni De Biasi, di Sarmede, e il coneglianese Gabriele Gava, accumunati dall’essere entrambi nostri diocesani e impegnati ai vertici del mondo del calcio.

Gava e De Biasi: diretto ed amichevole il primo, deciso e motivatore il secondo; due stili che hanno rispecchiato in pieno il loro essere, rispettivamente, arbitro ed allenatore. Sicuramente essi non hanno pensato che tra il pubblico c’erano anche vari animatori di Grest e oratori, eppure certe affermazioni sembravano proprio adatte a loro; l’arbitro, dice Gava, deve rispettare e far rispettare le regole, fare vita di gruppo, saper superare (e non aggirare) gli ostacoli, saper dire di no ed essere equo: non è così anche per l’animatore? Non solo: l’arbitro può sbagliare ma deve tenere un comportamento inattaccabile sia dentro che fuori dal campo, perché anche nella vita privata verrà sempre identificato come tale. L’arbitro, per questo, diventa educatore permanente, anche se non può sostituire, in questo ruolo, l’allenatore e prima di tutto il genitore. Gava ha voluto inoltre sottolineare l’importanza che ha la cultura nel suo mondo, sfatando quindi il luogo comune che per sfondare nello sport il libro non serve.

De Biasi ha chiosato l’intervento di Gava tirando in ballo altre forti componenti, strettamente connesse tra loro: la tenacia, la costanza, la motivazione, il voler raggiungere l’obbiettivo, il rialzarsi quando si cade. Da queste non si può prescindere nello sport e, in fondo, neanche nella vita. «Pensare di non farcela è il primo insuccesso – ha affermato il mister – Non riusciamo nei nostri obbiettivi quando mettiamo davanti a noi tutti gli alibi del mondo». De Biasi ha spronato i presenti a non vivere la propria vita nell’ignavia, a non lasciarsi trascinare passivamente dal gruppo, ma ad essere propositivi, a sentirsi unici.

Dalle domande dei ragazzi è emerso un certo fastidio comune verso i mali del calcio nostrano, a partire dalla sicurezza degli stadi, dagli eccessivi stipendi dei calciatori, dallo spazio insufficiente dedicato ai cosiddetti “sport minori”.

L’Azione, domenica 13 febbraio 2011 (o almeno spero…)