Ventun’anni fa, il genocidio

Donne hutu in Burundi. Foto mia, agosto 2014.

Anche quest’anno il 5 aprile nel social network molti hanno ricordato l’anniversario del suicidio di Kurt Cobain. Ma è bene ricordare che in quelle stesse ore del 1994 un missile terra-aria distruggeva l’aereo in cui viaggiavano i presidenti del Ruanda e del Burundi, scatenando l’ultimo genocidio del ventesimo secolo, costato la vita ad un numero di persone compreso tra gli ottocentomila e il milione.
Giusto per capire, significa più di 50-60 stragi come quella di Garissa in Kenya, ogni giorno, per cento giorni consecutivi, in un territorio grande meno di una volta e mezzo il Veneto.
Il genocidio del Ruanda fu un crimine contro l’umanità organizzato e messo in atto nell’indifferenza, quando non addirittura nella complicità, dell’Occidente. Basti solo la considerazione che tra i tanti responsabili morali di quanto avvenne figurano due futuri segretari generali dell’ONU.
Dice questo articolo di LIMES che vi suggerisco di leggere:
“I motivi che rendono necessaria una riflessione sul genocidio del 1994 in Ruanda trascendono il maggiore o minore interesse per le vicende del continente ove si è verificato. La lineare meccanica che li ha causati, difatti, pertiene ai comportamenti degli esseri umani ovunque essi risiedano. Ignorarli, pertanto, oppure non averne che una comprensione superficiale, ci priverebbe di quel vitale antidoto che consente a ciascuno di noi di contrastarne la riapparizione.”
Non serve aggiungere altro. Dunque va bene ricordare la strage di Garissa ed anche sottolineare che ha avuto un impatto nell’opinione pubblica notevolmente minore dei morti di Charlie Hebdo, ma fermarsi all’indignazione, o al postare le foto dei cadaveri, serve a poco.

La “Riconciliazione Nazionale” di Nelson Mandela

Questa mattina ho saputo della morte di Nelson Mandela. E penso siate d’accordo con me che un personaggio di tale caratura meriti di più di un post di cordoglio su Facebook o di un tweet, no? Io vi consiglio il capitolo che gli dedica Marianella Sclavi nel volume Arte di ascoltare e mondi possibili, e che riguarda l’esperienza della Truth and Reconciliation Commission (1995), istituzione che volle raccogliere le testimonianze non solo dei crimini commessi dalla popolazione bianca nei confronti di quella nera, ma anche delle violenze commesse dai gruppi anti-apartheid verso la popolazione bianca negli anni della transizione democratica.

Purtroppo qui in Italia operazioni simili non sono mai state compiute, e il brutto rapporto che abbiamo con la nostra storia degli ultimi centocinquant’anni ne è la conseguenza. Google Books vi regala le prime tre pagine del capitolo, per le altre fatevi un giro in biblioteca.

Villa Tempesta a Villa Manin

Villa Tempesta è un evento musicale assolutamente inedito a queste latitudini: di certo uno degli appuntamenti principali di quest’estate, a livello nazionale, per gli amanti della buona musica italiana.
“Villa Tempesta” è il nome dato alla terza edizione del festival organizzato da La Tempesta Dischi, collettivo di musicisti indipendenti con sede a Maniago (PN): un felice progetto ideato dal pordenonese Davide Toffolo, leader del gruppo punk dei Tre Allegri Ragazzi Morti nonché apprezzato fumettista.

Dopo l’incredibile successo dell’edizione 2010 a Ferrara, La Tempesta ha voluto organizzare l’evento “in casa”, inserendolo nella suggestiva cornice di Villa Manin di Passariano di Codroipo. Sabato 23 luglio dalle 17.30 a mezzanotte e mezza, sui due palchi che verranno allestiti si alterneranno ad oltranza ben tredici gruppi; scopriamo insieme chi sono: gli Aucan sono un interessante gruppo elettronico/dubstep bresciano reduce dai buoni riscontri del loro recente secondo disco, Black Rainbow.

I già citati Tre Allegri Ragazzi Morti, dopo anni di punk rock, suonano da qualche tempo musica reggae mantenendo la stessa particolarità che li ha da sempre contraddistinto. Le Luci della Centrale Elettrica è il progetto del 27enne cantautore ferrarese Vasco Brondi i cui testi raccontano la vita, l’insoddisfazione e la rabbia dei suoi coetanei. Gli Zen Circus sono un irriverente gruppo folk rock che canta in italiano e inglese e che ha all’attivo numerose esibizioni oltreoceano con nomi storici dell’underground americano.

I Massimo Volume, e il loro rock con testi recitati, rappresentano una delle realtà di punta della musica italiana anni ’90, e si sono da poco riformati dopo un decennio di pausa. Gli Smart Cops sono un gruppo garage rock giovane ma che può già vantare un tour negli Stati Uniti e in Israele. Gli One Dimensional Man sono l’altro gruppo rock del veneziano Pierpaolo Capovilla, già leader dei Teatro degli Orrori, una delle migliori realtà musicali mai uscite dal Veneto. Gli Uochi Toki sono un duo piemontese che propone una sorta di rap dai testi molto acuti e taglienti.

I Fine Before You Came sono un gruppo hardcore milanese con un decennio di concerti alle spalle, anche all’estero. Gli Altro, pesaresi, propongono uno strano miscuglio di musica pop e punk. I Cosmetic, romagnoli, fanno musica shoegaze. Dietro la sigla Hard Core Tamburo si nascondono infine gli ex membri dei Prozac+, gruppo punk pordenonese che ebbe il suo momento di gloria nazionale alla fine degli anni ‘90.
Il biglietto di ingresso costa 18 euro; compilation in omaggio ai primi mille entranti.

La Vita Nuova di Trieste, domenica 24 luglio 2011

N.B. I video sono buttati giù un po’ a caso…

Schegge sanremesi – Parte IV

Nell’edizione del 1972 a Sanremo partecipano i Delirium, e sul palco sale una camionata di fricchettoni: la scena fa il suo effetto ancor’oggi, a distanza di quasi quarant’anni. Il brano è Jesahel, e il cantante è un giovanissimo Ivano Fossati che, flauto traverso in mano, termina il pezzo giocando a fare lo Ian Anderson dei Jethro Tull. Atmosfera e testi che riportano alla mente un’epoca che sembra lontanissima.

Simile per certi versi è la storia di un altro gruppo noto soprattutto per aver lanciato la carriera solista di un cantautore. Si tratta dei Decibel di Enrico Ruggeri, gruppo che, qualche ingenuità a parte, nel periodo 1978-1980 propose un sound innovativo, fresco e originale. Il massimo della popolarità lo raggiunse portando Contessa al Sanremo del 1980: un pezzo che piacque molto anche, per dire, anche a quel dannato megalomane di Keith Emerson (degli Emerson Lake e Palmer).

E passiamo al Ciofeca Moment. MikiMix a Sanremo 1997, Sezione Giovani, non se lo filò nessuno. Sei anni dopo Caparezza raggiunse la popolarità e si scoprì che Caparezza e Miki Mix erano la stessa persona. Ma come? Il Caparezza contro la musica commerciale, l’alternativo, era stato a Sanremo, e con una canzoncina rap leggera come l’Acqua Panna?! “Mi ci hanno costretto”, rispose lui. Colto con le mani nella marmellata, da allora ci scherza sopra. Sarà: io ci vedo l’indegno inizio della carriera di un musicista che da sempre coniuga talento e calcolo commerciale. Come tanti altri. (Sia ben chiaro, c’è di molto peggio…)

Finiamo in bellezza. Nel 2001 sul palco dell’Ariston salì un gruppo di cui io sento la mancanza: i Bluvertigo. Arrivarono ultimi, posizione che certi artisti ritengono molto ambita, visto che a volte è stata occupata da canzoni che poi hanno avuto grande successo. Morgan, Andy, Sergio e Livio non ricevettero di certo un’accoglienza calorosissima, almeno da parte del pubblico…

…così come accadde per gli Afterhours nel 2009.

Di diverso avviso il presentatore Paolo Bonolis, che volle sottolineare come la loro presenza a quella manifestazione, assai lontana dalle loro frequentazioni, fosse un vero e proprio evento. Come ha giustamente detto Roberto Vecchioni l’altro ieri per commentare, pure con un pizzico di autocritica, la propria partecipazione all’edizione in corso, gli artisti dovrebbero essere più vicini alla gente e meno snob: l’importante è partecipare con una canzone che sia propria, e non con un prodotto confezionato ad hoc. Ed è proprio quello che hanno fatto Manuel Agnelli e soci. E chissà che altri musicisti alternativi abbiano la possibilità di seguire il loro esempio in futuro: ve lo immaginereste, che roba?

Schegge sanremesi – Parte III

I Matia Bazar degli esordi erano cinque bravi musicisti usciti dal mondo del rock progressivo. All’inizio degli anni ’80 virarono verso certe sonorità elettroniche di tendenza all’epoca, riuscendo come nessuno in Italia a coniugare la migliore new wave con la tradizione melodica nostrana. Nel 1983 a Sanremo, elegantissimi e in una disposizione molto alla Kraftwerk, portarono Vacanze romane. Vinsero il premio della critica: forse, visto il contesto, il miglior risultato possibile.

Stesso discorso si potrebbe fare, forse, per gli Elio e le Storie Tese, sulla cui mancata vittoria gravitano ancora molti dubbi mai chiariti. La terra dei cachi, di certo non il loro miglior pezzo, contiene tutta la loro tipica verve dissacrante, ed è vestito su misura per la kermesse: non a caso raggiunse (perlomeno) il secondo gradino del podio. Fu grazie a questa partecipazione all’edizione del 1996 che smisero definitivamente di essere un fenomeno di nicchia, ma questa fu anche la fine della parte migliore della loro carriera.

Nel 1978 in Italia arriva la TV a colori (ben in ritardo rispetto ad altre nazioni europee) e gli scenografi tingono il palco del teatro Ariston con forti tonalità solari. l’anno di Rino Gaetano (vedi post fra un paio di giorni), ma anche del debutto di una ragazzina di origini albanesi la quale, conciata come una punk londinese (citazione) dimostra di essere un animale da palco nonostante gli appena diciassette anni. Un’emozione da poco, scritta per lei da Ivano Fossati, non vincerà la gara, ma diventerà meritatamente un successone.

I tre più grandi errori nella carriera di Marcello Lippi sono stati: 1) cannare la finale di Champions League del 2003; 2) puntare sui reduci del Mondiale 2006; 3) fare una comparsata durante la finale del Festival del 2010, a sostegno del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici. La loro Italia amore mio è talmente infarcita di luoghi comuni sull’italianità da sembrare quasi una presa in giro. Aggiungete il testo cambiato al volo in finale per infilarci dentro un richiamo ai mondiali tedeschi, e otterrete la madre di tutte le paraculate. Questa ciofeca è tale che ve la risparmio (anche perché la RAI ha fatto togliere i video da YouTube), ma gustatevi le reazioni (non so quanto spontanee) alla mancata eliminazione del trio.

Dulcis in fundo per un cantautore che non è certo tra i miei preferiti, ma che a Sanremo, pur non avendo mai vinto, in tre partecipazioni ha sempre portato brani molto validi: trattasi di Max Gazzè, e questa è la sua Il timido ubriaco, pezzo con cui ha concorso all’edizione del 2000, solo soletto sul palco col suo basso e la sua improbabile camicia.

Schegge sanremesi – Parte II

Nel 1999 a Sanremo c’è un gruppo assurdo, a metà tra musica leggera, classica, Jazz e Hard Rock.Sono i Quintorigo di John De Leo, una voce degna di Sua Maestà Demetro Stratos. Cantano Rospo; ci torneranno nel 2001 e arriveranno penultimi, subito prima dei Bluvertigo. E poi sono spariti. De Leo ha in seguito lasciato il gruppo, che nel frattempo ha cambiato due cantanti, e ha fatto varie cose poco conosciute (tra queste una collaborazione col jazzista Lanfranco Malaguti, mio ex prof di matematica!)

Da un penultimo posto immeritato ad un altro, immeritato perché era meglio l’ultimo: ecco il momento della ciofeca del giorno. Popstars rappresenta uno dei tentativi falliti, da parte di Mediaset, di lanciare stabilmente degli artisti nella scena musicale italiana. Questo programma televisivo partorì le Lollipop, una specie di brutta copia delle Destiny’s Child (il che è tutto un dire). La loro ignobile partecipazione sanremese con Batte forte (2002) fu il colpo di grazia sulla loro breve carriera.

Una delle più belle canzoni mai scritte sulle donne è opera di due uomini, tra l’altro entrambi provenienti dal mondo del punk: Enrico Ruggeri (dei sottovalutati Decibel) e Luigi Schiavone (degli ingenui Kaos Rock). Quello che le donne non dicono di Fiorella Mannoia non vinse nel 1987 solo perché c’erano Tozzi-Ruggeri-Morandi (vedi post precedente).

Se i Genesis hanno venduto milioni di dischi e Le Orme no, non è solo perché i primi cantavano in inglese. Gabriel e Collins non erano circondati da produttori discografici miopi, a differenza del gruppo veneziano che nella sua carriera ha sempre pagato la voglia di sperimentare. Nel 1982 fu costretto a partecipare a Sanremo: l’alternativa era sparire. Presentò un pezzo criptico e sarcastico su Marghera, il cui titolo e ritornello vennero però cambiati “dall’alto”. E quando Tony Pagliuca (il tastierista) seppe con due giorni d’anticipo il vincitore del Festival, scappò dall’albergo. La classica goccia che fa traboccare il vaso.

Il re della musica leggera italiana, Lucio Battisti, a sanremo andò soltanto una volta, quasi esordiente, nel 1969, con Un’avventura. Strano? Forse sì. O forse no.