“Ho conosciuto Miran Hrovatin”

Venerdì 17 dicembre 1993, lo stesso giorno che a Milano Antonio Di Pietro faceva un memorabile interrogatorio a Bettino Craxi, la mia classe riceveva un inconsueto regalo di Natale facendo una gitarella a Villa Giustinian, Portobuffolè. In sostanza dovevamo fare delle registrazioni per un programma che si chiamava mi pare “L’orologio a cucù”, che andava in onda su Rai Due alle otto di mattina.
Ci fecero accomodare in un salone al primo piano della villa intorno ad un grande tavolo ovale, e facemmo conoscenza con una troupe della RAI di Trieste: il capo si chiamava Paolo Leone, il cui nome in alcuni temi che scrivemmo la settimana seguente (tra cui probabilmente pure il mio) divenne “Sergio Leone”. Sergio, anzi Paolo, ci spiegò come si sarebbero svolte le registrazioni, ci disse di stare tranquilli e di non preoccuparci troppo se ci incartavamo parlando, che tanto poi al limite in fase di montaggio tagliavano.
Immaginatevi una ventina di marmocchi di un paese di campagna degli anni ’90 che dicono la loro sull’alimentazione, cosa gli piace fare nel tempo libero, raccontano dei nonni che hanno le mucche, cose così. Tutto in un italiano con alcune inserzioni dialettali.
Dietro la macchina da presa ci osservava divertito un tipo con pochi capelli e la barba, che ai miei occhi assomigliava a Giobbe Covatta. Lo salutai prima di andare a casa, mentre caricava la sua roba nel baule dell’auto. Aveva un nome impronunciabile, dal sapore jugoslavo.
La puntata andò in onda probabilmente a febbraio. Non la vidi perché ero a scuola; con la mamma prossima a partorire, credo che a casa mia avessimo cose più importanti a cui pensare: ci faremo prestare la videocassetta da qualcuno, dicemmo.
A fine marzo vennero a dirci che il cameraman dal nome impronunciabile era stato assassinato in Somalia insieme a Ilaria Alpi.
Il giorno dopo ci fecero scrivere un tema dal titolo “Ho conosciuto Miran Hrovatin“.
Sono passati venticinque anni, io ancora non mi sono fatto prestare la videocassetta e ancora non sappiamo per quale motivo Miran sia morto.
La cerimonia a Motta di Livenza di domani sera sarà dedicata anche a lui e a tutti coloro che hanno ancora il coraggio, nel nostro paese, di ficcare il naso dove non dovrebbero.

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Io, studente fortunato. Prince, invece, morto

Alberto Rosada è un giovani di Lutrano che presto compirà 21 anni, e che in questi giorni ha raggiunto un’inaspettata visibilità, anche a livello nazionale, a causa di un intervento molto appassionato che ha pronunciato in occasione della cerimonia di apertura dell’anno accademico dell’Università di Padova, tenutasi nella storica aula magna dell’ateneo lo scorso 8 febbraio.

Rosada ha partecipato alla cerimonia in quanto presidente, fresco di elezione, del consiglio degli studenti: un ruolo, quello di rappresentante studentesco, che con tutte le proporzioni del caso aveva già ricoperto tre anni fa al liceo classico “Antonio Scarpa” di Oderzo.

Alberto ha iniziato l’intervento ricordando Prince Jerry Igbinosa, il giovane di 25 anni laureato in Nigeria, emigrato in Italia e morto poco dopo che la sua richiesta di permanenza in Italia era stata respinta. «Lui era nigeriano, io sono italiano, e proprio perché sono italiano a qualcuno sembra che la mia vita valga di più», ha affermato. Negli appena sei minuti del suo discorso, facilmente rintracciabile su internet, Alberto ha toccato temi importanti come il taglio dei finanziamenti all’università, il precariato giovanile e il ruolo dell’ateneo patavino, per poi concludere chiudendo il cerchio nel ricordo di tre studenti provenienti dal Triveneto e morti tragicamente all’estero: Valeria Solesin, Antonio Megalizzi e Giulio Regeni.

Alberto non aveva ovviamente preso in considerazione che le sue parole avrebbero raggiunto una eco simile: «Tante condivisioni sui social network, segnalazioni sui giornali, messaggi privati…» afferma. E quindi pure un’ospitata in diretta a L’aria che tira, martedì 19 febbraio, su La7. Ma non tutti hanno gradito le sue parole: «Un assessore regionale presente in aula non ha apprezzato, e lo ha pure detto ai giornalisti – continua Alberto – ma non ci sono state altre reazioni negative pubbliche e questo mi ha sorpreso. Per il resto ho ricevuto tante attestazioni di solidarietà per questo attacco, e messaggi privati di persone che si sono riconosciute in quello che dicevo. Ma in realtà non mi sembra di aver detto niente di straordinario: ho solo ricordato un ragazzo che aveva quasi la mia età e voglia di studiare. Dovrebbe essere normale sostenere certi valori, ma il fatto che molti siano rimasti colpiti, e che vedano un segno di speranza nelle mie parole, è un sintomo della situazione che stiamo vivendo… Probabilmente nel dibattito pubblico questo tipo di prese di posizione hanno sempre meno forza. E anche il fatto che io sia stato accusato di “fare politica” in università significa che molti ancora confondono l’essere apartitici con l’essere apolitici. E io, visto il mio ruolo di rappresentanza, non posso essere apolitico».

L’Azione, domenica 24 febbraio 2019

H2oro: uno spettacolo sull’acqua a Oderzo

La 318a replica in quattro anni dello spettacolo-documentario “H2Oro” di Fabrizio De Giovanni il 5 marzo al teatro Cristallo, è stata l’appuntamento clou dell’iniziativa omonima organizzata o patrocinata da numerose realtà opitergine e trevigiane che operano nel sociale.

Un monologo questo che parte dai forum mondiali dell’acqua, organizzati dalle multinazionali che lucrano su questa risorsa fondamentale. E che infatti hanno stabilito che l’acqua è un bisogno (non un diritto) che va governato secondo le leggi del mercato: l’acqua potabile scarseggia e dunque va razionalizzata aumentandone il prezzo.

Gli interessi economici in questo campo sono tali da spingere l’organismo che raggruppa le multinazionali delle acque minerali a stipendiare a Bruxelles quindicimila persone che facciano pressione sui parlamentari europei. Passa così l’idea che la scelta migliore è cedere ai privati la gestione delle sorgenti e degli acquedotti, ma dove questo accade il servizio non migliora, e le bollette lievitano: Toscana e Latina sono due casi di amministrazioni che hanno scelto il privato per poi pentirsene, ma in certi paesi del mondo è andata anche peggio: per esempio in Bolivia, nel 2000, le privatizzazioni selvagge portarono a tumulti popolari e morti in piazza. Si sente sempre più spesso dire che le guerre del futuro avranno come nodo di contesa l’acqua, ma questo già avviene in molti parti del mondo: lo sfruttamento delle sorgenti ha un peso di certo non trascurabile per esempio nel conflitto arabo-palestinese; eppure per certi conflitti si parla di false motivazioni etniche o religiose: questo è possibile a causa della grande influenza che le multinazionali esercitano sui media, col ricatto della pubblicità; emblematico fu qualche anno fa il caso della Mineracqua, consorzio delle acque minerali italiane che minacciò apertamente la Sipra (agenzia pubblicitaria della RAI) di rompere contratti milionari dopo una trasmissione critica di Olivero Beha.

Dopo anni di condizionamento mediatico, l’Italia è diventata il terzo consumatore al mondo di acqua in bottiglia dopo Messico ed Emirati Arabi: il prezzo da pagare consiste in 12 miliardi di bottiglie di plastica trasportate da 480.000 tir ogni anno. Che poi devono essere smaltite: solo la Lombardia ogni anno a tale scopo spende 25 milioni di euro, contro il ridicolo milione e mezzo che guadagna con le tasse di sfruttamento delle sorgenti. Secondo Giuseppe Altamore di Famiglia Cristiana, nei bilanci dei grandi marchi sono più alte le spese per la colla delle etichette delle bottiglie che quelle per comprare l’acqua stessa dallo Stato: un euro per centomila litri!

Come se non bastasse, la legislazione permette all’acqua in bottiglia di contenere sostanze dannose come l’arsenico in misura maggiore che quella del rubinetto, perché in teoria andrebbe consumata solo per brevi periodi e sotto prescrizione medica. L’acqua del rubinetto quindi è molto più sana oltre che economica.

La speranza è che serate come questa aiutino la gente ad essere maggiormente consapevole, alimentando movimenti che dal basso portino ad un cambiamento reale: è in corso una “guerra delle multinazionali contro l’umanità” che quest’ultima non può permettersi di perdere.

da L’Azione, domenica 17 aprile 2011

P.S. Se a qualcuno interessa, ho l’intera registrazione audio dello spettacolo.

Intelligenza artificiale

L’altro ieri su Facebook ho lanciato una proposta all’ENI, ovvero la grande azienda che porta cultura e rispetto in settanta paesi del mondo eccetera eccetera una nuova colonna sonora per i suoi futuri spot pubblicitari di grande effetto:

Come potete vedere Facebook ha immediatamente dato la sua adesione all’iniziativa…

Si ringraziano, in ordine sparso: Pierpaolo Capovilla, Muammar Gheddafi, Ylana Yahaw, Paolo Scaroni, Ken Saro-Wiwa, Raphael Gualazzi, Mark Zuckerberg, i Fleetwood Mac, il cane a sei zampe.

Schegge sanremesi 2011 – Parte II

L’ultimo post e poi basta. Un po’ di considerazioni sparse, avanzate da ieri, sul Festival di Sanremo appena concluso.

Raphael Gualazzi. Cercherò di non pensare che è stato (o è ancora?) al soldo di quella Grande Azienda Italiana che vuol farci credere che porti rispetto e cultura in settanta paesi del mondo, utilizzando spot pubblicitari di grande effetto. Giovane ma non troppo, proveniente dal pregiato mondo del Jazz, goffo e timido: praticamente a Sanremo ci stava come i cavoli a merenda, però ha vinto due premi nella categoria Giovani. E di questo non posso che esserne contento, va detto comunque che dovrebbe dividere il premio al 50% con Fabrizio Bosso. Sono curioso di sapere cosa riuscirà a combinare all’Eurofestival, in mezzo a cantantini come questi (vincitore 2009 – vincitrice 2010), veramente di un’altra galassia. E comunque penso che Nathalie, che è pure mezza belga e scrive e canta in tre lingue, con In punta di piedi all’Eurovision Song Contest avrebbe vinto a mani basse (chiaramente RAI permettendo, Jalisse docunt). Un’altra cosa: Gualazzi ha trent’anni e un tour negli Stati Uniti all’attivo, che cavolo ci faceva nella categoria Giovani?

Emma e i Modà. Emma Marrone in questi ultimi giorni ha dimostrato di essere una ragazza intelligente e i Modà hanno suonato alla GMG 2005 di Colonia, dunque per questo non posso che apprezzarli. Ma questa collaborazione era una macchina creata dalle radio per vincere; poi non avrei retto alla terza vittoria consecutiva di un cantante lanciato da Maria De Filippi, che ritengo una delle più evidenti incarnazioni di un modo di fare televisione che ha effetti devastanti tra i giovanissimi. La canzone infine non è stata all’altezza delle mie aspettative, visti i commenti entusiastici che avevo adocchiato alla vigilia. Va detto, comunque, che è due spanne sopra i brani che hanno vinto le edizioni 2009 e 2010. Così va il mondo. Di sicuro vinceranno la gara delle vendite. (Dimenticavo: buona la loro cover di Joan Baez e Morricone, vedi qui sopra.)

Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario. Coppia affiatata, testo orecchiabile. Il ritornello del loro pezzo è la cosa del Festival che più odora di tormentone: Su, su, su nel cielo, giù, giù, giù nel mare. Roba che neanche Edoardo Vianello. Brrr.

Anna Oxa. Il suo pezzo l’ho sentito solo di sfuggita; dico solo che mi dispiace che, causa eliminazione, non abbia potuto duettare coi mostruosi (musicalmente parlando) Marta sui Tubi giovedì sera. Chi li ha visti alle prove è rimasto molto colpito, e ci credo.

Max Pezzali. Solo io ho notato che l’inizio del ritornello è preciso preciso a Rome Wasn’t Built In A Day dei Moorcheeba? Pezzo tipicamente pezzaliano, il senso del testo è “C’ho quarantaquattro anni e sono maturo, è ora di finirla con le rotte per casa di Dio”. Sincero, divertente e dignitoso. E con quella faccia e quel look assomigli sempre di più a Marco Paolini. Grazie Max, ti ricorderemo anche così.

Patty Pravo. Una canzone adatta a lei, è lei che non è più adatta alla canzone. E dimmi che non vuoi morire è acqua tanto passata: quest’anno sembrava uscita dal bar di Star Wars o dalla fattoria di Nonna Papera. Rita Pavone ha detto: “Preferisco ritirarmi e sentire i fans che mi chiedono perché ti sei ritirata, piuttosto che continuare e sentire i fans che mi dicono perché non ti ritiri”. Ragazza Piper e politici: ricordatevelo.

Al Bano. Al Bano fa una canzone impegnata e nessuno la capisce. Canta di una prostituta africana (?) o di Amanda Knox (?!?)? Viene buttato fuori, viene ripescato, arriva terzo. Quasi come Valerione Scanu l’anno scorso. Che palle.

Giusy Ferreri e Anna Tatangelo. Non ho più voglia di scrivere. Ascoltatevi Zucchero. O gli Skiantos.

I conduttori. Gaffes, balletti scadenti, inglese maccheronico, accenti sbagliati, dimenticanze, interviste imbarazzanti. Un’approssimazione, uno stile più umano più vero che mi ha veramente conquistato. Altro che lo stile impeccabile ed altezzoso alla Pippo Baudo: quest’anno sembrava veramente di essere ad una sagra di paese, dove ci si conosce tutti e nessuno ti sgrida se sbagli. Belen e Eli hanno fatto le belle statuine che cercano di non fare le belle statuine, Luca e Paolo bravi comici ma finiamola di dire che Ti sputtanerò è satira: o capiamo che si tratta di un’altra cosa, o capiamo perché c’è ancora Berlusconi. Tutti promossi per simpatia.

Autori e organizzatori. Anche loro non è che si siano proprio distinti per professionalità: la Palma d’oro va al povero Sebastian Marcolin e alla sua uscita fuori luogo sul televoto (vedi sopra). Anche le interviste agli ospiti (Robert De Niro, Monica Bellucci, Avril Lavigne) erano effettivamente a livelli comici (anche Avril Lavigne stessa non scherzava, comunque). Neanche che tra gli autori ci fosse, che so, Federico Moccia. COSA? C’era VERAMENTE Moccia tra gli autori?

Benigni. Vabbè, ha un po’ romanzato. Non importa: guardatelo e state zitti, il libro di storia lo apriamo dopo.

Schegge sanremesi – Parte V

In fondo Luigi Tenco non è l’unico “morto di Sanremo”. Nel 1978 all’Artison arriva Rino Gaetano, e partecipa alla gara non con l’irriverente Nuntereggae più come avrebbe voluto, ma con la più orecchiabile, politicamente corretta e furbetta Gianna. Il cantautore romano, investito da un successo meritatissimo, ma troppo rapido e travolgente, entra in un lungo tunnel che finirà improvvisamente addosso ad un camion lungo via Nomentana a Roma il 2 giugno 1981.

Anche Vasco Rossi è passato un paio di volte all’Ariston, nel 1982 (Vado al massimo, vedi qui sopra) e nel 1983 (Vita spericolata). In entrambi i casi sfida i fischi dell’austero pubblico sanremese con esibizioni volutamente provocatorie che non faranno altro che alimentare il suo mito… Così finisce la prima parte della sua carriera, a mio dire la più interessante. Da lì in poi successo e qualità dei suoi dischi procederanno in maniera (quasi sempre) inversamente proporzionale.

L’edizione del 1984 fa invece da trampolino di lancio alla carriera dell’allora ventunenne Eros Ramazzotti. Canta Terra promessa, la sua canzone più nota, brano che spicca per il suo testo veramente negativo (e se volete, in un altro momento, vi spiego pure il perché), ma che bene descrive la passività dei giovani dell’epoca. Comunque nella musica pop italiana degli ultimi 30 anni, forse solo i migliori 883 sono riusciti, meglio di Terra promessa, a scrivere dei pezzi nei quali si è identificata una generazione di giovani.

Terminiamo questa carrelata di schegge con l’ultima ciofeca del giorno. “Le canzoni del festival non rispecchiano i gusti dei giovani”, si diceva qualche anno fa. Allora via all’operazione svecchiamento, sulla quale cala la mefitica ombra di Maria De Filippi. L’edizione 2009 la vince Marco Carta, da lei lanciato, con un pezzo più insignificante che orecchiabile (vedi sopra): a consegnagli il premio alla finale è proprio la signora Costanzo. Viva la sfacciataggine. L’anno dopo fa il bis un altro “figlio di Maria”, Valerio Scanu, con l’impresentabile Per tutte le volte che, grazie agli sms dei bimbiminchia e con ogni probabilità ad un call center affittato ad hoc. L’alchimia, come abbiamo visto ieri sera, non ha funzionato per l’edizione di quest’anno. Ma di questo si parlerà nel prossimo post…

Servizio pubblico

Ho deciso di interrompere per un giorno le mie schegge sanremesi.

Perché credo sia un dovere civico di ogni Italiano diffondere con ogni mezzo, lecito e illecito, il video del monologo di Roberto Benigni sull’inno di Mameli andato in onda ieri sera su Rai Uno, nella serata del Festival di Sanremo dedicata ai 150 anni dell’unità d’Italia.

Sono orgoglioso di sapere che la Rai ha adoperato un terzo di centesimo di euro delle mie tasse per fare quello che dovrebbe fare, ovvero servizio pubblico, e regalare all’Italia e al mondo questa lectio magistralis di satira e storia.

Da mostrare assolutamente a fratelli, figli, genitori, nonni, amici stranieri che vivono all’estero e che si fanno un’idea del nostro paese, purtroppo, da tutto ciò che passano i media.

E se uno svizzero ti dice: “Italiano pizza, spaghetti, mandolino, mamma”, tu non arrossire e non abbassare il capo, ma digli:

“Noi siamo questo”.

(E comunque ieri sera mi sono visto, nell’ordine:
1. Benigni in diretta
2. Su Internet, Nathalie che canta Il mio canto libero
3. Elio e le Storie Tese e il loro ultimo geniale medley su Rai Tre
Sto ancora godendo.)