H2oro: uno spettacolo sull’acqua a Oderzo

La 318a replica in quattro anni dello spettacolo-documentario “H2Oro” di Fabrizio De Giovanni il 5 marzo al teatro Cristallo, è stata l’appuntamento clou dell’iniziativa omonima organizzata o patrocinata da numerose realtà opitergine e trevigiane che operano nel sociale.

Un monologo questo che parte dai forum mondiali dell’acqua, organizzati dalle multinazionali che lucrano su questa risorsa fondamentale. E che infatti hanno stabilito che l’acqua è un bisogno (non un diritto) che va governato secondo le leggi del mercato: l’acqua potabile scarseggia e dunque va razionalizzata aumentandone il prezzo.

Gli interessi economici in questo campo sono tali da spingere l’organismo che raggruppa le multinazionali delle acque minerali a stipendiare a Bruxelles quindicimila persone che facciano pressione sui parlamentari europei. Passa così l’idea che la scelta migliore è cedere ai privati la gestione delle sorgenti e degli acquedotti, ma dove questo accade il servizio non migliora, e le bollette lievitano: Toscana e Latina sono due casi di amministrazioni che hanno scelto il privato per poi pentirsene, ma in certi paesi del mondo è andata anche peggio: per esempio in Bolivia, nel 2000, le privatizzazioni selvagge portarono a tumulti popolari e morti in piazza. Si sente sempre più spesso dire che le guerre del futuro avranno come nodo di contesa l’acqua, ma questo già avviene in molti parti del mondo: lo sfruttamento delle sorgenti ha un peso di certo non trascurabile per esempio nel conflitto arabo-palestinese; eppure per certi conflitti si parla di false motivazioni etniche o religiose: questo è possibile a causa della grande influenza che le multinazionali esercitano sui media, col ricatto della pubblicità; emblematico fu qualche anno fa il caso della Mineracqua, consorzio delle acque minerali italiane che minacciò apertamente la Sipra (agenzia pubblicitaria della RAI) di rompere contratti milionari dopo una trasmissione critica di Olivero Beha.

Dopo anni di condizionamento mediatico, l’Italia è diventata il terzo consumatore al mondo di acqua in bottiglia dopo Messico ed Emirati Arabi: il prezzo da pagare consiste in 12 miliardi di bottiglie di plastica trasportate da 480.000 tir ogni anno. Che poi devono essere smaltite: solo la Lombardia ogni anno a tale scopo spende 25 milioni di euro, contro il ridicolo milione e mezzo che guadagna con le tasse di sfruttamento delle sorgenti. Secondo Giuseppe Altamore di Famiglia Cristiana, nei bilanci dei grandi marchi sono più alte le spese per la colla delle etichette delle bottiglie che quelle per comprare l’acqua stessa dallo Stato: un euro per centomila litri!

Come se non bastasse, la legislazione permette all’acqua in bottiglia di contenere sostanze dannose come l’arsenico in misura maggiore che quella del rubinetto, perché in teoria andrebbe consumata solo per brevi periodi e sotto prescrizione medica. L’acqua del rubinetto quindi è molto più sana oltre che economica.

La speranza è che serate come questa aiutino la gente ad essere maggiormente consapevole, alimentando movimenti che dal basso portino ad un cambiamento reale: è in corso una “guerra delle multinazionali contro l’umanità” che quest’ultima non può permettersi di perdere.

da L’Azione, domenica 17 aprile 2011

P.S. Se a qualcuno interessa, ho l’intera registrazione audio dello spettacolo.

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Intelligenza artificiale

L’altro ieri su Facebook ho lanciato una proposta all’ENI, ovvero la grande azienda che porta cultura e rispetto in settanta paesi del mondo eccetera eccetera una nuova colonna sonora per i suoi futuri spot pubblicitari di grande effetto:

Come potete vedere Facebook ha immediatamente dato la sua adesione all’iniziativa…

Si ringraziano, in ordine sparso: Pierpaolo Capovilla, Muammar Gheddafi, Ylana Yahaw, Paolo Scaroni, Ken Saro-Wiwa, Raphael Gualazzi, Mark Zuckerberg, i Fleetwood Mac, il cane a sei zampe.

Schegge sanremesi 2011 – Parte II

L’ultimo post e poi basta. Un po’ di considerazioni sparse, avanzate da ieri, sul Festival di Sanremo appena concluso.

Raphael Gualazzi. Cercherò di non pensare che è stato (o è ancora?) al soldo di quella Grande Azienda Italiana che vuol farci credere che porti rispetto e cultura in settanta paesi del mondo, utilizzando spot pubblicitari di grande effetto. Giovane ma non troppo, proveniente dal pregiato mondo del Jazz, goffo e timido: praticamente a Sanremo ci stava come i cavoli a merenda, però ha vinto due premi nella categoria Giovani. E di questo non posso che esserne contento, va detto comunque che dovrebbe dividere il premio al 50% con Fabrizio Bosso. Sono curioso di sapere cosa riuscirà a combinare all’Eurofestival, in mezzo a cantantini come questi (vincitore 2009 – vincitrice 2010), veramente di un’altra galassia. E comunque penso che Nathalie, che è pure mezza belga e scrive e canta in tre lingue, con In punta di piedi all’Eurovision Song Contest avrebbe vinto a mani basse (chiaramente RAI permettendo, Jalisse docunt). Un’altra cosa: Gualazzi ha trent’anni e un tour negli Stati Uniti all’attivo, che cavolo ci faceva nella categoria Giovani?

Emma e i Modà. Emma Marrone in questi ultimi giorni ha dimostrato di essere una ragazza intelligente e i Modà hanno suonato alla GMG 2005 di Colonia, dunque per questo non posso che apprezzarli. Ma questa collaborazione era una macchina creata dalle radio per vincere; poi non avrei retto alla terza vittoria consecutiva di un cantante lanciato da Maria De Filippi, che ritengo una delle più evidenti incarnazioni di un modo di fare televisione che ha effetti devastanti tra i giovanissimi. La canzone infine non è stata all’altezza delle mie aspettative, visti i commenti entusiastici che avevo adocchiato alla vigilia. Va detto, comunque, che è due spanne sopra i brani che hanno vinto le edizioni 2009 e 2010. Così va il mondo. Di sicuro vinceranno la gara delle vendite. (Dimenticavo: buona la loro cover di Joan Baez e Morricone, vedi qui sopra.)

Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario. Coppia affiatata, testo orecchiabile. Il ritornello del loro pezzo è la cosa del Festival che più odora di tormentone: Su, su, su nel cielo, giù, giù, giù nel mare. Roba che neanche Edoardo Vianello. Brrr.

Anna Oxa. Il suo pezzo l’ho sentito solo di sfuggita; dico solo che mi dispiace che, causa eliminazione, non abbia potuto duettare coi mostruosi (musicalmente parlando) Marta sui Tubi giovedì sera. Chi li ha visti alle prove è rimasto molto colpito, e ci credo.

Max Pezzali. Solo io ho notato che l’inizio del ritornello è preciso preciso a Rome Wasn’t Built In A Day dei Moorcheeba? Pezzo tipicamente pezzaliano, il senso del testo è “C’ho quarantaquattro anni e sono maturo, è ora di finirla con le rotte per casa di Dio”. Sincero, divertente e dignitoso. E con quella faccia e quel look assomigli sempre di più a Marco Paolini. Grazie Max, ti ricorderemo anche così.

Patty Pravo. Una canzone adatta a lei, è lei che non è più adatta alla canzone. E dimmi che non vuoi morire è acqua tanto passata: quest’anno sembrava uscita dal bar di Star Wars o dalla fattoria di Nonna Papera. Rita Pavone ha detto: “Preferisco ritirarmi e sentire i fans che mi chiedono perché ti sei ritirata, piuttosto che continuare e sentire i fans che mi dicono perché non ti ritiri”. Ragazza Piper e politici: ricordatevelo.

Al Bano. Al Bano fa una canzone impegnata e nessuno la capisce. Canta di una prostituta africana (?) o di Amanda Knox (?!?)? Viene buttato fuori, viene ripescato, arriva terzo. Quasi come Valerione Scanu l’anno scorso. Che palle.

Giusy Ferreri e Anna Tatangelo. Non ho più voglia di scrivere. Ascoltatevi Zucchero. O gli Skiantos.

I conduttori. Gaffes, balletti scadenti, inglese maccheronico, accenti sbagliati, dimenticanze, interviste imbarazzanti. Un’approssimazione, uno stile più umano più vero che mi ha veramente conquistato. Altro che lo stile impeccabile ed altezzoso alla Pippo Baudo: quest’anno sembrava veramente di essere ad una sagra di paese, dove ci si conosce tutti e nessuno ti sgrida se sbagli. Belen e Eli hanno fatto le belle statuine che cercano di non fare le belle statuine, Luca e Paolo bravi comici ma finiamola di dire che Ti sputtanerò è satira: o capiamo che si tratta di un’altra cosa, o capiamo perché c’è ancora Berlusconi. Tutti promossi per simpatia.

Autori e organizzatori. Anche loro non è che si siano proprio distinti per professionalità: la Palma d’oro va al povero Sebastian Marcolin e alla sua uscita fuori luogo sul televoto (vedi sopra). Anche le interviste agli ospiti (Robert De Niro, Monica Bellucci, Avril Lavigne) erano effettivamente a livelli comici (anche Avril Lavigne stessa non scherzava, comunque). Neanche che tra gli autori ci fosse, che so, Federico Moccia. COSA? C’era VERAMENTE Moccia tra gli autori?

Benigni. Vabbè, ha un po’ romanzato. Non importa: guardatelo e state zitti, il libro di storia lo apriamo dopo.

Schegge sanremesi – Parte V

In fondo Luigi Tenco non è l’unico “morto di Sanremo”. Nel 1978 all’Artison arriva Rino Gaetano, e partecipa alla gara non con l’irriverente Nuntereggae più come avrebbe voluto, ma con la più orecchiabile, politicamente corretta e furbetta Gianna. Il cantautore romano, investito da un successo meritatissimo, ma troppo rapido e travolgente, entra in un lungo tunnel che finirà improvvisamente addosso ad un camion lungo via Nomentana a Roma il 2 giugno 1981.

Anche Vasco Rossi è passato un paio di volte all’Ariston, nel 1982 (Vado al massimo, vedi qui sopra) e nel 1983 (Vita spericolata). In entrambi i casi sfida i fischi dell’austero pubblico sanremese con esibizioni volutamente provocatorie che non faranno altro che alimentare il suo mito… Così finisce la prima parte della sua carriera, a mio dire la più interessante. Da lì in poi successo e qualità dei suoi dischi procederanno in maniera (quasi sempre) inversamente proporzionale.

L’edizione del 1984 fa invece da trampolino di lancio alla carriera dell’allora ventunenne Eros Ramazzotti. Canta Terra promessa, la sua canzone più nota, brano che spicca per il suo testo veramente negativo (e se volete, in un altro momento, vi spiego pure il perché), ma che bene descrive la passività dei giovani dell’epoca. Comunque nella musica pop italiana degli ultimi 30 anni, forse solo i migliori 883 sono riusciti, meglio di Terra promessa, a scrivere dei pezzi nei quali si è identificata una generazione di giovani.

Terminiamo questa carrelata di schegge con l’ultima ciofeca del giorno. “Le canzoni del festival non rispecchiano i gusti dei giovani”, si diceva qualche anno fa. Allora via all’operazione svecchiamento, sulla quale cala la mefitica ombra di Maria De Filippi. L’edizione 2009 la vince Marco Carta, da lei lanciato, con un pezzo più insignificante che orecchiabile (vedi sopra): a consegnagli il premio alla finale è proprio la signora Costanzo. Viva la sfacciataggine. L’anno dopo fa il bis un altro “figlio di Maria”, Valerio Scanu, con l’impresentabile Per tutte le volte che, grazie agli sms dei bimbiminchia e con ogni probabilità ad un call center affittato ad hoc. L’alchimia, come abbiamo visto ieri sera, non ha funzionato per l’edizione di quest’anno. Ma di questo si parlerà nel prossimo post…

Servizio pubblico

Ho deciso di interrompere per un giorno le mie schegge sanremesi.

Perché credo sia un dovere civico di ogni Italiano diffondere con ogni mezzo, lecito e illecito, il video del monologo di Roberto Benigni sull’inno di Mameli andato in onda ieri sera su Rai Uno, nella serata del Festival di Sanremo dedicata ai 150 anni dell’unità d’Italia.

Sono orgoglioso di sapere che la Rai ha adoperato un terzo di centesimo di euro delle mie tasse per fare quello che dovrebbe fare, ovvero servizio pubblico, e regalare all’Italia e al mondo questa lectio magistralis di satira e storia.

Da mostrare assolutamente a fratelli, figli, genitori, nonni, amici stranieri che vivono all’estero e che si fanno un’idea del nostro paese, purtroppo, da tutto ciò che passano i media.

E se uno svizzero ti dice: “Italiano pizza, spaghetti, mandolino, mamma”, tu non arrossire e non abbassare il capo, ma digli:

“Noi siamo questo”.

(E comunque ieri sera mi sono visto, nell’ordine:
1. Benigni in diretta
2. Su Internet, Nathalie che canta Il mio canto libero
3. Elio e le Storie Tese e il loro ultimo geniale medley su Rai Tre
Sto ancora godendo.)

Schegge sanremesi – Parte II

Nel 1999 a Sanremo c’è un gruppo assurdo, a metà tra musica leggera, classica, Jazz e Hard Rock.Sono i Quintorigo di John De Leo, una voce degna di Sua Maestà Demetro Stratos. Cantano Rospo; ci torneranno nel 2001 e arriveranno penultimi, subito prima dei Bluvertigo. E poi sono spariti. De Leo ha in seguito lasciato il gruppo, che nel frattempo ha cambiato due cantanti, e ha fatto varie cose poco conosciute (tra queste una collaborazione col jazzista Lanfranco Malaguti, mio ex prof di matematica!)

Da un penultimo posto immeritato ad un altro, immeritato perché era meglio l’ultimo: ecco il momento della ciofeca del giorno. Popstars rappresenta uno dei tentativi falliti, da parte di Mediaset, di lanciare stabilmente degli artisti nella scena musicale italiana. Questo programma televisivo partorì le Lollipop, una specie di brutta copia delle Destiny’s Child (il che è tutto un dire). La loro ignobile partecipazione sanremese con Batte forte (2002) fu il colpo di grazia sulla loro breve carriera.

Una delle più belle canzoni mai scritte sulle donne è opera di due uomini, tra l’altro entrambi provenienti dal mondo del punk: Enrico Ruggeri (dei sottovalutati Decibel) e Luigi Schiavone (degli ingenui Kaos Rock). Quello che le donne non dicono di Fiorella Mannoia non vinse nel 1987 solo perché c’erano Tozzi-Ruggeri-Morandi (vedi post precedente).

Se i Genesis hanno venduto milioni di dischi e Le Orme no, non è solo perché i primi cantavano in inglese. Gabriel e Collins non erano circondati da produttori discografici miopi, a differenza del gruppo veneziano che nella sua carriera ha sempre pagato la voglia di sperimentare. Nel 1982 fu costretto a partecipare a Sanremo: l’alternativa era sparire. Presentò un pezzo criptico e sarcastico su Marghera, il cui titolo e ritornello vennero però cambiati “dall’alto”. E quando Tony Pagliuca (il tastierista) seppe con due giorni d’anticipo il vincitore del Festival, scappò dall’albergo. La classica goccia che fa traboccare il vaso.

Il re della musica leggera italiana, Lucio Battisti, a sanremo andò soltanto una volta, quasi esordiente, nel 1969, con Un’avventura. Strano? Forse sì. O forse no.

Regalo di Nat(h)al(i)e

Se WordPress funziona bene, questo post dovrebbe essere pubblicato automaticamente il 6 gennaio alle 01.06…

Nathalie, la talentuosa cantautrice romana fresca di vittoria a X-Factor non solo sarà protagonista (almeno spero) delle prossime edizioni di Sanremo e dell’Eurofestival, ma avrà anche un posto di rilievo in uno dei miei prossimi post (e scusate se è poco), il quale conterrà le mie solite brevi considerazioni musicali sull’anno appena terminato.

Io e il mio “staff” del corso di chitarra del Patronato di Camino abbiamo deciso al volo di prendere In punta di piedi, l’inedito che ha permesso alla signorina Giannitrapani di vincere la kermesse, e di insegnarlo e farglielo suonare a fine gennaio alle nostre tre allieve.

Non avendo trovato ovviamente alcuna tablatura del pezzo in rete, ho dovuto scrivermela da solo, mettendo a frutto ben tre anni di esperienza di pentagramma alla scuola media, un po’ di sana autodidattica e una piccola consulenza da chi la teoria musicale l’ha studiata seriamente.

Già che avevo fatto trenta, ho fatto anche trentuno, pubblicando il file su Ultimate Guitar come mio regalo di Natale (o regalo di Nathalie se preferite…) al mondo visto che, stando a Google, in parecchi stanno cercando questi spartiti.

Link: Nathalie – In punta di piedi – Spartito per pianoforte, basso, archi

Qualche annotazione.

Sebbene il sottoscritto sappia suonare col piano solo o quasi quel celebre minuetto (almeno mi pare) di Mozart che abbiamo imparato un po’ tutti a 13 anni, lo spartito per pianoforte è risultato alla prova dei fatti più che buono, anche se di certo non identico all’originale. La mia “collega”, che il piano sa suonarlo veramente, ha confermato. E anche le mie orecchie.

Più semplice è stato trascrivere la partitura per il basso, anche se non sono sicuro della sua correttezza al 100%, specie in qualche passaggio più complesso.

C’è anche la melodia e il testo, e oltre a questi sono aggiunti un po’ di arrangiamenti per archi (copiati pari pari dalla tablatura per pianoforte), la chitarra elettrica e classica, e infine le percussioni: tracce queste ultime trascritte per mancanza di tempo in maniera non troppo dettagliata, tanto per migliorare un po’ la resa sonora del file.

Spero tanto che qualcuno prenda il file e lo migliori, aggiungendo quello che manca. Se qualche lettore passato di qua lo desidera, posso mandargli facilmente le partiture in formato PDF, o un MIDI se preferisce gli spartiti sono ora disponibili in un topic nel forum ufficiale di Nathalie, raggiungibile a questo link. Se avete problemi nella visualizzazione, contattatemi con un commento.

Tanto, ho fatto trentuno, posso fare anche trentadue.

AGGIORNAMENTO (9 novembre 2011). D’ora in avanti non spedirò più niente a nessuno: nel Covo dei Nathivi – il forum ufficiale di Nathalie potete infatti scaricare un comodo canzoniere in PDF con testo e accordi di tutte le canzoni di Nathalie conosciute, in cui sono stati inseriti anche i miei spartiti di In punta di piedi, Vivo sospesa e Il mio canto libero. Aspetto i vostri commenti sul risultato.

(In video: la prima esecuzione de In punta di piedi a X-Factor, introdotta dall’incommensurabile Elio. Esecuzione a mio dire sensibilmente migliore di quella in studio, che tra l’altro è accompagnata da un video veramente inguardabile. Buonanotte.)