Gel, mascherine e fake news

«Siamo pieni di lavoro e la situazione non è semplice». Se la situazione attuale non è semplice per nessuno, ora paradossalmente c’è chi non lavora più e chi invece lavora troppo: tra questi ultimi rientra decisamente Giuseppe Marson, 37 anni, residente a Caneva ma originario di Mansuè dove esercita la professione di farmacista.

Come vi state adattando a questa circostanza inedita?
All’inizio della scorsa settimana abbiamo attivato un servizio gratuito di consegna a domicilio dei farmaci, rispettando le norme di sicurezza, per il nostro comune e la frazione di Navolè di Gorgo al Monticano, da dove tradizionalmente provengono vari nostri utenti. Questo perché come operatori sanitari ci stiamo attivando per fare in modo che la gente rimanga effettivamente a casa, visto che questa è l’unica misura efficace per il contenimento dell’epidemia: è un dato di fatto.

Quali sono gli obbiettivi di questo servizio?
Questa iniziativa serve a salvaguardare quella parte di popolazione fragile, come gli over 65 e gli affetti da altre patologie, che potrebbe essere più soggetta alle complicanze del Coronavirus. Anche perché in farmacia c’è comunque un viavai di persone che, evidentemente, bene non stanno.
Soprattutto per noi è un modo per prenderci cura della popolazione, cosa insita nella nostra cultura e certamente in controtendenza rispetto a un Boris Johnson che dichiara “preparatevi a perdere i vostri cari”…

Nel frattempo altre farmacie hanno attuato servizi simili…
Sì, qualche giorno dopo, grazie ad una convenzione tra l’associazione di categoria e la Croce Rossa italiana: è attivo un numero verde, e chiamandolo si viene messi in contatto con le farmacie che hanno aderito.

Che reazione avete avuto in paese?
È stato bello vedere come vari giovani di Mansuè si siano resi disponibili a darci una mano ma per il momento, visto che i numeri sono ancora limitati, preferiamo gestire la consegna io e mia sorella Viviana. Siamo entrambi farmacisti e in sede di consegna potrebbero esserci richieste sull’utilizzo del farmaco.

Di che numeri stiamo parlando?
Nei primi tre giorni abbiamo avuto in media otto consegne giornaliere. I destinatari sono persone che per l’età o per le patologie che presentano hanno davvero bisogno di questo servizio e che infatti hanno apprezzato. Hanno apprezzato anche la possibilità di pagare con bancomat, segno che anche gli ottantenni iniziano ad avere una certa dimestichezza con i pagamenti digitali…

Sulla vostra pagina Facebook ho visto un post in rumeno…
Che il messaggio di rimanere a casa passi forte e chiaro è una nostra priorità, e visto che qui il 18,9% della popolazione ha origine straniera abbiamo pensato in particolare alla comunità rumena, la più numerosa. Una nostra cliente ha quindi tradotto per loro il post che abbiamo messo nei social network: vogliamo essere il più inclusivi possibili e sappiamo che i più anziani tra loro faticano ancora a comprendere la nostra lingua.

Ma gli anziani poi usano internet?
Il target della nostra comunicazione, le persone anziane, in effetti non hanno accesso a internet, in genere; abbiamo quindi sollecitato un passaparola che dal virtuale passi al reale, ovvero abbiamo chiesto a chi ha letto il testo che spiegava l’iniziativa di avvisare i conoscenti anziani con una telefonata o una citofonata.

Quali sono le principali richieste che ricevete?
Le richieste che riceviamo continuamente riguardano il gel igienizzante e le mascherine. Poi ci hanno chiesto informazioni sulla fake news che girava sui telefoni della vitamina C e dell’acido ascorbico che, se iniettate, fermerebbero la malattia… per cui tanti sono venuti a fare incetta di vitamina C e abbiamo cercato, a nostro discapito, di fare informazione medico-scientifica corretta dicendo che non ci sono evidenze scientifiche che attestino questa teoria. Ci siamo trovati a gestire queste situazioni dovute dall’isteria, dall’incertezza sul futuro: già la gente si chiede cosa succederà dopo, nel tessuto economico e sociale del territorio.

L’Azione, domenica 22 marzo 2020

Io, studente fortunato. Prince, invece, morto

Alberto Rosada è un giovani di Lutrano che presto compirà 21 anni, e che in questi giorni ha raggiunto un’inaspettata visibilità, anche a livello nazionale, a causa di un intervento molto appassionato che ha pronunciato in occasione della cerimonia di apertura dell’anno accademico dell’Università di Padova, tenutasi nella storica aula magna dell’ateneo lo scorso 8 febbraio.

Rosada ha partecipato alla cerimonia in quanto presidente, fresco di elezione, del consiglio degli studenti: un ruolo, quello di rappresentante studentesco, che con tutte le proporzioni del caso aveva già ricoperto tre anni fa al liceo classico “Antonio Scarpa” di Oderzo.

Alberto ha iniziato l’intervento ricordando Prince Jerry Igbinosa, il giovane di 25 anni laureato in Nigeria, emigrato in Italia e morto poco dopo che la sua richiesta di permanenza in Italia era stata respinta. «Lui era nigeriano, io sono italiano, e proprio perché sono italiano a qualcuno sembra che la mia vita valga di più», ha affermato. Negli appena sei minuti del suo discorso, facilmente rintracciabile su internet, Alberto ha toccato temi importanti come il taglio dei finanziamenti all’università, il precariato giovanile e il ruolo dell’ateneo patavino, per poi concludere chiudendo il cerchio nel ricordo di tre studenti provenienti dal Triveneto e morti tragicamente all’estero: Valeria Solesin, Antonio Megalizzi e Giulio Regeni.

Alberto non aveva ovviamente preso in considerazione che le sue parole avrebbero raggiunto una eco simile: «Tante condivisioni sui social network, segnalazioni sui giornali, messaggi privati…» afferma. E quindi pure un’ospitata in diretta a L’aria che tira, martedì 19 febbraio, su La7. Ma non tutti hanno gradito le sue parole: «Un assessore regionale presente in aula non ha apprezzato, e lo ha pure detto ai giornalisti – continua Alberto – ma non ci sono state altre reazioni negative pubbliche e questo mi ha sorpreso. Per il resto ho ricevuto tante attestazioni di solidarietà per questo attacco, e messaggi privati di persone che si sono riconosciute in quello che dicevo. Ma in realtà non mi sembra di aver detto niente di straordinario: ho solo ricordato un ragazzo che aveva quasi la mia età e voglia di studiare. Dovrebbe essere normale sostenere certi valori, ma il fatto che molti siano rimasti colpiti, e che vedano un segno di speranza nelle mie parole, è un sintomo della situazione che stiamo vivendo… Probabilmente nel dibattito pubblico questo tipo di prese di posizione hanno sempre meno forza. E anche il fatto che io sia stato accusato di “fare politica” in università significa che molti ancora confondono l’essere apartitici con l’essere apolitici. E io, visto il mio ruolo di rappresentanza, non posso essere apolitico».

L’Azione, domenica 24 febbraio 2019

Don Luigi Ciotti a Oderzo

“Orizzonti di giustizia sociale”: questo era il titolo dell’appuntamento opitergino di don Luigi Ciotti, tenutosi domenica 10 febbraio presso il teatro del collegio Brandolini-Rota.

L’evento, organizzato dal gruppo “Insieme diamo luce” di Oderzo con il CSV Volontarinsieme di Treviso, com’è noto ha suscitato clamore a livello nazionale a causa della decisione della giunta comunale di non concedere il patrocinio e il più capiente teatro Cristallo: l’incontro è quindi iniziato tra il rumoroso disappunto delle tantissime persone rimaste fuori e quello, ancora più rumoroso, di una parte del pubblico durante l’intervento iniziale del sindaco Scardellato.

A questo proposito l’abate di Oderzo mons. Pierpaolo Bazzichetto ha voluto sottolineare come la tensione della vigilia non rispecchi assolutamente la realtà sociale del territorio, «fatta di tante associazioni che operano a favore dei poveri, anche in collaborazione con l’amministrazione: con posizioni diverse, ma sempre in un clima di rispetto».

Don Luigi ha iniziato il suo intervento dichiarando di “non amare le tifoserie” e stemperando così il nervosismo; ha quindi raccontato la sua esperienza di piccolo bellunese emigrato a Torino con la famiglia, andando a vivere nella baracca di un cantiere, perché il padre aveva trovato un lavoro ma non un alloggio. A diciassette anni ha l’incontro che gli cambia la vita, con un ex medico stimato finito a fare il barbone: Luigi così a vent’anni fonda il Gruppo Abele e sette anni dopo, ordinato presbitero, gli viene affidata dal vescovo una parrocchia speciale, ovvero la strada.

Don Ciotti ha raccontato come dal Gruppo Abele siano scaturite varie realtà a favore degli ultimi, quali i tossicodipendenti o i malati di AIDS; nel 1995 nasce invece “Libera contro le mafie”.

«Oggi – ha ribadito – voi non state incontrando don Luigi Ciotti, perché io rappresento un “noi”»: il riferimento era alle tantissime persone che negli anni hanno contribuito con il loro impegno politico a questa storia. Sì: proprio “politico”, perché la politica è «la più alta ed esigente forma di carità, il servizio a favore del bene comune», ha affermato citando le famose parole di papa san Paolo VI; perché «Libera è apartitica ma non apolitica» e perché «L’impegno politico non è solo di chi governa: anche noi, come cittadini, abbiamo la nostra parte di responsabilità».

Libera è formata da una rete di seicento associazioni, laiche e confessionali, che portano il loro contributo mantenendo la propria identità. Una rete che più che essere “contro” (la mafia, le disuguaglianze eccetera) è “per”: «Per la cultura che sveglia le coscienze, per l’educazione, per la conoscenza. Io, come gli altri, faccio la mia parte: anche se siamo piccoli, dal basso possiamo portare apporti significativi al cambiamento, ma occorrere essere uniti nei propri obiettivi».

Don Ciotti più volte ha voluto mostrare come con la corresponsabilità, l’impegno e l’unità si possano ottenere grandi risultati: l’altro ingrediente è la preghiera. «Non sono un profeta – ha affermato rispondendo al moderatore – Sono un poveretto che ogni giorno chiede a Dio che mi dia una bella pedata. E oggi pomeriggio pregherò che dia una pedata anche a voi cittadini di Oderzo»: questo perché «Abbiamo bisogno tutti della “dolce pedata di Dio”, per evitare che qualcuno si senta arrivato! Io a settantatré anni sono ancora qui che mi interrogo, perché i dubbi sono più sani delle certezze: se incontrate qualcuno che dice di aver capito tutto, salutatemelo e cambiate direzione».

«Da anni ce la metto tutta per “saldare la terra con il cielo”», ha continuato; per questo i suoi riferimenti principali sono due, il Vangelo e la Costituzione italiana. Infatti «Nel Vangelo c’è molta politica, ma è la politica del Concilio Vaticano II, la politica che ci ricorda papa Francesco». Il vangelo parla di politica quando denuncia i soprusi e le ipocrisie: dall’altra parte invece «c’è molto Vangelo nella Costituzione, quando essa stabilisce la pari dignità delle persone, il loro diritto a vivere in pace, la giustizia».

«Il Vangelo dice che non si può amare Dio se non si amano le persone», e come punto di riferimento ha indicato un tesoro di cui si parla ancora troppo poco, la Dottrina Sociale della Chiesa: «Ci invita a metterci in gioco: da questo deriva tutto il resto». Il relatore, da buon “parroco della strada”, arriva pure a commentare il Vangelo del giorno, la chiamata di Pietro (Lc 5,1-11): «Quelle parole sono un invito a guardare oltre le difficoltà del momento e le delusioni per i nostri fallimenti. Lo Spirito ci dà continuamente la forza per ripartire, ed assumerci ancora una volta le nostre responsabilità con rinnovata passione».

Don Ciotti ha provocatoriamente auspicato per questo motivo la futura “fine del volontariato”, che avverrà quando non ci sarà più alcuna distinzione tra esso e la cittadinanza: perché «È dovere di un cittadino, e a maggior ragione di un cristiano, essere volontario, ovvero mettere a disposizione una parte del proprio tempo per gli altri».

Don Luigi Ciotti, in qualità di fondatore di “Libera contro le mafie”, in questo periodo si trova spesso in Triveneto per partecipare a degli incontri in vista del prossimo 21 marzo, giornata che su iniziativa proprio di Libera dal 1996 è dedicata al ricordo delle vittime innocenti di mafia. Tra questi, due incontri sono stati organizzati nella nostra diocesi: una conferenza a Oderzo domenica scorsa e un’altra a Conegliano che si terrà mercoledì 20 al teatro Accademia; questo perché la manifestazione nazionale organizzata da Libera il 21 marzo, che si tiene ogni anno in una regione diversa, quest’anno si svolgerà a Padova. In contemporanea, l’elenco dei nomi di tutte le vittime di mafia sarà letto in centinaia di luoghi in tutta Italia.

L’Azione, domenica 17 febbraio 2019

Clelia, la donna che salvò Sara

Clelia Caligiuri De Gregorio, 1966

Ad un grave lutto ognuno reagisce a suo modo: oggi vi raccontiamo la storia di una donna che ha reagito mettendosi a servizio degli altri.
Questa donna si chiamava Clelia Caligiuri: essa, per aver aiutato un’ebrea durante la guerra, è diventata la prima donna italiana, e la prima persona residente in Veneto, a ricevere il titolo di “Giusto per le Nazioni”.
Dopo averla citata un paio di volte nelle nostre pagine lo scorso inverno, siamo entrati in contatto con la figlia Lucia, che durante una telefonata a Napoli ci ha raccontato la sua storia. Ve la presentiamo in occasione di due anniversari: gli ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali fasciste e i settantacinque dall’8 settembre ’43.
Questa storia inizia a Sorrento, dove Clelia nasce nel 1904. È ancora piccola quando, durante la Grande Guerra, il padre muore lasciando una vedova con quattro figli da mantenere.
Una situazione per niente facile, specie nell’Italia uscita prostrata dal conflitto. Sono i primi anni ’20 quando Clelia, appena ottenuto il diploma di insegnante elementare, viene a sapere che in Veneto c’è carenza di insegnanti. E così, di punto in bianco, chiede e ottiene di lasciare la Campania per raggiungere un piccolo comune di campagna trevigiano: Piavon.
Le scuole del paese si trovano nello stesso stabile della sede del Comune, che da lì a qualche anno sarà assorbito da Oderzo. Una volta sistematasi, siamo nel 1930, torna a Pompei per sposarsi: il fidanzato, anch’egli sorrentino, si chiama Renato De Gregorio, e lavora nelle navi mercantili come tanti giovani della sua città. Dopo le nozze gli sposi decidono di rimanere a Piavon. Il lavoro di Renato lo costringe a lunghe assenze.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra: Renato viene arruolato in marina come capitano di macchina. Passa circa un mese e il cacciatorpediniere dove presta servizio viene bombardato e cola a picco mentre viaggia verso la Libia.
Clelia così si ritrova improvvisamente vedova: ha 36 anni e tre figli. Nonostante l’insistenza dei fratelli e della madre, che vorrebbero tornasse a Napoli, decide di rimanere in Veneto e di non rinunciare ad un posto di lavoro sicuro in un paese in cui ormai tutti la conoscevano. D’altronde nei paesi di una volta gli insegnanti erano un’istituzione.
Clelia inizia così ad aiutare le altre vedove di guerra nella faccende burocratiche, essendoci passata prima di loro. Nel 1943 la terza figlia riscontra qualche problema di salute, e il medico le consiglia di mandarla in un luogo più fresco. Tramite una zia, Clelia affitta una stanza in una grande casa a Follina e ci manda le due figlie.
Clelia va a trovarle nei fine settimana, e così conosce gli altri inquilini della casa: tra questi una certa Sara Karliner, ivi costretta dalle forze dell’ordine in una sorta di libertà vigilata.
Tra le due donne nasce una forte amicizia: Clelia così scopre che Sara è un’ebrea jugoslava scappata da Zagabria due anni prima, e finisce per prometterle di accoglierla nella propria casa di Piavon, nel caso che l’aria fresca di Follina fosse diventata improvvisamente pesante. Cosa che avviene nello stesso anno dopo i tragici eventi dell’8 settembre.
Sarina, così veniva affettuosamente chiamata da Clielia e le figlie, “evade” quindi da Follina e insieme a Clelia raggiunge clandestinamente Piavon.
Sono i duri mesi dell’occupazione tedesca: a casa Caligiuri, che si trova giusto di fronte al municipio, nonostante la situazione pericolosa le porte spesso si aprono anche per accogliere i ragazzini del paese che, spaventati dalle visite frequenti di quegli uomini cattivi in divisa, vi trovano un letto sicuro, e un ingegnoso sistema per entrare ed uscire senza farsi notare.
La maestra è sicura che nessuno in paese l’avrebbe tradita, ma a neanche un chilometro sorge pur sempre villa Reichsteiner, luogo frequentato da ufficiali tedeschi. Vista la situazione, Clelia capisce che Sarina ha bisogno di un rifugio più sicuro.
In quel periodo la parrocchia di Lutrano si distingue per dare rifugio a tanti perseguitati, grazie alla preziosa opera del suo compianto pastore, don Giovanni Casagrande. Clelia bussa alla porta della sua canonica e così Sarina passa gli ultimi tempi del conflitto in paese, visitata due volte alla settimana da lei o dalla figlia, che fanno la spola da Piavon a Lutrano per portarle da mangiare.
La guerra finalmente finisce. Clelia riceve di nuovo l’invito dalla mamma e dai fratelli a tornare nella terra natia e stavolta accetta: nel 1948 chiede ed ottiene il trasferimento in una scuola a Napoli.
Sarina, invece, dopo varie peripezie raggiunge una sorella a Bologna e quindi decide di ripartire da zero andando a vivere in Israele. Ma non si dimentica della sua salvatrice italiana, e così vent’anni dopo ospita la sua famiglia nella sua casa a Tel Aviv. L’eco della loro storia nel frattempo era arrivata anche nelle stanze dello Yad Vashem, il memoriale delle vittime della Shoah a Gerusalemme: Clelia il 18 ottobre 1966 torna quindi in Israele a ricevere l’onorificenza di Giusta per le Nazioni e piantare l’albero a lei dedicato, nel cosiddetto “Giardino dei Giusti”.
Sara morirà poco tempo dopo, ancora giovane, di cancro. Clelia invece se ne va a 91 anni nel 1996 lasciando il ricordo di una donna umile, risoluta e generosa. Una donna che, accolta nella nostra terra, ha saputo a sua volta accogliere, in un momento in cui questa generosità avrebbe potuto costarle carissimo. E che speriamo possa avere presto il giusto riconoscimento anche nella sua città d’adozione.

L’Azione, domenica 16 settembre 2018

p.s. L’articolo è uscito in occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali fasciste.

Così gestiamo i profughi

Il cancello d’ingresso della caserma Zanusso

Ecco l’intervista, concessa in esclusiva a L’Azione, a Gian Lorenzo Marinese, presidente di Nova Facility Srl, l’azienda che ha attualmente in gestione il centro di accoglienza per richiedenti asilo situato presso l’ex caserma Zanusso di Oderzo. Ringrazio Carmela, Sara, Annachiara e Gian Lorenzo per l’aiuto e la disponibilità, e pure la redazione che ha pubblicato quasi integralmente un articolo di dodicimila battute (ovvero l’equivalente di 5-6 articoli normali del settimanale).

Quella tra la città di Oderzo e il centro straordinario di accoglienza per richiedenti asilo ospitato all’ex caserma Zanusso è una convivenza non certo iniziata col piede giusto. A venti mesi dalla sua apertura abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza su come viene attualmente gestita con chi se ne occupa in prima persona: Gian Lorenzo Marinese è presidente di Nova Facility, società di Treviso che oltre a dirigere i centri della caserma Serena di Treviso e l’Hotel Winkler a Vittorio Veneto, da gennaio si occupa anche della Zanusso.
È la prima volta che Marinese sceglie di parlare alla stampa di questo argomento.
Dottor Marinese, potremmo iniziare con qualche numero…
In realtà numeri non ne posso dare perché questi sono appannaggio della Prefettura: è una linea comunicativa del Ministero degli Interni legata a interessi di ordine pubblico, e che ritengo saggia e prudente. Ma i numeri a mio dire non sono il centro dell’argomento: mi interessa di più spiegare cosa significa “accoglienza” dal nostro punto di vista.
Una parte della popolazione non vede bene di buon occhio la caserma…
Io comprendo le preoccupazioni della signora Maria che abita accanto ad una struttura dove da un giorno all’altro arrivano cinquecento persone sconosciute e che non parlano la sua lingua: sarebbero preoccupati anche i genitori di questi ragazzi se noi ci trasferissimo in massa nei loro paesi, perché talvolta si ha paura di ciò che non si conosce. Ma noi viviamo in un territorio di persone estremamente aperte e volenterose di aiutare; non dimentichiamo che la caserma si affaccia su via per Piavon, e che il primo “Giusto per le Nazioni” veneto, Clelia Caligiuri, era di Piavon. Il nostro territorio, in situazioni più difficili di questa, ha saputo accogliere.
La vicinanza che percepisco a Oderzo da parte delle parrocchie, di associazioni che lavorano silenziosamente, di privati che bussano al nostro cancello e chiedono “Per caso c’è un bambino? Abbiamo un gioco da darvi”, a me apre il cuore: questo insegno ai ragazzi della caserma. E ogni giorno gli insegniamo che non deve essere la signora Maria, che non li conosce, a farsi avanti per prima, ma che sono loro, essendo ospiti in questo territorio, che devono fare la prima mossa.
Può capitare che qualche ragazzo girando per la città si senta malvisto. Ma quando viene a dircelo gli rispondiamo: com’eri uscito quella mattina? Per fare un esempio, a ognuno di loro forniamo un kit con dei vestiti e le scarpe: è un decreto ministeriale del 2008 che me lo impone. Spesso ci sono ragazzi che arrivano in centro in pigiama: non l’hanno mai avuto in vita loro e quindi non capiscono la differenza rispetto a un vestito “normale”. Il nostro scopo quindi è risvegliare in ragazzi che provengono da una cultura diversa il desiderio di integrarsi, altrimenti non andranno da nessuna parte: per questo vi è un “design dell’accoglienza”.
Di cosa si tratta?
Noi lavoriamo su programmi annuali, perché quella è la durata minima dei bandi ministeriali. Questo “design” prevede quindici giorni di forte mediazione linguistica e culturale: spieghiamo loro dove si trovano, quali sono i servizi della struttura, le basilari regole del convivere civile secondo le nostre abitudini. Poi ci sono due mesi e mezzo di italiano intensivo: un laureato, specie se francofono, in un mese e mezzo riesce a comprendere perfettamente la lingua; per un afghano, specie se analfabeta, è ovviamente più difficile. Al termine i ragazzi vengono inseriti in una classe in base al loro livello di apprendimento: a Treviso abbiamo svariati livelli. Ci restano dai tre ai sei mesi, a discrezione degli insegnanti, poi vengono iscritti ad un centro di formazione per adulti. Questo alla fine rilascerà un certificato di italiano A2, obbligatorio per l’iscrizione al corso di sicurezza sul lavoro.
In che modo i ragazzi vengono preparati a lavorare?
Abbiamo accordi con vari centri di formazione: a Treviso, per esempio, con scuole professionali e licei, dove abbiamo ragazzi iscritti. Cerchiamo di assecondare chi ha ambizioni di studiare o imparare un mestiere: abbiamo anche un giovane che ha vinto un bootcamp a Ca’ Foscari, per dire… Parliamo di ragazzi di culture e capacità diversissime, dunque non si possono fare programmi generali. Inoltre organizziamo dei corsi interni: alla Zanusso si può diventare pittore, muratore, cartongessista, e incentiviamo moltissimo le arti, con un insegnante di disegno nostro dipendente. Vogliamo insomma che tengano allenata la mente, il fisico, ma anche l’attività ricreativa e intellettuale: a Fratta di Oderzo abbiamo un ragazzo che suona in chiesa e che sta cercando un corso di musica con l’aiuto del parroco, mentre a Treviso realizzato spettacoli teatrali con la compagnia Tremilioni di Conegliano, uno dei quali inserito nel programma di CartaCarbone festival.
Dopo quasi un anno è tempo di bilanci.
La caserma è aperta da aprile 2016. Noi siamo lì dal 20 gennaio 2017 e il 31 dicembre scadrà il nostro affidamento, in base all’appalto pubblico che abbiamo vinto. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto: vada su Google Earth e guardi com’era la caserma prima e com’è ora: sembrava fosse in mezzo alla foresta, mentre oggi è un centro pulito e dignitoso. Inoltre nei cinque mesi prima del nostro arrivo i ragazzi inscenarono proteste un paio di volte; dopo il nostro arrivo, più nulla: questo è un messaggio di tranquillità che voglio lanciare alla popolazione. Non stiamo incentivando alcuna invasione, ma lavoriamo per fare in modo che delle persone, che sarebbero rimaste volentieri a casa loro, si formino, si integrino, capiscano le nostre regole: voglio che si ricordino di noi come le ultime persone che le hanno aiutate, perché poi dovranno iniziare una vita da soli. Ma se non preparano con noi una “valigia” che gli permetta di affrontare questa vita, questa valigia rimarrà vuota.
Antonio Silvio Calò [il cittadino di Povegliano che ospita a casa propria cinque rifugiati, n.d.r.] sostiene che i migranti, una volta ottenuto lo status di rifugiato, vengano abbandonati a se stessi…
Il professor Calò ha perfettamente ragione! Le cosiddette seconda e terza accoglienza oggi sono il punto debole del sistema: una volta ottenuto o meno lo status di rifugiato, che succede? Per questo tra i nostri obbiettivi c’è anche quello di far conoscere questi ragazzi alla popolazione tramite i nostri progetti, fare in modo che possano crearsi delle opportunità per il dopo. Per questo motivo la collaborazione con la società è fondamentale.
A questo proposito, come vi state muovendo?
La caserma Zanusso, proprio come la Serena, ora ha una squadra di calcio iscritta alla lega amatori. La lega di Treviso però, che va elogiata per la grande disponibilità: purtroppo quella di Oderzo non l’ha accettata avendo già un numero di squadre pari in campionato. I ragazzi si allenano d’inverno nel nostro piazzale, mentre nel resto dell’anno al Patronato Turroni; le partite le giocano a Fratta. Per questo, e per altro, va elogiata anche la diocesi di Vittorio Veneto: don Pierpaolo e don Lorenzo sono in continuo contatto con noi, così come padre Massimo del Brandolini, e potrei continuare coi nomi di altri parroci…
«Non dimentichiamo che in questo primo anno di gestione abbiamo anche dovuto sistemare la situazione pregressa – aggiunge Sara Salin, portavoce della cooperativa. – A Treviso ci sono più opportunità perché lì abbiamo due anni di lavoro in più alle spalle. Ma per dire, un progetto sulle ninne nanne del mondo scritte e illustrate sugli autobus di Treviso ha coinvolto una scuola primaria di Vittorio Veneto e proprio la caserma Zanusso, dove c’è un gruppo con una propensione maggiore alla pittura rispetto al capoluogo, dove preferiscono il teatro. Di progetti se ne possono avviare tantissimi: a Treviso i richiedenti asilo fanno servizio di apertura e chiusura in un parco giochi, hanno restaurato una ex scuola, hanno ripulito il Sile; ogni giorno una cinquantina di loro esce dalla caserma e ripulisce le strade. Sono tutti benefici per la comunità, e un modo per questi ragazzi per sentirsi utili e importanti. Dopo tre anni, ora sono le associazioni di volontariato che vengono da noi a chiedere aiuto: la città si è accora di loro».
A Oderzo invece per ora se ne sono accorte più che altro le parrocchie – ammette Marinese – ma a prescindere se ci saremo ancora noi o meno nei prossimi anni se ne accorgeranno anche gli altri. Bisogna avere pazienza, sensibilizzare e non demordere. Non vogliamo accelerare i tempi, ma Oderzo è una città viva e di cultura e siamo sicuri che presto sarà pronta a questi tipi di collaborazione.
In questo momento però il mondo delle cooperative non gode di una buona reputazione…
Operiamo in un settore che purtroppo è rimasto invischiato in Mafia Capitale, mentre qui vicino per esempio c’è stato il caso del CARA di Cona, dove lavora la cooperativa che aveva in gestione la caserma Zanusso l’anno scorso… Come in tutti i settori, anche nel nostro ci sono operatori più sani e meno sani, non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Qualcuno dovrebbe senz’altro cambiare mestiere, anche perché chi non è onesto e professionale danneggia tutti: potete immaginare cosa può uscire da un centro dove i richiedenti asilo rimangono al chiuso, non studiano italiano, non sanno cosa sia un corso professionale. In Italia siamo quattromila soggetti a fare accoglienza: ce ne sono di buoni e di ottimi, e spero siano la maggioranza. A Oderzo i problemi logistici della gestione precedente hanno creato un danno di immagine; gli ospiti hanno protestato, ma non dimentichiamo che se è frequente litigare in un condominio, figuriamoci in una comunità con centinaia di persone di nazionalità diverse.
A proposito di immagine: che ruolo hanno avuto in questo senso i media e internet?
Guardi: dieci mesi fa ho cambiato il cancello di ingresso della caserma, e ancora su internet e sui giornali continua a comparire la stessa foto del vecchio cancello col sindaco davanti. Sul nuovo cancello ho voluto lasciare una feritoia con un vetro: chiunque può guardarci dentro, ma è come se nessuno l’avesse mai fatto. Poi, per partecipare a “Balcone fiorito”, abbiamo ulteriormente abbellito l’entrata, ma sui giornali è finita una foto di un balcone posteriore…
Nel nostro territorio, pur essendoci giornalisti che lavorano bene, nessuno ci ha mai contattato per chiederci qualcosa di specifico sulla Zanusso. Capisco che l’albero che cade faccia più rumore della foresta che cresce, ma a me dispiace che se i nostri ragazzi si prendono a schiaffi finiscono in prima pagina, mentre se vanno a trovare papa Francesco finiscono a pagina 9. E non per un incontro fugace: sono stati fatti accomodare in prima fila, il Santo Padre si è fermato a parlare con loro e ha guardato i regali che gli avevano preparato. Non dico tutto questo per far polemica: voglio che queste mie parole siano di apertura.
A Oderzo, se qualcuno si mette alle sei-sette di mattina davanti al nostro cancello vedrà cento persone uscire con un permesso speciale per andare al lavoro [gli altri possono uscire dalle 8 alle 20, n.d.r.], in aziende del territorio. Molto di più, in percentuale, che a Treviso: vorrei che si sapesse.
Se qualcuno ha bisogno della vostra manodopera, cosa può fare?
I ragazzi sono normalmente iscritti al centro per l’impiego: se qualcuno vuol farli lavorare, lì troverà i curricola dei nostri ragazzi. Per opere di volontariato invece è più complicato, perché occorre presentare un progetto.

L’Azione, domenica 17 dicembre 2017

 

La provenienza dei richiedenti asilo
Le provenienze dei richiedenti asilo ricalcano in percentuale quelle degli arrivi:
• 30% circa Nigeria
• 30% Africa sub sahariana di area francofona
• 40% Pakistan e Afghanistan
• In parte sono arrivati dal sud Italia, altri dalla “rotta balcanica” prima che venisse chiusa.
• Alcuni sono “dublinanti”, termine che indica coloro che per in base ai trattati di Dublino hanno fatto richiesta di asilo in altri paesi, tipo Grecia o Croazia, che sono stati giudicati incapaci di accogliere tali richieste e che per questo stanno in una specie di limbo a livello giuridico.

La festa di Trql, cioè… tranquilli

Sarà per la strana sigla che gli fa da nome, sarà per il logo vagamente alla Keith Haring, fatto sta che l’associazione TRQL Onlus non passa certo inosservata. Il 17 giugno al parco delle piscine di Oderzo organizzerà la terza edizione di TRQL Soundcheck: scopriamo insieme cosa fa con Paolo Ragonesi, portavoce del gruppo.
«L’associazione TRQL nasce da una compagna di amici che iniziarono a trovarsi dal bar alla Marisa a Oderzo che avevano tredici anni ed hanno continuato fin quando ne avevano quasi trenta, poi ognuno ha preso la sua strada. Tre anni fa mi è venuto in mente di ricontattare i cinque fondatori di quella compagnia per fargli una proposta: siamo stati fortunati a far parte di un gruppo che ci ha tenuti lontani da brutte strade; perché quindi ora, che abbiamo 45 anni, non ci ritroviamo e proviamo a fare del bene per gli altri?
Così abbiamo fondato una ONLUS e iniziato a fare delle raccolte alimentari, la prima per i Cappuccini di Conegliano, e delle missioni mirate di beneficenza “face to face”, ovvero raccolta dei soldi e consegna diretta alla persona interessata».
Ma la sigla cosa significa?
«La nostra compagnia veniva chiamata “I tranquilli”, e TRQL era un po’ il nostro… codice fiscale».
E poi è nato il TRQL Soundcheck.
«Esattamente. Questo è il terzo anno che facciamo questo evento, sempre nel sabato di metà giugno. La prima volta fu per aiutare Gregory, un ragazzo di Oderzo affetto di distrofia muscolare Duchenne; abbiamo raccolto 2500 euro che abbiamo consegnato alla famiglia. L’anno scorso aiutammo l’associazione delle famiglie che hanno figli con questa patologia, e frequentando questi ambienti ci è venuta l’idea del parco inclusivo».
Ovvero?
«Non sapevamo nemmeno cosa fosse. Volevamo fare un parco giochi per disabili, ma ci dissero che non è una bella cosa perché i bambini disabili devono giocare insieme ai normodotati, affinché non siano discriminati. Così ci siamo informati, abbiamo fatto un progetto e lo abbiamo presentato in Comune dicendo: se noi compriamo le giostre, ci date un posto dove metterle? Così è stato individuato il parco di viale Città di Pontremoli. Da lì sono partite tante idee, tra cui una di riqualificazione dell’intera area ma che avrebbe costi proibitivi».
E allora?
«Abbiamo avuto una sorpresa: due imprenditori hanno letto sui giornali cosa avevamo in mente ed hanno deciso di aiutarci. Tenete conto che la giostra di un parco inclusivo costa dai 3500 ai 5000 euro. Loro ne comprano due, e anche il Rotary Club di Oderzo ha deciso di contribuire. E l’amministrazione comunale ci sta facilitando in vari modi».
Quest’anno cosa ci dobbiamo aspettare?
«Essendo una raccolta fondi, la nostra parola d’ordine è “raccogliere e non spendere”. Tutti quelli che collaborano con noi lo fanno gratuitamente: io mi occupo della musica, poi ci sono cinque cuochi, un elettricista, eccetera. Il nostro scopo è organizzare una bella giornata e vendere più panini possibili; poi pagheremo il service, il SUAP, la corrente e le spese fisse e il giorno dopo reinvestiremo tutto il resto per questi giochi».
E quando li vedremo?
«Due li acquisteremo subito dopo il festival e li aggiungeremo al parco giochi già esistente. E il resto a suo tempo».
Appuntamento quindi per sabato 17 giugno: la mattina per “TRQL Run”, marcia non competitiva di 5 e 10 chilometri, e dalle 18 a mezzanotte per la festa.

L’Azione, domenica 18 giugno 2017

Profughi a Oderzo: la proposta di Calò

Foto di Martina Tommasi
Foto di Martina Tommasi


“Se a dicembre mi avessero ascoltato, oggi non avreste i migranti in caserma”. Questa è stata l’amara considerazione di Antonio Silvio Calò, tornato a Oderzo in occasione dell’apertura del Festival del Bene Comune il 20 giugno scorso, a sei mesi di distanza dalla prima volta. Calò e la sua famiglia, residenti a Camalò di Povegliano, dal giugno 2015 ospitano nella propria abitazione sei rifugiati africani per motivi di fede e di umanità. Partendo da questa esperienza, con il tempo ha elaborato un grande progetto di gestione dell’emergenza migratoria che, se attuato, eviterebbe l’insorgere di ghetti come quello opitergino e gli altri sparsi per l’Europa. Un progetto dove esperienze di accoglienza familiare come la sua sarebbero l’eccezione: sarebbe infatti impensabile affidare la gestione di un problema così complesso al volontariato e al buon cuore delle persone. Piuttosto, sostiene Calò, bisogna usare i fondi stanziati dall’Unione Europea e dallo stato italiano (si tratta dei “bandi Sprar”, ovvero i famosi “30 euro al giorno per immigrato”) per dare uno stipendio a giovani laureati disoccupati (educatori, mediatori culturali, psicologi ecc…) che seguano, in due o in tre, gruppi di sei migranti stanziati uno per comune, con la supervisione della Prefettura e l’appoggio di una cooperativa o di un’amministrazione comunale.
Perché proprio sei? Perché, conti alla mano, è il numero di persone ideale per ammortizzare le spese (per il cibo, i vestiti eccetera, soldi che finirebbero in tasca ai negozi del luogo oltretutto) e garantire uno stipendio dignitoso agli operatori. Operatori che avrebbero il compito di seguire a turno il proprio gruppo 24 ore al giorno perché, dice Calò “Non è possibile che persone provenienti da quel mondo possano imparare in poco tempo quel che noi abbiamo imparato in anni”.
I migranti a loro volta avrebbero una settimana pianificata (quindi niente giornate passate a oziare) con l’obbligo di studiare l’italiano e, gradualmente, di imparare un mestiere in modo da essere pronti ad entrare nel mercato del lavoro in caso di necessità: ora come ora infatti il loro destino è trovarsi in mezzo una strada, in balia della criminalità, sia se gli viene accolta la richiesta di asilo sia se gli viene respinta, perché non ci sono fondi per rimpatriarli. Al termine di questo percorso di due anni (che Calò definisce “una sana progettazione della propria vita”) il migrante se ne andrebbe per la sua strada con gli strumenti per sopravvivere; il suo posto nel progetto verrebbe preso da un nuovo arrivato e, una volta che il ciclo entrasse in pieno regime, le caserme-ghetto si svuoterebbero perché rese inutili da questa accoglienza diffusa.
Con questo progetto, Calò quindi vorrebbe “trasformare qualcosa di negativo in positivo”: ci sono alternative? No, una volta che si ha raggiunto la consapevolezza del problema. L’idea di fare una scrematura in Africa infatti, vista la situazione disastrata del continente, è impensabile: significherebbe sperperare denaro per anni in un progetto che rischierebbe di essere distrutto in poche ore. L’unica strada percorribile è quella di un progetto a lungo termine, perché “pensare di risolvere il problema in pochi mesi significa avere già fallito”, dice Calò: “Siamo di fronte ad un’emergenza che potrebbe durare trent’anni”. Così come non si può continuare a parlare di principi e di valori (civili e religiosi) e poi disattenderli. In altre parole: “Possiamo far finta di niente, ma la Storia va avanti lo stesso. Meglio quindi entrare nella Storia ed incidere per quanto possibile”.

L’Azione, domenica 24 luglio 2016