La festa di Trql, cioè… tranquilli

Sarà per la strana sigla che gli fa da nome, sarà per il logo vagamente alla Keith Haring, fatto sta che l’associazione TRQL Onlus non passa certo inosservata. Il 17 giugno al parco delle piscine di Oderzo organizzerà la terza edizione di TRQL Soundcheck: scopriamo insieme cosa fa con Paolo Ragonesi, portavoce del gruppo.
«L’associazione TRQL nasce da una compagna di amici che iniziarono a trovarsi dal bar alla Marisa a Oderzo che avevano tredici anni ed hanno continuato fin quando ne avevano quasi trenta, poi ognuno ha preso la sua strada. Tre anni fa mi è venuto in mente di ricontattare i cinque fondatori di quella compagnia per fargli una proposta: siamo stati fortunati a far parte di un gruppo che ci ha tenuti lontani da brutte strade; perché quindi ora, che abbiamo 45 anni, non ci ritroviamo e proviamo a fare del bene per gli altri?
Così abbiamo fondato una ONLUS e iniziato a fare delle raccolte alimentari, la prima per i Cappuccini di Conegliano, e delle missioni mirate di beneficenza “face to face”, ovvero raccolta dei soldi e consegna diretta alla persona interessata».
Ma la sigla cosa significa?
«La nostra compagnia veniva chiamata “I tranquilli”, e TRQL era un po’ il nostro… codice fiscale».
E poi è nato il TRQL Soundcheck.
«Esattamente. Questo è il terzo anno che facciamo questo evento, sempre nel sabato di metà giugno. La prima volta fu per aiutare Gregory, un ragazzo di Oderzo affetto di distrofia muscolare Duchenne; abbiamo raccolto 2500 euro che abbiamo consegnato alla famiglia. L’anno scorso aiutammo l’associazione delle famiglie che hanno figli con questa patologia, e frequentando questi ambienti ci è venuta l’idea del parco inclusivo».
Ovvero?
«Non sapevamo nemmeno cosa fosse. Volevamo fare un parco giochi per disabili, ma ci dissero che non è una bella cosa perché i bambini disabili devono giocare insieme ai normodotati, affinché non siano discriminati. Così ci siamo informati, abbiamo fatto un progetto e lo abbiamo presentato in Comune dicendo: se noi compriamo le giostre, ci date un posto dove metterle? Così è stato individuato il parco di viale Città di Pontremoli. Da lì sono partite tante idee, tra cui una di riqualificazione dell’intera area ma che avrebbe costi proibitivi».
E allora?
«Abbiamo avuto una sorpresa: due imprenditori hanno letto sui giornali cosa avevamo in mente ed hanno deciso di aiutarci. Tenete conto che la giostra di un parco inclusivo costa dai 3500 ai 5000 euro. Loro ne comprano due, e anche il Rotary Club di Oderzo ha deciso di contribuire. E l’amministrazione comunale ci sta facilitando in vari modi».
Quest’anno cosa ci dobbiamo aspettare?
«Essendo una raccolta fondi, la nostra parola d’ordine è “raccogliere e non spendere”. Tutti quelli che collaborano con noi lo fanno gratuitamente: io mi occupo della musica, poi ci sono cinque cuochi, un elettricista, eccetera. Il nostro scopo è organizzare una bella giornata e vendere più panini possibili; poi pagheremo il service, il SUAP, la corrente e le spese fisse e il giorno dopo reinvestiremo tutto il resto per questi giochi».
E quando li vedremo?
«Due li acquisteremo subito dopo il festival e li aggiungeremo al parco giochi già esistente. E il resto a suo tempo».
Appuntamento quindi per sabato 17 giugno: la mattina per “TRQL Run”, marcia non competitiva di 5 e 10 chilometri, e dalle 18 a mezzanotte per la festa.

L’Azione, domenica 18 giugno 2017

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Profughi a Oderzo: la proposta di Calò

Foto di Martina Tommasi
Foto di Martina Tommasi


“Se a dicembre mi avessero ascoltato, oggi non avreste i migranti in caserma”. Questa è stata l’amara considerazione di Antonio Silvio Calò, tornato a Oderzo in occasione dell’apertura del Festival del Bene Comune il 20 giugno scorso, a sei mesi di distanza dalla prima volta. Calò e la sua famiglia, residenti a Camalò di Povegliano, dal giugno 2015 ospitano nella propria abitazione sei rifugiati africani per motivi di fede e di umanità. Partendo da questa esperienza, con il tempo ha elaborato un grande progetto di gestione dell’emergenza migratoria che, se attuato, eviterebbe l’insorgere di ghetti come quello opitergino e gli altri sparsi per l’Europa. Un progetto dove esperienze di accoglienza familiare come la sua sarebbero l’eccezione: sarebbe infatti impensabile affidare la gestione di un problema così complesso al volontariato e al buon cuore delle persone. Piuttosto, sostiene Calò, bisogna usare i fondi stanziati dall’Unione Europea e dallo stato italiano (si tratta dei “bandi Sprar”, ovvero i famosi “30 euro al giorno per immigrato”) per dare uno stipendio a giovani laureati disoccupati (educatori, mediatori culturali, psicologi ecc…) che seguano, in due o in tre, gruppi di sei migranti stanziati uno per comune, con la supervisione della Prefettura e l’appoggio di una cooperativa o di un’amministrazione comunale.
Perché proprio sei? Perché, conti alla mano, è il numero di persone ideale per ammortizzare le spese (per il cibo, i vestiti eccetera, soldi che finirebbero in tasca ai negozi del luogo oltretutto) e garantire uno stipendio dignitoso agli operatori. Operatori che avrebbero il compito di seguire a turno il proprio gruppo 24 ore al giorno perché, dice Calò “Non è possibile che persone provenienti da quel mondo possano imparare in poco tempo quel che noi abbiamo imparato in anni”.
I migranti a loro volta avrebbero una settimana pianificata (quindi niente giornate passate a oziare) con l’obbligo di studiare l’italiano e, gradualmente, di imparare un mestiere in modo da essere pronti ad entrare nel mercato del lavoro in caso di necessità: ora come ora infatti il loro destino è trovarsi in mezzo una strada, in balia della criminalità, sia se gli viene accolta la richiesta di asilo sia se gli viene respinta, perché non ci sono fondi per rimpatriarli. Al termine di questo percorso di due anni (che Calò definisce “una sana progettazione della propria vita”) il migrante se ne andrebbe per la sua strada con gli strumenti per sopravvivere; il suo posto nel progetto verrebbe preso da un nuovo arrivato e, una volta che il ciclo entrasse in pieno regime, le caserme-ghetto si svuoterebbero perché rese inutili da questa accoglienza diffusa.
Con questo progetto, Calò quindi vorrebbe “trasformare qualcosa di negativo in positivo”: ci sono alternative? No, una volta che si ha raggiunto la consapevolezza del problema. L’idea di fare una scrematura in Africa infatti, vista la situazione disastrata del continente, è impensabile: significherebbe sperperare denaro per anni in un progetto che rischierebbe di essere distrutto in poche ore. L’unica strada percorribile è quella di un progetto a lungo termine, perché “pensare di risolvere il problema in pochi mesi significa avere già fallito”, dice Calò: “Siamo di fronte ad un’emergenza che potrebbe durare trent’anni”. Così come non si può continuare a parlare di principi e di valori (civili e religiosi) e poi disattenderli. In altre parole: “Possiamo far finta di niente, ma la Storia va avanti lo stesso. Meglio quindi entrare nella Storia ed incidere per quanto possibile”.

L’Azione, domenica 24 luglio 2016

B.L., da quattro anni in viaggio

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Oggi su L’Azione la storia della vita di uno dei profughi che accogliamo a Piavon

Pubblicato da Caritas Vittorio Veneto su Giovedì 18 febbraio 2016

La Curia diocesana [di Vittorio Veneto] è uno dei pochi soggetti che nella nostra zona ha risposto all’appello del Prefetto a mettere a disposizione degli alloggi per fronteggiare l’emergenza migratoria che in questi mesi sta interessando Europa e bacino del Mediterraneo.
Per questo motivo, grazie alla collaborazione tra Caritas diocesana e Prefettura, da lunedì 1° febbraio dodici ragazzi africani alloggiano in due appartamenti di proprietà dell’Istituto di Sostentamento del Clero a Piavon.
I dodici provengono dalla Guinea Conakry, una nazione che molti di noi, pur essendo andati a scuola, faticherebbero a trovare sulla cartina. Lì invece l’istruzione è un lusso per pochi, così come il lavoro e la salute. Cambiare le cose nella situazione attuale è improponibile, per cui andarsene diventa inevitabile per un giovane intraprendente, sempre che possieda una somma sufficiente per poterselo permettere.
Le storie di questi dodici ragazzi di Piavon sono tutto sommato simili: noi vi raccontiamo quella di B. L., un giovane come tanti.
Non avere accesso all’istruzione e ai media porta anche a credere a chi ti promette di portarti, e per giunta via terra, a lavorare in una ricca nazione chiamata Spagna. Nel 2012 B. L. ha ventidue anni quando lascia il suo villaggio con un cellulare e un po’ di soldi in tasca per intraprendere un viaggio verso il nord del mondo. Dopo un mese, e dopo aver attraversato il deserto del Sahara, arriva in Libia.
Muammar Gheddafi, nonostante i suoi metodi dittatoriali, reclamava il rispetto per tutti gli africani, da grande sostenitore dell’Unione Africana qual era: ma quando B. L. arriva, Gheddafi è morto, il paese è nel caos e gli immigrati neri vengono guardati con diffidenza dagli arabi. Ben presto così B. L. si ritrova in prigione, dove rimane due anni, fin quando i carcerieri, più che altro per pietà, lo liberano.
B. L. lavora per un anno in loco come idraulico ma la situazione del paese peggiora ulteriormente: per un nero l’alternativa è farsi ammazzare per strada o cedere alle lusinghe e ai soldi dei terroristi di Boko Haram, per ritrovarsi a fare il kamikaze. Quindi contatta degli scafisti del luogo che gli propongono di portarlo in Europa in nave pagando circa 500 euro.
Da lì in poi è una strada senza ritorno: alla partenza, quando i migranti capiscono che non esiste nessuna nave, e che il mezzo di trasporto per l’intera traversata sarà un semplice gommone, chi si rifiuta di salire viene preso a bastonate dagli scafisti e caricato a forza. Gli stessi sequestrano il denaro rimasto nelle tasche dei passeggeri lasciandogli solo il telefonino, e distruggendogli i documenti per evitare il rischio che qualcuno possa risalire a loro.
La pericolosa traversata del Mediterraneo termina a Lampedusa. Dalla Sicilia, il ragazzo e gli altri suoi conterranei sono stati trasferiti nella casa di Piavon, l’ultima tappa finora di quasi quattro anni di calvario.
Una storia come questa dovrebbe far capire come di fronte ad un problema di tali dimensioni non esistono soluzioni semplici e veloci. E che non è opportuno fare distinzioni tra profughi di guerra e migranti economici, magari per accogliere i primi e respingere i secondi. E, infine, che aiutare questa gente a casa loro come chiedono in tanti potrebbe essere una buona idea solo se fosse praticabile: non lo è di certo né in Libia né Siria, ma non lo è nemmeno in gran parte del continente africano, dove la corruzione delle classi dirigenti e i conflitti di natura etnica o religiosa il più delle volte sono alimentati dagli interessi di noi occidentali. Non dimentichiamolo.

LA SITUAZIONE A PIAVON
Nei due appartamenti di Piavon sono attualmente alloggiati dodici ospiti, di età compresa tra i 35 e i 17 anni: questi ultimi probabilmente ne hanno qualcuno in più, essendo stati registrati tardivamente all’anagrafe dalle famiglie, impossibilitate a pagare le tasse per i figli.
Hanno l’obbligo del coprifuoco dalle ore 20 alle 8 del mattino, orari in cui le forze dell’ordine passano per l’appello. Dal 22 febbraio dovranno frequentare dei corsi scolastici presso le scuole medie di Oderzo in base alla loro istruzione. Per il resto sono tenuti al rispetto reciproco, a tenere gli appartamenti puliti e in ordine, a mantenere un profilo basso e a comportarsi bene: sono infatti al corrente che chi non rispetta le regole perde automaticamente i diritti di rifugiato, oltre a danneggiare l’intero gruppo. Presto potranno, su autorizzazione della Prefettura, fare volontariato in base alle richieste che perverranno dal territorio. Parlano francese e sono seguiti da una mediatrice culturale insieme ad altre figure professionali.
La Caritas ha precedentemente incontrato il consiglio pastorale della parrocchia ottenendone la disponibilità all’accoglienza.

L’Azione, domenica 21 febbraio 2016

Per una Chiesa scalza

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Ernesto Olivero, fondatore del Sermig di Torino, è stato ospite della parrocchia di Ponte della Priula lo scorso fine settimana, parlando all’omelia della S. Messa prefestiva e tenendo in serata un affollato incontro pubblico in teatro parrocchiale. L’ospite per gran parte della serata ha dialogato con i presenti, arrivati da mezza diocesi, rispondendo alle loro domande pescando dalla sua esperienza di vita: l’esperienza di un gruppo giovani missionario nato nel 1964 a Torino per cambiare il mondo, e che oggi in tre sedi nel mondo fornisce quindicimila “risposte” al giorno ad altrettante persone in difficoltà.
Dalla “Fraternità della Speranza” sono passati personaggi famosi e gente comune di ogni tipo. Tra questi, milioni di giovani. «I giovani non credono più alle parole, ma cercano testimoni – dice Olivero, – ma ogni giorno i media gli pongono davanti personaggi che predicano pur facendo cose ignobili. Noi possiamo contrastare questi maestri alla rovescia solo con una preparazione costante: la Chiesa quindi deve rinascere inventando un catechismo permanente, che duri tutta la vita, fatto da preti, suore, laici appassionati. Un catechismo appassionante, che i ragazzi non vedano l’ora di andarci».
«La Chiesa è un’alta autorità morale, ma se non scende dal pulpito non può chiedere alla politica di essere santa», sostiene Olivero: una “Chiesa scalza”, che semina e soffre in mezzo alla gente, evangelizzerebbe il mondo in poco tempo. Una Chiesa dai bilanci pubblici, dove laici e clero sono corresponsabili, e che non divide il mondo tra credenti ed atei, ma tra uomini di buona volontà e non. «E chi sono?», gli chiese una volta il filosofo ateo Norberto Bobbio. «I primi sono coloro che in nome delle proprie inclinazioni filosofiche, filantropiche, partitiche o religiose si fanno gli affari degli altri. I secondi invece per gli stessi motivi si fanno gli affari propri».
Questo è Ernesto Olivero: un uomo che ha sognato in grande e che ha fatto grandi cose lasciandosi guidare dai giovani e da “un uomo o una donna di Dio”, ovvero un prete o un/a religioso/a. Un personaggio che pare uscito proprio da quella Bibbia dalla quale non si separa mai e che apre in continuazione per pregare. Un miracolo, o se preferite una contraddizione vivente, che divenne controvoglia guida del Sermig pretendendo in cambio di non dover mai salire in aereo o parlare in pubblico, ma che a distanza di quasi cinquant’anni ha compiuto entrambe le operazioni migliaia di volte. Un umile, rimasto tale pur avendo “rischiato” di vincere il Nobel per la Pace, incontrato gli ultimi quattro papi più di cento volte e coinvolto nei propri progetti letterati, politici, sportivi, personaggi dello spettacolo, ex terroristi, atei e via dicendo. L’Arsenale della Pace, ex fabbrica di armi sede del Sermig dal 1983, è la testimonianza più visibile di quella che il presidente Napolitano ha definito “un’eccellenza italiana” e “Costituzione vivente”.

L’Azione, domenica 27 gennaio 2013

La strana solidarietà del Banco Farmaceutico

Ieri era la dodicesima giornata del Banco Farmaceutico. Ovvero: vai in una farmacia convenzionata, acquisti un farmaco da banco e questo verrà donato a chi vive ai limiti della sussistenza.

L’iniziativa è organizzata dalla Fondazione Banco Farmaceutico, una onlus nata a Milano “nel 2000 grazie alla collaborazione tra la professionalità della Federfarma di Milano e l’esperienza nel settore sociale della Compagnia delle Opere”. I promotori sono quindi la federazione dei farmacisti e un’associazione di imprenditori vicina a Comunione e Liberazione.

Dunque: per aderire all’iniziativa devo andare in farmacia e comprare un farmaco. I miei soldi finiscono in primis nelle tasche del farmacista (la cui federazione è promotrice dell’iniziativa), e indirettamente alla casa farmaceutica che ha prodotto il farmaco. Il farmaco che ho comprato viene quindi donato a chi ne ha bisogno.

Semplificando: “Pagami, e io con quei soldi faccio beneficenza”.

Posso dire che in tutto questo c’è qualcosa che non mi torna?

Robin Hood toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Qui invece si dà ai ricchi per dare ai poveri.

O sbaglio?

Dacci oggi la nostra acqua quotidiana

Nella sera di giovedì 19 maggio il patronato di Motta di Livenza ha ospitato un incontro dal titolo “Dacci oggi la nostra acqua quotidiana”. Ovvero: come vivere evangelicamente l’impegno a favore del sì ai due referendum del 12 e 13 giugno che riguardano la privatizzazione dell’acqua.
L’incontro è stato organizzato da Francesco Marchese e Silvia Tolfo, due mottensi dei Giovani Impegno Missionario di Padova, gruppo che fa riferimento ai missionari comboniani. Su suggerimento del parroco don Rino Bruseghin, nell’iniziativa sono stati coinvolti a vario titolo AGESCI e Azione Cattolica di Motta, il gruppo “Giorgio La Pira” e la pastorale diocesana per il Lavoro.
Il primo dei due ospiti ad intervenire è stato Andrea Menzato, giovane di “Facoltà di intendere”, gruppo vicino ai comboniani che discute di attualità. Menzato ha ben illustrato ai presenti i dettagli delle leggi che i referendum vogliono abrogare. Questione nodale non è la privatizzazione della distribuzione dell’acqua in sé, ma le sue modalità: la legge infatti costringe tutti i comuni, anche quelli virtuosi, a cedere obbligatoriamente il 60% della gestione dell’acqua ai privati entro il 2013 e il 70% entro il 2015. Ma il privato che gestirà la distribuzione dell’acqua, vedrà questa come un servizio da dare ai cittadini o come una possibilità di lucro? Qui si arriva al nodo cruciale del secondo referendum, ovvero l’“adeguatezza della remunerazione del capitale investito”: quando il profitto del privato può considerarsi “adeguato”? Questo la legge non lo spiega. Si badi che il privato lavorerebbe in regime di monopolio: il cittadino, se riterrà che i prezzi dell’acqua del rubinetto saranno troppo cari, non potrà di certo comprare l’acqua del rubinetto del comune vicino. E gli amministratori locali non potranno intervenire sui prezzi.
Il secondo a parlare è stato padre Daniele Zarantonello, missionario comboniano: «Quando parliamo di mercificazione dell’acqua – ha affermato – non prendiamo il nostro posto nel mondo, ma diventiamo dèi che decidono, manipolano, distruggono, che decidono la vita e la morte delle persone. Abbiamo messo al centro della nostra vita il profitto, ma dovremo rimetterci proprio LA vita». Padre Daniele però guarda con ottimismo al futuro: «A livello planetario sento che si sta muovendo qualcosa che ci sta spiazzando, e che spiazza la logica del mercato: stiamo vivendo non più un “epoca di cambi” ma “un cambio di epoca”». Ha citato il nord Africa e i tanti movimenti popolari sviluppatisi negli ultimi anni nel silenzio, lì dove le multinazionali (anche nostrane, tipo Enel o Benetton) fanno il bello e il cattivo tempo. «Il milione e quattrocentomila firme raccolte in Italia per il referendum è una partecipazione a questa lotta, ci stiamo mettendo nell’alveo di quel fiume che sta progettando un futuro diverso. Non sentiamo che qui c’è Dio che sta agendo e che ci chiede di alzarci in piedi e recuperare un po’ di dignità».
Eppure all’interno del mondo cattolico nostrano c’è poca voglia di esporsi. «Ma non stiamo parlando di partitelli, di destra o sinistra, stiamo parlando di vita – ha continuato – Per aprire gli occhi occorre parlare, confrontarsi, come fecero i discepoli di Emmaus con Gesù. L’alternativa è tacere e infondere nella società la rassegnazione. Credere in questo cambiamento è una questione di fede: il cristiano non può stare a guardare mentre tutto questo avanza».
Ma cosa possiamo fare come comunità cristiana? Non servono grandi cose. Un esempio? Le sagre parrocchiali. «Lo so che bisogna raccogliere soldi per l’asilo e il tetto della chiesa, ma rinunciamo all’acqua in bottiglia – ha proposto – Portiamo un tema etico nelle nostre sagre. Una bottiglia di acqua “San Rubinetto” sopra il tavolo, così la gente inizia a discutere. Una provocazione che aiuti a riflettere è l’inizio della trasformazione».

L’Azione, domenica 5 giugno 2011

P.S. Un incontro sullo stesso tema, ma che avrà come ospite don Nandino Capovilla di Pax Christi, Si terrà martedì 7 giugno alle 20.30 nella sala del Duomo di Oderzo.

Nuovi stili di vita a Oderzo

“Nuovi stili di vita”: questo il titolo di una serata organizzata dall’AGESCI Oderzo I al teatro Brandolini, venerdì 4 febbraio.
Padre Adriano Sella, missionario saveriano, delegato della diocesi di Padova per la pastorale sociale del lavoro, è promotore della cosiddetta “Rete interdiocesana Nuovi stili di vita”, progetto al quale aderisce anche l’Ufficio Pastorale Sociale della nostra diocesi. La nostra società – dice – è piena di problemi legati a uno stile di vita che non potrà durare a lungo: un consumismo sfrenato che genera bisogni indotti dalla pubblicità, stress, infelicità, mancanza di tempo e quindi un impoverimento nelle relazioni umane. E uno sfruttamento insostenibile della natura, tema tanto caro a papa Benedetto, che contrasta col mandato di Dio all’uomo nella Genesi di essere suoi “con-creatori”, di custodire, salvaguardare e addirittura migliorare il Creato.
L’unica via di uscita è quindi adottare nuovi stili di vita, che non sono atti di eroismo, ma semplicemente “fare il possibile, nel quotidiano”, per cambiare la società. Anche solo salutare o bere un caffè insieme più spesso. O ancora rinunciando qualche volta all’automobile e camminare. O ancora scegliendo la sana ed economica acqua del rubinetto invece che quella costosa in bottiglia. E così via.
E’ un cambiamento che deve partire dal basso, come già aveva capito papa Wojtyla, e che ha già ottenuto risultati apprezzabili, per esempio con i Gruppi di Acquisto Solidali, o meglio ancora col Commercio Equo e Solidale che, partito dalla volontà di uno sparuto gruppo di persone, oggi in Gran Bretagna e Svizzera copre percentuali consistenti del mercato di caffè e banane. Questo grazie alla grande forza dei consumatori che, se ben usata, può fare molto, come dimostrano le sterzate di banche e multinazionali alla propria politica commerciale spinti dalle critiche della clientela.
L’importante, per padre Adriano, è saper discernere, distinguere l’importante ed eliminare l’inutile sposando quindi un’evangelica sobrietà che ci liberi dalle dipendenze moderne (non solo fumo e droga, ma anche TV o cellulare). Comprare meno significa avere non solo più soldi ma anche più tempo per se stessi, e per lo stesso motivo occorre “lavorare per vivere”, e non il contrario.
L’ultima speranza è che il cambiamento, da personale, diventi prima comunitario e poi istituzionale: un cambiamento già in atto.

L’Azione, domenica 13 febbraio 2011