Di shopping, Natale e elezioni

Non so chi sia stato il primo a sostenere che al giorno d’oggi si vota di più col portafoglio che con la tessera elettorale. Forse padre Alex Zanotelli, forse no. Potrebbe sembrare un’affermazione un po’ idealista, ma gli immancabili servizi dei nostri telegiornali sullo shopping natalizio dimostrano la sua veridicità in modo quasi scientifico.
Tralasciando infatti i disperati tentativi di spingere la gente a spender soldi, descrivendo vie Condotti o vie Montenapoleone intasate come neanche il Maha Kumbh Mela, e la criminale espressione “stress da regalo”, che visti i tempi che corrono suona come una bestemmia durante una messa con papa Francesco, per il resto tali servizi hanno un tono molto elettorale. Infatti:
1. Si sciorinano considerazioni sull’affluenza, dopo che nei giorni precedenti si è ragionato sui sondaggi (le previsioni della Confqualcosa di turno sui consumi degli italiani);
2. Si ricordano gli orari di apertura, o meglio, l’orario di chiusura (oggi alle ore 18, perlomeno a Roma, per cui il tempo stringe ed è il caso di sbrigarsi);
3. Si discute sulla scelta del “candidato” migliore (Oggettino di culto hi-tech? Capo di vestiario? Un profumo? O il classico libro?);
4. Ci sono ovviamente gli indecisi (espressione tipica: “non so cosa comprare”), e se non si trova il “candidato” migliore, si passa al meno peggio;
5. Immancabile, arriva il momento degli exit poll (Le interviste ai passanti che non vedono l’ora di rivelare agli italiani cos’hanno comprato a fidanzati/e o mariti/mogli).
I risultati sono che in tutto questo gran guazzabuglio di carte di credito, babbinatale e cappelletti in brodo, puntualmente il Festeggiato si trasforma in Dimenticato.
Su chi fa la parte del Dimenticato in occasione delle elezioni, io un’idea ce l’ho, ma si accettano comunque suggerimenti.

(A proposito: buon Natale. E buon 2014. Ne abbiamo tutti un po’ bisogno, mi sa.)

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Crisi e cambiamento

Nella serata di mercoledì 27 novembre la pastorale giovanile della forania di Conegliano ha organizzato una serata con Riccardo Milano, economista, ex promotore finanziario in seguito… “pentitosi” e diventato uno dei fondatori di Banca Etica. In una sala del Toniolo, presente circa un centinaio di persone, ha conversato sul tema “La crisi che fa crescere”. Crescere? Sì, perché in greco antico “crisi” è etimologicamente vicino al termine “opportunità”.
Il dott. Milano ha identificato sette tipi di crisi differenti; oltre alla economica e finanziaria, sotto gli occhi di tutti, siamo in mezzo ad una crisi delle teorie economiche: dal 1970 ad oggi ci sono state quattrocento crisi, e ora non esiste più un modello economico adatto ad affrontarle. Esiste poi una crisi della politica: negli ultimi trent’anni è essa stata fagocitata dalla finanza e non fa più il suo ruolo, per cui ha salvato le banche, prime responsabili di quanto sta accadendo; ma esse, oltre a non aver cambiato atteggiamento, ora ricattano gli stati chiedendo di adeguarsi quando dovrebbe essere il contrario, ed impongono ad essi tagli al welfare, additato come causa della rovina. La quinta crisi riguarda la fiducia: “credito” deriva da “credere” ma gli istituti di credito non si fidano tra di loro né si fidano dei cittadini. Da tutto questo nasce la crisi dell’etica, accantonata per creare una finanza senza alcun principio, e una crisi culturale: “Studiate – ha chiesto il dott. Milano agli studenti coneglianesi che componevano la maggioranza dei presenti, – perché se non si studia non si può capire la realtà e quindi trovare il modo di uscire da questa spirale, e perché “se non lo fate voi lo faranno gli indiani e i cinesi”.
La speranza ha due figli, ha affermato il dott. Milano citando sant’Agostino: l’indignazione e la voglia di cambiare. Da qui, secondo lui bisogna ripartire. Indignarsi per le forti disuguaglianze che questo sistema ha creato, indignarsi nel sapere che navighiamo senza saperlo sopra ad un mare di soldi, al confronto del quale il debito pubblico italiano è una bazzecola; soldi che potrebbero risolvere tanti problemi ma che sono controllati da poche centinaia di istituzioni private nel mondo. Indignarsi, e quindi cambiare: come? Attraverso lo studio, come già detto: in particolare e gli studenti nelle facoltà di economia devono pretendere dai loro insegnanti di studiare le alternative al sistema attuale, che ci sono. Si chiamano, per esempio, banca etica e mercato equo e solidale. Si cambia poi con la politica: “Anche se gli esempi attuali non sono incoraggianti – ha affermato – dobbiamo ricominciare ad occuparci di politica”, la “più alta forma di carità” secondo la definizione di papa Paolo VI. Nuove leggi che blocchino i meccanismi che permettono alla finanza di arricchire pochissime persone, che tassino le transazioni finanziarie, che eliminino i paradisi fiscali. La dottrina sociale della Chiesa – ha concluso – ci chiede infine di cambiare il nostro stile di vita: occorre più sobrietà, maggiore capacità di ascolto, nuove relazioni con gli altri.

L’Azione, domenica 8 dicembre 2013

La “Riconciliazione Nazionale” di Nelson Mandela

Questa mattina ho saputo della morte di Nelson Mandela. E penso siate d’accordo con me che un personaggio di tale caratura meriti di più di un post di cordoglio su Facebook o di un tweet, no? Io vi consiglio il capitolo che gli dedica Marianella Sclavi nel volume Arte di ascoltare e mondi possibili, e che riguarda l’esperienza della Truth and Reconciliation Commission (1995), istituzione che volle raccogliere le testimonianze non solo dei crimini commessi dalla popolazione bianca nei confronti di quella nera, ma anche delle violenze commesse dai gruppi anti-apartheid verso la popolazione bianca negli anni della transizione democratica.

Purtroppo qui in Italia operazioni simili non sono mai state compiute, e il brutto rapporto che abbiamo con la nostra storia degli ultimi centocinquant’anni ne è la conseguenza. Google Books vi regala le prime tre pagine del capitolo, per le altre fatevi un giro in biblioteca.

Destino e responsabilità personali

Leggo che oggi sono stati celebrati i funerali di Doriano Romboni, ex motociclista professionista deceduto per incidente a 45 anni sabato scorso durante la seconda manifestazione in memoria di Marco Simoncelli, il quale in una situazione simile perse la vita ad appena 24 anni due anni fa.
Paolo Simoncelli di Marco è il padre. Egli avrà anche vissuto il peggiore dei lutti possibili e farà tanta beneficenza, ma questo non lo rende di certo immune da uscite infelici. Riguardo la morte di Romboni, ha parlato di “destino” ed ha sostenuto che, se non fosse morto ieri, magari sarebbe morto in un’incidente stradale da un’altra parte. Ed oggi, ai funerali, ha ribadito il concetto.
No, caro Paolo: le cose non stanno così. Doriano, e anche tuo figlio, sono morti perché hanno consapevolmente SCELTO di fare un mestiere pericoloso.
E se a tuo figlio, a sette anni, gli avessi dato in mano un pallone da basket o un violino, difficilmente sarebbe morto lavorando.
Tirare in ballo il destino, o anche il Padreterno, all’indomani di qualsiasi tragedia, è un modo patetico di pulirsi la coscienza e di sfuggire alle nostre responsabilità di esseri umani.
Mi sembra proprio che in occasione di incidenti stradali con vittime, questo avvenga spesso. Se, nel paese europeo col più alto numero di morti in strada, vogliamo imparare qualcosa da questi lutti e cambiare davvero le cose, questa è davvero la strada sbagliata.