E fu così che intervistai gli Uochi Toki.


Se non li avete mai sentiti in televisione o in radio, non preoccupatevi: a chi vive ed intende la musica come gli Uochi Toki queste cose interessano relativamente. Se gli parli di carriera ti rispondono che “Alle vie percorse da carri noi preferiamo quelle percorse a piedi”: gli Uochi Toki, ovvero Napo e Rico, sono due giovani provenienti dalla provincia (anzi, dalle campagne) di Alessandria che fanno rap, anche se molti rappers non sarebbero d’accordo con questa definizione. Sette dischi alle spalle, gli ultimi due pubblicati da La Tempesta, il collettivo di artisti di Maniago che fa capo a Davide Toffolo, fumettista e chitarrista/paroliere dei Tre Allegri Ragazzi Morti: due album che ha imposto il duo come una delle più interessanti proposte musicali uscite negli ultimi anni nel nostro paese.
Li abbiamo incontrati il 23 luglio a Villa Manin a Passariano di Codroipo, per Villa Tempesta, ovvero il festival della loro, tra virgolette, “etichetta discografica indipendente”.
Da alcuni vostri testi pare che seguiate uno stile di vita che ricorda da vicino la cosiddetta “decrescita felice”. Questa somiglianza è causale, o no? Pensate sia un modello che si possa diffondere in massa?
RICO: E’ una semplice rappresentazione di ciò che facciamo e del nostro standard abitativo; se tutti seguissero il nostro esempio, il bilanciamento del mercato si sposterebbe e ci toccherebbe trovare un’altro punto di equilibrio. Non parliamo di ideali ma di idee (legate al contesto).
NAPO: La diffusione di massa porta errori di trascrizione, mentre la creazione personale con cui ognuno può editare il proprio stile di vita non può che portare a scelte ecologiche quando le proprie esigenze sono ben comprese.
Altrove invece emerge con una certa chiarezza il vostro voler abitare in provincia. A cosa è dovuto?
RICO: Campagna, meno vicini, il non abitare in un condominio, il dover fare tanta strada per fare qualsiasi cosa (e le conseguenti riflessioni sul farla o meno), il silenzio, la notte, il caos, gli insetti, il freddo durante l’inverno, un garage pieno di spazzatura, il fango in casa, i panni stesi fuori, internet a banda media.
NAPO: “Provincia” è un vocabolo che non indica le caratteristiche di un luogo se non in contrapposizione con il vocabolo “città”. A noi piace abitare in un luogo dove la densità di popolazione permetta di respirare senza che qualcuno attorno a noi debba tirare in ballo scemenze retoriche tipo il buonsenso e il rispetto per le altre persone. Noi abitiamo in campagna, non in provincia. anche se si tratta di una campagna in provincia di Rimini.
Cosa significa, in Italia e nel 2011, cercare di vivere di musica non commerciale? Voi come ve la cavate, e soprattutto come vi ha influenzato il fatto che, come dite nei vostri pezzi, non volete trasferirvi a Milano e non avete quindi avuto “le cosiddette possibilità che una grande città offre”?
RICO: Parlando così si fa solo un discorso quantitativo (chi ha le possibilità più GRANDI), a me piacciono le possibilità commisurate.
NAPO: Già “Italia” e “2011” sono due denominazioni di spazio e tempo a cui si può trovare un senso solo abbandonando a metà dei ragionamenti. Figurati l’espressione “vivere di musica”… Insomma, basta con questa cura ossessiva per come ci si guadagna da vivere. “Come ti guadagni da vivere” non è un argomento di conversazione. La distinzione “lavoro-tempo libero” porta ad estremi insoddisfacenti. Possiamo dire che dobbiamo fare altri lavori oltre al suonare per avere dei soldi, che suonare non è un lavoro per noi, che abbiamo una definizione di lavoro molto più vasta della media, che siamo pronti anche a chiedere l’elemosina se finiremo in mezzo alla strada e che in quel caso riusciremmo di sicuro a trovare dei lati divertenti per una condizione di miseria. Bisogna essere pronti a divertirsi anche nella peggiore delle ipotesi.
Napo, da quanto tempo sei un mago? E da cosa derivano tutti questi riferimenti al mondo della magia nel vostro ultimo disco?
NAPO: Sono un mago dal momento in cui mi sono immaginato di esserlo. I riferimenti alla magia non sono altro che metafore per fare emergere il valore dell’immaginario e per distruggere la contrapposizione tra immaginazione e realtà, astratto e pratico.
Come sono Napo e Rico quando escono con gli amici a bersi una birretta? Stordite gli altri con il vostro italiano prolisso e corretto o lasciate parlare un po’ anche loro?
RICO: Non vado a bere nessuna “birretta” con “nessuno”, i miei amici passano per delle cene a casa mia (o viceversa) e sanno benissimo badare alla loro lingua italiana. In compagnia parlo solo se sono a mio agio.
NAPO: Il nostro italiano non è corretto. E’ inventato e personalizzato sulla base di regole corrette che ci permettiamo di storpiare quando lo riteniamo opportuno. Per quanto riguarda l’uscire a noi non serve la scusa di una birra, di solito andiamo a incontrare delle persone e con queste chiacchieriamo o dosiamo le pause. Non releghiamo il divertirsi o rilassarsi a delle specifiche occasioni ben delimitate, ogni momento deve essere una macedonia di rilassatezza e frenesia nelle percentuali che più sono appropriate.
Scherzi a parte, ad inizio carriera più che moltiplicare le parole tendevate a moltiplicare le tracce. A cos’è dovuta questa “svolta”?
RICO: Quale svolta? Fare meno tracce? I fan dovranno pure trovare un appiglio per dire che i dischi degli esordi erano “migliori”.
NAPO: Carriera? Alle vie percorse da carri noi preferiamo quelle percorse a piedi.
Napo, nei tuoi testi non solo dimostri di avere un’ottima padronanza dell’italiano, ma anche di voler riflettere sull’italiano stesso. Mi verrebbe quasi da definirti un cultore della lingua. A cosa è dovuta questa peculiarità? Studi passati? Passione?
NAPO: la padronanza dell’italiano come traguardo e abilità è un qualcosa di scolastico, appartiene ad alunni, studenti e professori. Ognuno ha la sua personale padronanza dell’italiano, anche il coatto che usa “zio” come intercalare. Non ho studiato nulla, io ascolto i discorsi altrui anche se potrebbe sembrare che io copra gli altri con i miei discorsi solo perché nei dischi e nei concerti dico molte parole.
Altra vostra caratteristica è l’utilizzo di basi piuttosto minimali. Perché questa scelta? Per far risaltare meglio il testo o c’è dell’altro?
RICO: Credi davvero che sulle mie basi ricche di armoniche dispari il testo emerga meglio? Il mix ha come obiettivo fare capire ogni singola parola, l’elettronica descrive (almeno secondo la mia visione) gli ambienti e le situazioni INTEGRANDO il testo (e non riempiendo range di frequenze non occupate dalla voce).
NAPO: essenziali, non minimali. Il minimale punta a rimanere scarno mentre l’essenziale può essere abbondante se serve.
Un giorno vi siete ritrovati a collaborare con i vicentini Eterea Post Bong Band. Un gruppo che apparentemente non ha nulla da spartire con voi, né musicalmente né geograficamente. Com’è nata questa collaborazione?
RICO: La musica e la geografia mi interessano relativamente, a me interessano le persone (e loro sono delle persone rare).
NAPO: Bisogna vivere la geografia, non usarla come metro di non-fattibilità tenendo come unico dato la distanza.
Non è l’unico legame che avete con il nord Est. La Tempesta è l’etichetta che vi ha permesso di uscire dall’anonimato. Com’è lavorare con questa realtà?
RICO: la musica e la geografia mi interessano relativamente, a me interessano le persone (e loro sono delle persone rare).
NAPO: noi non lavoriamo con nessuna Realtà. E la Tempesta non è un’etichetta.

Aggiornamento: l’intervista, tagliata per motivi di spazio, verrà pubblicato nel numero di “Vita Nuova” di Trieste di domenica 7 agosto 2011. 

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