Il Monticano: come si distrugge un fiume

Video streaming by UstreamÈ stato piuttosto sconfortante l’intervento di Michele Zanetti durante il dibattito sul progetto Giramonticano. “La mia qualifica è penalizzante – ha esordito – perché sono un naturalista e vedo nell’ambiente cose che voi non vedete. E a queste cose dò un’importanza che voi e gli amministratori non riuscite ad attribuire”.
“Il Monticano è uno dei fiumi più degradati che io conosca – ha affermato – Le sue sponde sono massicciate con sassi di dolomia, e le sue acque inquinate da rifiuti solidi urbani che sono l’emblema della nostra civiltà: in cinquant’anni siamo riusciti a compromettere la regione più ricca di ambiente di paesaggio, la sintesi degli ambienti riscontrabili in Europa dall’artico al Mediterraneo”. Flora e fauna non stanno di certo meglio: “Lungo le sponde del fiume crescono lunghe siepi di piante nordamericane infestanti che si alternano alle ortiche, le quali nascono in presenza di escrementi. Come faccio a parlare bene di un ambiente simile?” Pure i cigni, aggiunge Zanetti, per quanto belli sono elementi estranei all’ambiente. E dopo questa premessa è andato al dunque: “Ora si vorrebbe fare il Giramonticano seguendo esperienze simili realizzate presso altri fiumi veneti, che però non hanno tenuto minimamente conto della valenza naturalistica degli argini. Perché gli argini sono gli ultimi prati della nostra pianura”. Gli ultimi, quindi, che permettono alle greggi di transumare dal Trentino a Caorle e a presentare la biodiversità tipica dei prati, ormai cancellata ovunque. “Non si stanno estinguendo le farfalle, come sostiene qualcuno – aggiunge – ma i prati”.
Egli si è dimostrato scettico anche sulla valenza turistica del progetto: “Cosa dovremo mostrare ai turisti? Il degrado che siamo riusciti a produrre, anche dal punto di vista estetico?” Zanetti, provocatoriamente ma non troppo, ci porterebbe i bambini: “Se io dovessi portare una scolaresca ad imparare come si distrugge un fiume, la porterei sul Monticano”. Nel suo discorso non ha ovviamente dimenticato quella che è la funzione principale degli argini, ovvero la difesa dalle piene, così frequenti specie negli ultimi anni, soprattutto nel basso Livenza, dove il fiume scorre “pensile”, ovvero più alto dei terreni circostanti. La sua contrarietà a pavimentarne la sommità è totale: “Gli argini sono fatti per i pedoni, per camminare sull’erba”, ribadisce, pensando soprattutto agli anni della sua infanzia. Zanetti, a sorpresa, ne fa pure un discorso di identità: “L’identità veneta è il nostro ambiente, non le nostre lingue: l’ambiente che in passato abbiamo saputo governare e che era tra i più ammirati d’Europa, e che oggi bruciamo al ritmo di dodici ettari al giorno, e non per rimboschire o fare agricoltura di qualità, ma per realizzare rotonde, outlet e capannoni”.
“Compromettere l’integrità di un argine, così come tombinare un fosso, per realizzare una pista – ha concluso – significa non aver compreso nulla sull’importanza di queste infrastrutture minori”.

Da L’Azione, domenica 27 gennaio 2013

Sopra: la registrazione integrale della serata, per la quale si ringrazia l’associaizone Kantiere Misto di San Polo di Piave (TV)

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Per una Chiesa scalza

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Ernesto Olivero, fondatore del Sermig di Torino, è stato ospite della parrocchia di Ponte della Priula lo scorso fine settimana, parlando all’omelia della S. Messa prefestiva e tenendo in serata un affollato incontro pubblico in teatro parrocchiale. L’ospite per gran parte della serata ha dialogato con i presenti, arrivati da mezza diocesi, rispondendo alle loro domande pescando dalla sua esperienza di vita: l’esperienza di un gruppo giovani missionario nato nel 1964 a Torino per cambiare il mondo, e che oggi in tre sedi nel mondo fornisce quindicimila “risposte” al giorno ad altrettante persone in difficoltà.
Dalla “Fraternità della Speranza” sono passati personaggi famosi e gente comune di ogni tipo. Tra questi, milioni di giovani. «I giovani non credono più alle parole, ma cercano testimoni – dice Olivero, – ma ogni giorno i media gli pongono davanti personaggi che predicano pur facendo cose ignobili. Noi possiamo contrastare questi maestri alla rovescia solo con una preparazione costante: la Chiesa quindi deve rinascere inventando un catechismo permanente, che duri tutta la vita, fatto da preti, suore, laici appassionati. Un catechismo appassionante, che i ragazzi non vedano l’ora di andarci».
«La Chiesa è un’alta autorità morale, ma se non scende dal pulpito non può chiedere alla politica di essere santa», sostiene Olivero: una “Chiesa scalza”, che semina e soffre in mezzo alla gente, evangelizzerebbe il mondo in poco tempo. Una Chiesa dai bilanci pubblici, dove laici e clero sono corresponsabili, e che non divide il mondo tra credenti ed atei, ma tra uomini di buona volontà e non. «E chi sono?», gli chiese una volta il filosofo ateo Norberto Bobbio. «I primi sono coloro che in nome delle proprie inclinazioni filosofiche, filantropiche, partitiche o religiose si fanno gli affari degli altri. I secondi invece per gli stessi motivi si fanno gli affari propri».
Questo è Ernesto Olivero: un uomo che ha sognato in grande e che ha fatto grandi cose lasciandosi guidare dai giovani e da “un uomo o una donna di Dio”, ovvero un prete o un/a religioso/a. Un personaggio che pare uscito proprio da quella Bibbia dalla quale non si separa mai e che apre in continuazione per pregare. Un miracolo, o se preferite una contraddizione vivente, che divenne controvoglia guida del Sermig pretendendo in cambio di non dover mai salire in aereo o parlare in pubblico, ma che a distanza di quasi cinquant’anni ha compiuto entrambe le operazioni migliaia di volte. Un umile, rimasto tale pur avendo “rischiato” di vincere il Nobel per la Pace, incontrato gli ultimi quattro papi più di cento volte e coinvolto nei propri progetti letterati, politici, sportivi, personaggi dello spettacolo, ex terroristi, atei e via dicendo. L’Arsenale della Pace, ex fabbrica di armi sede del Sermig dal 1983, è la testimonianza più visibile di quella che il presidente Napolitano ha definito “un’eccellenza italiana” e “Costituzione vivente”.

L’Azione, domenica 27 gennaio 2013

Il 2012 in musica. Quinta parte

Quinta e (forse) ultima parte delle mie considerazioni musicali sul 2012. Ne avrei altre in saccoccia, se ho voglia e tempo le pubblicherò. Intanto pappatevi queste.

Penguin Prison – Penguin Prison (2011). Chris Glover è un ragazzo nato nel decennio sbagliato che si sta facendo strada remixando su richiesta pezzi di celebri artisti internazionali. Nel suo disco solista d’esordio esterna la sua passione per la dance anni ’80 pagando pegno a Michael Jackson, Nik Kershaw, George Michael e tanti altri. Disco gustoso dall’inizio alla fine, forse un po’ debole nei testi.


AA.VV. – Con due deca: la prima compilation di cover degli 883. Pubblicato su Rockit per il download gratuito, è diventato un piccolo caso discografico, visto quanto è stato commentato. Una serie di gruppi e cantautori dell’ultima generazione, buona parte dei quali sconosciuti ai più, si sono cimentati nel reinterpretare i successi di quelli che verosimilmente sono stati due loro “miti d’infanzia”: Max Pezzali e Mauro Repetto, in particolare il primo. I risultati sono molto altalentanti, e (per la verità pochi) picchi di genialità si alternano, o a volte si accavallano, a momenti al limite del trash. Tra i primi va innanzitutto messa l’intuizione degli Egokid di interpretare La regina del Celebrità passando dalla seconda alla prima persona singolare, e trasformando così la cubista originale in un travestito, o quella di cantare Nella notte come Samarcanda di Roberto Vecchioni, o ancora di trasformare La donna, il sogno e il grande incubo in un pezzo degli A Place to Bury Strangers. Tra i secondi le pianoline e le voci atonali tanto care a certo scadente indie rock italiano contemporaneo sulle quali non vado a ripetermi. Concludendo, sarà stato anche un divertissement, ma ve la immaginate gente come Faust’O, i Diaframma, Vasco Rossi o Alberto Camerini (per esempio) incidere un tributo a Gianni Morandi nel 1982?

Il Teatro degli Orrori – Il mondo nuovo. Il solito Pasolini, la solita Africa, i soliti immigrati, il solito poeta balcanico, i soliti pistolotti sull’Italia, insomma, il solito Pierpaolo Capovilla che col suo gruppo e i suoi soliti chitarroni sarà anche finalmente uscito dal sottobosco della musica indie (debutto al decimo posto in classifica) ma ormai inizia a stufare. Quanto di buono si era sentito nei primi due dischi, sia a livello di musica che a livello di testi, diventa ora un lungo ed indigeribile predicozzo noise rock. Il quale, più che altro per inerzia, è finito per comparire in molte classifiche dei migliori dischi italiani del 2012 (vedi Afterhours, Padania). Tristezza.


Beach House – Bloom. I Beach House sono due, proprio come andava di moda in quel decennio, gli anni ’80, che fu l’epoca d’oro di gruppi come Cocteau Twins e My Bloody Valentine dei quali i nostri hanno imparato bene la lezione, aggiornando le loro sonorità al nuovo secolo. A partire dalla splendida Myth, singolo senza video che apre il disco, Bloom è un bellissimo viaggio dream pop in compagnia della voce androgina e i sintetizzatori di Victoria Legrand e la chitarra di Alex Scally. A dimostrazione dell’abisso che ci divide musicalmente con gli Stati Uniti, anch’essi hanno raggiunto per la prima volta la top ten americana, non certo con musica o trovate piacione ma con una coraggiosa autopromozione su internet nelle settimane precedenti all’uscita dell’album.

Niccolò Carnesi – Gli eroi non escono il sabato. Cantautore siciliano all’album di debutto: anche lui compare nel summenzionato disco tributo agli 883. Sarebbe anche carino come disco, quel che mi lascia perplesso è il fatto che sempre più spesso quando ascolto artisti emergenti italiani mi vengono in mente i dieci accessori di un vero finto intelletuale. Non è una cosa buona.


Tying Tiffany – Dark Days, White Nights. Misteriosa musicista padovana che (a quanto pare) da tempo ha rinnegato la propria città natale. Dopo aver esordito con un disco di avanguardia acerbo e al limite dell’inascoltabile, ha provato ha dare più peso al proprio progetto, cambiando in parte la propria direzione musicale. Nel quarto album propone un electroclash dal sapore internazionale ma piuttosto evanescente, con rari momenti buoni che si perdono in pezzi un po’ troppo simili tra loro, finendo per essere noiosi.

Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do. Ok, a Fiona piacciono i titoli lunghi, e questo lo sapevamo già. E a differenza di qualche sua coetanea con quindici anni di carriera alle spalle, di cose da dire ne ha ancora, e lo dimostra con questo album schietto, introspettivo, variegato. Fiona non le manda certo a dire, e lo fa ancora benissimo.


Novalisi – Per Versi Soli. Difficile essere obbiettivi quando si parla di un gruppo uscito a dieci chilometri da casa mia, anche perché i Novalisi sono senz’altro una delle poche formazioni significative uscite dalla mia zona. Ai tre di Meduna di Livenza nel loro album di debutto va dato atto di aver creato un sound personale e non facilmente etichettabile, per quanto piuttosto “influenzato” dall’ascolto di tanto rock alternativo degli ultimi anni. A indebolire la qualità finale dell’incisione è una certa tendenza dei testi ad essere “forzatamente” strani e l’interpretazione del cantante, al quale manca a volte un pizzico di personalità. Le potenzialità, comunque, sono buone. Bene! Ascoltateli su Spotify. Come dite? In Italia ancora non si può? Ma dai…


Godspeed You! Black Emperor – ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!. I canadesi hanno i Godspeed You! Black Emperor, mentre in Italia abbiamo i Modena City Ramblers. Dove abbiamo sbagliato? I primi rappresentano un collettivo di musicisti militante di sinistra: le cose in comune con il gruppo italiano per loro fortuna terminano qui. Sono solo al loro quinto disco in diciotto anni: forse incidono solo quando hanno veramente qualcosa da dire o forse no, fattosta è che anche questa volta hanno colpito nel segno, pur non essendoci un granché in quanto ad evoluzione stilistica. Quattro tracce (di cui due oltre i venti minuti) di post rock, in parte già da anni presente nella scaletta dei live, sopraffino al punto da dare pesante filo da torcere anche ai sommi Sigùr Ros. Tanta ma tanta roba.

Tame Impala – Lonerism. Col secondo album, i neozelandesi Tame Impala si impongono all’attenzione di un pubblico maggiore proponendo un rock psichedelico sciallo e chiassoso, con vari richiami agli anni ’60 tra cui anche ad un gruppo non molto psichedelico come i Beatles. Difficile stabilire se sia migliore questo o il disco d’esordio, Innerspeaker. E’ stata una piccola soddisfazione vedere questo album fare una comparsata (mi pare al 95° posto) della Top 100 italiana: c’è ancora speranza!

2012 in musica. Quarta parte


Of Monsters and Men – My Head is An Animal (2011). Le canzoni che diventano famose grazie a spot pubblicitari tendono a starmi pregiudizialmente antipatiche, non fosse per il fatto che sentirle ripetute a martello da radio e TV non aiuta ad apprezzarle. Ma allo stesso tempo non posso non provare interesse per un gruppo che 1. si chiama “Dei mostri e degli uomini”, roba che neanche Giovanni Lindo Ferretti 2. è islandese. Gli Of Monsters and Men sono un gruppo che vive di rendita, la rendita portata dal successo in particolare di un gruppo come gli come Arcade Fire. Le somiglianze con l’ensemble canadese non mancano: sonorità, attitudine, uso della voce, formazione numerosa, e alla larga pure vicinanza geografica. My head is an Animal, rispetto ai dischi della band di Montreal, è di certo più folk e melodico e meno barocco e variegato, e più modesto. Ma alla sufficienza piena comunque arriva.

Uochi Toki – Idioti. Se volete una recensione scontata, non ce n’è bisogno: l’hanno già fatta loro in traccia 10. Personalmente aggiungo che questo album risulta decisamente più difficile all’ascolto rispetto ai suoi due già di certo non facili predecessori. Ma non è necessariamente un complimento. Basi più piatte del solito, testi più confusionari che complessi, e che faticano a trovare una direzione: per una volta, c’è due senza tre.


Lana Del Rey – Born to Die / Lana Del Rey EP / Paradise. Uno dei più singolari casi nella storia della musica pop recente: è bastato un ottimo singolo, Video Games, pubblicato in sordina a fine giugno 2011 con tanto di notevole video rigorosamente autoprodotto, a far gridare a molti, troppo presto, al miracolo. E così l’uscita a gennaio di Born to Die ha probabilmente deluso le attese: perché più che delle malinconiche atmosfere retrò del pezzo suddetto, l’album è permeato di un pop patinato, che risente più di Timbaland(!) e di certo lussuoso hip hop contemporaneo che di Nancy Sinatra. L’atteggiamento ambiguo della cantante ha fatto il resto: siamo di fronte ad una timida ragazza d’altri tempi entrata dentro a qualcosa più grande di lei o, più probabilmente, ad un’attrice consumata che recita una parte (benissimo o malissimo, a seconda dei punti di vista)? Fregandocene del gossip e pensando solo alla musica, Born to Die è un buon disco pop con almeno due/tre ottime tracce (incluse nell’EP eponimo) ma dalle tematiche piuttosto ritrite (In particolare la storia del “live faster, die young” è vecchia, ormai). Paradise è un interessante EP di cover.

Florence + The Machine – MTV Unplugged. Il gruppo di Florence Welch, se azzecca un altro paio di dischi, rappresenterà per questo decennio ciò che (nel bene e nel male) sono stati i Coldplay in quello passato. Scommettiamo? Intanto, dopo il fortunato Ceremonials, i nostri danno i rituali colpi al martello per tenerlo caldo con una nuova uscita, registrata live ed unplugged: operazione sicuramente commerciale e neanche tanto originale, ma dal risultato perlomeno dignitoso. Dal vivo, senza tanti orpelli ed aiutini forniti dalla sala di registrazione, sono soprattutto i pezzi nuovi a perdere in quanto ad impatto; il gruppo se la cava benino lo stesso, ed anche la cantante riesce (quasi) sempre ad essere all’altezza.

Enrico Ruggeri e AA.VV. – Le canzoni ai testimoni. Reincidere alcuni vecchi successi in un momento di stasi creativa non è certo una scelta originale. E nemmeno farsi affiancare nell’operazione da altri. Ciò che contraddistingue il disco è la scelta non scontata di questi artisti: nessun amico di gioventù o artista affermato, piuttosto band ancora sconosciute (Fluon, Serpenti), artisti di nicchia (Diego Mancino, L’Aura), gruppi della scena (più o meno) indipendente italiana (Marta sui Tubi, Linea 77), cantautori dell’ultima generazione (Dente, Bugo). Quasi mai, però, i risultati sono almeno all’altezza degli originali, sia tra chi ha voluto discostarsi molto dalla base di partenza, sia tra chi invece è stato più ortodosso.


Fine Before You Came – Ormai. Ripetersi dopo un discone come “s f o r t u n a” era difficile, ma i FBYC ci sono quasi riusciti. Il quartetto milanese ha nei propri difetti il proprio punto di forza: proprio come il suo predecessore, “Ormai” si avvale di una qualità di registrazione non certo eccelsa, e la voce sgraziata e roca del cantante di certo non aiuta. Ma è proprio il suono grezzo di questo emo/post rock passionale, corrosivo e trascinante che rende questo album degno di essere ascoltato e riascoltato numerose volte. Tanto di cappello anche all’ostinata politica del gruppo di diffondere gratuitamente la propria musica: è uno dei gruppi dei quali ho il cruccio di non aver mai visto un’esibizione dal vivo. C’è mancato poco a Villa Tempesta, ma…

The Maccabees – Given to the Wild. A mio modesto parere, questo è il tipico mediocre gruppo indie rock inglese che, nonostante questo, finisce per avere comunque molti estimatori in Italia. D’altra parte siamo il paese che nel 2012 ha portato al successo i nuovi bollitissimi dischi di gente come Cranberries, Skunk Anansie e Alanis Morissette. Ma non divaghiamo. Given to the Wild, disco non particolarmente brillante né fantasioso, parte benino ma si arena presto in pezzi non particolarmente interessanti. Niente di nuovo sotto il sole.


Soap&Skin – Narrow. Con questo curioso nome d’arte si definisce il progetto musicale di Anja Franziska Plaschg, pianista/cantautrice austriaca nata nel 1990: Narrow è il suo secondo album, o sarebbe meglio dire mini-album. Le influenze per le pianiste contemporanee sono quasi obbligatorie; di suo ci mette una voce atonale dallo spiccato accento teutonico e una spruzzata di elettronica stile Bjork a dipingere un album con pochi sprazzi di luce. Siamo comunque ad una specie di seguito, musicalmente parlando, del disco d’esordio del 2009, dal quale non si discosta di molto. Interessante la cover di Voyage Voyage dei Desireless, uno dei brani più significativi del synthpop francese degli anni ’80.

Ufomammut – Oro: Opus Primum. Gruppo doom metal di Tortona con sette album pubblicati in dodici anni: questo è la prima parte di un disco doppio, pubblicato in due momenti diversi. Chi li conosce? Non certo in tantissimi, eppure sono uno dei gruppi rock italiani più apprezzati all’estero, un po’ come i Lacuna Coil nel 2004 o giù di lì. Siamo di fronte però a tutt’altro genere: Opus Primum presenta cinque lunghe tracce che sono di fatto una ripetizione ossessiva dello stesso tema. Dilatato, oscuro, psichedelico, finisce però per risultare alla lunga un po’ monotono.


Japandroids – Celebration Rock. Titolo azzeccato per un disco omogeneo come si deve, che sarebbe un’ottima colonna sonora per una festa con la gente giusta. Si inizia e si finisce con fuochi d’artificio, si canta urlando: noise rock piacevole, casinista e divertente. Non è necessario aggiungere altro: ascoltatelo con le casse alte.


Mac DeMarco – 2. Rimaniamo in Canada con l’opera seconda, uscita solo sette mesi dopo l’opera prima, di un curioso artista che risponde al nome di Mac Demarco. A vederlo in copertina, con quel cappello e quella camicia di flanella lo si vedrebbe bene al massimo a caccia insieme a Ned Gerblansky di South Park; invece è un interessante polistrumentista, musicalmente accostato ai Real Estate ma che fa tornare in mente Iggy Pop oppure certo glam rock. Un album più cantautoriale che rock, scarno, curioso, non passa certo inosservato. Ne sentiremo ancora parlare.

2012 in musica. Terza parte


Swans – The Seer. Questo, per ora, è il mio disco dell’anno, sin dalla copertina. Un album dalle molte sfaccettature, pur avendo come filo conduttore una ripetitività che lo rende estraniante ed ossessivo. Anche troppo, a volte. Le litanie corali di Lunacy e i lamenti di Mother of The World introducono ai trentadue minuti(!) della title-track, vera e propria discesa agli inferi dai quali si risale con la più convenzionale (si fa per dire) The Seer Returns. Dopo la cacofonia di 93 Ave. B Blues si passa ad un nuovo stravolgimento con i due brani quasi acustici che rispettivamente chiudono il primo disco ed aprono il secondo; si passa alla traccia successiva e stavolta sono le campane a farci ripiombare nell’ossessione in Avatar, ma quando meno te l’aspetti arrivano chitarre elettriche e batteria a spaccare tutto. A fare da epico e allucinato finale, due suite di rispettivamente 19 e 23 minuti. Gran disco, che è meglio ascoltare che spiegare: trent’anni di carriera e non sentirli.


Kimbra – Wows (2011-2012). Kimbra, tanto per intenderci, è la moretta lanciata da Gotye per aver duettato con lui nella strafamosa Somebody That I Used To Know. Trattasi di una ventiduenne esteticamente simile a Regina Spektor(!) e pazza quanto basta, con alle spalle canzoni incise già a 15 anni. Ora esce con il suo primo vero e proprio album. E che album: no, non ha (quasi) niente di rivoluzionario; è solo (si fa per dire) un disco di ottima musica pop decisamente ben arrangiato e suonato, con brani piuttosto variegati che esaltano appieno le notevoli doti canore delle cantante. La quale, in quanto neozelandese, ha subito il fascino e l’influenza di chi l’ha preceduta dall’altra parte del mondo, Kylie Minogue in primis. Esistono due versioni dell’album: quella australiana (2011) e quella americana (2012), con tracklist sensibilmente diverse. Meglio quest’ultima, anche grazie ad una Plain Gold Ring cantata dal vivo decisamente migliore della versione in studio (qui sopra).

Francesca Michielin – Distratto/Riflessi di me. Passiamo da una giovane e talentuosa interprete ad un’altra, ancora più giovane (17 anni) ma nata nel posto sbagliato (Bassano del Grappa, ovvero in Italia). Dopo l’EP uscito come di consueto all’indomani della sua vittoria a X Factor (gennaio), verso fine anno è uscito pure l’LP d’esordio, del quale difficilmente ci si ricorderà ancora tra qualche anno; al massimo dei primi due singoli, entrambi firmati da Roberto Casalino ed Elisa Toffoli. Nonostante la “sovrintendenza” di quest’ultima infatti, il resto del disco presenta poche intuizioni felici annacquate in sonorità e testi banalmente tipici di certo blando pop nostrano, i quali sviliscono l’attitudine spiccatamente rock dell’artista. Per lei quindi valgono quindi molte considerazioni che si potrebbero fare per altri giovani cantanti nostrani. Rimandata, suo malgrado, a settembre.

Malika Ayane – Ricreazione. Il terzo disco di quella che è una delle più raffinate interpreti dell’ultima generazione del pop italiano presenta un ventaglio di autori dei decisamente eterogeneo: Pacifico, Paolo Conte, Sergio Endrigo, Boosta dei Subsonica, Tricarico… Ma l’ascolto, almeno nel mio caso, non è stato all’altezza delle aspettative derivate da questi nomi e dalla buona pubblicità fatta al disco al momento della sua pubblicazione (ma dietro c’è pur sempre Caterina Caselli): se l’inizio del disco è decisamente buono, il resto tende a scivolare via. Un po’ di amaro in bocca quindi, stranamente simile a quanto provato con altri dischi di giovani artisti di casa Sugar: un caso?


Porcelain Raft – Strange Weekend. La fuga di cervelli riguarda anche i musicisti: ecco mr. Mauro Remiddi, romano classe 1972 ma in pianta stabile a New York. Quello di “Strange Weekend” è un dream pop che in fondo non ha molto da invidiare a quello dei più quotati Beach House. Ed è più orecchiabile di questi ultimi. Ed è stato recensito positivamente all’estero. E Repubblica XL, almeno stando all’archivio del sito, non se l’è mai filato. Sono sufficienti questi motivi per conoscerlo? Decisamente.

David Byrne & St. Vincent – Love This Giant. Annie Clark, alias St. Vincent, è una delle cantautrici americane emergenti del momento: tra le sue ispirazioni non possono mancare i Talking Heads. David Byrne dei Talking Heads era il leader e l’anima. Non è automatico che mettendo insieme due artisti, per quanto così affini, potesse venire fuori qualcosa di buono, anche se Byrne ha dei precedenti notevoli riguardo a dischi in “comproprietà” (leggi Brian Eno). All’ascolto infatti Love This Giant dà l’idea di un qualcosa partorito durante una vacanza, anche creativa, in uno stato di rilassatezza, di disimpegno: è un disco stralunato, a volte anche divertente all’ascolto, ma non decolla. Qualcuno lo ha definito “Il Lulu del 2012″: definizione abbastanza azzeccata.


Marco Guazzone e Stag – L’altante dei pensieri. Giovane cantautore romano al debutto con la sua band, dopo essersi messo in luce a Sanremo Giovani 2012 con un brano qualitativamente sopra la media sanremese, Guasto, tanto da essere stato definito vincitore morale. Eppure questo non gli è bastato né per entrare nella Top 100 italiana e nemmeno per avere una pagina su Wikipedia. Testi di buon livello, ma una certa monotonia di fondo pervade troppo spesso l’ascolto: a mancare il disco è soprattutto grinta e mordente. Bene per le influenze british (il britpop alla Coldplay o il pop/rock alla Muse) ma fino ad un certo punto: si tratta pur sempre di sonorità di dieci anni fa. Comunque non lo perderò di vista, anzi, d’udito.

dEUS – Following Sea. Di loro conoscevo solo Pocket Revolution (2005), li ho riscoperti subito prima di vederli suonare a Villafranca. Hanno fatto dei dischi di certo validi (che però non mi hanno chissà che entusiasmato) ma tanto tempo fa; questo ultimo invece mi puzza di gruppo in piena fase calante, quando i fasti sono ormai lontani e quindi si tende a vivacchiare. Benino il singolo che apre l’album.


Goat – World Music. E dopo i cigni e il cervo, la capra: stando al sito rateyourmusic, di gruppi e artisti con questo appellativo ce ne sono almeno nove: questo è svedese e debutta con questo “World Music”, un potente concentrato di rock psichedelico, rumoroso e a tratti mistico, che suona allo stesso tempo retrò e moderno, da ascoltare con un paio di amplificatori come si deve. Il titolo si deve al tentativo, riuscito, di infilare in un genere occidentale e di altri tempi una spruzzatina di musica etnica. Figo, no?

2012 in musica. Seconda parte

Seconda parte delle mie considerazioni musicali dell’anno appena passato. Come nella prima parte, si inizia con l’eccezione.


Flaming Lips – Strobo Trip (2011). Può un EP durare sei ore e dieci minuti? Sì, può, grazie alla musica digitale. Il 2011 è stato l’anno in cui (forse) per la prima volta, è stato superato il limite del supporto fisico del disco: a compiere l’impresa o, sarebbe meglio dire, a scoprire l’uovo di Colombo sono stati gli americani Flaming Lips, ben noti anche per le loro strane uscite discografiche. Strobo Trip è composto di tre tracce: la prima e la terza “normali” (si fa per dire, 6.37 e 4 minuti di durata rispettivamente) ed una di esattamente trecentosessanta minuti. Me la sono ascoltata a pezzi mettendoci tre giorni: non è stata un’esperienza allucinogena come quella del recensore di OndaRock, ma una bella ed estenuante cavalcata nella storia della musica psichedelica dagli anni ’60 ai giorni nostri. Certo, il pezzo dopo 3-4 ore (!) cala di intensità e qualità, ma c’è comunque più musica qui dentro che in intere discografie di certi “artisti”. Da ascoltare almeno una volta nella vita, e se non vi basta nel frattempo è uscito pure il pezzo di ventiquattro ore.


Calibro 35 – Ogni riferimento a persone esistite o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Dietro il nome “Calibro 35” si cela un supergruppo di musicisti con esperienze di tutto rispetto in band della scena alternativa italiana. Con la loro terza uscita superano loro stessi nella missione di rispolverare il genere musicale delle colonne sonore dei film polizeschi italiani degli anni ’70. Un disco fresco e coinvolgente, suonato senza virtuosismi inutili e soprattutto con una classe che si riscontra di rado nel nostro paese. In scaletta anche due cover (Morricone e Piccioni), che però non fanno certo sfigurare il resto.

Sigur Rós – Valtari. I Sigur Ròs del 2012 per me saranno per sempre quelli del memorabile concerto di Villafranca di Verona del 2 settembre. Quella sera, in scaletta, hanno praticamente snobbato il loro ultimo disco. Quattro anni dopo della parziale svolta di “Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust”, disco probabilmente da rivalutare, i quattro islandesi tornano sonoricamente al passato, ma i risultati non sono all’altezza: “Valtari” è un disco stiracchiato più che lento, quasi un’unico pezzo di cinquanta minuti che, alla lunga, annoia. Potrà piacere soprattutto a chi non ha sentito gli altri dischi. Pazienza, a loro perdono questo ed altro.


Alt-J – An Awesome Wave. La rivelazione inglese del 2012, perlomeno per l’Italia dove, molto più spesso che nel resto del mondo, questo disco fa capolino nelle classifiche dei migliori album dell’anno. Di certo dare alla propria band il nome di una combinazione di tasti di un iMac è un metodo economico ed efficace di far parlare di sé. Al disco non mancano dei momenti validi nonostante la voce poco sopportabile del cantante, ma per il resto c’è molto piattume. Gruppo sopravvalutato: e dire che c’è chi già parta di “nuovi Radiohead” (non sapendo, probabilmente, che ai loro esordi i “vecchi Radiohead” furono snobbati).

Marlene Kuntz – Canzoni per un figlio. E fu così che Cristiano Godano andò a Sanremo. Con un pezzo che dà il titolo a questo album, e che rappresenta dignitosamente il sound dei Marlene degli ultimi anni. Il resto del disco è una raccolta tutt’altro che scontata di brani di repertorio riarrangiati della band cuneese, a formare una sorta di elegante concept-album. Promossi (per l’intera operazione sanremese, non solo per il disco).


Afterhours – Padania. L’ultimo lavoro dell’ormai storico gruppo di Manuel Agnelli. L’ho ascoltato più di una volta, ma quasi nulla è rimasto impresso nella memoria, trovandolo troppo lungo e confusionario. Magari un giorno lo riascolterò di nuovo e verrò a cambiare queste parole, ma ora come ora farei fatica a dargli 6 e mezzo. Sopravvalutato (a tal punto da prendersi la medaglia d’argento del migliore disco italiano dell’anno per Repubblica XL. Mah.)

Madonna – MDNA. Madonna, più che una cantante, è un fenomeno di costume. A lei va di certo dato atto di essersi costruita una carriera di durata ormai ultratrentennale, di aver fatto tendenza più che cavalcato le mode e di essere ancora piuttosto credibile a 54 anni. Sebbene sia stato lanciato da un’esibizione al SuperBowl (per quanto retorica, kitsch ed autoreferenziale), l’album ha deluso commercialmente le attese, che è poi quello che conta di più da queste parti. Ma anche qualitativamente parlando non ci siamo. Si tratta del secondo disco scadente di fila in una discografia che non ha avuto di certo picchi clamorosi ma nemmeno scivoloni inascoltabili. Album plasticoso e commerciale (o meglio, lo è di più del solito).


Voices From the Lake – Voices From the Lake. Ammettiamolo, chi li conosce Giuseppe Tillieci e Donato Scaramuzzi? Eppure il primo disco, eponimo, del loro progetto Voices From The Lake ha fatto la sua comparsa in alcuni “best of 2012” di autorevoli riviste musicali inglesi e americane: una ragione ci sarà, no? Non sono di certo un esperto del genere, ma mi sento di dire che siamo di fronte un lavoro che ha poco da invidiare a quelli di Aphex Twin e gli altri mostri sacri dell’ambient techno, se non l’anno di uscita.


Can – The Lost Tapes. Quello del krautrock è un mondo che meriterebbe, da parte del sottoscritto, maggiore approfondimento: che Spotify (o Grooveshark) ci aiuti. I Can sono una delle principali band di questo genere: the Lost Tapes, come dice il titolo stesso, è composto di materiale risalente ai primi anni ’70 riemerso per caso durante un riordino degli archivi. Certo, non è roba da cantare sotto la doccia o suonare in spiaggia, ma se questi sono gli scarti è ora passata di andare alle porte del cosmo che stanno su in Germania (citazione).

The Magnetic Fields – Love at the Bottom of the Sea. Più che in fondo al mare qui siamo in fondo al barile. L’album “69 Love Songs” era un’enciclopedia della musica pop/rock americana; qui invece siamo alla minestrina riscaldata. Qualche tentativo di fare qualcosa di buono c’è, ma i bei tempi ormai sono passati. Solo per veri fan.