Così gestiamo i profughi

Il cancello d’ingresso della caserma Zanusso

Ecco l’intervista, concessa in esclusiva a L’Azione, a Gian Lorenzo Marinese, presidente di Nova Facility Srl, l’azienda che ha attualmente in gestione il centro di accoglienza per richiedenti asilo situato presso l’ex caserma Zanusso di Oderzo. Ringrazio Carmela, Sara, Annachiara e Gian Lorenzo per l’aiuto e la disponibilità, e pure la redazione che ha pubblicato quasi integralmente un articolo di dodicimila battute (ovvero l’equivalente di 5-6 articoli normali del settimanale).

Quella tra la città di Oderzo e il centro straordinario di accoglienza per richiedenti asilo ospitato all’ex caserma Zanusso è una convivenza non certo iniziata col piede giusto. A venti mesi dalla sua apertura abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza su come viene attualmente gestita con chi se ne occupa in prima persona: Gian Lorenzo Marinese è presidente di Nova Facility, società di Treviso che oltre a dirigere i centri della caserma Serena di Treviso e l’Hotel Winkler a Vittorio Veneto, da gennaio si occupa anche della Zanusso.
È la prima volta che Marinese sceglie di parlare alla stampa di questo argomento.
Dottor Marinese, potremmo iniziare con qualche numero…
In realtà numeri non ne posso dare perché questi sono appannaggio della Prefettura: è una linea comunicativa del Ministero degli Interni legata a interessi di ordine pubblico, e che ritengo saggia e prudente. Ma i numeri a mio dire non sono il centro dell’argomento: mi interessa di più spiegare cosa significa “accoglienza” dal nostro punto di vista.
Una parte della popolazione non vede bene di buon occhio la caserma…
Io comprendo le preoccupazioni della signora Maria che abita accanto ad una struttura dove da un giorno all’altro arrivano cinquecento persone sconosciute e che non parlano la sua lingua: sarebbero preoccupati anche i genitori di questi ragazzi se noi ci trasferissimo in massa nei loro paesi, perché talvolta si ha paura di ciò che non si conosce. Ma noi viviamo in un territorio di persone estremamente aperte e volenterose di aiutare; non dimentichiamo che la caserma si affaccia su via per Piavon, e che il primo “Giusto per le Nazioni” veneto, Clelia Caligiuri, era di Piavon. Il nostro territorio, in situazioni più difficili di questa, ha saputo accogliere.
La vicinanza che percepisco a Oderzo da parte delle parrocchie, di associazioni che lavorano silenziosamente, di privati che bussano al nostro cancello e chiedono “Per caso c’è un bambino? Abbiamo un gioco da darvi”, a me apre il cuore: questo insegno ai ragazzi della caserma. E ogni giorno gli insegniamo che non deve essere la signora Maria, che non li conosce, a farsi avanti per prima, ma che sono loro, essendo ospiti in questo territorio, che devono fare la prima mossa.
Può capitare che qualche ragazzo girando per la città si senta malvisto. Ma quando viene a dircelo gli rispondiamo: com’eri uscito quella mattina? Per fare un esempio, a ognuno di loro forniamo un kit con dei vestiti e le scarpe: è un decreto ministeriale del 2008 che me lo impone. Spesso ci sono ragazzi che arrivano in centro in pigiama: non l’hanno mai avuto in vita loro e quindi non capiscono la differenza rispetto a un vestito “normale”. Il nostro scopo quindi è risvegliare in ragazzi che provengono da una cultura diversa il desiderio di integrarsi, altrimenti non andranno da nessuna parte: per questo vi è un “design dell’accoglienza”.
Di cosa si tratta?
Noi lavoriamo su programmi annuali, perché quella è la durata minima dei bandi ministeriali. Questo “design” prevede quindici giorni di forte mediazione linguistica e culturale: spieghiamo loro dove si trovano, quali sono i servizi della struttura, le basilari regole del convivere civile secondo le nostre abitudini. Poi ci sono due mesi e mezzo di italiano intensivo: un laureato, specie se francofono, in un mese e mezzo riesce a comprendere perfettamente la lingua; per un afghano, specie se analfabeta, è ovviamente più difficile. Al termine i ragazzi vengono inseriti in una classe in base al loro livello di apprendimento: a Treviso abbiamo svariati livelli. Ci restano dai tre ai sei mesi, a discrezione degli insegnanti, poi vengono iscritti ad un centro di formazione per adulti. Questo alla fine rilascerà un certificato di italiano A2, obbligatorio per l’iscrizione al corso di sicurezza sul lavoro.
In che modo i ragazzi vengono preparati a lavorare?
Abbiamo accordi con vari centri di formazione: a Treviso, per esempio, con scuole professionali e licei, dove abbiamo ragazzi iscritti. Cerchiamo di assecondare chi ha ambizioni di studiare o imparare un mestiere: abbiamo anche un giovane che ha vinto un bootcamp a Ca’ Foscari, per dire… Parliamo di ragazzi di culture e capacità diversissime, dunque non si possono fare programmi generali. Inoltre organizziamo dei corsi interni: alla Zanusso si può diventare pittore, muratore, cartongessista, e incentiviamo moltissimo le arti, con un insegnante di disegno nostro dipendente. Vogliamo insomma che tengano allenata la mente, il fisico, ma anche l’attività ricreativa e intellettuale: a Fratta di Oderzo abbiamo un ragazzo che suona in chiesa e che sta cercando un corso di musica con l’aiuto del parroco, mentre a Treviso realizzato spettacoli teatrali con la compagnia Tremilioni di Conegliano, uno dei quali inserito nel programma di CartaCarbone festival.
Dopo quasi un anno è tempo di bilanci.
La caserma è aperta da aprile 2016. Noi siamo lì dal 20 gennaio 2017 e il 31 dicembre scadrà il nostro affidamento, in base all’appalto pubblico che abbiamo vinto. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto: vada su Google Earth e guardi com’era la caserma prima e com’è ora: sembrava fosse in mezzo alla foresta, mentre oggi è un centro pulito e dignitoso. Inoltre nei cinque mesi prima del nostro arrivo i ragazzi inscenarono proteste un paio di volte; dopo il nostro arrivo, più nulla: questo è un messaggio di tranquillità che voglio lanciare alla popolazione. Non stiamo incentivando alcuna invasione, ma lavoriamo per fare in modo che delle persone, che sarebbero rimaste volentieri a casa loro, si formino, si integrino, capiscano le nostre regole: voglio che si ricordino di noi come le ultime persone che le hanno aiutate, perché poi dovranno iniziare una vita da soli. Ma se non preparano con noi una “valigia” che gli permetta di affrontare questa vita, questa valigia rimarrà vuota.
Antonio Silvio Calò [il cittadino di Povegliano che ospita a casa propria cinque rifugiati, n.d.r.] sostiene che i migranti, una volta ottenuto lo status di rifugiato, vengano abbandonati a se stessi…
Il professor Calò ha perfettamente ragione! Le cosiddette seconda e terza accoglienza oggi sono il punto debole del sistema: una volta ottenuto o meno lo status di rifugiato, che succede? Per questo tra i nostri obbiettivi c’è anche quello di far conoscere questi ragazzi alla popolazione tramite i nostri progetti, fare in modo che possano crearsi delle opportunità per il dopo. Per questo motivo la collaborazione con la società è fondamentale.
A questo proposito, come vi state muovendo?
La caserma Zanusso, proprio come la Serena, ora ha una squadra di calcio iscritta alla lega amatori. La lega di Treviso però, che va elogiata per la grande disponibilità: purtroppo quella di Oderzo non l’ha accettata avendo già un numero di squadre pari in campionato. I ragazzi si allenano d’inverno nel nostro piazzale, mentre nel resto dell’anno al Patronato Turroni; le partite le giocano a Fratta. Per questo, e per altro, va elogiata anche la diocesi di Vittorio Veneto: don Pierpaolo e don Lorenzo sono in continuo contatto con noi, così come padre Massimo del Brandolini, e potrei continuare coi nomi di altri parroci…
«Non dimentichiamo che in questo primo anno di gestione abbiamo anche dovuto sistemare la situazione pregressa – aggiunge Sara Salin, portavoce della cooperativa. – A Treviso ci sono più opportunità perché lì abbiamo due anni di lavoro in più alle spalle. Ma per dire, un progetto sulle ninne nanne del mondo scritte e illustrate sugli autobus di Treviso ha coinvolto una scuola primaria di Vittorio Veneto e proprio la caserma Zanusso, dove c’è un gruppo con una propensione maggiore alla pittura rispetto al capoluogo, dove preferiscono il teatro. Di progetti se ne possono avviare tantissimi: a Treviso i richiedenti asilo fanno servizio di apertura e chiusura in un parco giochi, hanno restaurato una ex scuola, hanno ripulito il Sile; ogni giorno una cinquantina di loro esce dalla caserma e ripulisce le strade. Sono tutti benefici per la comunità, e un modo per questi ragazzi per sentirsi utili e importanti. Dopo tre anni, ora sono le associazioni di volontariato che vengono da noi a chiedere aiuto: la città si è accora di loro».
A Oderzo invece per ora se ne sono accorte più che altro le parrocchie – ammette Marinese – ma a prescindere se ci saremo ancora noi o meno nei prossimi anni se ne accorgeranno anche gli altri. Bisogna avere pazienza, sensibilizzare e non demordere. Non vogliamo accelerare i tempi, ma Oderzo è una città viva e di cultura e siamo sicuri che presto sarà pronta a questi tipi di collaborazione.
In questo momento però il mondo delle cooperative non gode di una buona reputazione…
Operiamo in un settore che purtroppo è rimasto invischiato in Mafia Capitale, mentre qui vicino per esempio c’è stato il caso del CARA di Cona, dove lavora la cooperativa che aveva in gestione la caserma Zanusso l’anno scorso… Come in tutti i settori, anche nel nostro ci sono operatori più sani e meno sani, non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Qualcuno dovrebbe senz’altro cambiare mestiere, anche perché chi non è onesto e professionale danneggia tutti: potete immaginare cosa può uscire da un centro dove i richiedenti asilo rimangono al chiuso, non studiano italiano, non sanno cosa sia un corso professionale. In Italia siamo quattromila soggetti a fare accoglienza: ce ne sono di buoni e di ottimi, e spero siano la maggioranza. A Oderzo i problemi logistici della gestione precedente hanno creato un danno di immagine; gli ospiti hanno protestato, ma non dimentichiamo che se è frequente litigare in un condominio, figuriamoci in una comunità con centinaia di persone di nazionalità diverse.
A proposito di immagine: che ruolo hanno avuto in questo senso i media e internet?
Guardi: dieci mesi fa ho cambiato il cancello di ingresso della caserma, e ancora su internet e sui giornali continua a comparire la stessa foto del vecchio cancello col sindaco davanti. Sul nuovo cancello ho voluto lasciare una feritoia con un vetro: chiunque può guardarci dentro, ma è come se nessuno l’avesse mai fatto. Poi, per partecipare a “Balcone fiorito”, abbiamo ulteriormente abbellito l’entrata, ma sui giornali è finita una foto di un balcone posteriore…
Nel nostro territorio, pur essendoci giornalisti che lavorano bene, nessuno ci ha mai contattato per chiederci qualcosa di specifico sulla Zanusso. Capisco che l’albero che cade faccia più rumore della foresta che cresce, ma a me dispiace che se i nostri ragazzi si prendono a schiaffi finiscono in prima pagina, mentre se vanno a trovare papa Francesco finiscono a pagina 9. E non per un incontro fugace: sono stati fatti accomodare in prima fila, il Santo Padre si è fermato a parlare con loro e ha guardato i regali che gli avevano preparato. Non dico tutto questo per far polemica: voglio che queste mie parole siano di apertura.
A Oderzo, se qualcuno si mette alle sei-sette di mattina davanti al nostro cancello vedrà cento persone uscire con un permesso speciale per andare al lavoro [gli altri possono uscire dalle 8 alle 20, n.d.r.], in aziende del territorio. Molto di più, in percentuale, che a Treviso: vorrei che si sapesse.
Se qualcuno ha bisogno della vostra manodopera, cosa può fare?
I ragazzi sono normalmente iscritti al centro per l’impiego: se qualcuno vuol farli lavorare, lì troverà i curricola dei nostri ragazzi. Per opere di volontariato invece è più complicato, perché occorre presentare un progetto.

L’Azione, domenica 17 dicembre 2017

 

La provenienza dei richiedenti asilo
Le provenienze dei richiedenti asilo ricalcano in percentuale quelle degli arrivi:
• 30% circa Nigeria
• 30% Africa sub sahariana di area francofona
• 40% Pakistan e Afghanistan
• In parte sono arrivati dal sud Italia, altri dalla “rotta balcanica” prima che venisse chiusa.
• Alcuni sono “dublinanti”, termine che indica coloro che per in base ai trattati di Dublino hanno fatto richiesta di asilo in altri paesi, tipo Grecia o Croazia, che sono stati giudicati incapaci di accogliere tali richieste e che per questo stanno in una specie di limbo a livello giuridico.

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31 dicembre 2016: tempo di classifiche

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Autore: Chris The Barker (https://twitter.com/christhebarker)

Visto che in questo periodo tanti pubblicano classifiche, io pubblico la mia.

Dieci cose rilevanti del 2016 di cui non si ricorda più nessuno
Più o meno in ordine cronologico

  1. Gli Stadio
  2. L’inchiesta “Panama Papers”
  3. La passerella di Christo
  4. Il Leicester
  5. Il referendum sulle trivelle
  6. Pokemon Go
  7. Il Burkini
  8. I medagliati delle Olimpiadi
  9. Hillary Clinton

La 10 non me la ricordo nemmeno io.
Buon 2017, allora.

Col Mein Kampf, siamo alle solite

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Guardate che se un giornale, che è pure filo-sionista, decide di mettere in vendita (NON di regalare) una copia del Mein Kampf, che è pure antisemita, come allegato al’interno di una collana storica dedicata al Terzo Reich, probabilmente a monte c’è una strategia di comunicazione e marketing molto più intelligente delle prevedibilissime reazioni sdegnate che leggo in giro che, dando ulteriore visibilità all’iniziativa, ne decretano ancor più il successo da un punto di vista promozionale.
In che modo poi la diffusione di un testo che è alla base di una delle ideologie che maggiormente hanno sconvolto il secolo scorso sarebbe “un attacco alla memoria”, sinceramente mi sfugge.
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un testo dai contenuti discutibili. Anzi: molto discutibili. Certo, ma allora bisognerebbe indignarsi anche quando per esempio ai quotidiani vengono allegati vecchi film di propaganda come La Corazzata Potemkin o quelli della Riefenstahl, cosa che invece nessuno, giustamente, fa.
Casomai, se proprio vogliamo, ci si potrebbe piuttosto chiedere quanto sia di spessore da un punto di vista storico la collana nel suo insieme, o se non fosse più opportuno che il quotidiano optasse per un’edizione critica moderna, ma mi rendo conto che è più semplice (e sintetizzabile in meno di 160 caratteri) indignarsi per partito preso.
Io, sinceramente, preferisco preoccuparmi del fatto che, al giorno d’oggi, idee che un tempo furono di appannaggio nazista “trovino gambe” (per usare un’espressione di Marco Paolini) in persone che indossano vestiti assai meno appariscenti delle divise del Terzo Reich.

Le autogestioni al liceo Scarpa di Oderzo

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Mentre si avvicina il tradizionale dibattito elettorale al teatro Cristallo, va ricordato che ad aver organizzato il primo confronto tra i candidati sindaco a Oderzo è stato un quartetto di diciottenni: Alberto Rosada, di Lutrano, Francesca Brescacin, di Mansuè, Anna Dora Battistella, di Camino, e Michele Potenza, di Oderzo. Si tratta degli attuali rappresentanti di istituto al liceo Antonio Scarpa, sede di Oderzo, i quali hanno inserito il dibattito nella terza autogestione che hanno organizzato quest’anno. Iniziative, queste, però ben lontane dai luoghi comuni che generalmente le etichettano.
“Già l’anno scorso avevo proposto qualche giornata di autogestione – racconta Alberto. – Quest’anno ci abbiamo riprovato. Non è stato facile perché all’inizio i professori erano molto scettici”.
Ma queste iniziative sono, diciamo, “legali”?
Certo. Lo statuto degli studenti ci concede un giorno al mese per fare assemblea. Noi non chiediamo così tanto tempo: l’autogestione la facciamo al suo posto. Comunque è un termine ambiguo, perché ricorda un’occupazione, ma in realtà è pacifica e regolamentata. Dopo un grandissimo lavoro di mediazione abbiamo ottenuto di farne tre, due da due ore ed una da tre, più la giornata della creatività. Sette ore in tutto contro i sette giorni che avremmo in teoria a disposizione, e che magari si perderebbero in stupidaggini.
Com’è stata la risposta degli studenti?
Molto buona! Un tempo si facevano assemblee uniche in palestra, troppo lunghe e dispersive. Ora, con un formato diverso impostato sul dialogo, temi diversificati, sedie disposte in cerchio e gruppi in media di 15-20 studenti, facciamo emergere il loro lato migliore. E anche i professori pian piano stanno cambiando atteggiamento, fanno proposte e partecipano, e per noi è un grandissimo risultato.
I vostri laboratori spaziano su temi come la moda, la politica, lo sport, la Costituzione, l’edilizia, il giornalismo. Se non avesse avuto un imprevisto avreste avuto come ospite perfino Dino Boffo. Come nascono questi laboratori?
Dietro c’è un lavoro di ricerca da parte nostra di contatti, sia su internet sia tra le parentele e le amicizie dei ragazzi: Boffo è appunto zio di un nostro studente. Facciamo molta attenzione a chi invitiamo, anche per questo ci siamo guadagnati la fiducia di preside e docenti: vogliamo usare questo tempo in modo costruttivo. I ragazzi apprezzano e lo capiamo dal fatto che durante queste autogestioni c’è silenzio e nessuno va a spasso per i corridoi, così non abbiamo neanche tanto bisogno di “fare i carabinieri”…
Vi aspettavate questa risposta da parte dei candidati sindaco?
Ne sono venuti sei su otto, uno si è giustificato ed uno ha mandato un delegato. Non ci aspettavamo tale risposta, soprattutto perché non glielo abbiamo chiesto con molto anticipo; ci hanno dato risposte entusiasmanti e si sono complimentati per l’opportunità e l’interesse dimostrato dagli studenti.
Noi ragazzi veniamo in genere accusati di non avere interessi: effettivamente a volte è così, ma con queste iniziative vogliamo dimostrare che non lo è sempre.

L’Azione, domenica 29 maggio 2016

2016, ovvero: come non si organizza un referendum

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Diciamoci la verità, ora che le urne sono chiuse: chi, alla vigilia del voto pensava che il cosiddetto “referendum sulle trivelle” potesse raggiungere il quorum era veramente molto ottimista.
Negli ultimi diciotto anni solo una volta, nel 2011, la percentuale di votanti ha superato il quorum del 50% più uno: il fronte del sì allora era più compatto di quello visto quest’anno e, sebbene ugualmente trasversale, all’epoca non ricordo di aver sentito nessuno dire “siccome Casapound e la Lega sono per il sì, io sto a casa”, per esempio. Ricordo bene la bella mobilitazione partita dal basso, e il grande tam tam (forse anche troppo) sviluppatosi per i referendum riguardanti acqua e nucleare cinque anni fa: nulla di paragonabile a quanto visto nelle ultime settimane.

I sostenitori del sì inoltre furono aiutati dal fatto che in quei mesi ancora si respirava l’odore di Fukushima, e dalla concomitanza con le elezioni amministrative. Eppure l’affluenza allora superò la fatidica soglia del 50% di neanche quattro punti percentuali, in fondo. Come si poteva immaginare di ripetere tale risultato con le condizioni attuali?

Aggiungiamoci inoltre la complessità del quesito, difficile da mettere a fuoco anche per un cittadino informato; le contraddizioni di certe forze ambientaliste, peraltro condizionate da una visione dello stesso ambientalismo forse troppo ideologica, e quindi alla lunga controproducente; errori di comunicazione, a partire dal penoso “trivella tua sorella” dal quale i comitati del sì non hanno preso le distanze, mi sembra. Dulcis in fundo, la pessima idea di qualcuno di trasformare tutto questo in un referendum pro o contro Renzi: di fatto, un cross a porta vuota per il premier, che ora se ne può uscire da vincitore.

Io sono andato a votare sì, anche se con una certa perplessità. Qualcuno ha detto che c’era da lanciare il messaggio che è ora di dare una svolta alle politiche energetiche italiane, ancora troppo legate a processi di produzione inquinanti e a fonti di energia destinate inevitabilmente ad esaurirsi. Vero, e così ho fatto: ma era questo il modo? Ne dubito.

Ne esce vincitore chiunque voglia mantenere questo status quo energetico che non possiamo più permetterci. Ne esce sconfitto lo stesso istituto del referendum: uno strumento democratico che, visti anche precedenti come la risurrezione del ministero dell’agricoltura precedentemente abolito per via referendaria, e la sempre più diffusa allergia alle urne degli italiani, sarà visto in futuro come uno strumento inutile da una percentuale ancora più ampia della popolazione.

Spero solo che chiunque intenda, in futuro, raccogliere firme per indirne un altro, si ricordi di questo 2016, ovvero l’anno in cui capimmo come non si organizza un referendum.

Oderzo: ancora spauracchio profughi

Ci risiamo. Dopo l’affollatissimo incontro tenutosi a Magera lo scorso 26 gennaio sul tema del possibile arrivo di migranti nelle ex caserme di Oderzo, un gruppo di cittadini ha sentito l’esigenza di organizzare una fiaccolata per mostrare la propria contrarietà a questa ipotesi. Tutto questo nonostante la fiacca risposta ad una manifestazione di fatto molto simile tenutasi lo scorso 28 novembre (appena duecento partecipanti).
L’iniziativa, prevista inizialmente per il pomeriggio del 13 febbraio, è stata anticipata alla sera del 12 per evitare il rischio che venisse strumentalizzata a fini elettorali. Cosa che sarebbe senz’altro accaduta se un personaggio ingombrante come Matteo Salvini, invitato dal candidato sindaco della Lega Nord Maria Scardellato, avesse partecipato.
Ma anche se il segretario nazionale del Carroccio non ci sarà, il rischio di strumentalizzazioni rimane, vista la grande pubblicità che alcuni consiglieri di maggioranza stanno facendo all’evento, sia su internet che nel mondo reale, mentre al momento in cui questo numero va in stampa la marcia non conta adesioni ufficiali da parte delle altre forze politiche [n.d.A.: il giorno dopo è arrivata l’adesione di Maria Scardellato e del Governatore del Veneto Luca Zaia].
È normale che una parte della popolazione opitergina sia preoccupata di fronte a quella che ormai è più una certezza che un’ipotesi, influenzata com’è da eventi di cronaca che riguardano immigrati e che quasi sempre non hanno alcuna attinenza con questo problema, come ad esempio i fatti di Capodanno a Colonia. Così come è altrettanto palese che molti media, tradizionali e non, ricamino su queste paure per aumentare gli ascolti, le vendite, le visite ai siti internet. Ma di fronte ad un’emergenza di dimensioni intercontinentali, e che non sarà di certo una fiaccolata a fermare, occorre agire guidati sia dalla razionalità sia da uno spirito solidaristico che di certo alla nostra gente, quando vuole, non manca.
Ma nel volantino che invita la popolazione a partecipare non si vedono né l’una né l’altro: parlare per esempio di “disordine e terrore nelle nostre strade di giorno e di notte”, invocando così scenari degni di un’invasione di Lanzichenecchi, non fa certo onore a chi lo fa. Così come è del tutto esagerato sostenere che potrebbero arrivare duemila migranti: tenendo infatti conto che alla provincia di Treviso ne sono stati assegnati ufficialmente 1865, e che circa 1400 sono già stati sistemati, ne rimarrebbero meno di 500 da alloggiare tra Oderzo, Vittorio Veneto e Conegliano. Se verranno divisi equamente, nelle ex caserme Zanusso potrebbero quindi arrivarne meno di duecento, che saranno seguiti da professionisti e dovranno sottostare ad un regime di coprifuoco dalle ore 20 alle 8 del mattino.
E non dimentichiamolo: parliamo di persone che scappano da guerre e povertà dietro le quali si nascondono anche enormi responsabilità di paesi occidentali. Italia compresa.

L’Azione, domenica 14 febbraio 2016

Valentine’s Day

Milano, venerdì 12 febbraio 2016, ufficio social media di una nota radio nazionale.
ore 18.29.35
Mario: dai Piero che sono le sei e mezza, spegni tutto e andiamo.
Piero: ok, aspetta che riguardo le mail, magari ho dimenticato qualcosa…
Mario: va bene, ma fai in fretta.
ore 18.30.12
Piero: ehm… il capo ci ha scritto di programmare un post su Facebook per domenica, che è san Valentino.
Mario: oh cazzo, giusto. Che dice?
Piero: di trovare un brano che sia “a tema con la festa e coerente con la nostra linea editoriale”. Non le solite lagne, insomma.
Mario: uff, che palle. Và su YouTube, dai.
ore 18.30.51
Piero: il primo risultato che vien fuori se scrivo “Valentine’s Day” è un video di David Bowie.
Mario: wow, che culo, sempre sul pezzo noi. Aggiudicato!
Piero: ma la conosci la canzone? Sei sicuro che sia a tema?
Mario: con un titolo così, di cosa vuoi che parli, scusa? Dai, programmalo.
Piero: vabbè. A che ora?
Mario: domenica? Non prima delle 11, che la gente dorme. E aggiungici una frase di circostanza, tipo, che so, “Buongiorno rockers!”
Piero: se lo dici tu…
ore 18.31.44
Piero: fatto.
Mario: bene. E adesso leviamoci dalle palle và, che c’ho un’apericena tra un’ora…