Keith, 1944-2016

Ho saputo della morte di Keith Emerson.

Dovete sapere che nel mio vocabolario, alla voce “sborone”, c’è una foto degli Emerson, Kate e Palmer. Un trio che, nonostante questo, ascoltai parecchio alcuni anni fa e che era composto da tre personaggi che, per dire, all’apice della loro carriera arrivavano ai concerti con tre elicotteri separati. Diciamo che di certo non potevano annoverare la sobrietà e l’umiltà tra le loro doti umane, ecco.

Lo dimostra anche questo video, esecuzione dal vivo della loro interpretazione dei Quadri di un’esposizione di Musorgskij, con tanto di testi inediti ed intromissioni di Cajkovskij appiccicati sopra senza ritegno; una scelta che, non senza ragione, ha causato più di qualche perplessità tra gli appassionati di musica classica.

Ma al di là di queste considerazioni, la triste conclusione della vita di Keith Emerson ci mostra quanto viscerale può essere l’attaccamento di un musicista al suo strumento. E l’attaccamento di Emerson a quel sintetizzatore da lui “maltrattato” per decenni era evidentemente tale da fargli perdere ogni motivazione a vivere una volta capito che non avrebbe più potuto suonarlo adeguatamente.

Riposa in pace, Keith.

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La “Riconciliazione Nazionale” di Nelson Mandela

Questa mattina ho saputo della morte di Nelson Mandela. E penso siate d’accordo con me che un personaggio di tale caratura meriti di più di un post di cordoglio su Facebook o di un tweet, no? Io vi consiglio il capitolo che gli dedica Marianella Sclavi nel volume Arte di ascoltare e mondi possibili, e che riguarda l’esperienza della Truth and Reconciliation Commission (1995), istituzione che volle raccogliere le testimonianze non solo dei crimini commessi dalla popolazione bianca nei confronti di quella nera, ma anche delle violenze commesse dai gruppi anti-apartheid verso la popolazione bianca negli anni della transizione democratica.

Purtroppo qui in Italia operazioni simili non sono mai state compiute, e il brutto rapporto che abbiamo con la nostra storia degli ultimi centocinquant’anni ne è la conseguenza. Google Books vi regala le prime tre pagine del capitolo, per le altre fatevi un giro in biblioteca.

Margherita, su la Vita!

«Pronto? Scusi il disturbo Pietro. Sono Luigi, chiamo dalla portineria. Volevo avvisarLa che è arrivata la presidentessa onoraria dell’UAAR. Va bene, gliela saluto senz’altro».
«Buongiorno Margherita! Cos’è quella faccia? Non se l’aspettava, eh? Benvenuta!
Sì, sono proprio io, il commissario Calabresi. Lo so che dovrebbe esserci san Pietro, ma oggi è il suo onomastico ed è impegnato altrove, quindi mi sono offerto di sostituirlo.
No, la prego. Non dica nulla. Sappiamo tutto di lei, e se il Principale l’ha perdonata, a maggior ragione lo devo fare io… Avremo modo di riparlarne in un altro momento comunque, tanto abbiamo tutta l’Eternità davanti…
Si troverà sicuramente benissimo con noi, glielo assicuro. Anche perché in mensa servono solo vegetariano. Sa com’è, la Genesi parla chiaro.
Le auguro buona permanenza, signora Hack! Pensava che fosse finito tutto, eh? E invece il bello arriva adesso».

Lucio, 1943-2012

Il Sabatini Coletti definisce l’aggettivo privato come fuori dal ruolo sociale e dalla funzione pubblica ricoperta, nonchè riservato a una sola o a poche persone e ancora personale, confidenziale: quello privato è quindi un’ambito della propria vita che, per definizione, è contrario di pubblico, e che quindi è nascosto, occultato agli estranei. Una sfera, quella privata, difficile da difendere soprattutto per chi, a causa della propria notorietà, si ritrova ad essere un personaggio pubblico e quindi letterariamente o simbolicamente sotto i riflettori.

Noti personaggi del mondo dello sport, della musica e della televisione dimostrano che, comunque, è possibile anche per un “vip” mantenere un certo riserbo sulla propria vita privata. Mettere la propria vita privata in piazza è quindi soprattutto una questione di volontà: c’è chi lo fa, e tra questi c’è chi lo fa per avere un ritorno in termini di immagine, di consenso o di pubblicità, e c’è chi non lo fa.

Lucio Dalla era di certo tra questi ultimi: un personaggio che, nonostante il suo essere a suo modo fuori dagli schemi, non ha mai voluto sbilanciarsi riguardo a ciò che riguardava la propria sfera dell’affettività, esercitando un diritto sacrosanto sancito, in questo caso, pure dal dizionario della lingua italiana. Senza contare che, ad essere proprio cinici, comportandosi diversamente ne avrebbe di certo “guadagnato” in termini di visibilità, in base al noto… “principio di Oscar Wilde”: bene o male, purché se ne parli.

Quando muore un artista di successo e si specula economicamente sulla sua morte, pubblicando compilation evitabili e/o dischi postumi, si dice che che “non sono state rispettate le volontà dell’artista”: quindi, se per questo motivo non è giusto pubblicare brani che il defunto ha intenzionalmente voluto tenere nel cassetto, non bisognerebbe ora per lo stesso motivo evitare di discutere su un aspetto della vita privata di Lucio sul quale il diretto interessato ha sempre volutamente taciuto?

E invece c’è chi ora si permette di ficcare metaforicamente il naso nella sua abitazione e di fantasticare sulle sue frequentazioni, sulle sue abitudini e i suoi affetti, per giunta per secondi fini, senza conoscere la verità e soprattutto ora, che il diretto interessato non può più, eventualmente, dire la sua a proposito.

Tutti quelli che hanno colto l’occasione di questo evento luttuoso per rifarsi una verginità (se così si può chiamare), giudicare il defunto, emettere sentenze, fare pettegolezzi o innescare polemiche raccontando balle hanno perso una grande occasione per stare zitti.

(Postilla, nel caso non fossi stato abbastanza chiaro: se Dalla in vita avesse fatto coming out, i funerali in chiesa glieli avrebbero fatti lo stesso, visto che nel suo caso non sussisteva alcuna condizione che lo avrebbe impedito. Inoltre, se la Curia ha chiesto di non suonare le sue canzoni durante il funerale non è perché conterrebbero riferimenti all’omosessualità o chissà cosa, ma perché in chiesa si deve suonare canto liturgico: che poi questa regola venga violata da certi preti è un altro discorso ma, come ha detto giustamente il vescovo di Bologna, non si possono certo mandare i Carabinieri in chiesa per costringerli a rispettare le regole.)

Splinder, 2001-2012

Ha chiuso ieri i battenti Splinder, storica piattaforma italiana dei blog, la più grande in Europa prima dell’era WordPress. Sotto la bandiera di Splinder aprii il mio primo blog a inizio 2003 (hal9000.splinder.com), ed il secondo a fine 2004 (ctrlaltcanc.splinder.com): i contenuti di quest’ultimo (in attesa che mi decida di revisionarli per decidere cosa tenere e cosa togliere) sono stati versati qui su WordPress ormai da alcuni mesi.

Dal 2003, anno del mio “debutto” da blogger, tanta acqua è passata sotto i ponti, si sono diffusi i social network e piattaforme per blog decisamente più efficienti ed attraenti, ma straniere. E così il nostro piccolo orgoglio italiano ha dovuto chiudere baracca, schiacciato dalla concorrenza e dalla vecchiaia, un po’ come capitò in passato (anche se con modalità e risultati differenti) ai vari Italia on-line, Arianna, Virgilio e compagnia bella.

Mentirei se dicessi che ne sentirò la mancanza, ma visto cos’ha rappresentato questa piattaforma per il decennio scorso, comunque un po’ dispiace.

Andrea, 1921-2011

Ammetto quanto per me Andrea Zanzotto sia una lacuna da colmare. E cercherò di colmarla al più presto, col rammarico non aver mai incontrato dal vivo questa persona, pur abitando non lontano da casa mia.

Vi lascio con il documentario-intervista di Marco Paolini qui sopra (regia di Carlo Mazzacurati, 2009) e una bella composizione di colui il quale ci ha lasciato da più grande poeta italiano vivente.

Sguiscio gentil che fra mezzo erbe serpi,
difficil guizzo che enigma orienta
che nulla enigma orienta, e pur spaventa
il cor che in serpi vede, mutar sterpi;

nausea, che da una debil quiete scerpi
me nel vacuo onde ogni erba qui s’imprenta,
però che in vie e vie di serpi annienta
luci ed arbusti, in sfrigolio di serpi;

e tu mia mente, o permanere, al limite
del furbo orrido incavo incastro rischio,
o tu che a rischi e a limiti ti limi:

e non posso mai far che non m’immischio,
nervi occhi orecchi al soprassalto primi
se da ombre e agguati vien di serpe il fischio.

(1978)

Alfredo, 13.06.1981-13.06.2011

Oggi sono passati trent’anni dalla tragica scomparsa del piccolo Alfredino Rampi (tra l’altro avvenuta a pochi giorni e pochi km di distanza dalla morte di Rino Gaetano che ho ricordato in uno degli ultimi post).

Alfredo era un bambino di sei anni, residente nella periferia di Roma, scivolato in un pozzo artesiano, dal quale non ne uscì vivo a causa delle gravi carenze organizzative dei soccorritori.

Una dolorosa vicenda che è ricordata anche perché fu un evento mediatico senza precedenti: questo a causa della RAI che, con la fondata speranza di poter mostrare ai telespettatori il momento del salvataggio del bambino, allestì una diretta di molte ore con uno sforzo non indifferente per le tecnologie dell’epoca. Una trasmissione che finì per seminare l’angoscia nelle case di milioni di italiani, fino al suo tragico epilogo.

Quella tragedia fu uno dei presupposti della nascita della Protezione Civile, ma rappresentò anche l’apertura di un “vaso di Pandora televisivo” che sembra essere senza fondo. A distanza di trent’anni, lo sciacallaggio dei media nostrani sulle tragedie è purtroppo una normalità dalla quale ci siamo quasi anestetizzati.

Per approfondire vi consiglio questo articolo: “Vermicino, quando l’Italia imparò a piangere davanti alla tv“, da Avvenire, 22 maggio 2011. E ovviamente il pezzo qui sopra, “Alfredo” dei Baustelle, nel cui testo Francesco Bianconi dipinge la televisione come una sorta di divinità cinica che dall’alto guarda un suo figlio morire.