L’Atlante dei Classici Padani a Motta di Livenza

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Recentemente Alberto Angela ha deliziato il suo pubblico del sabato sera su Rai Tre con due puntate sul Veneto, mostrando bellezze spesso poco conosciute anche da noi che ci abitiamo: purtroppo ci è molto più familiare un altro tipo di paesaggio nostrano, ovvero quello delle zone industriali, degli outlet, delle rotatorie. Il prezzo salato che la nostra regione ha pagato al progresso è una distesa di asfalto e cemento cresciuta senza ordine e oltretutto senza gusto estetico.
Se nel medioevo gli artisti e i letterati crearono l’Italia attraverso la cultura, negli ultimi trent’anni invece politici e imprenditori settentrionali attraverso l’edilizia hanno creato una nuova entità territoriale: è questa la cosiddetta “macroregione” trattata dall’Atlante dei Classici Padani, volume fotografico che verrà presentato giovedì 10 novembre alle ore 20.45 a Motta di Livenza, presso la Fondazione Giacomini. Il libro è frutto di un progetto di due bresciani, l’artista Filippo Minelli e il giornalista Emanuele Galesi, i quali partendo da una pagina Facebook chiamata “Padania Classics” hanno innescato un dibattito, serio ma con un pizzico di ironia, sull’idea di sviluppo che ha caratterizzato dagli anni ’70 in poi almeno tre regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Veneto).
Capannoni, parcheggi, cartelloni pubblicitari, condomini, chiese post conciliari, palme da giardino, villette a schiera: attraverso un uso della fotografia inconsueto, perché cerca il banale e lo sciatto, questo “Atlante” vuole mostrare quanto la corsa alla cementificazione abbia finito per influenzare la vita, a volte perfino nella sfera religiosa, di chiunque viva nell’area compresa tra Torino e Trieste.
La serata, che sarà moderata dal nostro collaboratore e critico d’arte mottense Carlo Sala, che è pure autore della prefazione del libro, è organizzata dall’Associazione Fucina n. 4 nell’ambito del 150° anniversario dell’annessione del Veneto all’Italia.

L’Azione, domenica 6 novembre 2016

USA 2016: e se fosse andata diversamente?

Hillary Clinton

Forza ragazzi. Tra poche ore sapremo che Hillary Clinton ha vinto le presidenziali USA e potremmo tirare un sospiro di sollievo che neanche dopo la crisi dei missili a Cuba nel ’62.
E nel nostro paese inizierà subito una grande gara a salire sul carro della vincitrice, che per l’occasione assumerà le dimensioni del Titanic. I nostri politici, salvo pochi insignificanti distinguo, dichiareranno la propria soddisfazione per l’esito delle urne e Laura Boldrini su Twitter parlerà di “giornata storica per tutte le donne del mondo”. I quotidiani ci delizieranno con scontate frasi ad effetto del tipo “da oggi l’uomo più potente del mondo è una donna” e reportage sugli Stati Uniti, questo grande paese che nonostante le tante contraddizioni ancora una volta stupisce il mondo e quanta strada c’è ancora da fare in Italia; i vari Severgnini, Gramellini, Bignardi, Palombelli eccetera diranno esattamente quel che ci si aspetta dai vari Severgnini, Gramellini, Bignardi, Palombelli eccetera, e via così. Si faranno considerazioni semiserie sul nuovo ruolo da First Gentleman di Bill Clinton e sul lato del letto su cui dormirà, qualcuno toglierà dal congelatore Monica Lewinsky e insomma sarà un gran bel revival degli anni ’90, e a noi italiani i revival piacciono un sacco. Saremo travolti da un’ondata di entusiasmo che non troverà un riscontro tale forse nemmeno tra lo stesso elettorato americano, compreso quello di parte democratica, che dopo la staffetta Bush senior-Bush junior forse avrebbe preferito evitare appunto un altro revival, un altro passaggio di consegne in famiglia.
Il problema è che, in virtù dell’essere guidata da colei che ha salvato il mondo dall’Alcolico Biondo, l’amministrazione Rodham Clinton si sentirà legittimata a fare più o meno qualsiasi cosa.
Cosa? Lo possiamo immaginare non solo dai noti inciuci della ex First Lady col mondo della finanza, con conseguente appoggio (rimangiato di recente per opportunismo) all’ormai defunto TTIP, ma anche da suoi trascorsi di politica estera: lasciando perdere la fumosa questione delle email, la Segreteria di Stato a guida Clinton ha responsabilità precise negli sciagurati interventi militari in Libia e Siria, i cui effetti (in particolare terrorismo e migrazioni di massa) stiamo subendo e subiremo ancora per anni.
C’erano due regimi antidemocratici da rovesciare, si diceva; ma se è per quello ci sarebbe pure una monarchia assoluta in Arabia Saudita, culla e finanziatrice per stessa ammissione della Clinton dell’islam radicale, nonché terra natale di Osama Bin Laden e di gran parte degli attentatori dell’11 settembre. Nonostante questo, l’Arabia Saudita non la tocca nessuno, e c’è da scommettere che nel prossimo futuro le cose non cambieranno, visto che la nuova inquilina della Casa Bianca non si è fatta problemi, negli anni scorsi, ad approvare vendite di armi per miliardi di dollari proprio ai sauditi, col benestare del Premio Nobel per la Pace Barack Obama.
L’Arabia Saudita oltretutto è quel posto dove se non sei musulmano o sei omosessuale rischi la forca, e se sei donna i tuoi diritti basilari vengono quotidianamente calpestati. Eppure Hillary, che dice di sostenere i diritti dei secondi e delle terze, e che anche per questo ha istituito una fondazione col marito, non si fa problemi a ricevere da anni abbondanti donazioni, per essa e per la campagna elettorale, dalle ricche famiglie saudite che rappresentano di fatto la classe dirigente del paese.
Ma tanto, che volete che sia? L’importante è evitare a tutti i costi la terza guerra mondiale con Trump, no? Da domani alla presidentessa basterà farsi fotografare ogni tanto in mezzo a dei latinos, ad un Gay Pride o ad una conferenza sul clima, per mostrare a tutti quanto sia di sinistra; e per il resto, neoliberismo e imperialismo come se piovesse. Come da tanti anni a questa parte, con poche variazioni sul tema.
Ma se la mano che toglie diritti sociali alle fasce più deboli, o bombarda per sbaglio dei civili da qualche parte nel mondo, fosse democratica e per giunta femminile, sarebbe meno grave, giusto?

[N.B.: ho pubblicato questo testo ieri sera su Facebook: previsione sbagliata. Ma guardate la luna, non il dito.]

2016, ovvero: come non si organizza un referendum

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Diciamoci la verità, ora che le urne sono chiuse: chi, alla vigilia del voto pensava che il cosiddetto “referendum sulle trivelle” potesse raggiungere il quorum era veramente molto ottimista.
Negli ultimi diciotto anni solo una volta, nel 2011, la percentuale di votanti ha superato il quorum del 50% più uno: il fronte del sì allora era più compatto di quello visto quest’anno e, sebbene ugualmente trasversale, all’epoca non ricordo di aver sentito nessuno dire “siccome Casapound e la Lega sono per il sì, io sto a casa”, per esempio. Ricordo bene la bella mobilitazione partita dal basso, e il grande tam tam (forse anche troppo) sviluppatosi per i referendum riguardanti acqua e nucleare cinque anni fa: nulla di paragonabile a quanto visto nelle ultime settimane.

I sostenitori del sì inoltre furono aiutati dal fatto che in quei mesi ancora si respirava l’odore di Fukushima, e dalla concomitanza con le elezioni amministrative. Eppure l’affluenza allora superò la fatidica soglia del 50% di neanche quattro punti percentuali, in fondo. Come si poteva immaginare di ripetere tale risultato con le condizioni attuali?

Aggiungiamoci inoltre la complessità del quesito, difficile da mettere a fuoco anche per un cittadino informato; le contraddizioni di certe forze ambientaliste, peraltro condizionate da una visione dello stesso ambientalismo forse troppo ideologica, e quindi alla lunga controproducente; errori di comunicazione, a partire dal penoso “trivella tua sorella” dal quale i comitati del sì non hanno preso le distanze, mi sembra. Dulcis in fundo, la pessima idea di qualcuno di trasformare tutto questo in un referendum pro o contro Renzi: di fatto, un cross a porta vuota per il premier, che ora se ne può uscire da vincitore.

Io sono andato a votare sì, anche se con una certa perplessità. Qualcuno ha detto che c’era da lanciare il messaggio che è ora di dare una svolta alle politiche energetiche italiane, ancora troppo legate a processi di produzione inquinanti e a fonti di energia destinate inevitabilmente ad esaurirsi. Vero, e così ho fatto: ma era questo il modo? Ne dubito.

Ne esce vincitore chiunque voglia mantenere questo status quo energetico che non possiamo più permetterci. Ne esce sconfitto lo stesso istituto del referendum: uno strumento democratico che, visti anche precedenti come la risurrezione del ministero dell’agricoltura precedentemente abolito per via referendaria, e la sempre più diffusa allergia alle urne degli italiani, sarà visto in futuro come uno strumento inutile da una percentuale ancora più ampia della popolazione.

Spero solo che chiunque intenda, in futuro, raccogliere firme per indirne un altro, si ricordi di questo 2016, ovvero l’anno in cui capimmo come non si organizza un referendum.

Scherzo “politico” di pessimo gusto

Francesco Marchese, ventisettenne di Motta di Livenza, è un esempio purtroppo raro di giovane impegnato attivamente in politica. E sebbene la classe politica è spesso criticata in quanto troppo remunerata e privilegiata, a livello giovanile e locale vive una situazione estremamente diversa, dove l’amarezza è dietro l’angolo. Lo sa bene Francesco, noto anche per la sua militanza negli scout di Motta e la sua attività al Brandolini, il quale ha scoperto di essere stato incluso, suo malgrado, come organizzatore di una fantomatica gita a Predappio. Il suo nome e quello di un suo amico, il quale ha preferito rimanere anonimo, campeggiavano infatti in bella vista con tanto di recapiti telefonici reali in calce a dei volantini di fabbricazione casalinga affissi in giro per Motta di Livenza intorno allo scorso 28 settembre. Questi volantini pubblicizzavano una gita alla città natale di Benito Mussolini, con tanto di programma e fascio littorio annesso, in occasione del prossimo anniversario della Marcia su Roma (28 ottobre).

In una nota pubblicata il 2 ottobre nella pagina Facebook del Partito Democratico di Motta, sezione che conta Marchese tra i suoi tesserati, ha voluto esternare la sua contrarietà per uno scherzo definito pessimo e fuori luogo. “Penso che richiamarsi così ad un passato fascista, esaltandolo, sia una cosa bassa ed ignorante”, ha affermato. “Il fascismo è stato il trionfo dell’illegalità, della violenza, dell’abuso di potere, della supremazia sugli altri, [e] n quel periodo non vi era libertà né democrazia, non vi era né il rispetto, né la legalità. […] Vedere il mio nome associato a quei contenuti mi ha disgustato, mi sono sentito offeso, colpito nei miei pensieri e nei miei ideali. Da anni porto avanti i miei valori all’interno del Partito Democratico locale ma quand’anche non ne facessi parte, l’associazione a tali contenuti avrebbe comunque leso i miei principi”.

Marchese ha voluto sporgere denuncia contro ignoti alle autorità “non perché tale questione diventi una battaglia di parte e non solo perché è stata lesa la libertà della mia riservatezza ma perché questa situazione mi fornisce l’occasione per ribadire un valore che mi è molto caro, quello dell’anti-fascismo, [che] non può e non deve essere una questione di parte ma è patrimonio culturale e valoriale di tutti ed è su questo patrimonio che si fonda la nostra Repubblica e la convivenza civile di tutti noi”.
“Concludo, infine, dicendo che questo volantino mi sollecita a continuare a migliorare sempre il mio impegno nel nome delle mie idee perché solo queste spostano le montagne”.
A distanza di una decina di giorni, gli autori del misfatto risultano ancora ignoti.

L’Azione, domenica 13 ottobre 2013

De Pin: “Con Grillo non c’è democrazia”


Foto: API

Il 21 giugno Paola De Pin, senatrice di Lutrano [di Fontanelle, provincia di Treviso], ha annunciato la propria uscita dal Movimento Cinque Stelle e la sua adesione al gruppo misto. Pur avendola intervistata dieci giorni dopo, ancora il suo tono di voce trasmette l’amarezza per una decisione sofferta.
Cosa l’ha spinta a prendere questa decisione?
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’espulsione della mia collega e amica Adele Gambaro. Siamo due persone supertranquille, moderate e democratiche: lei ha solo detto una cosa che molti all’interno del Movimento pensano, solo che l’ha detto ai giornali. Ora siamo nelle istituzioni, abbiamo un ruolo importante, quindi dovremo essere propositivi, non solo distruttivi. Io, dal 15 marzo che ci siamo insediati, ho visto una deriva che non mi è piaciuta e mi sono un po’ estraniata. Mi sono chiesta se stavamo facendo la scelta giusta. Il mio è stato un percorso di riflessione: nel Movimento non mi ci ritrovavo più. Anche per tutta questa spettacolarizzazione: mi sembrava di essere nella casa del Grande Fratello. Di concreto, a cosa serve noi italiani? E’ come se avessimo portato quella trasmissione dentro al parlamento: questa sarebbe la famosa “casa di vetro” che avrebbe dovuto essere costruttiva e che invece si è rivelata solo show, e pure di bassa lega.
Quale sarebbe stata la sua linea?
Il Movimento è nato come forza di protesta, e i suoi valori politici non sono cambiati. Ma in politica non si può fare il Savonarola, che è finito al rogo: la politica è l’arte della mediazione per far nascere qualcosa di migliore, altrimenti la mia politica rimane sterile e fine a se stessa.
Non mi è piaciuta nemmeno la deriva totalitaria dei vertici: io ho una cultura democratica, e qui in Veneto non siamo estremisti, veniamo da una culla della DC, della moderazione…
Col senno di poi, lei avrebbe cercato un qualche tipo di accordo col Partito Democratico durante la formazione del governo?
Qualcosa sì, per poter fare qualcosa di buono, per lavorare… Uno non può pretendere di fare del giardinaggio senza sporcarsi le mani, altrimenti il suo lavoro è inconcludente. Ora il Movimento è all’opposizione e di fatto non conta nulla. Pensiamo solo al caso degli aerei F-35: se il Movimento avesse dato l’appoggio, anche esterno, ad un altro tipo di governo, il progetto forse non sarebbe passato e avremmo 15 miliardi per noi italiani e non per la “pace armata”.
Lei ritiene che nel Movimento ci sia democrazia?
E’ una cosa di facciata. Sono stata attivista fin dal 2009, ci ho messo anima e cuore anche trascurando mio figlio di un anno, e senza pensare al Dio Denaro: chi è entrato nel Movimento non l’ha certo fatto per soldi ma per migliorare il nostro paese. Ma poi ci sono stati dei fatti, concreti, che mi hanno fatto capire che non avrebbe funzionato. La mia scelta è stata difficile. Forse mi conveniva fregarmene, rimanere dentro e navigare a vista. Ma ho un carattere forte e nessuno può impormi idee che non sono democratiche.
Che ruolo ha avuto internet in tutto questo?
Mi sono resa conto che la democrazia diretta su Internet non può funzionare, la politica è dialogo e impegno faccia a faccia: su questo mi sono ricreduta. E poi vedere questo fanatismo sul web contro chi ha idee diverse dalle tue non mi appartiene. Io rispetto tutte le idee, perché bisogna montare questa cattiveria sul web, questi massacri mediatici?
Ho messo a conoscenza il gruppo dei miei dubbi, sul voler aizzare il popolo in questo modo senza spiegazioni… in Francia è appena stato pubblicato uno studio riguardante internet, sulla sua onniscienza e la sua capacità di influenzare le opinioni, sostituendosi alla televisione… Bisogna avere la capacità di discernere, di mantenere un senso critico.
Secondo lei ci sono i presupposti per un gruppo parlamentare di ex pentastellati?
Sarebbe bello, ma è prematuro per dirlo. Non ho la sfera per vedere il futuro.
Mai come in questo periodo noi cittadini vediamo la politica come una cosa lontana. Lei che ora l’ha vista da vicino, cosa ne pensa?
Il bello del Movimento è che nessuno al suo interno, o meglio, nessuno di noi del gruppo del Senato, aveva lobby alle spalle, banchieri o industriali da difendere. In una situazione del genere ci sarebbero veramente le condizioni per fare una politica per il bene dell’Italia, a differenza di chi sta adesso al governo che forse deve sottostare a dei poteri forti, ad interessi europei.
Che farà d’ora in poi? Ha intenzione di dimettersi da senatrice?
Ci ho pensato, all’inizio. Ma ora mi sento libera, e nelle condizioni di poter fare qualcosa. Prima potevamo discutere ore e ore al Senato, poi la sera usciva un post nel blog di Grillo e tutto veniva ritrattato: eravamo considerati come dei burattini. Come ha detto il mio collega Zaccagnini, siamo passati dal “partito azienda” al “movimento azienda”…
E quando la legislatura terminerà?
A questo non ci ho pensato, ma me l’hanno chiesto in tanti. In questi giorni su internet molti mi hanno insultata, ma ho ricevuto anche tante email e telefonate di sostegno dalle nostre parti. Gente che mi chiede di restare, perché ha bisogno di un referente del nostro territorio. Non mettiamo però il carro davanti ai buoi: ora non so cosa farò, dopo.
Lei ha deciso di devolvere parte dei suoi primi emolumenti alla Nostra Famiglia di Conegliano. Manterrà l’impegno di ridursi lo stipendio?
Sì, senza ombra di dubbio: è un obbligo che voglio onorare. Che bello sarebbe se lo facessero tutti i parlamentari… Ho intenzione di sostenere delle realtà, e non di devolvere questi soldi al Tesoro per il Debito Pubblico, in un fondo che non si sa chi lo gestisce e dove andrà a finire. Cercherò dei progetti concreti, magari non proprio qui nelle vicinanze altrimenti mi accuseranno di comprarmi l’elettorato. Dovrò stare attenta, in ogni caso credo che ci sarà sempre qualcuno che mi criticherà.

L’Azione, domenica 7 luglio 2013

La vita del Popolo, giovedì 4 luglio 2013

Murdoch. Ti sorprende sempre.

Rupert Murdoch. Ovvero quello dalle arcinote simpatie destrorse che lo hanno portato a sostenere il Partito Conservatore inglese (Margaret Thatcher prima, David Cameron oggi) facendo solo una (mezza) eccezione per Tony Blair, noto amico di George W. Bush. Ovvero il padrone della statunitense Fox News, spesso criticata per le sue manipolazioni giornalistiche e la subdola propaganda anti Obama. Ovvero l’ultimo padrone dell’inglese News of The World, chiuso nel 2011 dopo il grande scandalo degli spionaggi. Ovvero il padrone delle italiane Sky e Cielo, che ora mettono in onda il dibattito dei cinque candidati alle primarie del Partito Democratico.

 

Nel frattempo la Rai, servizio pubblico, risulta
non prevenuta.

Giovani e politica a Oderzo: due casi

Seconda parte della mia indagine sui candidati alle comunali 2011 a Oderzo. La prima è qui.

Tra le quattro liste a sostegno della candidata leghista una è composta da sedici candidati tra i 19 e i 39 anni: sono i “Giovani per Michela Durante”. Già alle comunali 2006 il Carroccio schierò la lista “Giovani… noi ci siamo” a sostegno del proprio candidato: un precedente non certo positivo visto che quel gruppo sparì senza lasciare traccia all’indomani del ballottaggio. «È vero – dice oggi Federica Colò, uno dei pochi reduci di quell’esperienza –. Ma quello era un gruppo troppo legato al partito e con persone a volte poco motivate. Questa volta lanciamo una proposta più legata al candidato». La speranza è che questa nuova formazione duri nel tempo a prescindere dagli esiti delle urne. Opportunità di darsi da fare ce ne sono a bizzeffe a Oderzo: cosa succederà? Lo scopriremo solo vivendo.

Ben diversa è la storia dei Giovani per Oderzo, il gruppo di giovani di sinistra che da cinque anni propone le sue attività nel territorio. Alle comunali 2006 si schierò con il Partito democratico, e quattro suoi componenti furono inseriti tra i candidati consiglieri. Uno di questi, Andrea Erboso, l’estate scorsa divenne pure segretario pro tempore della sezione locale del partito.
Questa tornata elettorale però non vede alcun Giovane per Oderzo in lista con alcun candidato. I motivi sono illustrati nell’ultimo numero de “Lo strillone”, il giornale murale del gruppo esposto in piazza Grande domenica scorsa: “La collaborazione su cui avevamo investito si è rivelata per noi insostenibile perché inficiata da metodi ed equilibri che riteniamo inaccettabili e ci ha costretti a rivedere le nostre posizioni”, scrivono, promettendo di continuare a fare la propria parte nella vita politica della città all’esterno delle istituzioni. I Giovani per Oderzo criticano la scelta delle liste di raccogliere consensi più attraverso i giri delle conoscenze dei propri candidati, che sui programmi e le proposte per la città. Però, concludono, «l’appuntamento è solo rimandato».

L’Azione, domenica 15 maggio 2011