Bob Dylan a San Daniele del Friuli

27 giugno 2015 alle 10:40 | Pubblicato su Eventi | Lascia un commento
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Si tratta probabilmente del più importante cantautore vivente; un’artista che, è proprio il caso di dirlo, non ha bisogno di presentazioni. Bob Dylan, autore di alcuni tra i maggiori inni della controcultura americana degli anni ’60, trentasei album in studio pubblicati dal 1962 al 2014, si esibirà sabato sera 27 giugno a San Daniele del Friuli, nell’ambito della manifestazione “Aria di Friuli Venezia Giulia”, primo appuntamento di un breve tour italiano di quattro date. Prezzo del biglietto piuttosto popolare, se rapportato all’importanza dell’artista: 30 euro più diritti di prevendita. Biglietti in vendita su http://www.ticketone.it.

Tacere bisognava e andare avanti

24 maggio 2015 alle 21:46 | Pubblicato su commenti | Lascia un commento
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24 maggio 1915 – 24 maggio 2015. Oggi sono cento anni che l’Italia ebbe la sciagurata idea di entrare nella Grande Guerra.
In questi mesi ho potuto approfondire tramite vari canali le vicende di quel drammatico triennio, e oggi il mio pensiero non può che andare ai quei poveri soldati, sia quelli che la guerra la fecero volontariamente, sia quelli che non ebbero la possibilità di scegliere. Tra questi anche il mio bisnonno: chissà quante volte sarebbe bastato un niente e… io non sarei mai nato. Ma penso anche alle popolazioni civili che subirono in modi diversissimi le pesanti conseguenze del conflitto, ai parroci che dopo Caporetto fecero le veci dello stato nei territori occupati, ai cappellani e le infermiere che dovettero improvvisarsi psicologi… Erano solo comparse in quel palcoscenico, e settecentomila di queste non vissero abbastanza per vederne la fine.
Ad essere di manica larga potrei provare pietà perfino per i generali, che in accademia avevano studiato Napoleone e che si trovarono a gestire una guerra nuova e sconosciuta, con equipaggiamenti spesso inadeguati e obsoleti, in un clima di violenza e disperazione.
Sia chi sopravvisse, sia chi se ne andò erano persone come me, ma con la sfortuna di essere nate al momento sbagliato nel posto sbagliato. Tutti permeati di modi di pensare moderni ma perversi, che lasciarono in eredità al mondo due guerre mondiali, il colonialismo, i regimi totalitari, milioni di morti.
Gli unici che non proprio non riuscirei a perdonare sono coloro i quali da un secolo ad oggi hanno strumentalizzato, e continuano a farlo, questi tragici eventi per un tornaconto personale, offendendo in questo modo la Storia e le sue vittime.

Qui sopra: il film completo Uomini contro di Francesco Rosi (1970). Vivamente consigliato.

Lettera aperta al manifestante pacifico (o pacifista)

2 maggio 2015 alle 12:25 | Pubblicato su commenti | Lascia un commento
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Caro manifestante NoExpo, pacifico o pacifista,

ti scrive uno che, verosimilmente, sarebbe d’accordo con te non dico su tutto, ma su alcune cose sì. Magari anche su molte cose. Mentre scrivo queste parole ho in testa le immagini di ieri delle devastazioni di Milano, e non posso che essere in collera pure con te, sebbene volessi manifestare pacificamente.

Vedo già che in queste ore tanti miei connazionali, secondo un copione già visto e rivisto, starà facendo di ogni erba un fascio definendoti finto rivoluzionario con l’iPhone, vigliacco, zecca comunista, imbecille, figlio di papà, pezzo di merda, teppista, eccetera. I più colti lo faranno citando quel vecchio pezzo di Pierpaolo Pasolini in cui si schierava dalla parte dei celerini. Tanti auspicheranno, anche per te che non eri tra i violenti, punizioni esemplari che vanno dal pagamento dei danni alla pena di morte.

Beh, anche se Pasolini aveva ragione, io non sono tra quelli. Posso immaginare la tua rabbia e la tua amarezza per quanto è successo, e anche le tue giustificazioni: non ci devono paragonare ai black bloc; i media mostrano i delinquenti e non chi manifesta pacificamente; il governo, e chi ha interessi legati all’Expo, strumentalizza questi disordini per creare consenso intorno a sé. Magari ti stai spingendo anche oltre, insinuando che tra i manifestanti ci sono infiltrati vicini alle forze dell’ordine messi lì per fare disordine. In fondo lo faceva anche Cossiga, no?

Diciamo che su quest’ultimo punto si potrebbe discutere a lungo, ma per il resto le tue giustificazioni sono legittime. Ciò non toglie che se nel 2015 dobbiamo ancora assistere a spettacoli vergognosi come quello di ieri, la colpa è anche tua.

Ti spiego perché. Se scendi in piazza a protestare è perché dietro ad una grande manifestazione che sostiene di avvicinare le culture e di voler risolvere il problema della fame del mondo vedi contraddizioni, ipocrisia, speculazioni edilizie, corruzione, multinazionali, sfruttamento. Sei sensibile alle grandi ingiustizie del mondo; un mondo che non ti piace: ne vorresti uno migliore, dove al centro c’è l’uomo, e non i soldi, il potere, l’oppressione.

Ma allora, se quello che vuoi è il progresso, perché ragioni come un conservatore? Non capisci che anche tu, magari inconsapevolmente, fai parte di quel copione già visto e rivisto che citavo sopra? Di quell’ingranaggio che fa in modo che queste proteste si ritorcano contro a chi li organizza?

Per definire una persona all’antica si usa l’espressione “un uomo dell’Ottocento”. Ma ora che siamo ventunesimo secolo, bisognerebbe aggiornarla a “uomo del Novecento”. E in questa definizione tu, purtroppo, ci entreresti in pieno.

E allora svegliati. Il ’68 è finito da un pezzo. E anche il ’77. E permettimi di aggiungere: per fortuna.

Quelle stagioni le hanno vissute i nostri genitori o i nostri professori, e avevano anch’esse i loro lati oscuri e le loro contraddizioni. Ispirarsi ad esse è da nostalgici e pure un po’ da reazionari: ora, che ci piaccia o meno, siamo nella società dell’immagine, e basta un tizio qualsiasi con uno smartphone, o un presunto manifestante davanti a una telecamera, per rovinare la reputazione di un intero movimento. Smettila di frignare sostenendo che i media asserviti al potere mostrano solo le mele marce e non la maggioranza pacifica: è così ovunque, eppure negli Stati Uniti questa è diventata una foto simbolo, mentre in Italia questa è diventata una foto simbolo. La vedi la differenza? Da una parte la violenza gratuita di un poliziotto su una ragazza disarmata, dall’altra un figlio di papà col volto coperto che lancia un estintore. Secondo te la gente, guardando queste immagini, da che parte si schiererà?

Devi capire che le tue forme di protesta sono vecchie e controproducenti. Ci sono ormai svariati precedenti che lo dimostrano. E allora perché insistere su quella strada?

Per cambiare le cose bisogna parlare con la gente. Soprattutto con quelle che non hanno avuto la fortuna di poter studiare, o che per pigrizia non vanno oltre al TG in televisione. Le persone che votano Salvini, guardano il video della mamma di Baltimora, ascoltano Paolo Del Debbio, e credono che quella sia la parte giusta semplicemente perché nessuno gli spiega che l’alternativa non sono le auto bruciate e le vetrine infrante. Se invece vuoi proprio manifestare, fallo in modo nuovo: per esempio potresti seguire il consiglio (inascoltato) che diede Ernesto Olivero ai no global di Genova nel 2001: protesta seduto. A quel punto il violento o si siede o viene facilmente identificato e isolato.

Potrei continuare, ma mi sono dilungato abbastanza. E in passato avevo già scritto qualcosa sul tema. Non so se ti ho convinto o se sei d’accordo con me, so solo che se tu, come me, vuoi un cambiamento, devi essere il primo a dare l’esempio e cambiare.

Altrimenti fra trent’anni continueremo ad assistere all’ennesima replica non richiesta di questo brutto film. Con gli stessi attori: l’evento internazionale, il potere, i manifestanti, le auto bruciate, i politici, l’indignazione, gli editoriali. Io avrò superato i sessant’anni, e tu anche, o quasi. E tra quelli che parlano di zecche comuniste, o finti rivoluzionari con l’iPhone, vigliacchi, imbecilli, figli di papà, pezzi di merda, teppisti, eccetera rischieremo di esserci anche noi.

Di nuovo: dov’è il terzo mondo?

1 maggio 2015 alle 15:23 | Pubblicato su commenti | Lascia un commento
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In questi giorni il mio pensiero torna ancora una volta a quella piccola nazione dell’Africa che ho avuto la fortuna di visitare l’estate scorsa. La situazione in Burundi è tesa da quando, il 25 aprile scorso, il due volte presidente Pierre Nkurunziza ha annunciando la propria candidatura per un terzo mandato, violando apertamente la costituzione. Tutto questo, purtroppo, era già pienamente messo in preventivo quando nove mesi fa visitai quei posti.

Non posso che stare dalla parte di questi manifestanti che, vista la cronica situazione in cui versa il loro paese, potrebbero benissimo lasciarsi andare ad un pigro fatalismo. E invece scelgono coraggiosamente di dire la propria, mettendoci la faccia e rischiando in prima persona, nella speranza di poter vivere un giorno in un paese migliore.

Quanto sono diverse queste immagini rispetto a quelle, già viste e riviste decine di volte, della manifestazione (per altro fuori tempo massimo) dei No Expo ieri a Milano. Motivazioni le loro sicuramente condivisibili, almeno in parte, ma modus operandi tremendamente vecchio e fine a se stesso. Confrontate le immagini dei due paesi e rifatevi la stessa domanda che feci qualche mese fa in questo post: dov’è il terzo mondo?

Migrazioni: ragionare, non speculare

19 aprile 2015 alle 16:02 | Pubblicato su commenti, Eventi, Uncategorized | 2 commenti
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Rescue Operation, di Massimo Sestini, 2014

Premessa: ho scritto questo post nel mio profilo privato di Facebook a inizio marzo. Solo in seguito ho scoperto che i promotori della raccolta firme hanno preso le distanze dal volantino razzista di cui si parla qui sotto. (Comunque, se i promotori della raccolta firme avessero pubblicato tale dissociazione nella loro pagina Facebook, sarebbe stata utile ad evitare molti equivoci, vista la situazione descritta qui sotto.)
Nonostante questo, e nonostante la vicenda sia ormai chiusa da qualche settimana, ho ritenuto di pubblicare lo stesso questo pezzo senza modifiche sostanziali davanti all’ennesima gravissima tragedia nel canale di Sicilia di questa notte e a certe vergognose reazioni apparse oggi (19 aprile 2015) in rete. I destinatari di queste parole non sono infatti i promotori della raccolta firme, persone che non conosco e che potrebbero essere quindi in buona fede, ma chiunque si approccia ai problemi legati all’immigrazione in modo superficiale e/o xenofobo, o li strumentalizza per un proprio tornaconto.

Potete quindi toglierci la vicenda Sandro Magro e metterci le polemiche per i fantomatici 30 euro agli immigrati o i commenti di chi esulta alla notizia dei morti di stanotte: le dinamiche sono le stesse.

La comparsa su Facebook della pagina “Io sto con sandro magro” era prevedibile come il servizio al telegiornale coi consigli per gli anziani quando arriva l’estate.
Gli anonimi creatori della pagina hanno organizzato alcune raccolte firme, l’ultima ieri mattina in piazza a Oderzo.
Il volantino che pubblicizza l’iniziativa dice:
“Uno stato che apre un inchiesta sull’imprenditore Sandro Magro che ha sparato dei colpi in aria per mettere in fuga i ladri, è uno Stato che sembra preoccuparsi solo della incolumità dei criminali!!!”
No. E’ uno Stato che vuole assicurarsi che un cittadino che ha sparato dei colpi di arma da fuoco sia regolarmente dotato di porto d’armi, non sia incorso in eccesso di legittima difesa, ed abbia effettivamente sparato in aria, eventualità accertabile solo dopo un esame balistico, suppongo. Uno Stato che fingesse di non vedere creerebbe un pericoloso precedente a danno della sicurezza dei cittadini.
L’autore di questa frase, invece, si preoccupa dell’uso dell’apostrofo? Ma proseguiamo. Il volantino continua con quattro auspici, che, di fatto, non hanno alcun nesso con lo scopo della raccolta firme (la chiusura del fascicolo su Sandro Magro), rendendo la stessa quantomeno discutibile. Tralascio i primi due solo per brevità e passo agli altri (le preposizioni tra parentesi le ho aggiunte io):
3. “Vogliamo le frontiere chiuse! A casa tutti [gli] stranieri che non lavorano”
4. “Vogliamo tutti i rom schedati! Smantelliamo [i] campi nomadi potenziali covi di delinquenza”.
A parte il fatto che i potenziali covi di delinquenza non si trovano solo nei campi nomadi, e se dovessimo smantellarli tutti l’Italia diventerebbe un cumulo di macerie che neanche il 1945, faccio presente che l’immigrazione è un problema solo se c’è la volontà di renderla tale. Gli Stati Uniti, il paese più ricco e potente del mondo, è stato costruito da immigrati, per dire. Molto tempo fa ci arrivò un ragazzino senza un lavoro e che nemmeno conosceva la lingua: voi l’avreste rimpatriato, lui invece, straniero, creò ricchezza e posti di lavoro. E regalò a Oderzo un’ala nuova dell’ospedale.
Sto parlando di Amedeo Obici, quello dei Peanuts. Se a Suffolk, invece che opportunità, avesse trovato solo xenofobia e populismo, lo stesso di chi lancia iniziative come questa, cosa sarebbe successo? Magari avrebbe finito i suoi giorni in gattabuia o sulla sedia elettrica, come altri suoi connazionali.
Proprio come un secolo fa negli Stati Uniti, oggi in Italia tanti immigrati scelgono o sono costretti a scegliere la criminalità: sarebbe da ciechi o buonisti sostenere il contrario. Ma la maggioranza vive onestamente, lavora o vorrebbe lavorare. E quindi pagare i contributi. E quindi anche pagarmi e pagarvi la pensione, visto che noi italiani abbiamo smesso di fare figli e non ce ne preoccupiamo. Ci avete mai pensato? Quindi, se non volete accogliere lo straniero per solidarietà, fatelo almeno per interesse.
Qual è la via d’uscita allora? Si chiama politica. Sì, proprio quella politica di cui sento sempre più spesso parlare come se fosse una malattia infettiva: una cosa sporca, da cui tenersi lontano, che pregiudica qualsiasi cosa in cui entra.
Informandosi, si scopre per esempio che esistono degli accordi bilaterali tra stati che, se fossero applicati, obbligherebbero gli stranieri che delinquono in Italia a scontare la pena nel proprio paese d’origine. Ipotesi che, oltre a fungere da deterrente, aiuterebbe le nostre forze dell’ordine ad allontanare le mele marce.
Sapete poi che la maggior parte degli immigrati vengono in Italia solo per proseguire altrove, ma non possono perché una legislazione europea inadeguata non glielo consente?
Bene, ora lo sapete. Chi dovrebbe adoperarsi per modificare queste leggi? I parlamentari europei. Nel 2009, migliaia di italiani col voto decisero che ad occuparsene dovesse esserci per esempio un certo Matteo Salvini, il quale preferisce i comizi in TV e nelle piazze per raccogliere facile consenso col populismo e l’odio verso gli stranieri. Capite quindi che a lui, così come ad altri della sua categoria, CONVIENE che i problemi legati all’immigrazione e la sicurezza NON vengano risolti?
Quindi, andando a firmare questa petizione, alimentando un clima da Far West, sfogando le vostre legittime preoccupazioni sbagliando bersaglio, fate il gioco di lucra sui nostri problemi. Spiace leggere che anche il nostro sindaco si è prestato a tutto questo.
I problemi non si risolvono con queste iniziative fini a se stesse, ma andando alla loro radice, e usando il cervello, non le armi. Partecipando alla vita pubblica, informandosi, vigilando sull’operato di chi ci amministra, cercando di distinguere chi vive di slogan da chi prova a cambiare le cose e non ci riesce anche perché non buca abbastanza lo schermo.
Sparare nel mucchio non serve a nulla: chi lo ha fatto, letteralmente (mi riferisco al benzinaio Graziano Stacchio), ora non ne va molto fiero, secondo quanto ha dichiarato ai giornalisti.
Nella pagina citata all’inizio c’è ha scritto: “Attenti a non farvi strumentalizzare dalla politica” (come volevasi dimostrare). Qualcuno lo ha già fatto, immaginando che l’Italia sia piena di fessi che nemmeno se ne accorgeranno. Volete dargli ragione? Bene: un banchetto ed una penna vi aspettano.

Ventun’anni fa, il genocidio

8 aprile 2015 alle 21:26 | Pubblicato su commenti | Lascia un commento
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Donne hutu in Burundi. Foto mia, agosto 2014.

Anche quest’anno il 5 aprile nel social network molti hanno ricordato l’anniversario del suicidio di Kurt Cobain. Ma è bene ricordare che in quelle stesse ore del 1994 un missile terra-aria distruggeva l’aereo in cui viaggiavano i presidenti del Ruanda e del Burundi, scatenando l’ultimo genocidio del ventesimo secolo, costato la vita ad un numero di persone compreso tra gli ottocentomila e il milione.
Giusto per capire, significa più di 50-60 stragi come quella di Garissa in Kenya, ogni giorno, per cento giorni consecutivi, in un territorio grande meno di una volta e mezzo il Veneto.
Il genocidio del Ruanda fu un crimine contro l’umanità organizzato e messo in atto nell’indifferenza, quando non addirittura nella complicità, dell’Occidente. Basti solo la considerazione che tra i tanti responsabili morali di quanto avvenne figurano due futuri segretari generali dell’ONU.
Dice questo articolo di LIMES che vi suggerisco di leggere:
“I motivi che rendono necessaria una riflessione sul genocidio del 1994 in Ruanda trascendono il maggiore o minore interesse per le vicende del continente ove si è verificato. La lineare meccanica che li ha causati, difatti, pertiene ai comportamenti degli esseri umani ovunque essi risiedano. Ignorarli, pertanto, oppure non averne che una comprensione superficiale, ci priverebbe di quel vitale antidoto che consente a ciascuno di noi di contrastarne la riapparizione.”
Non serve aggiungere altro. Dunque va bene ricordare la strage di Garissa ed anche sottolineare che ha avuto un impatto nell’opinione pubblica notevolmente minore dei morti di Charlie Hebdo, ma fermarsi all’indignazione, o al postare le foto dei cadaveri, serve a poco.

“Una terra antica” di Ulderico Bernardi

7 marzo 2015 alle 11:55 | Pubblicato su commenti, L'Azione, oderzo | Lascia un commento
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Oderzo, giardini pubblici

Oderzo è uno dei centri abitati più antichi del Triveneto. Tremila anni di storia, di una città e del suo territorio circostante, che ancora non sono stati pienamente scandagliati con criteri storiografici moderni, nell’ottica di un’operazione che, viste le premesse, necessiterebbe di ricerche archivistiche e archeologiche lunghe e difficoltose. In passato ci hanno provato, con lavori sempre più datati dal punto di vista cronologico e metodologico, i vari Albrizzi, Mantovani, Rocco, Bellis ed altri. E ci avrebbe provato, se la guerra non avesse posto violentemente fine alla sua vita, anche Arrigo Bernardi, segretario comunale, giornalista, figura di spicco negli ambienti culturali opitergini degli anni del fascismo.
A settant’anni di distanza dalla sua morte, il figlio Ulderico Bernardi si è preso la soddisfazione di realizzare il sogno del padre pubblicando Una terra antica, ultima voce di una bibliografia lunga ormai quarant’anni.
Uscita per i tipi della Editrice Santi Quaranta di Treviso, l’opera ha l’obbiettivo di raccontare la storia di Oderzo e del suo territorio dall’età paleoveneta ai giorni nostri; Bernardi lo fa tramite le vicende di alcuni illustri personaggi che in questa terra sono nati o ci hanno vissuto, e, nei primi capitoli, raccontando aneddoti e curiosità che hanno contraddistinto i secoli passati. Episodi che ci sono stati tramandati da storici moderni come quelli citati nelle righe precedenti ma la cui piena veridicità, in qualche caso, viene però messa in dubbio da alcuni studiosi contemporanei.
La parte più significativa ed interessante del libro corrisponde agli ultimi tre capitoli (su sei totali): qui l’autore entra nel campo a lui più congeniale, ovvero la sociologia e la storia contemporanea, raccontandoci il fenomeno dell’emigrazione veneta e in particolare tre figure ancora poco note che, partite da questa terra, hanno fatto fortuna oltreoceano nel campo dell’industria alimentare: Geremia Lunardelli di Mansuè, Amedeo Obici di Oderzo e Giovanni Giol, friulano di nascita ma sanpolese di adozione. Col proseguo delle pagine, Bernardi si tuffa in pieno nel Novecento alternando i panni dello storico a quelli del narratore, fondendo la storia della città con quella della propria famiglia per gettare luce sulla morte del padre Arrigo il quale, fonti storiche e orali concordano, non partecipò mai ad azioni violente o compiuto soprusi, ma questo non lo salvò dall’essere rapito e giustiziato nelle campagne di Fagarè, insieme a due amici, da un gruppo di violenti vicini ai movimenti partigiani.
Nelle ultime pagine del libro Bernardi prosegue oltre presentando un’analisi del cambiamento epocale che, nel bene e nel male, ha interessato l’opitergino-mottense così come l’intera regione nel dopoguerra, e in particolare il rapido passaggio dal paesaggio agreste all’attuale continuum spaziale di case, campi e stabilimenti industriali cresciuti disordinatamente tra case e paesi. Tra gli artefici di questo cambiamento l’autore non può non citare il “metalmezzadro”, vocabolo da lui stesso coniato per identificare i contadini che negli anni del boom economico arrotondavano con il turno di notte in fabbrica.
Ad arricchire ulteriormente il libro ci pensano le varie divagazioni sulla lingua, la cultura e le tradizioni locali che spuntano tra le pagine.
Concludendo, Una terra antica più che “la” storia di Oderzo è “una” storia di Oderzo, una storia attinente alla vicenda pubblica e privata dell’autore perché figlia da una parte dell’illustre curriculum dello stesso, e dall’altra di un drammatico avvenimento familiare. Di sicuro è un tassello significativo per la storia di questa città che speriamo possa avere nel prossimo futuro nuovi e interessanti contributi.

L’Azione, domenica 22 febbraio 2015

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