Il panevin. Ma perché?

Sarà, ma io col passare degli anni sono sempre più insofferente nei confronti dei panevin.
Parliamo di un vero e proprio rito, nato in epoca antichissima, che ha travalicato i secoli e le culture (in fondo anche la pseudo-profezia della fine del mondo nel 2012 faceva riferimento ad una specie di “panevin Maya”), fino ad arrivare ai giorni nostri. Com’è potuto accadere questo?
Perché, nonostante i tanti cambiamenti che hanno segnato la nostra storia, l’accensione del grande falò all’inizio dell’inverno ha sempre rappresentato un’autentica espressione spirituale di un mondo legato alla natura e ai suoi cicli. Un mondo che per la natura aveva rispetto, ma non necessariamente perché era migliore del nostro: semplicemente dipendeva ancora molto da essa, e anche volendo non possedeva ancora i mezzi per oltraggiarla.
Oggi, che possiamo andare al supermercato la domenica e comprare frutta tropicale fuori stagione coltivata a migliaia di chilometri di distanza da contadini probabilmente sfruttati, cos’è rimasto di quel mondo?
Niente.
E i risultati si vedono: il 5 gennaio ormai nessuno va a ciamàr panevin, anche perché nessuno ormai sa cosa significa. Piuttosto si va ad una manifestazione che si ripete stancamente, dove si può (o si rischia di) incrociare qualcuno che non si vede da tempo, ci si libera di un po’ di rifiuti in modo inappropriato, si sparano petardi e fuochi d’artificio. E, soprattutto, si mangia e si beve gratis.
Fare i panevin, nel nostro mondo, non significa più rispettare le tradizioni.
È solo accanimento terapeutico.

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Così gestiamo i profughi

Il cancello d’ingresso della caserma Zanusso

Ecco l’intervista, concessa in esclusiva a L’Azione, a Gian Lorenzo Marinese, presidente di Nova Facility Srl, l’azienda che ha attualmente in gestione il centro di accoglienza per richiedenti asilo situato presso l’ex caserma Zanusso di Oderzo. Ringrazio Carmela, Sara, Annachiara e Gian Lorenzo per l’aiuto e la disponibilità, e pure la redazione che ha pubblicato quasi integralmente un articolo di dodicimila battute (ovvero l’equivalente di 5-6 articoli normali del settimanale).

Quella tra la città di Oderzo e il centro straordinario di accoglienza per richiedenti asilo ospitato all’ex caserma Zanusso è una convivenza non certo iniziata col piede giusto. A venti mesi dalla sua apertura abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza su come viene attualmente gestita con chi se ne occupa in prima persona: Gian Lorenzo Marinese è presidente di Nova Facility, società di Treviso che oltre a dirigere i centri della caserma Serena di Treviso e l’Hotel Winkler a Vittorio Veneto, da gennaio si occupa anche della Zanusso.
È la prima volta che Marinese sceglie di parlare alla stampa di questo argomento.
Dottor Marinese, potremmo iniziare con qualche numero…
In realtà numeri non ne posso dare perché questi sono appannaggio della Prefettura: è una linea comunicativa del Ministero degli Interni legata a interessi di ordine pubblico, e che ritengo saggia e prudente. Ma i numeri a mio dire non sono il centro dell’argomento: mi interessa di più spiegare cosa significa “accoglienza” dal nostro punto di vista.
Una parte della popolazione non vede bene di buon occhio la caserma…
Io comprendo le preoccupazioni della signora Maria che abita accanto ad una struttura dove da un giorno all’altro arrivano cinquecento persone sconosciute e che non parlano la sua lingua: sarebbero preoccupati anche i genitori di questi ragazzi se noi ci trasferissimo in massa nei loro paesi, perché talvolta si ha paura di ciò che non si conosce. Ma noi viviamo in un territorio di persone estremamente aperte e volenterose di aiutare; non dimentichiamo che la caserma si affaccia su via per Piavon, e che il primo “Giusto per le Nazioni” veneto, Clelia Caligiuri, era di Piavon. Il nostro territorio, in situazioni più difficili di questa, ha saputo accogliere.
La vicinanza che percepisco a Oderzo da parte delle parrocchie, di associazioni che lavorano silenziosamente, di privati che bussano al nostro cancello e chiedono “Per caso c’è un bambino? Abbiamo un gioco da darvi”, a me apre il cuore: questo insegno ai ragazzi della caserma. E ogni giorno gli insegniamo che non deve essere la signora Maria, che non li conosce, a farsi avanti per prima, ma che sono loro, essendo ospiti in questo territorio, che devono fare la prima mossa.
Può capitare che qualche ragazzo girando per la città si senta malvisto. Ma quando viene a dircelo gli rispondiamo: com’eri uscito quella mattina? Per fare un esempio, a ognuno di loro forniamo un kit con dei vestiti e le scarpe: è un decreto ministeriale del 2008 che me lo impone. Spesso ci sono ragazzi che arrivano in centro in pigiama: non l’hanno mai avuto in vita loro e quindi non capiscono la differenza rispetto a un vestito “normale”. Il nostro scopo quindi è risvegliare in ragazzi che provengono da una cultura diversa il desiderio di integrarsi, altrimenti non andranno da nessuna parte: per questo vi è un “design dell’accoglienza”.
Di cosa si tratta?
Noi lavoriamo su programmi annuali, perché quella è la durata minima dei bandi ministeriali. Questo “design” prevede quindici giorni di forte mediazione linguistica e culturale: spieghiamo loro dove si trovano, quali sono i servizi della struttura, le basilari regole del convivere civile secondo le nostre abitudini. Poi ci sono due mesi e mezzo di italiano intensivo: un laureato, specie se francofono, in un mese e mezzo riesce a comprendere perfettamente la lingua; per un afghano, specie se analfabeta, è ovviamente più difficile. Al termine i ragazzi vengono inseriti in una classe in base al loro livello di apprendimento: a Treviso abbiamo svariati livelli. Ci restano dai tre ai sei mesi, a discrezione degli insegnanti, poi vengono iscritti ad un centro di formazione per adulti. Questo alla fine rilascerà un certificato di italiano A2, obbligatorio per l’iscrizione al corso di sicurezza sul lavoro.
In che modo i ragazzi vengono preparati a lavorare?
Abbiamo accordi con vari centri di formazione: a Treviso, per esempio, con scuole professionali e licei, dove abbiamo ragazzi iscritti. Cerchiamo di assecondare chi ha ambizioni di studiare o imparare un mestiere: abbiamo anche un giovane che ha vinto un bootcamp a Ca’ Foscari, per dire… Parliamo di ragazzi di culture e capacità diversissime, dunque non si possono fare programmi generali. Inoltre organizziamo dei corsi interni: alla Zanusso si può diventare pittore, muratore, cartongessista, e incentiviamo moltissimo le arti, con un insegnante di disegno nostro dipendente. Vogliamo insomma che tengano allenata la mente, il fisico, ma anche l’attività ricreativa e intellettuale: a Fratta di Oderzo abbiamo un ragazzo che suona in chiesa e che sta cercando un corso di musica con l’aiuto del parroco, mentre a Treviso realizzato spettacoli teatrali con la compagnia Tremilioni di Conegliano, uno dei quali inserito nel programma di CartaCarbone festival.
Dopo quasi un anno è tempo di bilanci.
La caserma è aperta da aprile 2016. Noi siamo lì dal 20 gennaio 2017 e il 31 dicembre scadrà il nostro affidamento, in base all’appalto pubblico che abbiamo vinto. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto: vada su Google Earth e guardi com’era la caserma prima e com’è ora: sembrava fosse in mezzo alla foresta, mentre oggi è un centro pulito e dignitoso. Inoltre nei cinque mesi prima del nostro arrivo i ragazzi inscenarono proteste un paio di volte; dopo il nostro arrivo, più nulla: questo è un messaggio di tranquillità che voglio lanciare alla popolazione. Non stiamo incentivando alcuna invasione, ma lavoriamo per fare in modo che delle persone, che sarebbero rimaste volentieri a casa loro, si formino, si integrino, capiscano le nostre regole: voglio che si ricordino di noi come le ultime persone che le hanno aiutate, perché poi dovranno iniziare una vita da soli. Ma se non preparano con noi una “valigia” che gli permetta di affrontare questa vita, questa valigia rimarrà vuota.
Antonio Silvio Calò [il cittadino di Povegliano che ospita a casa propria cinque rifugiati, n.d.r.] sostiene che i migranti, una volta ottenuto lo status di rifugiato, vengano abbandonati a se stessi…
Il professor Calò ha perfettamente ragione! Le cosiddette seconda e terza accoglienza oggi sono il punto debole del sistema: una volta ottenuto o meno lo status di rifugiato, che succede? Per questo tra i nostri obbiettivi c’è anche quello di far conoscere questi ragazzi alla popolazione tramite i nostri progetti, fare in modo che possano crearsi delle opportunità per il dopo. Per questo motivo la collaborazione con la società è fondamentale.
A questo proposito, come vi state muovendo?
La caserma Zanusso, proprio come la Serena, ora ha una squadra di calcio iscritta alla lega amatori. La lega di Treviso però, che va elogiata per la grande disponibilità: purtroppo quella di Oderzo non l’ha accettata avendo già un numero di squadre pari in campionato. I ragazzi si allenano d’inverno nel nostro piazzale, mentre nel resto dell’anno al Patronato Turroni; le partite le giocano a Fratta. Per questo, e per altro, va elogiata anche la diocesi di Vittorio Veneto: don Pierpaolo e don Lorenzo sono in continuo contatto con noi, così come padre Massimo del Brandolini, e potrei continuare coi nomi di altri parroci…
«Non dimentichiamo che in questo primo anno di gestione abbiamo anche dovuto sistemare la situazione pregressa – aggiunge Sara Salin, portavoce della cooperativa. – A Treviso ci sono più opportunità perché lì abbiamo due anni di lavoro in più alle spalle. Ma per dire, un progetto sulle ninne nanne del mondo scritte e illustrate sugli autobus di Treviso ha coinvolto una scuola primaria di Vittorio Veneto e proprio la caserma Zanusso, dove c’è un gruppo con una propensione maggiore alla pittura rispetto al capoluogo, dove preferiscono il teatro. Di progetti se ne possono avviare tantissimi: a Treviso i richiedenti asilo fanno servizio di apertura e chiusura in un parco giochi, hanno restaurato una ex scuola, hanno ripulito il Sile; ogni giorno una cinquantina di loro esce dalla caserma e ripulisce le strade. Sono tutti benefici per la comunità, e un modo per questi ragazzi per sentirsi utili e importanti. Dopo tre anni, ora sono le associazioni di volontariato che vengono da noi a chiedere aiuto: la città si è accora di loro».
A Oderzo invece per ora se ne sono accorte più che altro le parrocchie – ammette Marinese – ma a prescindere se ci saremo ancora noi o meno nei prossimi anni se ne accorgeranno anche gli altri. Bisogna avere pazienza, sensibilizzare e non demordere. Non vogliamo accelerare i tempi, ma Oderzo è una città viva e di cultura e siamo sicuri che presto sarà pronta a questi tipi di collaborazione.
In questo momento però il mondo delle cooperative non gode di una buona reputazione…
Operiamo in un settore che purtroppo è rimasto invischiato in Mafia Capitale, mentre qui vicino per esempio c’è stato il caso del CARA di Cona, dove lavora la cooperativa che aveva in gestione la caserma Zanusso l’anno scorso… Come in tutti i settori, anche nel nostro ci sono operatori più sani e meno sani, non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Qualcuno dovrebbe senz’altro cambiare mestiere, anche perché chi non è onesto e professionale danneggia tutti: potete immaginare cosa può uscire da un centro dove i richiedenti asilo rimangono al chiuso, non studiano italiano, non sanno cosa sia un corso professionale. In Italia siamo quattromila soggetti a fare accoglienza: ce ne sono di buoni e di ottimi, e spero siano la maggioranza. A Oderzo i problemi logistici della gestione precedente hanno creato un danno di immagine; gli ospiti hanno protestato, ma non dimentichiamo che se è frequente litigare in un condominio, figuriamoci in una comunità con centinaia di persone di nazionalità diverse.
A proposito di immagine: che ruolo hanno avuto in questo senso i media e internet?
Guardi: dieci mesi fa ho cambiato il cancello di ingresso della caserma, e ancora su internet e sui giornali continua a comparire la stessa foto del vecchio cancello col sindaco davanti. Sul nuovo cancello ho voluto lasciare una feritoia con un vetro: chiunque può guardarci dentro, ma è come se nessuno l’avesse mai fatto. Poi, per partecipare a “Balcone fiorito”, abbiamo ulteriormente abbellito l’entrata, ma sui giornali è finita una foto di un balcone posteriore…
Nel nostro territorio, pur essendoci giornalisti che lavorano bene, nessuno ci ha mai contattato per chiederci qualcosa di specifico sulla Zanusso. Capisco che l’albero che cade faccia più rumore della foresta che cresce, ma a me dispiace che se i nostri ragazzi si prendono a schiaffi finiscono in prima pagina, mentre se vanno a trovare papa Francesco finiscono a pagina 9. E non per un incontro fugace: sono stati fatti accomodare in prima fila, il Santo Padre si è fermato a parlare con loro e ha guardato i regali che gli avevano preparato. Non dico tutto questo per far polemica: voglio che queste mie parole siano di apertura.
A Oderzo, se qualcuno si mette alle sei-sette di mattina davanti al nostro cancello vedrà cento persone uscire con un permesso speciale per andare al lavoro [gli altri possono uscire dalle 8 alle 20, n.d.r.], in aziende del territorio. Molto di più, in percentuale, che a Treviso: vorrei che si sapesse.
Se qualcuno ha bisogno della vostra manodopera, cosa può fare?
I ragazzi sono normalmente iscritti al centro per l’impiego: se qualcuno vuol farli lavorare, lì troverà i curricola dei nostri ragazzi. Per opere di volontariato invece è più complicato, perché occorre presentare un progetto.

L’Azione, domenica 17 dicembre 2017

 

La provenienza dei richiedenti asilo
Le provenienze dei richiedenti asilo ricalcano in percentuale quelle degli arrivi:
• 30% circa Nigeria
• 30% Africa sub sahariana di area francofona
• 40% Pakistan e Afghanistan
• In parte sono arrivati dal sud Italia, altri dalla “rotta balcanica” prima che venisse chiusa.
• Alcuni sono “dublinanti”, termine che indica coloro che per in base ai trattati di Dublino hanno fatto richiesta di asilo in altri paesi, tipo Grecia o Croazia, che sono stati giudicati incapaci di accogliere tali richieste e che per questo stanno in una specie di limbo a livello giuridico.

Spazio Zero chiude

Inaugurazione della prima sede di Spazio Zero, 9 ottobre 2011

Spazio Zero chiude. L’associazione di promozione sociale opitergina termina definitivamente le proprie attività, e lo fa nello stesso modo in cui erano iniziate: con una festa. La prima si tenne in un casolare a Fagarè di San Biagio di Callalta nel 2010: l’ultima sarà sabato 16 dicembre, a partire dalle 18.30, al Bar al Molino dalla Nico di Lutrano di Fontanelle.
Questa sigla era nata informalmente su iniziativa di Mirco Andreon e Matteo Moretto. I due erano riusciti a coalizzare un gruppo di giovani intenzionati a organizzare attività culturali e ricreative a Oderzo trovando sede in un negozio sfitto, messo a disposizione dal proprietario, in via Martiri della Libertà; al 2012 risale il trasferimento nella sede attuale, presso la casa delle associazioni in via Piave. Per quasi sette anni il gruppo ha organizzato regolarmente piccoli eventi a costo zero su varie tematiche (cinema, arte, musica, teatro, viaggi, eccetera): recentemente aveva instaurato una proficua collaborazione con l’accademia teatrale “Lorenzo Da Ponte” di Vittorio Veneto. Il termine delle attività dell’associazione è dovuta, in sostanza, alla mancanza di ricambio generazionale all’interno del gruppo.
Sabato, alla festa di addio, si esibiranno gli Atom Tanks, gruppo ska veneziano, e i vicentini Diplomatics. Ingresso libero.

L’Azione, domenica 17 dicembre 2017

Giovanni Betto, dal teatro al cinema

fonte: Circolo Cinematografico Enrico Pizzuti

Tra gli attori non protagonisti di Finché c’è prosecco c’è speranza figura anche l’attore coneglianese Giovanni Betto, che abbiamo contattato per farci raccontare questa sua piccola prima esperienza cinematografica.

Come sei finito a fare il film?
Come un perfetto sconosciuto: mi sono iscritto al casting. Poi è successo un piccolo disguido: il giorno prima dei provini mi ha chiamato un’amica dicendo che stavano cercando qualcuno disposto a “dare le battute” ai partecipanti al casting (i quali in sostanza fanno il provino rispondendo a un attore); ho dato la mia disponibilità specificando però che avrei sperato di partecipare anch’io… Dopo due ore la produzione del film mi ha chiamato dicendo che c’era stato un errore e che avrei fatto il provino.

E quindi?
Ho fatto il provino col regista, il qualche mi ha fatto recitare due-tre volte qualche battuta che mi avevano mandato il giorno prima, e poi gli ho raccontato chi sono e cosa faccio nella vita: due giorni dopo mi ha chiamato il produttore dicendomi che il regista mi voleva per la parte. Evavamo in cinque a contendercela; era la prima volta che partecipavo ad un casting, peraltro in un luogo che non mi aspettavo: il municipio di Conegliano. Per il teatro non ne avevo mai fatti.

Che differenza hai riscontrato rispetto alla recitazione a teatro?
Non credo di poter rispondere a questa domanda visto che il cinema l’ho solo sfiorato, avendo una parte minore: non avevo ottanta scene su centodieci come il protagonista Giuseppe Battiston, e un impegno quasi quotidiano sul set. In cinque settimane di riprese sono stato presente cinque giorni, con scene da sei-sette battute: potrei dirti che insomma è stata un’esperienza rilassante, quasi di divertimento; non ho conosciuto la fatica del set.
Diciamo che dopo questa mia piccola esperienza posso dire che a teatro si fa più fatica: è tutto in diretta e non si può sbagliare, c’è una tensione emotiva diversa. Ma è stato interessante vedere da dentro questa macchina enorme che si muove, con molta tecnica e precisione… e con tempi lunghissimi: si viaggiava a tre-quattro scene a giorno.

Eppure non sembravano scene particolarmente complesse.
Non è esatto. Mi sono reso conto che quello che uno vede sullo schermo è molto poco: due minuti di film corrispondono a una scena ripetuta una decina di volte, tagliata e montata.

Qual è la tua opinione sul film e sul suo tema?
Secondo me è un film garbato, e dal mio punto di vista è uno dei suoi punti di forza. Delle persone hanno storto il naso perché ritengono il film un grosso spot per i produttori di vino, o perché non ha calcato molto sul problema dei pesticidi, ma io non credo all’arte che approccia certe tematiche in modo urlato, con una certa violenza, seppur verbale: non funziona. Secondo questo approccio me funziona meglio: quello che voleva dire il film viene detto con stile e con frasi precise, per esempio “Non si chiede alla terra più di quello che ci può dare”. Il messaggio insomma è chiaro se lo si vuol capire. La sua è una denuncia tranquilla: non mi sarebbe piaciuto un film che strepita.

Sei soddisfatto della tua prova di attore?
Mannaggia! Mi hanno tagliato una bella scena, ma il film una volta montato durava due ore e cinque minuti, per cui hanno dovuto tagliare mezz’ora. Nonostante questo sono rimasto contento… e credo anche di essermela cavata bene.

Che riscontri hai avuto dal pubblico?
Certo, io sono di parte, ma ho letto commenti in rete e messaggi sul mio telefono numerosi e mediamente entusiasti. Il primo giorno di programmazione ho avuto notizie da Treviso, Pordenone e Conegliano di gente rimasta fuori dai cinema, e il film è stato distribuito in più sale del previsto. Ho letto una bella recensione ne “Il Foglio”, e anche Marzullo ne ha parlato bene; certo non entrerà nella storia, ma è un buon film che mostra la bellezza e allo stesso tempo la fragilità del nostro territorio.

L’Azione, domenica 26 novembre 2017

Venezia ladrona


Ovvero: considerazioni non richieste sul referendum per l’autonomia di domani

Il giorno in cui finalmente deciderò di terminare e pubblicare il mio secondo libro di storia locale, toglierò dal dimenticatoio qualche vecchio aneddoto che, sebbene alle orecchie di noi contemporanei suoni forse un po’ buffo, ben rappresenta i rapporti che sussistevano ai tempi dei Dogi tra la classe dirigente e la popolazione locale intorno ad una vecchia cittadina dispersa nella campagna veneta.
Che rapporto c’era all’epoca tra Venezia e, per esempio, Verona, Corfù, Belluno, Spalato, Pordenone o Scutari? Semplificando, la posizione geografica rispetto a essa, e le risorse che a essa potevano offrire queste città, le quali erano trattate né più né meno come colonie.

La Repubblica di Venezia era sicuramente uno stato all’avanguardia sotto molti aspetti. E aggiungiamo pure che il Veneto da solo può vantare una tradizione, perlomeno nei campi della pittura, della scultura e della musica classica, più importante di quella della Gran Bretagna, che pure è stata a lungo la nazione più potente del mondo: ci pensiamo mai a questo?
Ma non era tutto oro quello che luccica: se andiamo a vedere come si chiamavano per esempio i podestà o i vescovi trevigiani e cenedesi dell’epoca, troviamo cognomi come Correr, Morosini, Badoer, Mocenigo, Grimani, Contarini, Zorzi, Giustiniani… cognomi non molto “razza Piave”, insomma.
Sostanzialmente Venezia incamerava le risorse naturali dell’entroterra per alimentare la propria macchina economica e bellica, lasciando le briciole agli enti locali. Inoltre piazzava uomini del proprio patriziato in tutti i posti di potere. E se questo patriziato da una parte riempì le nostre terre di splendide ville (patrimonio che non viene valorizzato adeguatamente) e finanziato artisti, dall’altra dimostrò una scarsa vena imprenditoriale, preferendo vivere di rendita piuttosto che investire le proprie sostanze nello sviluppo del territorio: una politica, quest’ultima, che avrebbe di certo aiutato il Veneto ad uscire dalla miseria in anticipo, cambiando probabilmente la storia dell’Italia intera.

Le parole sono importanti, diceva Nanni. Ma anche i simboli. E, come potete vedere dall’immagine qui sopra, la Lega Nord ha scelto come simbolo propagandistico per il referendum NON la bandiera del Veneto (ovvero questa) ma proprio lo stendardo della Serenissima (ovvero questo). Parliamo di due simboli graficamente simili, ma dal significato molto diverso.
In sostanza il partito ci sta chiedendo di votare sì al referendum di domani per chiedere allo Stato autonomia e federalismo, proponendo allo stesso tempo un modello di stato centralista e, diciamolo, pure oppressore.
Robe che, se lo stesso partito fosse esistito nel Settecento, avrebbe probabilmente gridato “Venezia ladrona”.

Non ci trovate una leggera contraddizione in tutto questo? Eppure l’uso di questa simbologia non è casuale: è stata una scelta certamente ponderata. Dovuta a cosa? Sarebbe molto interessante saperlo: scarsa conoscenza della storia tra i quadri dirigenti del partito, o scarsa considerazione che il partito nutre nei confronti dell’intelligenza dell’elettorato?
Sperando vivamente in una opzione C, non posso non notare una certa dozzinalità di fondo nell’affrontare un tema importante come quello dell’autonomia.

Già, perché di fronte a condizioni di partenza diverse penso proprio che avrei votato sì. D’altronde, come sostiene Marianella Sclavi, per capire il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista: io le argomentazioni più convincenti riguardo all’autonomia veneta le ho sentite pronunciare due anni fa nientemeno che da un giovane medico calabrese residente in Emilia Romagna. Egli, dal suo punto di vista di meridionale emigrato, sosteneva quanto sia doveroso che come minimo il Veneto sia regione autonoma, vuoi per lo spirito dei suoi abitanti così diverso da quello degli altri italiani, vuoi per il fatto che si trova ai confini due regioni autonome i cui privilegi sono una tentazione non da poco per i comuni periferici (leggi Sappada, Meduna di Livenza, Cinto Caomaggiore, Cortina d’Ampezzo, eccetera).

Chi è contrario alle ragioni del sì sostiene che per un principio di equità è giusto che chi è più ricco (in questo caso Veneto e Lombardia) paghi di più. Verissimo: ma per lo stesso principio è giusto che anche Friuli e Trentino abbiano lo stesso trattamento; inoltre è quantomeno necessario un taglio agli intollerabili sprechi della Regione Sicilia. Quindi la mia opinione è questa: o venti regioni autonome, o nessuna.

Non ho quindi dovuto aspettare Enrico Mentana per sentire delle argomentazioni di buon senso e disinteressate apparentemente in favore del sì di domani. Perché apparentemente? Perché, visti questi presupposti, e visto il carattere meramente consultivo della consultazione, un sì plebiscitario al referendum non gioverebbe in automatico alla causa autonomistica. Ma sicuramente legittimerebbe ulteriormente una classe dirigente che non merita affatto di essere ulteriormente legittimata.

Stiamo sempre a lamentarci di Roma, dei terroni, delle regioni autonome, della Merkel, degli immigrati, ma vi ricordo che i responsabili dei casini del MOSE, della Pedemontana e di Veneto Banca sono venetissimi (e, in un modo o nell’altro, collusi con la politica). E sono venetissimi anche gli amministratori locali che, nonostante i buoni propositi, continuano da ormai quarant’anni a fare scempio del territorio, facendo crescere quel deprimente continuum di capannoni e asfalto che ormai fa parte del nostro paesaggio tipico.

Il Veneto oggi ha bisogno di una forte discontinuità politica, etica e culturale rispetto al passato e al presente. E votando sì domani non si vota per l’autonomia: si vota per la continuità.

Ai sostenitori del sì, che dicono che quella di domani è un’occasione da non perdere, io rispondo: mettetevi il cuore in pace, che questa occasione l’abbiamo già persa.

La mia su “Blade Runner 2049”

*** Avvertenza: niente spoiler, ma per questo mi tocca essere un più vago del previsto. ***
Blade Runner lo vidi per la prima volta al liceo in lingua originale con la prof di inglese e fu subito amore a prima vista, per questo rimasi un po’ perplesso quando seppi che sarebbe stato prodotto un seguito, peraltro a così ampia distanza (trentacinque anni).
A mio dire, la migliore fantascienza è quella che, col pretesto di mostrarti il futuro, ti interroga sul presente. Quel che ci mostra Blade Runner 2049 è principalmente l’amore, e la solitudine, ai tempi dell’intelligenza artificiale. E, anche per questo, solleva un grande interrogativo: cos’è umano? E cosa non lo è?
Si tratta di temi già sviscerati dal film cult del 1982; la nuova pellicola si spinge addirittura oltre, fino a portarli alle estreme conseguenze. Ma per il resto parliamo di due film assai diversi.
Denis Villeneuve e soci intelligentemente hanno scelto di “prendere le distanze” dal primo film, evitando così un aperto confronto dal quale ne sarebbero usciti inevitabilmente sconfitti. Ci propongono quindi una storia molto diversa da quella dell’illustre predecessore (vero, J. J. Abrams?), con richiami alla vecchia pellicola che sono funzionali alla narrazione, quindi niente mere citazioni atte solo a far arrapare i fan (vero, J. J. Abrams?).
In sostanza, BR2049 riesce bene dove Star Wars: il risveglio della Forza ha dato invece risultati altalenanti. Impossibile non pensare all’episodio VII della saga di Guerre Stellari soprattutto per due motivi: in primo luogo per la presenza di Harrison Ford, che torna a rivestire i panni di un personaggio che lo rese celebre negli anni ’80; in secondo luogo, per una questione etica che sarà sempre più rilevante nell’industria cinematografica del futuro: è giusto ringiovanire, o addirittura resuscitare, un attore “incollandone” i lineamenti sul corpo di un altro grazie alla CGI? Un dilemma che, a pensarci bene, si sposa benissimo con i contenuti di questa pellicola.
Ottima anche la fotografia, spesso assai lontana dalla cupa claustrofobia del primo film, il quale si scontrava per forza anche con la limitatezza degli effetti speciali dell’epoca. Da segnalare poi il ritorno di un’ambigua figura cristologica (Il maestoso Rutger Hauer che andava incontro alla morte crocifiggendosi da solo lascia spazio ad un Jared Leto nei panni di un imprenditore-divinità).
Bene anche l’onnipresente Hans Zimmer che commenta musicalmente il tutto come si deve: certo, se vi aspettate un tema immortale tipo quello di Vangelis per i titoli di coda del vecchio film, rimarrete delusi (ma, ahinoi, l’epoca delle grandi colonne sonore per il momento è sospesa, sappiatelo). Idem se sperate in qualche dialogo memorabile alla “Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”.
In conclusione: dare un degno seguito a un filmone come Blade Runner era un’operazione molto rischiosa. Ma a mio dire difficilmente si poteva fare di meglio. Promosso, decisamente.

“Fuori dal cinema”, serate di musica e sport

“Fuori dal cinema” e “Adotta un videoproiettore”: sono queste le iniziative in corso al Circolo Cinematografico Enrico Pizzuti di Oderzo. Ci spiega di cosa si tratta Paolo Pizzuti, attuale presidente del circolo stesso.
«Il circolo ha cambiato denominazione due anni fa – ci spiega – per volontà dei vecchi soci che vollero così onorare la memoria di mio padre, presidente e proiezionista ai tempi della vecchia denominazione. Ci siamo così dati degli obbiettivi: il primo il cinema, avendo avuto l’autorizzazione del parroco di tornare a usare la sala Turroni dopo i restauri alla stessa. Ma poi pensammo: perché non allargare ad altre forme d’arte come la musica o il teatro? E così abbiamo fatto, a partire dal settembre 2015. L’estate successiva abbiamo voluto concretizzare questa nostra volontà di spaziare con “Fuori dal cinema”, un festival che si chiama così in due sensi: perché si tiene fisicamente all’esterno della sala, e perché non c’è cinema, anche se qualcosa di cinematografico riusciamo ad inserirlo».
Qual è la formula?
«Sia l’anno scorso che quest’anno è composta da due serate di musica, e da una terza generica, in entrambi i casi a carattere sportivo. L’idea è portare l’atmosfera intima del cineforum all’esterno con una proposta diversa».
Com’è stato il riscontro di pubblico? E ve lo aspettavate?
«Ogni sera è cresciuto, perché tanti passavano di là per caso e poi tornavano la volta dopo. Siamo partiti da 100-120 e siamo arrivati all’ultima sera con picchi di duecento, finendo le sedie. Più che aspettarselo diciamo che lo speravamo… Inoltre si tratta di un pubblico diverso da quello che frequenta il cineforum nei mesi invernali e che speriamo, in questo modo, di agganciare, proprio com’è avvenuto con il corso di cinema tenuto recentemente da Elena Grassi».
Spiegaci l’iniziativa “Adotta un proiettore”.
«Dopo la ristrutturazione il Turroni formalmente non è più un cinema, non avendo più una sala proiezioni, ed ha un proiettore a soffitto la cui qualità a mio dire non è adatta ad una fruizione cinematografica, e questo mi è stato confermato da esperti del settore. È giusto che, se invitiamo registi di livello, la qualità dell’immagine dei loro film sia all’altezza. Abbiamo quindi pensato di prendere un proiettore professionale da una ditta di Crocetta di Montello che serve i cinema della zona: lo abbiamo provato con loro e il risultato è stato tutta un’altra cosa. Il preventivo è di circa settemila euro: mille intanto li mettiamo noi, il resto puntiamo a raccoglierlo entro novembre con una raccolta fondi. Se riusciamo ad andare oltre potremo cambiare anche lo schermo. Stiamo pubblicizzando l’iniziativa in ogni modo, anche cercando testimonial: il primo ad accettare è stato Natalino Balasso».
Il tutto sarebbe di proprietà della parrocchia.
«Ne abbiamo parlato anche con mons. Pierpaolo ha dato parere favorevole e ci darà una mano; il proiettore sarà ad uso esclusivo della sala ma a disposizione di tutti coloro che la useranno».
Come si può contribuire?
«Si può pagare in due modi, entrambi sicuri, nel nostro sito internet. Tutti i donatori che offriranno dai 50 euro in su riceveranno un invito ad una serata riservata. Se non raggiungeremo la cifra tutto sarà restituito».
“Fuori dal cinema” inizierà venerdì 23 giugno con il concerto del cantautore veneziano Marco Iacampo; secondo appuntamento il 29 con l’ensemble multietnico Safar Mazì. Ultimo appuntamento sabato 8 luglio con Manolo, celebre arrampicatore e simbolo dell’alpinismo italiano.

L’Azione, domenica 25 giugno 2017