15 settembre 2008: il fallimento che ha cambiato il nostro mondo

Ognuno di noi ricorda bene cosa stava facendo martedì 11 settembre 2001 quando seppe la notizia degli attacchi terroristici a New York.
Nessuno invece ricorda cosa stava facendo lunedì 15 settembre 2008 quando venne a sapere che proprio a New York falliva la Lehman Brothers, società multinazionale di servizi finanziari, dando inizio ad una delle più gravi crisi economiche di sempre.

Eppure quest’ultimo evento ha avuto un impatto sulla nostra storia decisamente maggiore del primo: lo storico americano Adam Tooze ne “Lo schianto”, il suo ultimo saggio pubblicato a fine agosto, collega il crollo della Lehman Brothers a tutti i principali avvenimenti accaduti a livello planetario nell’ultimo decennio, dalla crisi in Ucraina a quella dell’Eurozona, dalle primavere arabe all’emergere di forze politiche populiste in tutto l’occidente.

Nel primo appuntamento di Fucina n.4 della stagione 2018/19 vogliamo chiederci: che impatto ha avuto la crisi finanziaria del 2008 nelle nostre vite? E potrebbe capitarne un’altra?
Ne parleremo con Paolo Piacenza, giornalista e direttore editoriale di Pop Economix, progetto nato a Padova nel 2011 con l’idea di raccontare, attraverso il teatro ed altre forme di divulgazione, proprio la crisi del 2008.

15 SETTEMBRE 2008: IL FALLIMENTO CHE HA CAMBIATO IL NOSTRO MONDO
Giovedì 18 ottobre, ore 20.40
Aula magna dell’ISISS Antonio Scarpa
via I maggio 3, Motta di Livenza (TV)

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Clelia, la donna che salvò Sara

Clelia Caligiuri De Gregorio, 1966

Ad un grave lutto ognuno reagisce a suo modo: oggi vi raccontiamo la storia di una donna che ha reagito mettendosi a servizio degli altri.
Questa donna si chiamava Clelia Caligiuri: essa, per aver aiutato un’ebrea durante la guerra, è diventata la prima donna italiana, e la prima persona residente in Veneto, a ricevere il titolo di “Giusto per le Nazioni”.
Dopo averla citata un paio di volte nelle nostre pagine lo scorso inverno, siamo entrati in contatto con la figlia Lucia, che durante una telefonata a Napoli ci ha raccontato la sua storia. Ve la presentiamo in occasione di due anniversari: gli ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali fasciste e i settantacinque dall’8 settembre ’43.
Questa storia inizia a Sorrento, dove Clelia nasce nel 1904. È ancora piccola quando, durante la Grande Guerra, il padre muore lasciando una vedova con quattro figli da mantenere.
Una situazione per niente facile, specie nell’Italia uscita prostrata dal conflitto. Sono i primi anni ’20 quando Clelia, appena ottenuto il diploma di insegnante elementare, viene a sapere che in Veneto c’è carenza di insegnanti. E così, di punto in bianco, chiede e ottiene di lasciare la Campania per raggiungere un piccolo comune di campagna trevigiano: Piavon.
Le scuole del paese si trovano nello stesso stabile della sede del Comune, che da lì a qualche anno sarà assorbito da Oderzo. Una volta sistematasi, siamo nel 1930, torna a Pompei per sposarsi: il fidanzato, anch’egli sorrentino, si chiama Renato De Gregorio, e lavora nelle navi mercantili come tanti giovani della sua città. Dopo le nozze gli sposi decidono di rimanere a Piavon. Il lavoro di Renato lo costringe a lunghe assenze.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra: Renato viene arruolato in marina come capitano di macchina. Passa circa un mese e il cacciatorpediniere dove presta servizio viene bombardato e cola a picco mentre viaggia verso la Libia.
Clelia così si ritrova improvvisamente vedova: ha 36 anni tre figli. Nonostante l’insistenza dei fratelli e della madre, che vorrebbero tornasse a Napoli, decide di rimanere in Veneto e di non rinunciare ad un posto di lavoro sicuro in un paese in cui ormai tutti la conoscevano. D’altronde nei paesi di una volta gli insegnanti erano un’istituzione.
Clelia inizia così ad aiutare le altre vedove di guerra nella faccende burocratiche, essendoci passata prima di loro. Nel 1943 la terza figlia riscontra qualche problema di salute, e il medico le consiglia di mandarla in un luogo più fresco. Tramite una zia, Clelia affitta una stanza in una grande casa a Follina e ci manda le due figlie.
Clelia va a trovarle nei fine settimana Clelia, e così conosce gli altri inquilini della casa: tra questi una certa Sara Karliner, ivi costretta dalle forze dell’ordine in una sorta di libertà vigilata.
Tra le due donne nasce una forte amicizia: Clelia così scopre che Sara è un’ebrea jugoslava scappata da Zagabria due anni prima, e finisce per prometterle di accoglierla nella propria casa di Piavon, nel caso che l’aria fresca di Follina fosse diventata improvvisamente pesante. Cosa che avviene nello stesso anno dopo i tragici eventi dell’8 settembre.
Sarina, così veniva affettuosamente chiamata da Clielia e le figlie, “evade” quindi da Follina e insieme a Clelia raggiunge clandestinamente Piavon.
Sono i duri mesi dell’occupazione tedesca: a casa Caligiuri, che si trova giusto di fronte al municipio, nonostante la situazione pericolosa le porte spesso si aprono anche per accogliere i ragazzini del paese che, spaventati dalle visite frequenti di quegli uomini cattivi in divisa, vi trovano un letto sicuro, e un ingegnoso sistema per entrare ed uscire senza farsi notare.
La maestra è sicura che nessun in paese l’avrebbe tradita, ma a neanche un chilometro sorge pur sempre villa Reichsteiner, luogo frequentato da ufficiali tedeschi. Vista la situazione, Clelia capisce che Sarina ha bisogno di un rifugio più sicuro.
In quel periodo la parrocchia di Lutrano si distingue per dare rifugio a tanti perseguitati, grazie alla preziosa opera del suo compianto pastore, don Giovanni Casagrande. Clelia bussa alla porta della sua canonica e così Sarina passa gli ultimi tempi del conflitto in paese, visitata due volte alla settimana da lei o dalla figlia, che fanno la spola da Piavon a Lutrano per portarle da mangiare.
La guerra finalmente finisce. Clelia riceve di nuovo l’invito dalla mamma e dai fratelli a tornare nella terra natia e stavolta accetta: nel 1948 chiede ed ottiene il trasferimento in una scuola a Napoli.
Sarina, invece, dopo varie peripezie raggiunge una sorella a Bologna e quindi decide di ripartire da zero andando a vivere in Israele. Ma non si dimentica della sua salvatrice italiana, e così vent’anni dopo ospita la sua famiglia nella sua casa a Tel Aviv. L’eco della loro storia nel frattempo era arrivata anche nelle stanze dello Yad Vashem, il memoriale delle vittime della Shoah a Gerusalemme: Clelia il 18 ottobre 1966 torna quindi in Israele a ricevere l’onorificenza di Giusta per le Nazioni e piantare l’albero a lei dedicato, nel cosiddetto “Giardino dei Giusti”.
Sara morirà poco tempo dopo, ancora giovane, di cancro. Clelia invece se ne va a 91 anni nel 1996 lasciando il ricordo di una donna umile, risoluta e generosa. Una donna che, accolta nella nostra terra, ha saputo a sua volta accogliere, in un momento in cui questa generosità avrebbe potuto costarle carissimo. E che speriamo possa avere presto il giusto riconoscimento anche nella sua città d’adozione.

L’Azione, domenica 16 settembre 2018

p.s. L’articolo è uscito in occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali fasciste.

I Caminesi e le eredità contese

Giovanni De Min, Francesco Ramponi consegna i feudi caminesi ai Procuratori di San Marco, Vittorio Veneto (TV), Museo della Battaglia, 1842-44 circa

Nel tardo pomeriggio di venerdì 11 maggio in biblioteca a Vittorio Veneto, Massimo Della Giustina del Circolo Vittoriese Ricerche Storiche ha presentato un documento finora sconosciuto che riguarda un’intricata vicenda di eredità del XIV secolo, la quale ebbe conseguenze rilevanti per la storia locale e non solo.
Siamo nel 1335: Rizzardo VI da Camino (la cui celebre arca si trova nella chiesa di Santa Giustina a Serravalle) muore senza figli maschi, condannando così all’estinzione il sedicente “ramo superiore” della famiglia.
Perché “sedicente”? Perché gli storici contemporanei, e tra questi i membri del Circolo, ritengono che la separazione tra Caminesi “di sopra” (quelli i cui interessi gravavano intorno a Serravalle e le prealpi) e Caminesi “di sotto” (quelli residenti nell’opitergino-mottense), sebbene comunemente accettata in realtà non sia mai realmente sussistita: tale credenza è dovuta ad una falsificazione di documenti di cui parleremo a breve.
È a questo punto che nasce una controversia sull’eredità di Rizzardo, contesa da una parte dai Caminesi del “ramo di sotto”, legittimi eredi, e dall’altra dal vescovo di Ceneda, il bolognese Francesco Ramponi, controverso personaggio sul quale gravano accuse di simonia, concubinato e, di lì a poco, pure una scomunica: quest’ultimo infatti concede i castelli del defunto in feudo alla Repubblica di Venezia, facendo ampio uso di documenti falsi che tra l’altro sostengono che ogni ramo del casato Caminese non possa reclamare l’eredità dell’altro.
Nella disputa si inseriscono anche gli Scaligeri, all’epoca in guerra con i trevigiani, il Patriarca di Aquileia e infine la Curia Romana, chiamata a dirimere la questione.
Il papa sceglie come proprio delegato Nordio da Grava, abate di Follina, autorità ritenuta sopra le parti, il quale emette la sentenza che è stata l’oggetto principale dell’incontro: un documento datato 9 ottobre 1338 che, come prevedibile, dà ragione ai Caminesi e torto al Ramponi.
Della Giustina si è chiesto come sia possibile che tale verdetto sia stato del tutto ignorato sia dai giuristi dell’epoca sia dagli storici che nei secoli successivi studiarono la vicenda, compreso il trevigiano Girolamo Biscaro che nel 1925 pubblicò il più puntuale ed ancora valido studio sul tema.
La vertenza prosegue con vari colpi di scena, tra i quali dei tentativi di corruzione portati avanti da entrambi le parti, e un attentato fallito ai danni del vescovo ordito dai Caminesi con il benestare del patriarca di Aquileia, desideroso di espandere la propria influenza in sinistra Piave. Quest’ultimo, impugnando una disposizione testamentaria di Rizzardo IV da Camino (il figlio del “buon Gherardo” citato nella Divina Commedia) per poco non riesce ad ottenere i territori del cenedese: fallisce a causa del notaio che nel 1312 aveva rogato il testamento il quale, corrotto dai veneziani, dichiara il falso.
Alla fine a spuntarla sono Ramponi e Venezia: la famiglia da Camino, penalizzata dalle mutate condizioni politiche, per non perdere l’intera eredità nel 1343 rinuncia definitivamente a Serravalle ottenendo in cambio l’investitura di alcuni castelli secondari della zona.
Serravalle fu la prima significativa acquisizione territoriale che la Repubblica di Venezia fece nell’entroterra. La prima in assoluto riguardò Motta di Livenza nel 1291; essa però si trovava al confine con il cosiddetto “Dogado”, ovvero la fascia costiera già da tempo sotto il controllo del Doge.
Circa un secolo e mezzo dopo i domini della Serenissima si estendevano in tutto il Veneto e Friuli, e in parte del Trentino, della Lombardia e della Romagna.
Solo in apparenza quindi questa potrebbe sembrare una questione locale: in realtà, come si è visto, segnò un punto di non ritorno nella storia del Veneto e, di conseguenza, dell’Italia.
Da segnalare la brillante esposizione del relatore, il quale è riuscito a rendere sufficientemente comprensibile un argomento che risulta ostico anche per gli specialisti.

L’Azione, domenica 10 giugno 2018

Serena Abrami: una musica che privilegia l’interiorità

Serena Abrami @inDipendenza Sonora... acustica, 25 febbraio 2018

Marchigiana, classe 1985, Serena Abrami canta e suona chitarra e pianoforte sin da piccola. A diciassette anni inizia a cimentarsi nella scrittura di brani inediti nella band Elfrida, nel 2009 partecipa al programma televisivo “X Factor” dove ha modo di conoscere e collaborare con Ivano Fossati e nel 2011 è tra le Giovani Proposte di Sanremo con il brano “Lontano da tutto”, scritto per lei da Niccolò Fabi. A fine febbraio, in Veneto per alcuni appuntamenti musicali, ha cantato all’Osteria dei Giusti di Camino di Oderzo, con il supporto organizzativo di Indipendenza Sonora. Insieme a Enrico Vitali, chitarrista del gruppo, Serena ha rilasciato un’intervista a Radio Palazzo Carli.
Chi è Serena Abrami?
«Una ragazza delle Marche. Sono molto legata al mio territorio e cerco di portare le mie radici marchigiane attraverso la mie canzoni. Vivo di musica fin da piccola: è il mio modo migliore per decodificare il mondo e per relazionarmi con esso. Mi viene più facile cantare piuttosto che parlare. Mi appartiene il canto».
Credo” è uno dei brani del tuo ultimo album, uscito nel 2016.
«Sì, attualmente le copie dell’album sono esaurite poiché le etichette indipendenti non stampano tantissime copie come anni fa, ma tutto il lavoro si trova sulle varie piattaforme musicali. Il testo della canzone è una poesia di Andrea Ragagnin, uno scrittore torinese con il quale abbiamo cominciato una collaborazione dal 2012»
In questa canzone c’è una dimensione interiore molto forte. Una preghiera laica?
«A me piace molto portare una certa dose di profondità e di spiritualità nelle mie canzoni: sono quelle sensazioni che provo quando ascolto la musica degli anni Novanta di alcuni gruppi, che evocavano una certa interiorità. Speriamo di andare in quella dimensione. La musica parla da cuore a cuore e se uno riesce a toccare certi temi e certe corde, in maniera trasversale, poi lascia qualcosa a chi lo ascolta».
Hai al tuo attivo diverse collaborazioni con cantautori italiani. Che cosa significano per te?
«Nel mio cammino queste collaborazioni sono dei ricordi bellissimi, ma anche una conferma dell’onestà intellettuale nella musica: questi cantautori mi testimoniano che è possibile andare avanti, restando fedeli a se stessi e facendo musica di qualità, anche se spesso la qualità non è indice di visibilità. Noi, come band, abbiamo scelto un percorso un po’ più lungo e tortuoso, ma le nostre canzoni sono fedeli a quello che io e la mia band siamo adesso».
Ivano Fossati ha scritto per te “Tutto da rifare”.
«Sì, certo. Si tratta di una canzone in cui Ivano si mette dalla parte della donna e ne assume il modo di vedere la relazione con il suo compagno. Anche Fossati mi ha insegnato, attraverso la sua esperienza, l’importanza della fedeltà a se stessi: ho visto in lui una grande umiltà e autenticità. Sono questi gli aspetti che vorrei avere e anche vorrei trasmettere attraverso la mia musica».
Di imperfezione” è il brano che dà il nome al tuo ultimo l’album. Che cosa vuol dire?
«Sì, l’album è costituito da undici tracce, cioè undici momenti, come delle fotografie, che sono più autentiche quando sono più imperfette: penso alle foto spontanee o in movimento. La vita infatti non è mai perfetta: l’imperfezione ci rende umani e lo sbaglio ci aiuta ad adottare nuovi punti di vista».
Come nasce una canzone?
«Mi piace quando il testo riesce ad essere di tutti, cioè quando non è descrittivo di qualcosa, così da prevalere sul resto. Il nostro approccio quindi è quello di partire dalla musica e poi trovare dei testi che si leghino alla musica. Insomma, noi scriviamo prima la musica, poi ci mettiamo il testo e facciamo in modo tale che i due siano in armonia. Ma se dobbiamo scegliere, facciamo prevalere l’aspetto musicale».
Progetti per il futuro?
«Più che solista, ora mi sento parte di un gruppo. Abbiamo già delle nuove canzoni (ben sette) che abbiamo composto nel giro di pochi mesi. Tra noi c’è molta sintonia e dobbiamo trovare il nome della band. La nostra musica sarà molto più rock, anche se restiamo legati alla melodia. L’importante per noi è girare, suonare e far sentire la nostra musica: non basta far musica e metterla su dei cd».

Alessio Magoga, L’Azione, domenica 18 marzo 2018

Il panevin. Ma perché?

Sarà, ma io col passare degli anni sono sempre più insofferente nei confronti dei panevin.
Parliamo di un vero e proprio rito, nato in epoca antichissima, che ha travalicato i secoli e le culture (in fondo anche la pseudo-profezia della fine del mondo nel 2012 faceva riferimento ad una specie di “panevin Maya”), fino ad arrivare ai giorni nostri. Com’è potuto accadere questo?
Perché, nonostante i tanti cambiamenti che hanno segnato la nostra storia, l’accensione del grande falò all’inizio dell’inverno ha sempre rappresentato un’autentica espressione spirituale di un mondo legato alla natura e ai suoi cicli. Un mondo che per la natura aveva rispetto, ma non necessariamente perché era migliore del nostro: semplicemente dipendeva ancora molto da essa, e anche volendo non possedeva ancora i mezzi per oltraggiarla.
Oggi, che possiamo andare al supermercato la domenica e comprare frutta tropicale fuori stagione coltivata a migliaia di chilometri di distanza da contadini probabilmente sfruttati, cos’è rimasto di quel mondo?
Niente.
E i risultati si vedono: il 5 gennaio ormai nessuno va a ciamàr panevin, anche perché nessuno ormai sa cosa significa. Piuttosto si va ad una manifestazione che si ripete stancamente, dove si può (o si rischia di) incrociare qualcuno che non si vede da tempo, ci si libera di un po’ di rifiuti in modo inappropriato, si sparano petardi e fuochi d’artificio. E, soprattutto, si mangia e si beve gratis.
Fare i panevin, nel nostro mondo, non significa più rispettare le tradizioni.
È solo accanimento terapeutico.

Così gestiamo i profughi

Il cancello d’ingresso della caserma Zanusso

Ecco l’intervista, concessa in esclusiva a L’Azione, a Gian Lorenzo Marinese, presidente di Nova Facility Srl, l’azienda che ha attualmente in gestione il centro di accoglienza per richiedenti asilo situato presso l’ex caserma Zanusso di Oderzo. Ringrazio Carmela, Sara, Annachiara e Gian Lorenzo per l’aiuto e la disponibilità, e pure la redazione che ha pubblicato quasi integralmente un articolo di dodicimila battute (ovvero l’equivalente di 5-6 articoli normali del settimanale).

Quella tra la città di Oderzo e il centro straordinario di accoglienza per richiedenti asilo ospitato all’ex caserma Zanusso è una convivenza non certo iniziata col piede giusto. A venti mesi dalla sua apertura abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza su come viene attualmente gestita con chi se ne occupa in prima persona: Gian Lorenzo Marinese è presidente di Nova Facility, società di Treviso che oltre a dirigere i centri della caserma Serena di Treviso e l’Hotel Winkler a Vittorio Veneto, da gennaio si occupa anche della Zanusso.
È la prima volta che Marinese sceglie di parlare alla stampa di questo argomento.
Dottor Marinese, potremmo iniziare con qualche numero…
In realtà numeri non ne posso dare perché questi sono appannaggio della Prefettura: è una linea comunicativa del Ministero degli Interni legata a interessi di ordine pubblico, e che ritengo saggia e prudente. Ma i numeri a mio dire non sono il centro dell’argomento: mi interessa di più spiegare cosa significa “accoglienza” dal nostro punto di vista.
Una parte della popolazione non vede bene di buon occhio la caserma…
Io comprendo le preoccupazioni della signora Maria che abita accanto ad una struttura dove da un giorno all’altro arrivano cinquecento persone sconosciute e che non parlano la sua lingua: sarebbero preoccupati anche i genitori di questi ragazzi se noi ci trasferissimo in massa nei loro paesi, perché talvolta si ha paura di ciò che non si conosce. Ma noi viviamo in un territorio di persone estremamente aperte e volenterose di aiutare; non dimentichiamo che la caserma si affaccia su via per Piavon, e che il primo “Giusto per le Nazioni” veneto, Clelia Caligiuri, era di Piavon. Il nostro territorio, in situazioni più difficili di questa, ha saputo accogliere.
La vicinanza che percepisco a Oderzo da parte delle parrocchie, di associazioni che lavorano silenziosamente, di privati che bussano al nostro cancello e chiedono “Per caso c’è un bambino? Abbiamo un gioco da darvi”, a me apre il cuore: questo insegno ai ragazzi della caserma. E ogni giorno gli insegniamo che non deve essere la signora Maria, che non li conosce, a farsi avanti per prima, ma che sono loro, essendo ospiti in questo territorio, che devono fare la prima mossa.
Può capitare che qualche ragazzo girando per la città si senta malvisto. Ma quando viene a dircelo gli rispondiamo: com’eri uscito quella mattina? Per fare un esempio, a ognuno di loro forniamo un kit con dei vestiti e le scarpe: è un decreto ministeriale del 2008 che me lo impone. Spesso ci sono ragazzi che arrivano in centro in pigiama: non l’hanno mai avuto in vita loro e quindi non capiscono la differenza rispetto a un vestito “normale”. Il nostro scopo quindi è risvegliare in ragazzi che provengono da una cultura diversa il desiderio di integrarsi, altrimenti non andranno da nessuna parte: per questo vi è un “design dell’accoglienza”.
Di cosa si tratta?
Noi lavoriamo su programmi annuali, perché quella è la durata minima dei bandi ministeriali. Questo “design” prevede quindici giorni di forte mediazione linguistica e culturale: spieghiamo loro dove si trovano, quali sono i servizi della struttura, le basilari regole del convivere civile secondo le nostre abitudini. Poi ci sono due mesi e mezzo di italiano intensivo: un laureato, specie se francofono, in un mese e mezzo riesce a comprendere perfettamente la lingua; per un afghano, specie se analfabeta, è ovviamente più difficile. Al termine i ragazzi vengono inseriti in una classe in base al loro livello di apprendimento: a Treviso abbiamo svariati livelli. Ci restano dai tre ai sei mesi, a discrezione degli insegnanti, poi vengono iscritti ad un centro di formazione per adulti. Questo alla fine rilascerà un certificato di italiano A2, obbligatorio per l’iscrizione al corso di sicurezza sul lavoro.
In che modo i ragazzi vengono preparati a lavorare?
Abbiamo accordi con vari centri di formazione: a Treviso, per esempio, con scuole professionali e licei, dove abbiamo ragazzi iscritti. Cerchiamo di assecondare chi ha ambizioni di studiare o imparare un mestiere: abbiamo anche un giovane che ha vinto un bootcamp a Ca’ Foscari, per dire… Parliamo di ragazzi di culture e capacità diversissime, dunque non si possono fare programmi generali. Inoltre organizziamo dei corsi interni: alla Zanusso si può diventare pittore, muratore, cartongessista, e incentiviamo moltissimo le arti, con un insegnante di disegno nostro dipendente. Vogliamo insomma che tengano allenata la mente, il fisico, ma anche l’attività ricreativa e intellettuale: a Fratta di Oderzo abbiamo un ragazzo che suona in chiesa e che sta cercando un corso di musica con l’aiuto del parroco, mentre a Treviso realizzato spettacoli teatrali con la compagnia Tremilioni di Conegliano, uno dei quali inserito nel programma di CartaCarbone festival.
Dopo quasi un anno è tempo di bilanci.
La caserma è aperta da aprile 2016. Noi siamo lì dal 20 gennaio 2017 e il 31 dicembre scadrà il nostro affidamento, in base all’appalto pubblico che abbiamo vinto. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto: vada su Google Earth e guardi com’era la caserma prima e com’è ora: sembrava fosse in mezzo alla foresta, mentre oggi è un centro pulito e dignitoso. Inoltre nei cinque mesi prima del nostro arrivo i ragazzi inscenarono proteste un paio di volte; dopo il nostro arrivo, più nulla: questo è un messaggio di tranquillità che voglio lanciare alla popolazione. Non stiamo incentivando alcuna invasione, ma lavoriamo per fare in modo che delle persone, che sarebbero rimaste volentieri a casa loro, si formino, si integrino, capiscano le nostre regole: voglio che si ricordino di noi come le ultime persone che le hanno aiutate, perché poi dovranno iniziare una vita da soli. Ma se non preparano con noi una “valigia” che gli permetta di affrontare questa vita, questa valigia rimarrà vuota.
Antonio Silvio Calò [il cittadino di Povegliano che ospita a casa propria cinque rifugiati, n.d.r.] sostiene che i migranti, una volta ottenuto lo status di rifugiato, vengano abbandonati a se stessi…
Il professor Calò ha perfettamente ragione! Le cosiddette seconda e terza accoglienza oggi sono il punto debole del sistema: una volta ottenuto o meno lo status di rifugiato, che succede? Per questo tra i nostri obbiettivi c’è anche quello di far conoscere questi ragazzi alla popolazione tramite i nostri progetti, fare in modo che possano crearsi delle opportunità per il dopo. Per questo motivo la collaborazione con la società è fondamentale.
A questo proposito, come vi state muovendo?
La caserma Zanusso, proprio come la Serena, ora ha una squadra di calcio iscritta alla lega amatori. La lega di Treviso però, che va elogiata per la grande disponibilità: purtroppo quella di Oderzo non l’ha accettata avendo già un numero di squadre pari in campionato. I ragazzi si allenano d’inverno nel nostro piazzale, mentre nel resto dell’anno al Patronato Turroni; le partite le giocano a Fratta. Per questo, e per altro, va elogiata anche la diocesi di Vittorio Veneto: don Pierpaolo e don Lorenzo sono in continuo contatto con noi, così come padre Massimo del Brandolini, e potrei continuare coi nomi di altri parroci…
«Non dimentichiamo che in questo primo anno di gestione abbiamo anche dovuto sistemare la situazione pregressa – aggiunge Sara Salin, portavoce della cooperativa. – A Treviso ci sono più opportunità perché lì abbiamo due anni di lavoro in più alle spalle. Ma per dire, un progetto sulle ninne nanne del mondo scritte e illustrate sugli autobus di Treviso ha coinvolto una scuola primaria di Vittorio Veneto e proprio la caserma Zanusso, dove c’è un gruppo con una propensione maggiore alla pittura rispetto al capoluogo, dove preferiscono il teatro. Di progetti se ne possono avviare tantissimi: a Treviso i richiedenti asilo fanno servizio di apertura e chiusura in un parco giochi, hanno restaurato una ex scuola, hanno ripulito il Sile; ogni giorno una cinquantina di loro esce dalla caserma e ripulisce le strade. Sono tutti benefici per la comunità, e un modo per questi ragazzi per sentirsi utili e importanti. Dopo tre anni, ora sono le associazioni di volontariato che vengono da noi a chiedere aiuto: la città si è accora di loro».
A Oderzo invece per ora se ne sono accorte più che altro le parrocchie – ammette Marinese – ma a prescindere se ci saremo ancora noi o meno nei prossimi anni se ne accorgeranno anche gli altri. Bisogna avere pazienza, sensibilizzare e non demordere. Non vogliamo accelerare i tempi, ma Oderzo è una città viva e di cultura e siamo sicuri che presto sarà pronta a questi tipi di collaborazione.
In questo momento però il mondo delle cooperative non gode di una buona reputazione…
Operiamo in un settore che purtroppo è rimasto invischiato in Mafia Capitale, mentre qui vicino per esempio c’è stato il caso del CARA di Cona, dove lavora la cooperativa che aveva in gestione la caserma Zanusso l’anno scorso… Come in tutti i settori, anche nel nostro ci sono operatori più sani e meno sani, non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Qualcuno dovrebbe senz’altro cambiare mestiere, anche perché chi non è onesto e professionale danneggia tutti: potete immaginare cosa può uscire da un centro dove i richiedenti asilo rimangono al chiuso, non studiano italiano, non sanno cosa sia un corso professionale. In Italia siamo quattromila soggetti a fare accoglienza: ce ne sono di buoni e di ottimi, e spero siano la maggioranza. A Oderzo i problemi logistici della gestione precedente hanno creato un danno di immagine; gli ospiti hanno protestato, ma non dimentichiamo che se è frequente litigare in un condominio, figuriamoci in una comunità con centinaia di persone di nazionalità diverse.
A proposito di immagine: che ruolo hanno avuto in questo senso i media e internet?
Guardi: dieci mesi fa ho cambiato il cancello di ingresso della caserma, e ancora su internet e sui giornali continua a comparire la stessa foto del vecchio cancello col sindaco davanti. Sul nuovo cancello ho voluto lasciare una feritoia con un vetro: chiunque può guardarci dentro, ma è come se nessuno l’avesse mai fatto. Poi, per partecipare a “Balcone fiorito”, abbiamo ulteriormente abbellito l’entrata, ma sui giornali è finita una foto di un balcone posteriore…
Nel nostro territorio, pur essendoci giornalisti che lavorano bene, nessuno ci ha mai contattato per chiederci qualcosa di specifico sulla Zanusso. Capisco che l’albero che cade faccia più rumore della foresta che cresce, ma a me dispiace che se i nostri ragazzi si prendono a schiaffi finiscono in prima pagina, mentre se vanno a trovare papa Francesco finiscono a pagina 9. E non per un incontro fugace: sono stati fatti accomodare in prima fila, il Santo Padre si è fermato a parlare con loro e ha guardato i regali che gli avevano preparato. Non dico tutto questo per far polemica: voglio che queste mie parole siano di apertura.
A Oderzo, se qualcuno si mette alle sei-sette di mattina davanti al nostro cancello vedrà cento persone uscire con un permesso speciale per andare al lavoro [gli altri possono uscire dalle 8 alle 20, n.d.r.], in aziende del territorio. Molto di più, in percentuale, che a Treviso: vorrei che si sapesse.
Se qualcuno ha bisogno della vostra manodopera, cosa può fare?
I ragazzi sono normalmente iscritti al centro per l’impiego: se qualcuno vuol farli lavorare, lì troverà i curricola dei nostri ragazzi. Per opere di volontariato invece è più complicato, perché occorre presentare un progetto.

L’Azione, domenica 17 dicembre 2017

 

La provenienza dei richiedenti asilo
Le provenienze dei richiedenti asilo ricalcano in percentuale quelle degli arrivi:
• 30% circa Nigeria
• 30% Africa sub sahariana di area francofona
• 40% Pakistan e Afghanistan
• In parte sono arrivati dal sud Italia, altri dalla “rotta balcanica” prima che venisse chiusa.
• Alcuni sono “dublinanti”, termine che indica coloro che per in base ai trattati di Dublino hanno fatto richiesta di asilo in altri paesi, tipo Grecia o Croazia, che sono stati giudicati incapaci di accogliere tali richieste e che per questo stanno in una specie di limbo a livello giuridico.