Notre-Dame

Quando sento usare il termine medioevo come un insulto mi sale il nazismo.
E in queste settimane è accaduto spesso.
Troppo spesso.
Ecco a voi, signori, il medioevo crollare sotto i nostri occhi.
Il medioevo.
Quello vero.

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Una settimana… da Dio

A tre anni di distanza da “Rifiutarsi di essere nemici”, Fucina n.4 organizza un nuovo diario di viaggio dedicato alla Palestina, questa volta in collaborazione con il Centro culturale Giorgio La Pira Motta e la parrocchia di Motta di Livenza.

Tema della serata è un’esperienza di viaggio compiuta a cavallo tra 2018 e 2019 da Andrea Pizzinat, uno dei componenti dell’associazione Fucina n.4; il viaggio era organizzato dai Frati Carmelitani Scalzi di Treviso.

Questa esperienza sarà il punto di partenza per una digressione, non scontata, su alcune tra le principali mete di pellegrinaggio cristiane del territorio. Ma non solo: non mancheranno infatti vari spunti di riflessione sulla complessa situazione geopolitica dell’area, e sulle difficili convivenze tra i popoli, le fedi e le confessioni religiose che da secoli interessano il territorio.

UNA SETTIMANA… DA DIO. DIARIO DI UN VIAGGIO IN TERRA SANTA
Giovedì 4 aprile 2019, ore 20.45
Patronato don Bosco, Motta di Livenza (TV)

“Ho conosciuto Miran Hrovatin”

Venerdì 17 dicembre 1993, lo stesso giorno che a Milano Antonio Di Pietro faceva un memorabile interrogatorio a Bettino Craxi, la mia classe riceveva un inconsueto regalo di Natale facendo una gitarella a Villa Giustinian, Portobuffolè. In sostanza dovevamo fare delle registrazioni per un programma che si chiamava mi pare “L’orologio a cucù”, che andava in onda su Rai Due alle otto di mattina.
Ci fecero accomodare in un salone al primo piano della villa intorno ad un grande tavolo ovale, e facemmo conoscenza con una troupe della RAI di Trieste: il capo si chiamava Paolo Leone, il cui nome in alcuni temi che scrivemmo la settimana seguente (tra cui probabilmente pure il mio) divenne “Sergio Leone”. Sergio, anzi Paolo, ci spiegò come si sarebbero svolte le registrazioni, ci disse di stare tranquilli e di non preoccuparci troppo se ci incartavamo parlando, che tanto poi al limite in fase di montaggio tagliavano.
Immaginatevi una ventina di marmocchi di un paese di campagna degli anni ’90 che dicono la loro sull’alimentazione, cosa gli piace fare nel tempo libero, raccontano dei nonni che hanno le mucche, cose così. Tutto in un italiano con alcune inserzioni dialettali.
Dietro la macchina da presa ci osservava divertito un tipo con pochi capelli e la barba, che ai miei occhi assomigliava a Giobbe Covatta. Lo salutai prima di andare a casa, mentre caricava la sua roba nel baule dell’auto. Aveva un nome impronunciabile, dal sapore jugoslavo.
La puntata andò in onda probabilmente a febbraio. Non la vidi perché ero a scuola; con la mamma prossima a partorire, credo che a casa mia avessimo cose più importanti a cui pensare: ci faremo prestare la videocassetta da qualcuno, dicemmo.
A fine marzo vennero a dirci che il cameraman dal nome impronunciabile era stato assassinato in Somalia insieme a Ilaria Alpi.
Il giorno dopo ci fecero scrivere un tema dal titolo “Ho conosciuto Miran Hrovatin“.
Sono passati venticinque anni, io ancora non mi sono fatto prestare la videocassetta e ancora non sappiamo per quale motivo Miran sia morto.
La cerimonia a Motta di Livenza di domani sera sarà dedicata anche a lui e a tutti coloro che hanno ancora il coraggio, nel nostro paese, di ficcare il naso dove non dovrebbero.

Io, studente fortunato. Prince, invece, morto

Alberto Rosada è un giovani di Lutrano che presto compirà 21 anni, e che in questi giorni ha raggiunto un’inaspettata visibilità, anche a livello nazionale, a causa di un intervento molto appassionato che ha pronunciato in occasione della cerimonia di apertura dell’anno accademico dell’Università di Padova, tenutasi nella storica aula magna dell’ateneo lo scorso 8 febbraio.

Rosada ha partecipato alla cerimonia in quanto presidente, fresco di elezione, del consiglio degli studenti: un ruolo, quello di rappresentante studentesco, che con tutte le proporzioni del caso aveva già ricoperto tre anni fa al liceo classico “Antonio Scarpa” di Oderzo.

Alberto ha iniziato l’intervento ricordando Prince Jerry Igbinosa, il giovane di 25 anni laureato in Nigeria, emigrato in Italia e morto poco dopo che la sua richiesta di permanenza in Italia era stata respinta. «Lui era nigeriano, io sono italiano, e proprio perché sono italiano a qualcuno sembra che la mia vita valga di più», ha affermato. Negli appena sei minuti del suo discorso, facilmente rintracciabile su internet, Alberto ha toccato temi importanti come il taglio dei finanziamenti all’università, il precariato giovanile e il ruolo dell’ateneo patavino, per poi concludere chiudendo il cerchio nel ricordo di tre studenti provenienti dal Triveneto e morti tragicamente all’estero: Valeria Solesin, Antonio Megalizzi e Giulio Regeni.

Alberto non aveva ovviamente preso in considerazione che le sue parole avrebbero raggiunto una eco simile: «Tante condivisioni sui social network, segnalazioni sui giornali, messaggi privati…» afferma. E quindi pure un’ospitata in diretta a L’aria che tira, martedì 19 febbraio, su La7. Ma non tutti hanno gradito le sue parole: «Un assessore regionale presente in aula non ha apprezzato, e lo ha pure detto ai giornalisti – continua Alberto – ma non ci sono state altre reazioni negative pubbliche e questo mi ha sorpreso. Per il resto ho ricevuto tante attestazioni di solidarietà per questo attacco, e messaggi privati di persone che si sono riconosciute in quello che dicevo. Ma in realtà non mi sembra di aver detto niente di straordinario: ho solo ricordato un ragazzo che aveva quasi la mia età e voglia di studiare. Dovrebbe essere normale sostenere certi valori, ma il fatto che molti siano rimasti colpiti, e che vedano un segno di speranza nelle mie parole, è un sintomo della situazione che stiamo vivendo… Probabilmente nel dibattito pubblico questo tipo di prese di posizione hanno sempre meno forza. E anche il fatto che io sia stato accusato di “fare politica” in università significa che molti ancora confondono l’essere apartitici con l’essere apolitici. E io, visto il mio ruolo di rappresentanza, non posso essere apolitico».

L’Azione, domenica 24 febbraio 2019

Don Luigi Ciotti a Oderzo

“Orizzonti di giustizia sociale”: questo era il titolo dell’appuntamento opitergino di don Luigi Ciotti, tenutosi domenica 10 febbraio presso il teatro del collegio Brandolini-Rota.

L’evento, organizzato dal gruppo “Insieme diamo luce” di Oderzo con il CSV Volontarinsieme di Treviso, com’è noto ha suscitato clamore a livello nazionale a causa della decisione della giunta comunale di non concedere il patrocinio e il più capiente teatro Cristallo: l’incontro è quindi iniziato tra il rumoroso disappunto delle tantissime persone rimaste fuori e quello, ancora più rumoroso, di una parte del pubblico durante l’intervento iniziale del sindaco Scardellato.

A questo proposito l’abate di Oderzo mons. Pierpaolo Bazzichetto ha voluto sottolineare come la tensione della vigilia non rispecchi assolutamente la realtà sociale del territorio, «fatta di tante associazioni che operano a favore dei poveri, anche in collaborazione con l’amministrazione: con posizioni diverse, ma sempre in un clima di rispetto».

Don Luigi ha iniziato il suo intervento dichiarando di “non amare le tifoserie” e stemperando così il nervosismo; ha quindi raccontato la sua esperienza di piccolo bellunese emigrato a Torino con la famiglia, andando a vivere nella baracca di un cantiere, perché il padre aveva trovato un lavoro ma non un alloggio. A diciassette anni ha l’incontro che gli cambia la vita, con un ex medico stimato finito a fare il barbone: Luigi così a vent’anni fonda il Gruppo Abele e sette anni dopo, ordinato presbitero, gli viene affidata dal vescovo una parrocchia speciale, ovvero la strada.

Don Ciotti ha raccontato come dal Gruppo Abele siano scaturite varie realtà a favore degli ultimi, quali i tossicodipendenti o i malati di AIDS; nel 1995 nasce invece “Libera contro le mafie”.

«Oggi – ha ribadito – voi non state incontrando don Luigi Ciotti, perché io rappresento un “noi”»: il riferimento era alle tantissime persone che negli anni hanno contribuito con il loro impegno politico a questa storia. Sì: proprio “politico”, perché la politica è «la più alta ed esigente forma di carità, il servizio a favore del bene comune», ha affermato citando le famose parole di papa san Paolo VI; perché «Libera è apartitica ma non apolitica» e perché «L’impegno politico non è solo di chi governa: anche noi, come cittadini, abbiamo la nostra parte di responsabilità».

Libera è formata da una rete di seicento associazioni, laiche e confessionali, che portano il loro contributo mantenendo la propria identità. Una rete che più che essere “contro” (la mafia, le disuguaglianze eccetera) è “per”: «Per la cultura che sveglia le coscienze, per l’educazione, per la conoscenza. Io, come gli altri, faccio la mia parte: anche se siamo piccoli, dal basso possiamo portare apporti significativi al cambiamento, ma occorrere essere uniti nei propri obiettivi».

Don Ciotti più volte ha voluto mostrare come con la corresponsabilità, l’impegno e l’unità si possano ottenere grandi risultati: l’altro ingrediente è la preghiera. «Non sono un profeta – ha affermato rispondendo al moderatore – Sono un poveretto che ogni giorno chiede a Dio che mi dia una bella pedata. E oggi pomeriggio pregherò che dia una pedata anche a voi cittadini di Oderzo»: questo perché «Abbiamo bisogno tutti della “dolce pedata di Dio”, per evitare che qualcuno si senta arrivato! Io a settantatré anni sono ancora qui che mi interrogo, perché i dubbi sono più sani delle certezze: se incontrate qualcuno che dice di aver capito tutto, salutatemelo e cambiate direzione».

«Da anni ce la metto tutta per “saldare la terra con il cielo”», ha continuato; per questo i suoi riferimenti principali sono due, il Vangelo e la Costituzione italiana. Infatti «Nel Vangelo c’è molta politica, ma è la politica del Concilio Vaticano II, la politica che ci ricorda papa Francesco». Il vangelo parla di politica quando denuncia i soprusi e le ipocrisie: dall’altra parte invece «c’è molto Vangelo nella Costituzione, quando essa stabilisce la pari dignità delle persone, il loro diritto a vivere in pace, la giustizia».

«Il Vangelo dice che non si può amare Dio se non si amano le persone», e come punto di riferimento ha indicato un tesoro di cui si parla ancora troppo poco, la Dottrina Sociale della Chiesa: «Ci invita a metterci in gioco: da questo deriva tutto il resto». Il relatore, da buon “parroco della strada”, arriva pure a commentare il Vangelo del giorno, la chiamata di Pietro (Lc 5,1-11): «Quelle parole sono un invito a guardare oltre le difficoltà del momento e le delusioni per i nostri fallimenti. Lo Spirito ci dà continuamente la forza per ripartire, ed assumerci ancora una volta le nostre responsabilità con rinnovata passione».

Don Ciotti ha provocatoriamente auspicato per questo motivo la futura “fine del volontariato”, che avverrà quando non ci sarà più alcuna distinzione tra esso e la cittadinanza: perché «È dovere di un cittadino, e a maggior ragione di un cristiano, essere volontario, ovvero mettere a disposizione una parte del proprio tempo per gli altri».

Don Luigi Ciotti, in qualità di fondatore di “Libera contro le mafie”, in questo periodo si trova spesso in Triveneto per partecipare a degli incontri in vista del prossimo 21 marzo, giornata che su iniziativa proprio di Libera dal 1996 è dedicata al ricordo delle vittime innocenti di mafia. Tra questi, due incontri sono stati organizzati nella nostra diocesi: una conferenza a Oderzo domenica scorsa e un’altra a Conegliano che si terrà mercoledì 20 al teatro Accademia; questo perché la manifestazione nazionale organizzata da Libera il 21 marzo, che si tiene ogni anno in una regione diversa, quest’anno si svolgerà a Padova. In contemporanea, l’elenco dei nomi di tutte le vittime di mafia sarà letto in centinaia di luoghi in tutta Italia.

L’Azione, domenica 17 febbraio 2019

Battisti: ed ora giustizia. Riparativa.

Cesare Battisti: com’era facilmente prevedibile, dopo il suo ritorno in Italia in catene in tanti hanno perso un’occasione per stare zitti, tra chi ancora si ostina a difenderlo, e chi peggio ancora pur ricoprendo un alto ruolo istituzionale usa espressioni tipo “buttare le chiavi” e “marcire in galera”.
Così a me torna in mente quando, quasi sei anni fa, ebbi la possibilità di ascoltare a San Vendemiano la testimonianza di Arrigo Cavallina, fondatore dei Proletari Armati per il Comunismo.
Cavallina è stato il responsabile dell’iniziazione al terrorismo di Battisti, fatto avvenuto in carcere a Udine nel 1977: questo a dimostrazione che a volte la pena carceraria porta a risultati ben diversi da quelle che dovrebbe proporsi, ovvero redimere il condannato e portarlo ad un pieno reinserimento in società una volta scontata la pena (meglio ricordarlo che magari qualcuno in bonafede non se lo ricorda).
Cavallina, che a differenza di Battisti il suo conto con la giustizia l’ha abbondantemente pagato, da anni cerca di diffondere la cosiddetta “giustizia riparativa”, anche attraverso un bel libro autobiografico, La piccola tenda d’azzurro, che vi consiglio di leggere se volete capire cos’era (e cos’è) il carcere in Italia: un metodo che Cavallina applicherebbe volentieri anche all’ex compagno di carcere, cosa che ovviamente non avverrà.
Chissà se in questi giorni c’è qualche giornalista di testate nazionali a cui è venuto in mente di chiedergli un’opinione sui fatti degli ultimi giorni: farebbe un gran servizio all’intelligenza e alla decenza, in mezzo a tante parole inutili e divise indossate a casaccio.

Addio, megadirettore galattico

Oggi ci ha lasciato Paolo Paoloni.

Questa notizia inevitabilmente mi ha spinto a riguardarmi la scena finale del primo film di Fantozzi, quella in cui Paoloni, impersonando il Megadirettore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, ci ha lasciato un sunto di quasi tutto il peggio del progressismo liberal che, partito dagli Stati Uniti, va ora purtroppo di moda in buona parte del mondo occidentale.

Parliamo di quella politica altezzosa, petalosa, lontana dalla gente, che strizza l’occhio a personaggi come Steve Jobs o Marchionne, e che poi alle urne si fa battere da soggettini che non vale nemmeno la pena nominare.

Ecco, se io dovessi tenere una serata in una scuola di formazione politica, inizierei mostrando con questo video, giusto per far capire subito qual è la direzione da non prendere.

Un film uscito nel 1975. Lo stesso anno, tra l’altro, in cui è stato assassinato un altro personaggio che aveva capito in anticipo da che parte stava andando il mondo.