Battisti: ed ora giustizia. Riparativa.

Cesare Battisti: com’era facilmente prevedibile, dopo il suo ritorno in Italia in catene in tanti hanno perso un’occasione per stare zitti, tra chi ancora si ostina a difenderlo, e chi peggio ancora pur ricoprendo un alto ruolo istituzionale usa espressioni tipo “buttare le chiavi” e “marcire in galera”.
Così a me torna in mente quando, quasi sei anni fa, ebbi la possibilità di ascoltare a San Vendemiano la testimonianza di Arrigo Cavallina, fondatore dei Proletari Armati per il Comunismo.
Cavallina è stato il responsabile dell’iniziazione al terrorismo di Battisti, fatto avvenuto in carcere a Udine nel 1977: questo a dimostrazione che a volte la pena carceraria porta a risultati ben diversi da quelle che dovrebbe proporsi, ovvero redimere il condannato e portarlo ad un pieno reinserimento in società una volta scontata la pena (meglio ricordarlo che magari qualcuno in bonafede non se lo ricorda).
Cavallina, che a differenza di Battisti il suo conto con la giustizia l’ha abbondantemente pagato, da anni cerca di diffondere la cosiddetta “giustizia riparativa”, anche attraverso un bel libro autobiografico, La piccola tenda d’azzurro, che vi consiglio di leggere se volete capire cos’era (e cos’è) il carcere in Italia: un metodo che Cavallina applicherebbe volentieri anche all’ex compagno di carcere, cosa che ovviamente non avverrà.
Chissà se in questi giorni c’è qualche giornalista di testate nazionali a cui è venuto in mente di chiedergli un’opinione sui fatti degli ultimi giorni: farebbe un gran servizio all’intelligenza e alla decenza, in mezzo a tante parole inutili e divise indossate a casaccio.

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Addio, megadirettore galattico

Oggi ci ha lasciato Paolo Paoloni.

Questa notizia inevitabilmente mi ha spinto a riguardarmi la scena finale del primo film di Fantozzi, quella in cui Paoloni, impersonando il Megadirettore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, ci ha lasciato un sunto di quasi tutto il peggio del progressismo liberal che, partito dagli Stati Uniti, va ora purtroppo di moda in buona parte del mondo occidentale.

Parliamo di quella politica altezzosa, petalosa, lontana dalla gente, che strizza l’occhio a personaggi come Steve Jobs o Marchionne, e che poi alle urne si fa battere da soggettini che non vale nemmeno la pena nominare.

Ecco, se io dovessi tenere una serata in una scuola di formazione politica, inizierei mostrando con questo video, giusto per far capire subito qual è la direzione da non prendere.

Un film uscito nel 1975. Lo stesso anno, tra l’altro, in cui è stato assassinato un altro personaggio che aveva capito in anticipo da che parte stava andando il mondo.

Questo Natale sii te stesso

Nel giorno in cui è soprattutto il politicamente corretto a spingere verso un neutrale “Buone feste”, propongo un video in cui parla uno il quale, il 13 maggio 1981, a quanto pare si rammaricò molto nell’apprendere la notizia dell’attentato a papa Wojtyla.
Si rammaricò perché il papa non era morto.

Un po’ di anni dopo, divenuto nel frattempo prete, ha concepito un percorso di fede chiamato le “Dieci Parole”. Rinunciando a qualsiasi tipo di diritto d’autore, ha permesso a questo percorso di diffondersi in centinaia di realtà in tutta Italia e, in questo modo, ha indirettamente aiutato migliaia di persone nel proprio cammino di fede. E mi ci metto dentro anch’io.

Buon Natale!

Serge Latouche a Sernaglia della Battaglia

C’era veramente, ed è proprio il caso di dirlo, il pubblico delle grandi occasioni lo scorso giovedì 8 novembre nella sala convegni comunale di Sernaglia della Battaglia: per il filosofo francese Serge Latouche l’affluenza è stata ben superiore ai duecento posti della capienza della sala, al punto che gli ultimi arrivati hanno dovuto accontentarsi della diretta televisiva all’esterno dell’edificio.
La serata è stata organizzata dall’amministrazione comunale e da La Chiave di Sophia, quadrimestrale di filosofia di Santa Lucia di Piave.
Il relatore, curiosamente, ha iniziato prendendo le distanze dalla definizione di “filosofo della decrescita felice”, che gli viene attribuita solo in Italia, vista l’ambiguità del termine. Il concetto di “felicità” infatti si diffonde in occidente solo nell’epoca dei Lumi: se prima, in una società fortemente cristianizzata, si parlava di “beatitudine”, quest’ultima gradualmente ha ceduto il passo appunto al concetto di “felicità”, concetto figlio di una società laica, borghese e fortemente individualista. In cosa consistesse la felicità l’hanno spiegato gli economisti: nel consumare, nell’aumento del Prodotto Interno Lordo. Se quindi la “beatitudine” ambiva ai beni spirituali, la felicità ora ambisce ai beni materiali, e da qui si è innescata una folle corsa alla crescita fine a se stessa basata sulla creazione di bisogni artificiali.
Ciò che però auspica Latouche non è una decrescita felice, con una conseguente diminuzione del PIL, quanto piuttosto l’uscire da questa logica di consumo che permea le nostre vite, ed è per questo che più che di “decrescita” sarebbe più corretto parlare di “acrescita”.
Il filosofo ha quindi voluto ricordare un figlio della nostra terra, quel Pier Paolo Pasolini che già aveva trattato a suo modo questi temi negli anni ’60 e ’70 e che quindi può essere annoverato tra i precursori della decrescita. Fu lui, per esempio, a far notare come il consumo si basi sull’infelicità e che la pubblicità a questo proposito serva a generare un senso di insoddisfazione in chi la fruisce. Ma questa “società della scarsità”, come l’ha definita, produce “lo spettacolo dell’abbondanza” negli scaffali dei supermercati e questa, a sua volta, produce sprechi e rifiuti.
Ma come si può uscire da tutto questo? Innanzitutto “ponendo un limite ai nostri bisogni”, perché in caso contrario non potremmo mai liberarci dal senso di insoddisfazione generato dal consumismo. E poi con un ritorno alla frugalità di un tempo, che non significa attuare una politica di austerità, quanto piuttosto sviluppare una “capacità di autolimitarsi”, soddisfare i propri bisogni senza consumare all’infinito.
A questa scelta etica che incide sul personale, occorre però una seconda scelta che incida a livello globale: una scelta comunicativa. La nostra è l’unica società della storia che si basa su concetti come competitività, razionalità ed efficienza, quando invece le altre cercavano la saggezza. E i saggi di tutte le civiltà hanno sempre sostenuto che il senso della misura è fondamentale per vivere bene. Occorre quindi un “mutamento antropologico” che riporti l’economia all’interno dei limiti posti dalla società e dalla politica. Latouche ha parlato di “buonsenso di un bambino di cinque anni”: parafrasando il grande attore Groucho Marx, ha concluso sostenendo che basterebbe un bambino di cinque anni per far capire ai politici che “una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito”.

L’Azione, domenica 18 novembre 2018

15 settembre 2008: il fallimento che ha cambiato il nostro mondo

Ognuno di noi ricorda bene cosa stava facendo martedì 11 settembre 2001 quando seppe la notizia degli attacchi terroristici a New York.
Nessuno invece ricorda cosa stava facendo lunedì 15 settembre 2008 quando venne a sapere che proprio a New York falliva la Lehman Brothers, società multinazionale di servizi finanziari, dando inizio ad una delle più gravi crisi economiche di sempre.

Eppure quest’ultimo evento ha avuto un impatto sulla nostra storia decisamente maggiore del primo: lo storico americano Adam Tooze ne “Lo schianto”, il suo ultimo saggio pubblicato a fine agosto, collega il crollo della Lehman Brothers a tutti i principali avvenimenti accaduti a livello planetario nell’ultimo decennio, dalla crisi in Ucraina a quella dell’Eurozona, dalle primavere arabe all’emergere di forze politiche populiste in tutto l’occidente.

Nel primo appuntamento di Fucina n.4 della stagione 2018/19 vogliamo chiederci: che impatto ha avuto la crisi finanziaria del 2008 nelle nostre vite? E potrebbe capitarne un’altra?
Ne parleremo con Paolo Piacenza, giornalista e direttore editoriale di Pop Economix, progetto nato a Padova nel 2011 con l’idea di raccontare, attraverso il teatro ed altre forme di divulgazione, proprio la crisi del 2008.

15 SETTEMBRE 2008: IL FALLIMENTO CHE HA CAMBIATO IL NOSTRO MONDO
Giovedì 18 ottobre, ore 20.40
Aula magna dell’ISISS Antonio Scarpa
via I maggio 3, Motta di Livenza (TV)

Clelia, la donna che salvò Sara

Clelia Caligiuri De Gregorio, 1966

Ad un grave lutto ognuno reagisce a suo modo: oggi vi raccontiamo la storia di una donna che ha reagito mettendosi a servizio degli altri.
Questa donna si chiamava Clelia Caligiuri: essa, per aver aiutato un’ebrea durante la guerra, è diventata la prima donna italiana, e la prima persona residente in Veneto, a ricevere il titolo di “Giusto per le Nazioni”.
Dopo averla citata un paio di volte nelle nostre pagine lo scorso inverno, siamo entrati in contatto con la figlia Lucia, che durante una telefonata a Napoli ci ha raccontato la sua storia. Ve la presentiamo in occasione di due anniversari: gli ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali fasciste e i settantacinque dall’8 settembre ’43.
Questa storia inizia a Sorrento, dove Clelia nasce nel 1904. È ancora piccola quando, durante la Grande Guerra, il padre muore lasciando una vedova con quattro figli da mantenere.
Una situazione per niente facile, specie nell’Italia uscita prostrata dal conflitto. Sono i primi anni ’20 quando Clelia, appena ottenuto il diploma di insegnante elementare, viene a sapere che in Veneto c’è carenza di insegnanti. E così, di punto in bianco, chiede e ottiene di lasciare la Campania per raggiungere un piccolo comune di campagna trevigiano: Piavon.
Le scuole del paese si trovano nello stesso stabile della sede del Comune, che da lì a qualche anno sarà assorbito da Oderzo. Una volta sistematasi, siamo nel 1930, torna a Pompei per sposarsi: il fidanzato, anch’egli sorrentino, si chiama Renato De Gregorio, e lavora nelle navi mercantili come tanti giovani della sua città. Dopo le nozze gli sposi decidono di rimanere a Piavon. Il lavoro di Renato lo costringe a lunghe assenze.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra: Renato viene arruolato in marina come capitano di macchina. Passa circa un mese e il cacciatorpediniere dove presta servizio viene bombardato e cola a picco mentre viaggia verso la Libia.
Clelia così si ritrova improvvisamente vedova: ha 36 anni tre figli. Nonostante l’insistenza dei fratelli e della madre, che vorrebbero tornasse a Napoli, decide di rimanere in Veneto e di non rinunciare ad un posto di lavoro sicuro in un paese in cui ormai tutti la conoscevano. D’altronde nei paesi di una volta gli insegnanti erano un’istituzione.
Clelia inizia così ad aiutare le altre vedove di guerra nella faccende burocratiche, essendoci passata prima di loro. Nel 1943 la terza figlia riscontra qualche problema di salute, e il medico le consiglia di mandarla in un luogo più fresco. Tramite una zia, Clelia affitta una stanza in una grande casa a Follina e ci manda le due figlie.
Clelia va a trovarle nei fine settimana Clelia, e così conosce gli altri inquilini della casa: tra questi una certa Sara Karliner, ivi costretta dalle forze dell’ordine in una sorta di libertà vigilata.
Tra le due donne nasce una forte amicizia: Clelia così scopre che Sara è un’ebrea jugoslava scappata da Zagabria due anni prima, e finisce per prometterle di accoglierla nella propria casa di Piavon, nel caso che l’aria fresca di Follina fosse diventata improvvisamente pesante. Cosa che avviene nello stesso anno dopo i tragici eventi dell’8 settembre.
Sarina, così veniva affettuosamente chiamata da Clielia e le figlie, “evade” quindi da Follina e insieme a Clelia raggiunge clandestinamente Piavon.
Sono i duri mesi dell’occupazione tedesca: a casa Caligiuri, che si trova giusto di fronte al municipio, nonostante la situazione pericolosa le porte spesso si aprono anche per accogliere i ragazzini del paese che, spaventati dalle visite frequenti di quegli uomini cattivi in divisa, vi trovano un letto sicuro, e un ingegnoso sistema per entrare ed uscire senza farsi notare.
La maestra è sicura che nessun in paese l’avrebbe tradita, ma a neanche un chilometro sorge pur sempre villa Reichsteiner, luogo frequentato da ufficiali tedeschi. Vista la situazione, Clelia capisce che Sarina ha bisogno di un rifugio più sicuro.
In quel periodo la parrocchia di Lutrano si distingue per dare rifugio a tanti perseguitati, grazie alla preziosa opera del suo compianto pastore, don Giovanni Casagrande. Clelia bussa alla porta della sua canonica e così Sarina passa gli ultimi tempi del conflitto in paese, visitata due volte alla settimana da lei o dalla figlia, che fanno la spola da Piavon a Lutrano per portarle da mangiare.
La guerra finalmente finisce. Clelia riceve di nuovo l’invito dalla mamma e dai fratelli a tornare nella terra natia e stavolta accetta: nel 1948 chiede ed ottiene il trasferimento in una scuola a Napoli.
Sarina, invece, dopo varie peripezie raggiunge una sorella a Bologna e quindi decide di ripartire da zero andando a vivere in Israele. Ma non si dimentica della sua salvatrice italiana, e così vent’anni dopo ospita la sua famiglia nella sua casa a Tel Aviv. L’eco della loro storia nel frattempo era arrivata anche nelle stanze dello Yad Vashem, il memoriale delle vittime della Shoah a Gerusalemme: Clelia il 18 ottobre 1966 torna quindi in Israele a ricevere l’onorificenza di Giusta per le Nazioni e piantare l’albero a lei dedicato, nel cosiddetto “Giardino dei Giusti”.
Sara morirà poco tempo dopo, ancora giovane, di cancro. Clelia invece se ne va a 91 anni nel 1996 lasciando il ricordo di una donna umile, risoluta e generosa. Una donna che, accolta nella nostra terra, ha saputo a sua volta accogliere, in un momento in cui questa generosità avrebbe potuto costarle carissimo. E che speriamo possa avere presto il giusto riconoscimento anche nella sua città d’adozione.

L’Azione, domenica 16 settembre 2018

p.s. L’articolo è uscito in occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali fasciste.

I Caminesi e le eredità contese

Giovanni De Min, Francesco Ramponi consegna i feudi caminesi ai Procuratori di San Marco, Vittorio Veneto (TV), Museo della Battaglia, 1842-44 circa

Nel tardo pomeriggio di venerdì 11 maggio in biblioteca a Vittorio Veneto, Massimo Della Giustina del Circolo Vittoriese Ricerche Storiche ha presentato un documento finora sconosciuto che riguarda un’intricata vicenda di eredità del XIV secolo, la quale ebbe conseguenze rilevanti per la storia locale e non solo.
Siamo nel 1335: Rizzardo VI da Camino (la cui celebre arca si trova nella chiesa di Santa Giustina a Serravalle) muore senza figli maschi, condannando così all’estinzione il sedicente “ramo superiore” della famiglia.
Perché “sedicente”? Perché gli storici contemporanei, e tra questi i membri del Circolo, ritengono che la separazione tra Caminesi “di sopra” (quelli i cui interessi gravavano intorno a Serravalle e le prealpi) e Caminesi “di sotto” (quelli residenti nell’opitergino-mottense), sebbene comunemente accettata in realtà non sia mai realmente sussistita: tale credenza è dovuta ad una falsificazione di documenti di cui parleremo a breve.
È a questo punto che nasce una controversia sull’eredità di Rizzardo, contesa da una parte dai Caminesi del “ramo di sotto”, legittimi eredi, e dall’altra dal vescovo di Ceneda, il bolognese Francesco Ramponi, controverso personaggio sul quale gravano accuse di simonia, concubinato e, di lì a poco, pure una scomunica: quest’ultimo infatti concede i castelli del defunto in feudo alla Repubblica di Venezia, facendo ampio uso di documenti falsi che tra l’altro sostengono che ogni ramo del casato Caminese non possa reclamare l’eredità dell’altro.
Nella disputa si inseriscono anche gli Scaligeri, all’epoca in guerra con i trevigiani, il Patriarca di Aquileia e infine la Curia Romana, chiamata a dirimere la questione.
Il papa sceglie come proprio delegato Nordio da Grava, abate di Follina, autorità ritenuta sopra le parti, il quale emette la sentenza che è stata l’oggetto principale dell’incontro: un documento datato 9 ottobre 1338 che, come prevedibile, dà ragione ai Caminesi e torto al Ramponi.
Della Giustina si è chiesto come sia possibile che tale verdetto sia stato del tutto ignorato sia dai giuristi dell’epoca sia dagli storici che nei secoli successivi studiarono la vicenda, compreso il trevigiano Girolamo Biscaro che nel 1925 pubblicò il più puntuale ed ancora valido studio sul tema.
La vertenza prosegue con vari colpi di scena, tra i quali dei tentativi di corruzione portati avanti da entrambi le parti, e un attentato fallito ai danni del vescovo ordito dai Caminesi con il benestare del patriarca di Aquileia, desideroso di espandere la propria influenza in sinistra Piave. Quest’ultimo, impugnando una disposizione testamentaria di Rizzardo IV da Camino (il figlio del “buon Gherardo” citato nella Divina Commedia) per poco non riesce ad ottenere i territori del cenedese: fallisce a causa del notaio che nel 1312 aveva rogato il testamento il quale, corrotto dai veneziani, dichiara il falso.
Alla fine a spuntarla sono Ramponi e Venezia: la famiglia da Camino, penalizzata dalle mutate condizioni politiche, per non perdere l’intera eredità nel 1343 rinuncia definitivamente a Serravalle ottenendo in cambio l’investitura di alcuni castelli secondari della zona.
Serravalle fu la prima significativa acquisizione territoriale che la Repubblica di Venezia fece nell’entroterra. La prima in assoluto riguardò Motta di Livenza nel 1291; essa però si trovava al confine con il cosiddetto “Dogado”, ovvero la fascia costiera già da tempo sotto il controllo del Doge.
Circa un secolo e mezzo dopo i domini della Serenissima si estendevano in tutto il Veneto e Friuli, e in parte del Trentino, della Lombardia e della Romagna.
Solo in apparenza quindi questa potrebbe sembrare una questione locale: in realtà, come si è visto, segnò un punto di non ritorno nella storia del Veneto e, di conseguenza, dell’Italia.
Da segnalare la brillante esposizione del relatore, il quale è riuscito a rendere sufficientemente comprensibile un argomento che risulta ostico anche per gli specialisti.

L’Azione, domenica 10 giugno 2018