La mia su “Blade Runner 2049”

*** Avvertenza: niente spoiler, ma per questo mi tocca essere un più vago del previsto. ***
Blade Runner lo vidi per la prima volta al liceo in lingua originale con la prof di inglese e fu subito amore a prima vista, per questo rimasi un po’ perplesso quando seppi che sarebbe stato prodotto un seguito, peraltro a così ampia distanza (trentacinque anni).
A mio dire, la migliore fantascienza è quella che, col pretesto di mostrarti il futuro, ti interroga sul presente. Quel che ci mostra Blade Runner 2049 è principalmente l’amore, e la solitudine, ai tempi dell’intelligenza artificiale. E, anche per questo, solleva un grande interrogativo: cos’è umano? E cosa non lo è?
Si tratta di temi già sviscerati dal film cult del 1982; la nuova pellicola si spinge addirittura oltre, fino a portarli alle estreme conseguenze. Ma per il resto parliamo di due film assai diversi.
Denis Villeneuve e soci intelligentemente hanno scelto di “prendere le distanze” dal primo film, evitando così un aperto confronto dal quale ne sarebbero usciti inevitabilmente sconfitti. Ci propongono quindi una storia molto diversa da quella dell’illustre predecessore (vero, J. J. Abrams?), con richiami alla vecchia pellicola che sono funzionali alla narrazione, quindi niente mere citazioni atte solo a far arrapare i fan (vero, J. J. Abrams?).
In sostanza, BR2049 riesce bene dove Star Wars: il risveglio della Forza ha dato invece risultati altalenanti. Impossibile non pensare all’episodio VII della saga di Guerre Stellari soprattutto per due motivi: in primo luogo per la presenza di Harrison Ford, che torna a rivestire i panni di un personaggio che lo rese celebre negli anni ’80; in secondo luogo, per una questione etica che sarà sempre più rilevante nell’industria cinematografica del futuro: è giusto ringiovanire, o addirittura resuscitare, un attore “incollandone” i lineamenti sul corpo di un altro grazie alla CGI? Un dilemma che, a pensarci bene, si sposa benissimo con i contenuti di questa pellicola.
Ottima anche la fotografia, spesso assai lontana dalla cupa claustrofobia del primo film, il quale si scontrava per forza anche con la limitatezza degli effetti speciali dell’epoca. Da segnalare poi il ritorno di un’ambigua figura cristologica (Il maestoso Rutger Hauer che andava incontro alla morte crocifiggendosi da solo lascia spazio ad un Jared Leto nei panni di un imprenditore-divinità).
Bene anche l’onnipresente Hans Zimmer che commenta musicalmente il tutto come si deve: certo, se vi aspettate un tema immortale tipo quello di Vangelis per i titoli di coda del vecchio film, rimarrete delusi (ma, ahinoi, l’epoca delle grandi colonne sonore per il momento è sospesa, sappiatelo). Idem se sperate in qualche dialogo memorabile alla “Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”.
In conclusione: dare un degno seguito a un filmone come Blade Runner era un’operazione molto rischiosa. Ma a mio dire difficilmente si poteva fare di meglio. Promosso, decisamente.

Annunci

“Fuori dal cinema”, serate di musica e sport

“Fuori dal cinema” e “Adotta un videoproiettore”: sono queste le iniziative in corso al Circolo Cinematografico Enrico Pizzuti di Oderzo. Ci spiega di cosa si tratta Paolo Pizzuti, attuale presidente del circolo stesso.
«Il circolo ha cambiato denominazione due anni fa – ci spiega – per volontà dei vecchi soci che vollero così onorare la memoria di mio padre, presidente e proiezionista ai tempi della vecchia denominazione. Ci siamo così dati degli obbiettivi: il primo il cinema, avendo avuto l’autorizzazione del parroco di tornare a usare la sala Turroni dopo i restauri alla stessa. Ma poi pensammo: perché non allargare ad altre forme d’arte come la musica o il teatro? E così abbiamo fatto, a partire dal settembre 2015. L’estate successiva abbiamo voluto concretizzare questa nostra volontà di spaziare con “Fuori dal cinema”, un festival che si chiama così in due sensi: perché si tiene fisicamente all’esterno della sala, e perché non c’è cinema, anche se qualcosa di cinematografico riusciamo ad inserirlo».
Qual è la formula?
«Sia l’anno scorso che quest’anno è composta da due serate di musica, e da una terza generica, in entrambi i casi a carattere sportivo. L’idea è portare l’atmosfera intima del cineforum all’esterno con una proposta diversa».
Com’è stato il riscontro di pubblico? E ve lo aspettavate?
«Ogni sera è cresciuto, perché tanti passavano di là per caso e poi tornavano la volta dopo. Siamo partiti da 100-120 e siamo arrivati all’ultima sera con picchi di duecento, finendo le sedie. Più che aspettarselo diciamo che lo speravamo… Inoltre si tratta di un pubblico diverso da quello che frequenta il cineforum nei mesi invernali e che speriamo, in questo modo, di agganciare, proprio com’è avvenuto con il corso di cinema tenuto recentemente da Elena Grassi».
Spiegaci l’iniziativa “Adotta un proiettore”.
«Dopo la ristrutturazione il Turroni formalmente non è più un cinema, non avendo più una sala proiezioni, ed ha un proiettore a soffitto la cui qualità a mio dire non è adatta ad una fruizione cinematografica, e questo mi è stato confermato da esperti del settore. È giusto che, se invitiamo registi di livello, la qualità dell’immagine dei loro film sia all’altezza. Abbiamo quindi pensato di prendere un proiettore professionale da una ditta di Crocetta di Montello che serve i cinema della zona: lo abbiamo provato con loro e il risultato è stato tutta un’altra cosa. Il preventivo è di circa settemila euro: mille intanto li mettiamo noi, il resto puntiamo a raccoglierlo entro novembre con una raccolta fondi. Se riusciamo ad andare oltre potremo cambiare anche lo schermo. Stiamo pubblicizzando l’iniziativa in ogni modo, anche cercando testimonial: il primo ad accettare è stato Natalino Balasso».
Il tutto sarebbe di proprietà della parrocchia.
«Ne abbiamo parlato anche con mons. Pierpaolo ha dato parere favorevole e ci darà una mano; il proiettore sarà ad uso esclusivo della sala ma a disposizione di tutti coloro che la useranno».
Come si può contribuire?
«Si può pagare in due modi, entrambi sicuri, nel nostro sito internet. Tutti i donatori che offriranno dai 50 euro in su riceveranno un invito ad una serata riservata. Se non raggiungeremo la cifra tutto sarà restituito».
“Fuori dal cinema” inizierà venerdì 23 giugno con il concerto del cantautore veneziano Marco Iacampo; secondo appuntamento il 29 con l’ensemble multietnico Safar Mazì. Ultimo appuntamento sabato 8 luglio con Manolo, celebre arrampicatore e simbolo dell’alpinismo italiano.

L’Azione, domenica 25 giugno 2017

21 ottobre 2015. Dove stiamo andando, non c’è bisogno di strade.

Oggi è il 21 ottobre 2015. Chi, come me, fin dalla tenera infanzia ha visto e apprezzato la trilogia di Ritorno al Futuro e, a distanza di anni, non riesce ancora a smettere, non poteva che attendere questa data con vivace curiosità.

(E dico “curiosità” perché non voglio usare formule impegnative come “ansia”, “grandi aspettative” o altro, perché, in fondo, ci sono cose più importanti nella vita).

Considero questa saga un prodotto di intrattenimento cinematografico al limite della perfezione, e che sotto certi aspetti riesco ad apprezzare meglio ora che sono cresciuto. Trovo per esempio notevole il modo in cui Robert Zemeckis e i suoi autori siano riusciti, soprattutto nel loro 2015 immaginario, a guardare agli anni ’80 in prospettiva storica e pure nostalgica, mostrandone alcune caratteristiche iconiche dalle quali non possiamo prescindere quando li pensiamo. E tutto questo mentre essi erano ancora in corso.

Ma non finisce qui. Del primo episodio è interessante notare come, dietro alla storia di un adolescente che si ritrova a dover salvare il matrimonio dei propri genitori, si celi un particolarissima e divertente riflessione sul complesso di Edipo. Del secondo episodio, quello che festeggiamo oggi e che preferisco dei tre, amo la trama intricatissima, l’atmosfera da romanzo gotico ottocentesco del cosiddetto “1985 alternativo” e il richiamo piuttosto evidente di quest’ultimo a La vita è meravigliosa di Frank Capra; dell’ultimo capitolo, infine, apprezzo l’omaggio probabilmente inevitabile ai nostri mitici spaghetti western, e la tensione delle scene finali che mi tiene incollato al divano ogni volta che mi ritrovo a guardarle. E non posso dimenticare le belle riflessioni sui paradossi spazio-temporali che questa trilogia inevitabilmente provoca.

Di tutta la saga mi piace tantissimo il messaggio, tutt’altro che scontato in un mondo dove ancora si fugge dalle responsabilità aggrappandosi ad oroscopi, destini, profezie di Nostradamus e calendari Maya, che il nostro futuro non è scritto, ma ce lo costruiamo giorno per giorno con le nostre scelte: il nostro futuro, non il mio, perché le mie scelte possono influenzare, anche pesantemente, il futuro degli altri. E viceversa.

La visione del futuro del secondo episodio, diciamolo, ci ha azzeccato decisamente meno di quanto affermino certi roboanti articoli che ho letto in questi giorni. Marty McFly nel “suo” 2015 trova macchine volanti, vestiti intelligenti e case piene di fax e videotelefoni, ma per esempio non trova ne’ internet ne’ i telefoni cellulari, sebbene nel 1989 esistessero già.

Domani invece USA Today, notissimo quotidiano americano, uscirà con una copertina removibile che riproduce la prima pagina immaginaria, datata 22 ottobre 2015, che compare nel suddetto film (ed ho già chiesto ad un paio di amici americani di procurarmene una copia). Lo fa in maniera piuttosto fedele: la differenza più vistosa riguarda una notiziola che compariva sulla manchette, eliminata per motivi facilmente intuibili, riguardante… la visita di stato della regina Diana a Washington. Un titolo sulla colonna a sinistra cita invece la presidentessa degli Stati Uniti.

Ventisei anni dopo il presidente degli Stati Uniti non è donna, ma è un afroamericano. Eventualità all’epoca ritenuta probabilmente più impensabile. E all’epoca chi avrebbe potuto pensare che ventisei anni dopo la regina Elisabetta sarebbe stata ancora saldamente sul trono, ed oltretutto la povera principessa Diana defunta?

Sarebbe come se oggi io vi dicessi che nel 2041 Matteo Renzi sarà ancora Presidente del Consiglio. In fondo avrà “solo” sessantasei anni, no?

Morale della favola: fare previsioni sul futuro è difficile. E forse è meglio così: che certe cose sul futuro sia meglio non saperle lo diceva pure il buon vecchio Emmett Brown. Evitiamo quindi di lamentarci che non vedremo mai la pensione: piuttosto, agiamo fin da ora in modo che questo non accada, così come tante altre disgrazie preannunciate dalle varie Cassandre più o meno attendibili dei nostri giorni. Solo in questo modo potremo dire di aver appreso la grande lezione di questa splendida saga cinematografica.

E buon #BackToTheFutureDay.

“La storia del Vaiont” di Edoardo Semenza

disastro_vajont

Oggi, 9 ottobre, è l’anniversario di una tragedia che qui dalle mie parti è ovviamente più sentita che altrove, per ovvie ragioni geografiche: la tragedia del Vajont.

Un testo che mi ha aiutato a farmi un’idea più oggettiva di questa complessa vicenda è La storia del Vaiont di Edoardo Semenza (Tecomproject 2002).

Edoardo Semenza (1927-2002) sarebbe l’allora giovane geologo che nel 1959 per primo individuò la paleofrana che quattro anni dopo, franando nell’alveo della diga, avrebbe provocato l’onda anomala che avrebbe spazzato via Longarone e i paesini circostanti, causando la morte di quasi duemila persone.

Il suo testo analizza la vicenda da un punto di vista principalmente scientifico; ben corredato di fonti, ha anche il merito di distinguere con un carattere tipografico differente sue parti più tecniche, dando così la possibilità al lettore meno esperto di saltarle.

L’autore in sostanza sostiene che la principale, ma non l’unica, causa del disastro sia da attribuire al fatto che in Italia, se non addirittura al mondo, all’epoca mancava una cultura adeguata nel campo della costruzione di dighe tale da poter intraprendere un progetto di tali dimensioni e caratteristiche. Secondo un approfondito studio condotto da due geologi americani nel 1985, studio che ha probabilmente scongiurato una catastrofe simile ma di dimensioni maggiori oltreoceano, si sarebbe potuto mettere in sicurezza la frana del monte Toc con alcune esplosioni controllate.

Molto utile l’appendice finale in cui l’autore analizza le più tre celebri opere dedicate a questo tragico evento: il libro Sulla pelle viva di Tina Merlin, l’opera teatrale (ed il libro corredato ad essa) Il racconto del Vajont di Marco Paolini e Gabriele Vacis, e il film Vajont – La diga del disonore di Renzo Martinelli.

Tre opere non esenti da errori ed imprecisioni, a volte trascurabili a volte no, e giustificabili solo in parti da esigenze di tipo letterario e/o artistico. Ma a prescindere da questo, soprattutto nel caso di Paolini, esse hanno dato un contributo decisivo a mantenere la memoria viva su questa triste vicenda, praticamente dimenticata al di fuori della valle del Piave prima del 9 ottobre 1997.

Un’Italia (che potrebbe essere) da Oscar

Che robe. Un bel po’ di anni fa, a causa dell’amicizia tra mio padre e suo padre, ci ho passato una vacanza insieme a Firenze. Sono passati ventun’anni (aaargh!) e oggi Diego, cervello in fuga da Prata di Pordenone, abita a Vancouver e ad Hollywood è considerato uno dei talenti emergenti nel campo effetti speciali: un pezzo dell’Oscar 2013 a “Vita di Pi” è suo.

Meanwhile, in Italy, un giovane su tre è disoccupato. L’Italia è e rimarrà anche dopo le elezioni un paese per vecchi (e la colpa non è certo solo dei vecchi) con un Presidente del Consiglio che nella migliore delle ipotesi avrà 61 anni. E dove Diego, al massimo, avrebbe potuto aspirare a fare il direttore della fotografia de “Un posto al sole”.

Speriamo che se lo ricordino coloro i quali da domani si ritroveranno a governare questo paese.

Eppure nel nostro paese le cose non sono andate sempre così. E per trovare un’Italia moderna, che valorizzava e teneva ben stretta i suoi talenti non serve tornare indietro alla Firenze rinascimentale o alla Roma barocca: basta indietreggiare di 50-55 anni.

Cos’è successo, nel frattempo?