Islanda: non chiamatela “favola”

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Ieri sera, davanti ai padroni di casa schiacciasassi della Francia, è terminata l’avventura della nazionale islandese agli europei di calcio. Vuoi per la simpatia di giocatori e tifosi, vuoi per la scarsa tradizione calcistica dell’isola, vuoi che essa ha più o meno gli stessi abitanti di Verona, quella degli islandesi è stata definita una “favola”: era inevitabile.
Anzi: era inevitabile? Visto il livello medio del giornalismo nostrano sì, ma occorre ribadire che anche le favole nel calcio sono poche, e questa non fa eccezione. La si può definire forse tale, giusto per rimanere in tema europei, quella della Danimarca, ripescata nel 1992 all’ultimo minuto a causa della dissoluzione della Jugoslavia, quando i calciatori erano ormai in vacanza: ma in quel caso, viste le tempistiche, contò molto la fortuna, l’entusiasmo, l’effetto sorpresa.
Definire “favola” il caso islandese è invece a mio dire profondamente ingiusto nei confronti di quello che invece è il risultato più clamoroso, a livello mediatico, di una precisa volontà politica, ovvero quella di preservare i giovani dalla piaga dell’alcolismo e del tabagismo attraverso l’attività sportiva. Un progetto a lungo termine che fa sembrare ancora più lontani i tempi in cui l’eroe calcistico locale, durante una partita della nazionale, si faceva sostituire dal figlio diciassettenne (che poi sarebbe l’attuale “nonno” della squadra), roba che neanche ad una partita scapoli-ammogliati: oggi l’Islanda conta campi di calcio coperti a bizzeffe, ed un allenatore con patentino ogni cinquecento abitanti, contro i diecimila della Gran Bretagna. Già, proprio loro.
La splendida figura degli islandesi in questi europei mostra ancora una volta che se c’è vera programmazione ed un progetto valido e lungimirante, i risultati arrivano. È solo una questione di tempo.

Le autogestioni al liceo Scarpa di Oderzo

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Mentre si avvicina il tradizionale dibattito elettorale al teatro Cristallo, va ricordato che ad aver organizzato il primo confronto tra i candidati sindaco a Oderzo è stato un quartetto di diciottenni: Alberto Rosada, di Lutrano, Francesca Brescacin, di Mansuè, Anna Dora Battistella, di Camino, e Michele Potenza, di Oderzo. Si tratta degli attuali rappresentanti di istituto al liceo Antonio Scarpa, sede di Oderzo, i quali hanno inserito il dibattito nella terza autogestione che hanno organizzato quest’anno. Iniziative, queste, però ben lontane dai luoghi comuni che generalmente le etichettano.
“Già l’anno scorso avevo proposto qualche giornata di autogestione – racconta Alberto. – Quest’anno ci abbiamo riprovato. Non è stato facile perché all’inizio i professori erano molto scettici”.
Ma queste iniziative sono, diciamo, “legali”?
Certo. Lo statuto degli studenti ci concede un giorno al mese per fare assemblea. Noi non chiediamo così tanto tempo: l’autogestione la facciamo al suo posto. Comunque è un termine ambiguo, perché ricorda un’occupazione, ma in realtà è pacifica e regolamentata. Dopo un grandissimo lavoro di mediazione abbiamo ottenuto di farne tre, due da due ore ed una da tre, più la giornata della creatività. Sette ore in tutto contro i sette giorni che avremmo in teoria a disposizione, e che magari si perderebbero in stupidaggini.
Com’è stata la risposta degli studenti?
Molto buona! Un tempo si facevano assemblee uniche in palestra, troppo lunghe e dispersive. Ora, con un formato diverso impostato sul dialogo, temi diversificati, sedie disposte in cerchio e gruppi in media di 15-20 studenti, facciamo emergere il loro lato migliore. E anche i professori pian piano stanno cambiando atteggiamento, fanno proposte e partecipano, e per noi è un grandissimo risultato.
I vostri laboratori spaziano su temi come la moda, la politica, lo sport, la Costituzione, l’edilizia, il giornalismo. Se non avesse avuto un imprevisto avreste avuto come ospite perfino Dino Boffo. Come nascono questi laboratori?
Dietro c’è un lavoro di ricerca da parte nostra di contatti, sia su internet sia tra le parentele e le amicizie dei ragazzi: Boffo è appunto zio di un nostro studente. Facciamo molta attenzione a chi invitiamo, anche per questo ci siamo guadagnati la fiducia di preside e docenti: vogliamo usare questo tempo in modo costruttivo. I ragazzi apprezzano e lo capiamo dal fatto che durante queste autogestioni c’è silenzio e nessuno va a spasso per i corridoi, così non abbiamo neanche tanto bisogno di “fare i carabinieri”…
Vi aspettavate questa risposta da parte dei candidati sindaco?
Ne sono venuti sei su otto, uno si è giustificato ed uno ha mandato un delegato. Non ci aspettavamo tale risposta, soprattutto perché non glielo abbiamo chiesto con molto anticipo; ci hanno dato risposte entusiasmanti e si sono complimentati per l’opportunità e l’interesse dimostrato dagli studenti.
Noi ragazzi veniamo in genere accusati di non avere interessi: effettivamente a volte è così, ma con queste iniziative vogliamo dimostrare che non lo è sempre.

L’Azione, domenica 29 maggio 2016

Destino e responsabilità personali

Leggo che oggi sono stati celebrati i funerali di Doriano Romboni, ex motociclista professionista deceduto per incidente a 45 anni sabato scorso durante la seconda manifestazione in memoria di Marco Simoncelli, il quale in una situazione simile perse la vita ad appena 24 anni due anni fa.
Paolo Simoncelli di Marco è il padre. Egli avrà anche vissuto il peggiore dei lutti possibili e farà tanta beneficenza, ma questo non lo rende di certo immune da uscite infelici. Riguardo la morte di Romboni, ha parlato di “destino” ed ha sostenuto che, se non fosse morto ieri, magari sarebbe morto in un’incidente stradale da un’altra parte. Ed oggi, ai funerali, ha ribadito il concetto.
No, caro Paolo: le cose non stanno così. Doriano, e anche tuo figlio, sono morti perché hanno consapevolmente SCELTO di fare un mestiere pericoloso.
E se a tuo figlio, a sette anni, gli avessi dato in mano un pallone da basket o un violino, difficilmente sarebbe morto lavorando.
Tirare in ballo il destino, o anche il Padreterno, all’indomani di qualsiasi tragedia, è un modo patetico di pulirsi la coscienza e di sfuggire alle nostre responsabilità di esseri umani.
Mi sembra proprio che in occasione di incidenti stradali con vittime, questo avvenga spesso. Se, nel paese europeo col più alto numero di morti in strada, vogliamo imparare qualcosa da questi lutti e cambiare davvero le cose, questa è davvero la strada sbagliata.

La Barzelletta Olimpica

Domenica 17 novembre, ore 13.02: Sport Mediaset su Italia Uno (Ripeto: Sport Mediaset). Domenica senza Serie A, ci ricorda il conduttore. Ok. Lista dei servizi: Erick “Gangnam Style” Thorir va ad Appiano Gentile a vedere la sua nuova squadra perdere “una noiosa amichevole col Chiasso”. Il Milan in amichevole contro lo Young Boys. Ipotesi sull’immediato futuro della Nazionale. I giocatori della nazionale a fare shopping a Londra. Ipotesi sul futuro di Andrea Pirlo: Juventus o estero? A l’una e venti finalmente compare in studio la foto di un casco di Formula Uno, ma prima di lanciare il servizio, il conduttore avverte: “torneremo a parlare di calcio tra poco”: meno male.
Spengo la tv e mi torna in mente la Barzelletta Olimpica del Giornalismo Sportivo Italiano (olimpica perché in genere viene ripetuta ogni quattro anni):
“D’ora in poi, diamo più spazio agli sport minori”.

Quel che non fecero i barbari, lo fecero i barbarismi

L’impianto di broadcasting. Lo stewarding. Il Bulding Managing System. La control room. Le aree ospitality. Il confort e il pre-confort. Le operations. Il ticketing. Gli sky box. Il mondo corporate. La convention. Il maintainess. Il match day. Lo sport production. Il naming write. Il brand leader. I benchmark di riferimento. Il concept store. I maggiori player mondiali. La media company.

E’ così che una società sportiva che rappresenta l’Italia del mondo si presenta alla vigilia dell’inaugurazione di uno stadio all’avanguardia su ogni cosa, un’opera di cui noi italiani dovremmo andare orgogliosi? Bah.

(Per il resto, tanto di cappello appunto a chi ha concepito e costruito questo stadio. Specie per essere riusciti a riciclare il 99% di quella vergogna nazionale che era il Delle Alpi. Le due facce della stessa medaglia, insomma.)

Gianni De Biasi e Gabriele Gava al Liceo Scarpa

Foto di Adriano Miolli

“Sport e regole”: questo è il titolo organizzato dal Liceo Scientifico “Antonio Scarpa” di Motta di Livenza nella mattinata di mercoledì 26 gennaio con due relatori d’eccezione: Gianni De Biasi, di Sarmede, e il coneglianese Gabriele Gava, accumunati dall’essere entrambi nostri diocesani e impegnati ai vertici del mondo del calcio.

Gava e De Biasi: diretto ed amichevole il primo, deciso e motivatore il secondo; due stili che hanno rispecchiato in pieno il loro essere, rispettivamente, arbitro ed allenatore. Sicuramente essi non hanno pensato che tra il pubblico c’erano anche vari animatori di Grest e oratori, eppure certe affermazioni sembravano proprio adatte a loro; l’arbitro, dice Gava, deve rispettare e far rispettare le regole, fare vita di gruppo, saper superare (e non aggirare) gli ostacoli, saper dire di no ed essere equo: non è così anche per l’animatore? Non solo: l’arbitro può sbagliare ma deve tenere un comportamento inattaccabile sia dentro che fuori dal campo, perché anche nella vita privata verrà sempre identificato come tale. L’arbitro, per questo, diventa educatore permanente, anche se non può sostituire, in questo ruolo, l’allenatore e prima di tutto il genitore. Gava ha voluto inoltre sottolineare l’importanza che ha la cultura nel suo mondo, sfatando quindi il luogo comune che per sfondare nello sport il libro non serve.

De Biasi ha chiosato l’intervento di Gava tirando in ballo altre forti componenti, strettamente connesse tra loro: la tenacia, la costanza, la motivazione, il voler raggiungere l’obbiettivo, il rialzarsi quando si cade. Da queste non si può prescindere nello sport e, in fondo, neanche nella vita. «Pensare di non farcela è il primo insuccesso – ha affermato il mister – Non riusciamo nei nostri obbiettivi quando mettiamo davanti a noi tutti gli alibi del mondo». De Biasi ha spronato i presenti a non vivere la propria vita nell’ignavia, a non lasciarsi trascinare passivamente dal gruppo, ma ad essere propositivi, a sentirsi unici.

Dalle domande dei ragazzi è emerso un certo fastidio comune verso i mali del calcio nostrano, a partire dalla sicurezza degli stadi, dagli eccessivi stipendi dei calciatori, dallo spazio insufficiente dedicato ai cosiddetti “sport minori”.

L’Azione, domenica 13 febbraio 2011 (o almeno spero…)