Un antidoto ai videopoker

Graziano Battistella, di Basalghelle, fa parte della Pastorale sociale diocesana. Alle spalle ha trent’anni di calcetto giocato ad alti livelli, durante i quali ha potuto vedere il mondo del videopoker da vicino.
«Quelle macchinette iniziarono a comparire nei locali dove si tenevano i tornei trent’anni fa. Ma per giocare a calcetto occorre relazionarsi con altre persone. Il divertimento sta nel come ti poni di fronte all’avversario. Il videopoker invece è individualista».
E questo cosa comporta?
«I giocatori di videopoker erano dei pivellini a calcetto. Perché era gente incapace di reagire, di accettare la sconfitta, di giocare con altri».
È quindi solo una questione di individualismo?
«No, anche giocare a poker seduto ad un tavolo può diventare una malattia. Ma è un problema diverso: per lo meno al tavolo occorre avere l’intuito di saper leggere l’avversario. In fondo il gioco c’è sempre stato. Un grande biblista come Luis Alonso Schökel scriveva come certi personaggi biblici, come Giacobbe, abbiano di fatto giocato con Dio, anche d’azzardo! Il gioco quindi è positivo, se c’è un avversario. Quello che c’è di diabolico nel videopoker è che l’avversario non c’è. Chi gioca da solo diventa narcisista, si diverte da solo. E lo fa perché non sa stare con gli altri.
Non va poi dimenticato che tutti i giochi a soldi, come anche il Gratta & Vinci o il Superenalotto, rappresentano per il giocatore un sogno. E con la crisi, il sogno aumenta: si stima che quest’anno l’erario farà incassi record, e le ultime indagini mostrano come non è più così vero che si gioca soprattutto al sud».
Perché di questo problema se ne parla solo adesso?
«In Italia si è iniziato a fare prevenzione contro il fumo solo quando la spesa sociale per curarne i danni ha superato gli introiti della vendita di sigarette. Col videopoker è la stessa cosa. Ed ora che c’è la possibilità di giocare con i telefonini il problema può diffondersi tra i più giovani».
Che cosa si può fare con loro?
«Semplice: ripristinare gli oratori. Metterci dentro i calcetti, perché il gioco dev’essere competizione, o comunque far giocare i bambini in squadra, abituarli a confrontarsi tra loro sul campo. Se non iniziano da bambini, a quindici anni non li cambi più».

L’Azione, domenica 17 maggio 2009

I poveri in fila

Sono le 15 di un martedì qualsiasi. Nei locali che un tempo ospitavano il patronato Turroni ora ha sede il centro di distribuzione di vestiario della Caritas di Oderzo. All’esterno alcuni stranieri attendono impazienti di entrare: alcuni di loro aspettano dalle 11 di mattina ed ora fanno fatica anche a rispettare la fila. A complicare le cose anche il tempo atmosferico, non particolarmente buono.
Ultimamente, con la crisi, anche gli italiani iniziano a bussare alle porte dei vari centri della Caritas sparsi per l’Italia. E qui a Oderzo? Lo chiediamo al responsabile Arrigo Pez.
«In realtà non è cambiato molto rispetto al passato. Assistiamo anche qualche italiano, anche se in modo diverso. Non li facciamo venire qui il martedì, quando c’è tutta questa gente, anche perché si vergognano un po’…».
Quindi rispetto agli stranieri, hanno un trattamento diverso.
«Solitamente prendiamo un appuntamento e durante la settimana dedichiamo un momento anche a loro. Anche se, ripeto, gli italiani non sono aumentati significativamente rispetto a un anno fa, forse qualcuno in più negli ultimi tempi… Non so, forse noi viviamo in una piccola isola felice… le richieste che riguardano gente del posto sono poche eccezioni. C’è qualche privato, oppure altri gruppi di volontariato come la San Vincenzo, gli scout o l’Azione cattolica, che ci segnalano situazioni di conoscenti in difficoltà o simili… casi che noi trattiamo in modo molto discreto».
Di cosa hanno bisogno?
«In generale, chi viene da noi ha bisogno soprattutto di roba per bambini: le merci più richieste sono vestiti di taglie piccole. Scarpe, maglie, pantaloni, giubbotti… un po’ di tutto. Articoli che sono segnati in distinte che noi facciamo compilare a chi li ritira, in modo da fare un po’ di controllo».
E in generale chi sono le persone che più di frequente vengono qui?
«Badanti, cittadini dei paesi dell’est».
Non molto diversa è la situazione dipinta da monsignor Piersante Dametto, abate del duomo.
«Ogni tanto mi capita di parlare con qualche disoccupato, qualcuno che ha perso il lavoro. Ma tante voci, finora, non se ne sentono. Ciò non significa ovviamente che non ci sia la crisi, che ci siano problemi o preoccupazioni: di certo non siamo ancora nella linea di altre zone. Mi sembra comunque in generale che siano soprattutto i giovani ad avere problemi, ragazzi laureati che non riescono a trovare un’occupazione».

L’Azione, domenica 19 aprile 2009