I cinesi ci fanno le scarpe

Gabriele Rizzioli: professione calzolaio. Da quattro anni aggiusta scarpe nel suo negozio di via Cesare Battisti a Oderzo. Un mestiere che, come tutti quelli che “riparano cose”, è in via d’estinzione.
«Sì, infatti qui in zona ci sono soltanto io».
Con la crisi uno pensa che la gente, con meno soldi in tasca, preferisce riparare quello che ha invece che comprarlo nuovo.
«E invece no. Ho fatto i conti che rispetto allo stesso trimestre del 2008, quest’anno le commissioni sono calate del 19%».
E questo come mai?
«Perché se una persona compra un paio di scarpe a 18 euro, non va a spenderne 20 per ripararle. Le compra nuove. Questo sono i prezzi delle calzature in plastica nelle grosse catene di negozi».
Quindi è chiaro che conviene riparare un paio di scarpe solo se è costoso.
«Ovvio. Chi ancora può permetterselo e compra scarpe in pelle o di marca poi viene a ripararle: per una scarpa da donna in media tacco e suola si cambiano con circa 20 euro. Un tacco a me di listino cosa 6 euro, e a quel prezzo i cinesi vendono un paio di scarpe. Che poi durano pochissimo, si buttano via e se ne comprano di nuove. Spesso la gente ragiona così: va dai cinesi, o ai magazzini, acquista un prodotto che è di qualità molto minore e che avrà breve vita».
Ha un consiglio da dare a chi compra scarpe?
«E’ difficile, perché i modelli sono tantissimi ormai: o uno se ne intende o deve fidarsi della commessa. E poi chi compra di solito va a gusto».
Tutto il mondo è paese quindi. Anche quello della calzatura: così come nel XXI secolo non vale la pena per vari motivi portare ad aggiustare un cellulare o una stampante, così vale anche per le scarpe: si comprano, si “consumano”, si gettano. Con un costo in termini ambientali che sarà sempre più insostenibile.

L’Azione, domenica 21 giugno 2009
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Scienza e fede, il flop dei «nuovi atei»

I «nuovi atei»? Sono l’alter ego «laico» dei creazionisti, i cristiani fondamentalisti convinti che il racconto della Genesi sia un dato scientifico assodato. Richard Dawkins, Sam Harris e Christopher Hitchens (i ‘neo laici’ di maggior successo) sono ‘illogici e incoerenti’ rispetto ai grandi pensatori atei del passato, ad esempio Nietzsche e Camus. Alterna il fioretto dell’argomentazione e la sciabola della polemica John Haught, teologo americano di vaglia, nel suo ultimo convincente lavoro, Dio e il nuovo ateismo (Queriniana, pp. 167, euro 13,80). Senior Fellow al Science & Religion Woodstock Theological Center della Georgetown University di Washington, nei giorni scorsi Haught ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, per la sua pluridecennale ricerca sul rapporto tra teologia e scienza. 

Professor Haught, nel suo saggio distingue l’ateismo ‘hard-core’ di Sartre, Camus e Marx, da quello ‘soft-core’ di Hitchens, Dawkins e Harris: qual la principale differenza?
«Gli atei ‘duri’ volevano che si pensasse in maniera logica alle implicazioni dell’ateismo. Nietzsche, Sartre e Camus insistevano sul fatto che Dio non esiste e quindi non c’è una base eterna ai nostri valori etici. Se Dio non c’è, non esistono nemmeno gli assoluti! Ogni cosa è relativa e noi siamo i creatori dei nostri propri valori. Perciò gli atei ‘duri’ pensavano che ci volesse una coerenza enorme per essere un ateo, visto che non esiste più un appoggio morale. Per questo Sartre definiva l’ateismo ‘un affare crudele’. La maggior parte della gente non sarebbe capace di essere veramente atea perché troppo debole nel vivere senza valori incondizionati. I ‘nuovi atei’ credono che certi principi siano assoluti, come la ricerca della verità scientifica oppure i diritti civili. Ma gli atei ‘duri’ direbbero che questi ‘neo-atei’ sono deboli e codardi come i credenti in Dio, dato che si aggrappano a valori assoluti».
Lei considera ‘simili’ i ‘nuovi atei’ e i creazionisti. Qual è il loro comune errore nell’approcciare il ‘problema-Dio’?
«Come i creazionisti, anche Dawkins, Harris e Hitchens considerano la Bibbia incompatibile con la scienza moderna, in particolare con l’evoluzione. Al pari dei cristiani fondamentalisti essi si approcciano ai testi religiosi antichi per provare la loro pertinenza in quanto fonti di informazioni scientifiche. Ma la Bibbia non ha mai voluto essere all’origine di verità scientifiche. Ad Hitchens, ad esempio, fanno problema i racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo e Luca. La maggior parte degli studiosi cristiani resta affascinata dall’irriducibilità narrativa di tali passi. Questi ultimi riconoscono che gli evangelisti stanno introducendo con quei testi alcuni temi poi ampliati nel corso delle loro opere. Tali racconti si preoccupano di trasformazioni spirituali, non di informazioni scientifiche. Ma Hitchens si domanda: come possono essere ispirati queste narrazioni se Matteo e Luca non concordano sui fatti storici? E finisce per definirli ‘una frode immorale’. Anche Dawkins condivide con Hitchens un certo gusto litteralistico a livello esegetico. Egli però non vedrebbe nessun contrasto tra la Genesi e l’evoluzione se non condividesse con i creazionisti l’aspettativa che una Bibbia veramente ispirata potrebbe essere una fonte di affidabili informazioni scientifiche. Ancora più penoso il caso di Harris, il quale si domanda come mai la Bibbia, se è ‘scritta da Dio’, non possa essere ‘la fonte più ricca a livello matematico che l’umanità abbia mai conosciuto’. Per lui, se la Bibbia è ispirata, avrebbe dovuto dirci qualcosa ‘sull’elettricità, sul Dna o sull’attuale misura dell’universo’».
È preoccupato dalla diffusione di questo ‘nuovo ateismo’?
«Il problema è che la maggior parte delle persone non possiede una preparazione teologica per rispondere ai ‘nuovi atei’. Gli operatori di media, poi, non sanno come valutare i loro scritti dal momento che non hanno riferimenti teologici o filosofici. I lettori possono facilmente essere d’accordo con i ‘nuovi atei’ visto che gli scandali tra i preti o gli attentatori suicidi in nome di Dio sono fatti che capitano tutti i giorni. Per molte persone questo è il lato più visibile della religione. Ho scritto il mio libro come un piccolo tentativo per mostrare che c’è molto di più di questo ‘lato oscuro’ nella religione, e che esistono risposte positive e teologicamente elaborate al ‘nuovo ateismo’, così come all’ateismo ‘duro’ di cui si diceva».
A suo giudizio, c’è una risposta specificatamente ‘cattolica’ ai ‘nuovi atei’?
«Sì. Anzitutto, sarebbe necessario che la Chiesa e i suoi membri confessassero il proprio coinvolgimento nei peccati che i ‘nuovi atei’ elencano in maniera fervorosa (e anche divertita). Una confessione come questa sarebbe una testimonianza potente della nostra professione di fede più fondamentale, ovvero che il mondo è avvolto in una bontà e in un amore infinito, una bontà che il nostro peccato ha offeso e oscurato: in questo modo il nuovo ateismo troverebbe fiducia e giustificazione. Però possiamo notare che, ironicamente, gli stessi atei testimoniano questa stessa dimensione di bontà nell’accusare i cristiani di immoralità. In che modo potrebbero esseri sicuri che i credenti sono cattivi senza essere toccati dalla bontà che stabilisce i criteri della loro stessa accusa? I cattolici chiamano Dio la fonte di questa bontà».

Avvenire, 9 giugno 2009

Una vittima della crisi

La crisi, un futuro troppo incerto, il timore di dover licenziare: sembra siano state queste le motivazioni che hanno spinto Valter Ongaro, 58 anni, di Lutrano di Fontanelle, a togliersi la vita nel tardo pomeriggio di martedì 19 maggio, all’interno della propria azienda.
Un gesto estremo che ha fatto cadere nello sconforto la moglie Francesca e i due figli, Martina e Marco, nonché il fratello e socio Daniele. E inoltre i suoi tanti amici e conoscenti, tutti ora a domandarsi se questa tragedia si sarebbe potuta evitare. Valter Ongaro era una persona molto conosciuta e stimata nel suo paese, fin dalla giovinezza, grazie alla sua passione per la musica e il canto e alle sue esibizioni alle feste parrocchiali. Negli anni ’80 metteva su famiglia e avviava col fratello Daniele una impresa di verniciatura di infissi a qualche centinaio di metri da casa: una piccola impresa come tante nella nostra zona, che non aveva mai avuto grossi problemi di lavoro. Almeno fino a non molti mesi fa, quando gli effetti della crisi hanno iniziato a farsi sentire, specialmente per le aziende che come questa lavorano per conto terzi.
Alla Ongaro Fratelli S.N.C. aveva otto dipendenti, molti dei quali in azienda da più di vent’anni. Persone che avevano instaurato un rapporto molto familiare con i propri datori di lavoro: l’ipotesi di essere costretto a mandare a casa qualcuno di loro ha forse contribuito ad aumentare il malessere in una persona così sensibile.
La chiesa di Lutrano come prevedibile non è riuscita a contenere le tante persone accorse al funerale, tenutosi il 22 maggio alle ore 17, e celebrato da don Stefano Taffarel e dal suo compaesano e coetaneo don Pierino Bortolini.
Una macabra coincidenza ha legato la storia di Valter a quella di un collega di Castello di Godego, Stefano Grollo, che a distanza di un giorno ha preso per motivi simili la stessa tragica decisione.

(Articolo inedito)