Così gestiamo i profughi

Il cancello d’ingresso della caserma Zanusso

Ecco l’intervista, concessa in esclusiva a L’Azione, a Gian Lorenzo Marinese, presidente di Nova Facility Srl, l’azienda che ha attualmente in gestione il centro di accoglienza per richiedenti asilo situato presso l’ex caserma Zanusso di Oderzo. Ringrazio Carmela, Sara, Annachiara e Gian Lorenzo per l’aiuto e la disponibilità, e pure la redazione che ha pubblicato quasi integralmente un articolo di dodicimila battute (ovvero l’equivalente di 5-6 articoli normali del settimanale).

Quella tra la città di Oderzo e il centro straordinario di accoglienza per richiedenti asilo ospitato all’ex caserma Zanusso è una convivenza non certo iniziata col piede giusto. A venti mesi dalla sua apertura abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza su come viene attualmente gestita con chi se ne occupa in prima persona: Gian Lorenzo Marinese è presidente di Nova Facility, società di Treviso che oltre a dirigere i centri della caserma Serena di Treviso e l’Hotel Winkler a Vittorio Veneto, da gennaio si occupa anche della Zanusso.
È la prima volta che Marinese sceglie di parlare alla stampa di questo argomento.
Dottor Marinese, potremmo iniziare con qualche numero…
In realtà numeri non ne posso dare perché questi sono appannaggio della Prefettura: è una linea comunicativa del Ministero degli Interni legata a interessi di ordine pubblico, e che ritengo saggia e prudente. Ma i numeri a mio dire non sono il centro dell’argomento: mi interessa di più spiegare cosa significa “accoglienza” dal nostro punto di vista.
Una parte della popolazione non vede bene di buon occhio la caserma…
Io comprendo le preoccupazioni della signora Maria che abita accanto ad una struttura dove da un giorno all’altro arrivano cinquecento persone sconosciute e che non parlano la sua lingua: sarebbero preoccupati anche i genitori di questi ragazzi se noi ci trasferissimo in massa nei loro paesi, perché talvolta si ha paura di ciò che non si conosce. Ma noi viviamo in un territorio di persone estremamente aperte e volenterose di aiutare; non dimentichiamo che la caserma si affaccia su via per Piavon, e che il primo “Giusto per le Nazioni” veneto, Clelia Caligiuri, era di Piavon. Il nostro territorio, in situazioni più difficili di questa, ha saputo accogliere.
La vicinanza che percepisco a Oderzo da parte delle parrocchie, di associazioni che lavorano silenziosamente, di privati che bussano al nostro cancello e chiedono “Per caso c’è un bambino? Abbiamo un gioco da darvi”, a me apre il cuore: questo insegno ai ragazzi della caserma. E ogni giorno gli insegniamo che non deve essere la signora Maria, che non li conosce, a farsi avanti per prima, ma che sono loro, essendo ospiti in questo territorio, che devono fare la prima mossa.
Può capitare che qualche ragazzo girando per la città si senta malvisto. Ma quando viene a dircelo gli rispondiamo: com’eri uscito quella mattina? Per fare un esempio, a ognuno di loro forniamo un kit con dei vestiti e le scarpe: è un decreto ministeriale del 2008 che me lo impone. Spesso ci sono ragazzi che arrivano in centro in pigiama: non l’hanno mai avuto in vita loro e quindi non capiscono la differenza rispetto a un vestito “normale”. Il nostro scopo quindi è risvegliare in ragazzi che provengono da una cultura diversa il desiderio di integrarsi, altrimenti non andranno da nessuna parte: per questo vi è un “design dell’accoglienza”.
Di cosa si tratta?
Noi lavoriamo su programmi annuali, perché quella è la durata minima dei bandi ministeriali. Questo “design” prevede quindici giorni di forte mediazione linguistica e culturale: spieghiamo loro dove si trovano, quali sono i servizi della struttura, le basilari regole del convivere civile secondo le nostre abitudini. Poi ci sono due mesi e mezzo di italiano intensivo: un laureato, specie se francofono, in un mese e mezzo riesce a comprendere perfettamente la lingua; per un afghano, specie se analfabeta, è ovviamente più difficile. Al termine i ragazzi vengono inseriti in una classe in base al loro livello di apprendimento: a Treviso abbiamo svariati livelli. Ci restano dai tre ai sei mesi, a discrezione degli insegnanti, poi vengono iscritti ad un centro di formazione per adulti. Questo alla fine rilascerà un certificato di italiano A2, obbligatorio per l’iscrizione al corso di sicurezza sul lavoro.
In che modo i ragazzi vengono preparati a lavorare?
Abbiamo accordi con vari centri di formazione: a Treviso, per esempio, con scuole professionali e licei, dove abbiamo ragazzi iscritti. Cerchiamo di assecondare chi ha ambizioni di studiare o imparare un mestiere: abbiamo anche un giovane che ha vinto un bootcamp a Ca’ Foscari, per dire… Parliamo di ragazzi di culture e capacità diversissime, dunque non si possono fare programmi generali. Inoltre organizziamo dei corsi interni: alla Zanusso si può diventare pittore, muratore, cartongessista, e incentiviamo moltissimo le arti, con un insegnante di disegno nostro dipendente. Vogliamo insomma che tengano allenata la mente, il fisico, ma anche l’attività ricreativa e intellettuale: a Fratta di Oderzo abbiamo un ragazzo che suona in chiesa e che sta cercando un corso di musica con l’aiuto del parroco, mentre a Treviso realizzato spettacoli teatrali con la compagnia Tremilioni di Conegliano, uno dei quali inserito nel programma di CartaCarbone festival.
Dopo quasi un anno è tempo di bilanci.
La caserma è aperta da aprile 2016. Noi siamo lì dal 20 gennaio 2017 e il 31 dicembre scadrà il nostro affidamento, in base all’appalto pubblico che abbiamo vinto. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto: vada su Google Earth e guardi com’era la caserma prima e com’è ora: sembrava fosse in mezzo alla foresta, mentre oggi è un centro pulito e dignitoso. Inoltre nei cinque mesi prima del nostro arrivo i ragazzi inscenarono proteste un paio di volte; dopo il nostro arrivo, più nulla: questo è un messaggio di tranquillità che voglio lanciare alla popolazione. Non stiamo incentivando alcuna invasione, ma lavoriamo per fare in modo che delle persone, che sarebbero rimaste volentieri a casa loro, si formino, si integrino, capiscano le nostre regole: voglio che si ricordino di noi come le ultime persone che le hanno aiutate, perché poi dovranno iniziare una vita da soli. Ma se non preparano con noi una “valigia” che gli permetta di affrontare questa vita, questa valigia rimarrà vuota.
Antonio Silvio Calò [il cittadino di Povegliano che ospita a casa propria cinque rifugiati, n.d.r.] sostiene che i migranti, una volta ottenuto lo status di rifugiato, vengano abbandonati a se stessi…
Il professor Calò ha perfettamente ragione! Le cosiddette seconda e terza accoglienza oggi sono il punto debole del sistema: una volta ottenuto o meno lo status di rifugiato, che succede? Per questo tra i nostri obbiettivi c’è anche quello di far conoscere questi ragazzi alla popolazione tramite i nostri progetti, fare in modo che possano crearsi delle opportunità per il dopo. Per questo motivo la collaborazione con la società è fondamentale.
A questo proposito, come vi state muovendo?
La caserma Zanusso, proprio come la Serena, ora ha una squadra di calcio iscritta alla lega amatori. La lega di Treviso però, che va elogiata per la grande disponibilità: purtroppo quella di Oderzo non l’ha accettata avendo già un numero di squadre pari in campionato. I ragazzi si allenano d’inverno nel nostro piazzale, mentre nel resto dell’anno al Patronato Turroni; le partite le giocano a Fratta. Per questo, e per altro, va elogiata anche la diocesi di Vittorio Veneto: don Pierpaolo e don Lorenzo sono in continuo contatto con noi, così come padre Massimo del Brandolini, e potrei continuare coi nomi di altri parroci…
«Non dimentichiamo che in questo primo anno di gestione abbiamo anche dovuto sistemare la situazione pregressa – aggiunge Sara Salin, portavoce della cooperativa. – A Treviso ci sono più opportunità perché lì abbiamo due anni di lavoro in più alle spalle. Ma per dire, un progetto sulle ninne nanne del mondo scritte e illustrate sugli autobus di Treviso ha coinvolto una scuola primaria di Vittorio Veneto e proprio la caserma Zanusso, dove c’è un gruppo con una propensione maggiore alla pittura rispetto al capoluogo, dove preferiscono il teatro. Di progetti se ne possono avviare tantissimi: a Treviso i richiedenti asilo fanno servizio di apertura e chiusura in un parco giochi, hanno restaurato una ex scuola, hanno ripulito il Sile; ogni giorno una cinquantina di loro esce dalla caserma e ripulisce le strade. Sono tutti benefici per la comunità, e un modo per questi ragazzi per sentirsi utili e importanti. Dopo tre anni, ora sono le associazioni di volontariato che vengono da noi a chiedere aiuto: la città si è accora di loro».
A Oderzo invece per ora se ne sono accorte più che altro le parrocchie – ammette Marinese – ma a prescindere se ci saremo ancora noi o meno nei prossimi anni se ne accorgeranno anche gli altri. Bisogna avere pazienza, sensibilizzare e non demordere. Non vogliamo accelerare i tempi, ma Oderzo è una città viva e di cultura e siamo sicuri che presto sarà pronta a questi tipi di collaborazione.
In questo momento però il mondo delle cooperative non gode di una buona reputazione…
Operiamo in un settore che purtroppo è rimasto invischiato in Mafia Capitale, mentre qui vicino per esempio c’è stato il caso del CARA di Cona, dove lavora la cooperativa che aveva in gestione la caserma Zanusso l’anno scorso… Come in tutti i settori, anche nel nostro ci sono operatori più sani e meno sani, non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Qualcuno dovrebbe senz’altro cambiare mestiere, anche perché chi non è onesto e professionale danneggia tutti: potete immaginare cosa può uscire da un centro dove i richiedenti asilo rimangono al chiuso, non studiano italiano, non sanno cosa sia un corso professionale. In Italia siamo quattromila soggetti a fare accoglienza: ce ne sono di buoni e di ottimi, e spero siano la maggioranza. A Oderzo i problemi logistici della gestione precedente hanno creato un danno di immagine; gli ospiti hanno protestato, ma non dimentichiamo che se è frequente litigare in un condominio, figuriamoci in una comunità con centinaia di persone di nazionalità diverse.
A proposito di immagine: che ruolo hanno avuto in questo senso i media e internet?
Guardi: dieci mesi fa ho cambiato il cancello di ingresso della caserma, e ancora su internet e sui giornali continua a comparire la stessa foto del vecchio cancello col sindaco davanti. Sul nuovo cancello ho voluto lasciare una feritoia con un vetro: chiunque può guardarci dentro, ma è come se nessuno l’avesse mai fatto. Poi, per partecipare a “Balcone fiorito”, abbiamo ulteriormente abbellito l’entrata, ma sui giornali è finita una foto di un balcone posteriore…
Nel nostro territorio, pur essendoci giornalisti che lavorano bene, nessuno ci ha mai contattato per chiederci qualcosa di specifico sulla Zanusso. Capisco che l’albero che cade faccia più rumore della foresta che cresce, ma a me dispiace che se i nostri ragazzi si prendono a schiaffi finiscono in prima pagina, mentre se vanno a trovare papa Francesco finiscono a pagina 9. E non per un incontro fugace: sono stati fatti accomodare in prima fila, il Santo Padre si è fermato a parlare con loro e ha guardato i regali che gli avevano preparato. Non dico tutto questo per far polemica: voglio che queste mie parole siano di apertura.
A Oderzo, se qualcuno si mette alle sei-sette di mattina davanti al nostro cancello vedrà cento persone uscire con un permesso speciale per andare al lavoro [gli altri possono uscire dalle 8 alle 20, n.d.r.], in aziende del territorio. Molto di più, in percentuale, che a Treviso: vorrei che si sapesse.
Se qualcuno ha bisogno della vostra manodopera, cosa può fare?
I ragazzi sono normalmente iscritti al centro per l’impiego: se qualcuno vuol farli lavorare, lì troverà i curricola dei nostri ragazzi. Per opere di volontariato invece è più complicato, perché occorre presentare un progetto.

L’Azione, domenica 17 dicembre 2017

 

La provenienza dei richiedenti asilo
Le provenienze dei richiedenti asilo ricalcano in percentuale quelle degli arrivi:
• 30% circa Nigeria
• 30% Africa sub sahariana di area francofona
• 40% Pakistan e Afghanistan
• In parte sono arrivati dal sud Italia, altri dalla “rotta balcanica” prima che venisse chiusa.
• Alcuni sono “dublinanti”, termine che indica coloro che per in base ai trattati di Dublino hanno fatto richiesta di asilo in altri paesi, tipo Grecia o Croazia, che sono stati giudicati incapaci di accogliere tali richieste e che per questo stanno in una specie di limbo a livello giuridico.

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Recensione de “Cosa tremenda fu sempre la guerra”

È toccato ad una giovane ricercatrice opitergina, la ventiquattrenne Laura Fornasier, l’onore e l’onere di inaugurare la collana Memoria di popolo nella Grande Guerra della Gaspari di Udine, ovvero la casa editrice che detiene il più ricco catalogo in Italia sulla prima guerra mondiale. Il progetto, supervisionato da Ca’ Foscari, ricade nel programma di commemorazioni per il centenario del conflitto promosso dalla Regione Veneto, e intende conservare la memoria di storie di persone comuni legate al conflitto stesso. Vicende quindi avvenute lontano dai palcoscenici della guerra, ma non per questo meno utili nella definizione di un quadro storico accurato di quei tragici anni.
Il lavoro compiuto dall’autrice consiste nell’inventariazione, avvenuta tra marzo 2014 e aprile 2015, del cosiddetto “fondo Chimenton”, conservato nell’archivio diocesano di Treviso: una raccolta di documenti che prende il nome da mons. Costante Chimenton, delegato vescovile per la ricostruzione degli edifici ecclesiastici distrutti durante la guerra. La raccolta però va ben oltre ad ambiti meramente architettonici, offrendo uno spaccato dettagliato sull’opera della chiesa trevigiana negli anni della guerra e in quelli immediatamente successivi a favore dei parenti dei soldati, dei prigionieri e dei profughi sfollati in tutta Italia. A questo proposito vanno segnalate le numerosissime lettere presenti nel fondo inviate o ricevute dal vescovo di allora, il Beato Andrea Giacinto Longhin, e che hanno come mittenti o destinatari papa Benedetto XV, il generale Diaz, ministri o autorità militari, parroci sfollati insieme ai loro parrocchiani, ed altro ancora: missive che mostrano l’ampio raggio d’azione del prelato, ma anche i vari conflitti emersi tra preti e autorità statali in merito alle prese di posizione dei primi sulla guerra e la politica, e le conseguenti accuse di pacifismo e disfattismo a loro rivolte.
Va segnalato inoltre che, per ovvi motivi di vicinanza geografica, il fondo contiene riferimenti anche a varie parrocchie della diocesi di Vittorio Veneto.
Si tratta quindi di un’opera di consultazione che si rivolge in particolar modo a specialisti e storici locali che vogliano usarlo come punto di partenza per altre ricerche. Il progetto nel cui ambito è nato questo libro ha anche un sito internet: www.1915-1918.org.

Laura Fornasier
Cosa tremenda fu sempre la guerra
Gaspari editore, 188 pagine, € 15

L’Azione, domenica 20 dicembre 2015

Migranti: la situazione in Italia

IMMIGRAZIONE – Incontro con Mons. Giancarlo Perego from La Tenda Tv on Vimeo.

Il problema non è che arrivano: il problema è che, a causa della crisi economica, iniziano ad andarsene. Numeri alla mano, è questo che ha mostrato mons. Giancarlo Perego di Fondazione Migrantes lo scorso 22 novembre a Motta di Livenza (TV), nell’occasione di un incontro organizzato dal Centro Culturale Giorgio La Pira, davanti ad un pubblico purtroppo non oceanico. Perché per esempio è grazie agli immigrati se l’INPS riesce a pagare le pensioni senza andare in rosso, se l’agricoltura tira ancora avanti in certe zone d’Italia e se non hanno chiuso i battenti quattromila scuole.
E’ l’effetto del calo delle nascite, signori.
Ad aprile in un post scrivevo: se non volete accogliere lo straniero per solidarietà, fatelo per interesse. Ecco.
Prendetevi un’ora di tempo e guardatevi questo video.

(E comunque, a proposito di calo delle nascite, sarebbe ora passata che iniziassimo tutti, istituzioni e società civile, a sostenere concretamente una delle categorie più discriminate della nostra società: le madri, o quelle che vorrebbero esserlo.)

Burundi: andata e ritorno

manifesto_burundi

“Nel continente nero, alle falde del Kilimangiaro…” Così inizia una delle canzoni italiane più famose al mondo, la quale descrive in modo simpatico e stereotipato i Tutsi, vittime e carnefici di uno dei più atroci conflitti etnici che interessa l’Africa, e in particolare la zona dell’ex Congo Belga, comprendente gli attuali stati della Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Burundi.
Qualche migliaio di km più a nord, in Libia, la situazione sta precipitando. Questa nazione, creata a tavolino dal governo italiano in epoca monarchica, risente quindi ancora di scelte compiute da una potenza straniera più di un secolo fa, sorte comune a tutto il continente africano.
Burundi: andata e ritorno, serata organizzata dal gruppo Fucina n. 4 in collaborazione con il Centro culturale Giorgio La Pira e la parrocchia di Motta di Livenza, partirà proprio da questi presupposti.
La serata, nata dall’esperienza di un viaggio avvenuto la scorsa estate in Burundi, nelle terre della prima missione fidei donum della diocesi di Vittorio Veneto, va alla scoperta di un paese così lontano nella nostra percezione, che cerca a fatica di lasciarsi alle spalle un passato sanguinoso. E alla scoperta di varie figure di europei che, spinti dalle motivazioni più disparate, hanno raggiunto queste terre, a volte senza sapere se e quando sarebbero tornati. Perché l’Africa odierna è anche il risultato dell’incontro, e dello scontro, tra due “mondi”.
Presentano la serata Andrea Pizzinat e Enrico Tolotto, due reduci del viaggio. Al termine della serata sarà possibile assaggiare alcune pietanze tipiche del luogo.
L’appuntamento è per giovedì 19 febbraio alle ore 20.45, presso il Patronato Don Bosco di Motta di Livenza (via Squero 10).

Suore uccise in Burundi: dov’è il terzo mondo?

La notizia della morte delle tre suore in Burundi non poteva non colpirmi, visto che pur non avendole incontrate di persona, ho visto il quartiere dove operavano e ho mangiato e dormito in una casa della loro congregazione, tra fine luglio e inizio agosto di quest’anno. Gli ultimi giorni di permanenza è stato come se le tre suore ci avessero guardati, dalla foto in cui erano impresse sul calendario dei Saveriani che era appeso in cucina.
Mi ha colpito però anche la differenza tra come è stata riportata la notizia da Iwacu Voix du Burundi, giornale che proprio un missionario Saveriano definì in nostra presenza “l’unico quotidiano intelligente del paese” e i media italiani. Questi ultimi ovviamente hanno messo in bella evidenza i dettagli macabri su come le tre sarebbero state uccise (modalità peraltro smentite in serata dai Saveriani stessi) seguendo una linea editoriale che riscontriamo spesso e (non) volentieri.
Ma ciò che mi spaventa di più sono i commenti che ho letto nel sito internet di uno di questi quotidiani: un’accozzaglia informe di qualunquismo, anticattolicesimo, populismo, islamofobia, misoginia, razzismo. E non sto parlando di un giornale di nostalgici del Ku Klux Klan: sto parlando del quotidiano che si bea del fatto di non avere ne’ padrone ne’ finanziamenti pubblici.
Detto questo mi chiedo: è lo stare dietro una tastiera che rende le persone così brutte, o devo preoccuparmi perché potrei incrociarne qualcuna ogni volta che esco di casa?
E poi mi chiedo: ma siamo proprio sicuri che il terzo mondo sia lì e non qui?

Il gospel che contagia

Manuel Ziroldo, 36 anni, proviene da una famiglia opitergina che vanta numerosi musicisti, anche di professione: oggi vive a Fossalta Maggiore ed è il fondatore e direttore del coro Seventh Note Gospel Lab. Lo abbiamo intervistato a proposito dell’attività di questo coro e del genere che suonano: il Gospel, termine che in Italiano diventa buona novella, una forma di preghiera vera e propria.

Com’è nato questo progetto?

«Quindici anni fa cantavo nel coro di Cavalier e Fossalta. Un giorno la sua storia è finita, ma la passione per il canto è rimasta per cui ho voluto partire con qualcosa di nuovo. La differenza è che il nuovo progetto non era parrocchiale, ma solo un gruppo di appassionati di canto. Siamo nati nel 2005, la nostra prima sede era a Ponte della Muda; dopo due anni di prove abbiamo iniziato ad esibirci».

Ora invece provate a Roverbasso. Perché proprio qui?

«Sono cose che succedono per caso. Bisognava mettere d’accordo gente proveniente da Pieve di Soligo, Crevada, Sacile, Pordenone, Gaiarine, Cessalto, Oderzo, Fossalta Maggiore, Spresiano, Fontanelle, Udine, Preganziol, eccetera… Conoscevamo il parroco don Michele Maiolo, e per sua gentile concessione proviamo nella sala della parrocchia. E sempre per caso il nostro batterista abita a duecento metri di distanza…»

Come definiresti il vostro genere musicale?

«Si chiama “christian contemporary”, ed è una cosa diversa da quella che noi italiani intendiamo solitamente come gospel. Suoniamo brani di artisti che negli Stati Uniti hanno un seguito tale che potremo paragonarli ad una Laura Pausini da noi. Un seguito di pubblico, più che di fedeli. Non è il gospel che vediamo nelle chiese dei film americani, quello più che altro è Spiritual. Noi italiani la consideriamo una proposta da palcoscenico, più che da chiesa; gli americani no. E’ questione di punti di vista: noi cattolici tendiamo a considerare “spettacolarizzazione” alcuni aspetti della religiosità nordamericana, ma succede anche il contrario».

Questo da cosa dipende?

«Sono modi di pregare che appartengono a culture diverse. Poi la maggioranza del nostro pubblico, non avendo padronanza con l’inglese, percepisce la nostra musica più dal punto di vista sonoro che lessicale».

Non è limitante per voi non cantare in chiesa?

«Certamente cantare in chiesa è un’altra cosa, ma da piccolo ho fatto tanti campiscuola, e le messe che ricordo con più affetto le ho fatte in mezzo al bosco. Vogliamo far passare l’idea che Dio può esserci anche in un concerto; lanciamo un messaggio che ha una forte componente religiosa: certi nostri canti finiscono con “così sia”, cioè “amen”. Ma non siamo dei predicatori: ad ascoltarci vengono anche dei non credenti, che non si convertiranno certo grazie a noi ma perlomeno ai nostri concerti Dio gli passerà vicino per un attimo».

Oggi il Seventh Note Gospel Lab è composto da venti coristi e cinque musicisti; certi vi militano fin dalla sua origine, altri sono entrati o usciti strada facendo; alcuni vantano esperienze passate di coristi per personaggi del calibro di Celentano, Mario Biondi, Stevie Wonder. Dal 2012 il coro canta spesso con Will Weldon Robertson, musicista americano trapiantato in Italia che vanta collaborazioni con Mariah Carey e Paolo Conte.

Attualmente nel coro, che ha accumulato numerose date tra Veneto e Friuli, si entra solo dopo aver superato un provino. Lo scorso dicembre, in un teatro Cristallo a Oderzo tutto esaurito, ha sperimentato un nuovo spettacolo con l’inserimento delle ballerine della scuola ArteDanza di Fontanelle; l’estate scorsa si è esibito davanti la basilica di Motta di Livenza, a riprova che il gospel non è solo musica natalizia.

L’Azione, domenica 18 maggio 2014

Re Barack


«Intanto sono arrivato a Roma preceduto da dieci C-130 con ventisei auto corazzate, cibo e saponette; giro per la città scortato da duecento uomini dentro ad un SUV di sette tonnellate preceduto da un altro SUV collegato ad un satellite che toglie campo a tutti i cellulari nel raggio di un km, c’ho pure l’assaggiatore ufficiale appresso… e insomma Re Serse di “300” mi fa una pippa! Ti basta?»

«Beh, potevi portarti dietro anche un interprete più bravo… Quando ho detto “sfida alla povertà” intendevo un’altra cosa…»

Foto: Il Post