Clelia, la donna che salvò Sara

Clelia Caligiuri De Gregorio, 1966

Ad un grave lutto ognuno reagisce a suo modo: oggi vi raccontiamo la storia di una donna che ha reagito mettendosi a servizio degli altri.
Questa donna si chiamava Clelia Caligiuri: essa, per aver aiutato un’ebrea durante la guerra, è diventata la prima donna italiana, e la prima persona residente in Veneto, a ricevere il titolo di “Giusto per le Nazioni”.
Dopo averla citata un paio di volte nelle nostre pagine lo scorso inverno, siamo entrati in contatto con la figlia Lucia, che durante una telefonata a Napoli ci ha raccontato la sua storia. Ve la presentiamo in occasione di due anniversari: gli ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali fasciste e i settantacinque dall’8 settembre ’43.
Questa storia inizia a Sorrento, dove Clelia nasce nel 1904. È ancora piccola quando, durante la Grande Guerra, il padre muore lasciando una vedova con quattro figli da mantenere.
Una situazione per niente facile, specie nell’Italia uscita prostrata dal conflitto. Sono i primi anni ’20 quando Clelia, appena ottenuto il diploma di insegnante elementare, viene a sapere che in Veneto c’è carenza di insegnanti. E così, di punto in bianco, chiede e ottiene di lasciare la Campania per raggiungere un piccolo comune di campagna trevigiano: Piavon.
Le scuole del paese si trovano nello stesso stabile della sede del Comune, che da lì a qualche anno sarà assorbito da Oderzo. Una volta sistematasi, siamo nel 1930, torna a Pompei per sposarsi: il fidanzato, anch’egli sorrentino, si chiama Renato De Gregorio, e lavora nelle navi mercantili come tanti giovani della sua città. Dopo le nozze gli sposi decidono di rimanere a Piavon. Il lavoro di Renato lo costringe a lunghe assenze.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra: Renato viene arruolato in marina come capitano di macchina. Passa circa un mese e il cacciatorpediniere dove presta servizio viene bombardato e cola a picco mentre viaggia verso la Libia.
Clelia così si ritrova improvvisamente vedova: ha 36 anni tre figli. Nonostante l’insistenza dei fratelli e della madre, che vorrebbero tornasse a Napoli, decide di rimanere in Veneto e di non rinunciare ad un posto di lavoro sicuro in un paese in cui ormai tutti la conoscevano. D’altronde nei paesi di una volta gli insegnanti erano un’istituzione.
Clelia inizia così ad aiutare le altre vedove di guerra nella faccende burocratiche, essendoci passata prima di loro. Nel 1943 la terza figlia riscontra qualche problema di salute, e il medico le consiglia di mandarla in un luogo più fresco. Tramite una zia, Clelia affitta una stanza in una grande casa a Follina e ci manda le due figlie.
Clelia va a trovarle nei fine settimana Clelia, e così conosce gli altri inquilini della casa: tra questi una certa Sara Karliner, ivi costretta dalle forze dell’ordine in una sorta di libertà vigilata.
Tra le due donne nasce una forte amicizia: Clelia così scopre che Sara è un’ebrea jugoslava scappata da Zagabria due anni prima, e finisce per prometterle di accoglierla nella propria casa di Piavon, nel caso che l’aria fresca di Follina fosse diventata improvvisamente pesante. Cosa che avviene nello stesso anno dopo i tragici eventi dell’8 settembre.
Sarina, così veniva affettuosamente chiamata da Clielia e le figlie, “evade” quindi da Follina e insieme a Clelia raggiunge clandestinamente Piavon.
Sono i duri mesi dell’occupazione tedesca: a casa Caligiuri, che si trova giusto di fronte al municipio, nonostante la situazione pericolosa le porte spesso si aprono anche per accogliere i ragazzini del paese che, spaventati dalle visite frequenti di quegli uomini cattivi in divisa, vi trovano un letto sicuro, e un ingegnoso sistema per entrare ed uscire senza farsi notare.
La maestra è sicura che nessun in paese l’avrebbe tradita, ma a neanche un chilometro sorge pur sempre villa Reichsteiner, luogo frequentato da ufficiali tedeschi. Vista la situazione, Clelia capisce che Sarina ha bisogno di un rifugio più sicuro.
In quel periodo la parrocchia di Lutrano si distingue per dare rifugio a tanti perseguitati, grazie alla preziosa opera del suo compianto pastore, don Giovanni Casagrande. Clelia bussa alla porta della sua canonica e così Sarina passa gli ultimi tempi del conflitto in paese, visitata due volte alla settimana da lei o dalla figlia, che fanno la spola da Piavon a Lutrano per portarle da mangiare.
La guerra finalmente finisce. Clelia riceve di nuovo l’invito dalla mamma e dai fratelli a tornare nella terra natia e stavolta accetta: nel 1948 chiede ed ottiene il trasferimento in una scuola a Napoli.
Sarina, invece, dopo varie peripezie raggiunge una sorella a Bologna e quindi decide di ripartire da zero andando a vivere in Israele. Ma non si dimentica della sua salvatrice italiana, e così vent’anni dopo ospita la sua famiglia nella sua casa a Tel Aviv. L’eco della loro storia nel frattempo era arrivata anche nelle stanze dello Yad Vashem, il memoriale delle vittime della Shoah a Gerusalemme: Clelia il 18 ottobre 1966 torna quindi in Israele a ricevere l’onorificenza di Giusta per le Nazioni e piantare l’albero a lei dedicato, nel cosiddetto “Giardino dei Giusti”.
Sara morirà poco tempo dopo, ancora giovane, di cancro. Clelia invece se ne va a 91 anni nel 1996 lasciando il ricordo di una donna umile, risoluta e generosa. Una donna che, accolta nella nostra terra, ha saputo a sua volta accogliere, in un momento in cui questa generosità avrebbe potuto costarle carissimo. E che speriamo possa avere presto il giusto riconoscimento anche nella sua città d’adozione.

L’Azione, domenica 16 settembre 2018

p.s. L’articolo è uscito in occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali fasciste.

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I Caminesi e le eredità contese

Giovanni De Min, Francesco Ramponi consegna i feudi caminesi ai Procuratori di San Marco, Vittorio Veneto (TV), Museo della Battaglia, 1842-44 circa

Nel tardo pomeriggio di venerdì 11 maggio in biblioteca a Vittorio Veneto, Massimo Della Giustina del Circolo Vittoriese Ricerche Storiche ha presentato un documento finora sconosciuto che riguarda un’intricata vicenda di eredità del XIV secolo, la quale ebbe conseguenze rilevanti per la storia locale e non solo.
Siamo nel 1335: Rizzardo VI da Camino (la cui celebre arca si trova nella chiesa di Santa Giustina a Serravalle) muore senza figli maschi, condannando così all’estinzione il sedicente “ramo superiore” della famiglia.
Perché “sedicente”? Perché gli storici contemporanei, e tra questi i membri del Circolo, ritengono che la separazione tra Caminesi “di sopra” (quelli i cui interessi gravavano intorno a Serravalle e le prealpi) e Caminesi “di sotto” (quelli residenti nell’opitergino-mottense), sebbene comunemente accettata in realtà non sia mai realmente sussistita: tale credenza è dovuta ad una falsificazione di documenti di cui parleremo a breve.
È a questo punto che nasce una controversia sull’eredità di Rizzardo, contesa da una parte dai Caminesi del “ramo di sotto”, legittimi eredi, e dall’altra dal vescovo di Ceneda, il bolognese Francesco Ramponi, controverso personaggio sul quale gravano accuse di simonia, concubinato e, di lì a poco, pure una scomunica: quest’ultimo infatti concede i castelli del defunto in feudo alla Repubblica di Venezia, facendo ampio uso di documenti falsi che tra l’altro sostengono che ogni ramo del casato Caminese non possa reclamare l’eredità dell’altro.
Nella disputa si inseriscono anche gli Scaligeri, all’epoca in guerra con i trevigiani, il Patriarca di Aquileia e infine la Curia Romana, chiamata a dirimere la questione.
Il papa sceglie come proprio delegato Nordio da Grava, abate di Follina, autorità ritenuta sopra le parti, il quale emette la sentenza che è stata l’oggetto principale dell’incontro: un documento datato 9 ottobre 1338 che, come prevedibile, dà ragione ai Caminesi e torto al Ramponi.
Della Giustina si è chiesto come sia possibile che tale verdetto sia stato del tutto ignorato sia dai giuristi dell’epoca sia dagli storici che nei secoli successivi studiarono la vicenda, compreso il trevigiano Girolamo Biscaro che nel 1925 pubblicò il più puntuale ed ancora valido studio sul tema.
La vertenza prosegue con vari colpi di scena, tra i quali dei tentativi di corruzione portati avanti da entrambi le parti, e un attentato fallito ai danni del vescovo ordito dai Caminesi con il benestare del patriarca di Aquileia, desideroso di espandere la propria influenza in sinistra Piave. Quest’ultimo, impugnando una disposizione testamentaria di Rizzardo IV da Camino (il figlio del “buon Gherardo” citato nella Divina Commedia) per poco non riesce ad ottenere i territori del cenedese: fallisce a causa del notaio che nel 1312 aveva rogato il testamento il quale, corrotto dai veneziani, dichiara il falso.
Alla fine a spuntarla sono Ramponi e Venezia: la famiglia da Camino, penalizzata dalle mutate condizioni politiche, per non perdere l’intera eredità nel 1343 rinuncia definitivamente a Serravalle ottenendo in cambio l’investitura di alcuni castelli secondari della zona.
Serravalle fu la prima significativa acquisizione territoriale che la Repubblica di Venezia fece nell’entroterra. La prima in assoluto riguardò Motta di Livenza nel 1291; essa però si trovava al confine con il cosiddetto “Dogado”, ovvero la fascia costiera già da tempo sotto il controllo del Doge.
Circa un secolo e mezzo dopo i domini della Serenissima si estendevano in tutto il Veneto e Friuli, e in parte del Trentino, della Lombardia e della Romagna.
Solo in apparenza quindi questa potrebbe sembrare una questione locale: in realtà, come si è visto, segnò un punto di non ritorno nella storia del Veneto e, di conseguenza, dell’Italia.
Da segnalare la brillante esposizione del relatore, il quale è riuscito a rendere sufficientemente comprensibile un argomento che risulta ostico anche per gli specialisti.

L’Azione, domenica 10 giugno 2018

Venezia ladrona


Ovvero: considerazioni non richieste sul referendum per l’autonomia di domani

Il giorno in cui finalmente deciderò di terminare e pubblicare il mio secondo libro di storia locale, toglierò dal dimenticatoio qualche vecchio aneddoto che, sebbene alle orecchie di noi contemporanei suoni forse un po’ buffo, ben rappresenta i rapporti che sussistevano ai tempi dei Dogi tra la classe dirigente e la popolazione locale intorno ad una vecchia cittadina dispersa nella campagna veneta.
Che rapporto c’era all’epoca tra Venezia e, per esempio, Verona, Corfù, Belluno, Spalato, Pordenone o Scutari? Semplificando, la posizione geografica rispetto a essa, e le risorse che a essa potevano offrire queste città, le quali erano trattate né più né meno come colonie.

La Repubblica di Venezia era sicuramente uno stato all’avanguardia sotto molti aspetti. E aggiungiamo pure che il Veneto da solo può vantare una tradizione, perlomeno nei campi della pittura, della scultura e della musica classica, più importante di quella della Gran Bretagna, che pure è stata a lungo la nazione più potente del mondo: ci pensiamo mai a questo?
Ma non era tutto oro quello che luccica: se andiamo a vedere come si chiamavano per esempio i podestà o i vescovi trevigiani e cenedesi dell’epoca, troviamo cognomi come Correr, Morosini, Badoer, Mocenigo, Grimani, Contarini, Zorzi, Giustiniani… cognomi non molto “razza Piave”, insomma.
Sostanzialmente Venezia incamerava le risorse naturali dell’entroterra per alimentare la propria macchina economica e bellica, lasciando le briciole agli enti locali. Inoltre piazzava uomini del proprio patriziato in tutti i posti di potere. E se questo patriziato da una parte riempì le nostre terre di splendide ville (patrimonio che non viene valorizzato adeguatamente) e finanziato artisti, dall’altra dimostrò una scarsa vena imprenditoriale, preferendo vivere di rendita piuttosto che investire le proprie sostanze nello sviluppo del territorio: una politica, quest’ultima, che avrebbe di certo aiutato il Veneto ad uscire dalla miseria in anticipo, cambiando probabilmente la storia dell’Italia intera.

Le parole sono importanti, diceva Nanni. Ma anche i simboli. E, come potete vedere dall’immagine qui sopra, la Lega Nord ha scelto come simbolo propagandistico per il referendum NON la bandiera del Veneto (ovvero questa) ma proprio lo stendardo della Serenissima (ovvero questo). Parliamo di due simboli graficamente simili, ma dal significato molto diverso.
In sostanza il partito ci sta chiedendo di votare sì al referendum di domani per chiedere allo Stato autonomia e federalismo, proponendo allo stesso tempo un modello di stato centralista e, diciamolo, pure oppressore.
Robe che, se lo stesso partito fosse esistito nel Settecento, avrebbe probabilmente gridato “Venezia ladrona”.

Non ci trovate una leggera contraddizione in tutto questo? Eppure l’uso di questa simbologia non è casuale: è stata una scelta certamente ponderata. Dovuta a cosa? Sarebbe molto interessante saperlo: scarsa conoscenza della storia tra i quadri dirigenti del partito, o scarsa considerazione che il partito nutre nei confronti dell’intelligenza dell’elettorato?
Sperando vivamente in una opzione C, non posso non notare una certa dozzinalità di fondo nell’affrontare un tema importante come quello dell’autonomia.

Già, perché di fronte a condizioni di partenza diverse penso proprio che avrei votato sì. D’altronde, come sostiene Marianella Sclavi, per capire il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista: io le argomentazioni più convincenti riguardo all’autonomia veneta le ho sentite pronunciare due anni fa nientemeno che da un giovane medico calabrese residente in Emilia Romagna. Egli, dal suo punto di vista di meridionale emigrato, sosteneva quanto sia doveroso che come minimo il Veneto sia regione autonoma, vuoi per lo spirito dei suoi abitanti così diverso da quello degli altri italiani, vuoi per il fatto che si trova ai confini due regioni autonome i cui privilegi sono una tentazione non da poco per i comuni periferici (leggi Sappada, Meduna di Livenza, Cinto Caomaggiore, Cortina d’Ampezzo, eccetera).

Chi è contrario alle ragioni del sì sostiene che per un principio di equità è giusto che chi è più ricco (in questo caso Veneto e Lombardia) paghi di più. Verissimo: ma per lo stesso principio è giusto che anche Friuli e Trentino abbiano lo stesso trattamento; inoltre è quantomeno necessario un taglio agli intollerabili sprechi della Regione Sicilia. Quindi la mia opinione è questa: o venti regioni autonome, o nessuna.

Non ho quindi dovuto aspettare Enrico Mentana per sentire delle argomentazioni di buon senso e disinteressate apparentemente in favore del sì di domani. Perché apparentemente? Perché, visti questi presupposti, e visto il carattere meramente consultivo della consultazione, un sì plebiscitario al referendum non gioverebbe in automatico alla causa autonomistica. Ma sicuramente legittimerebbe ulteriormente una classe dirigente che non merita affatto di essere ulteriormente legittimata.

Stiamo sempre a lamentarci di Roma, dei terroni, delle regioni autonome, della Merkel, degli immigrati, ma vi ricordo che i responsabili dei casini del MOSE, della Pedemontana e di Veneto Banca sono venetissimi (e, in un modo o nell’altro, collusi con la politica). E sono venetissimi anche gli amministratori locali che, nonostante i buoni propositi, continuano da ormai quarant’anni a fare scempio del territorio, facendo crescere quel deprimente continuum di capannoni e asfalto che ormai fa parte del nostro paesaggio tipico.

Il Veneto oggi ha bisogno di una forte discontinuità politica, etica e culturale rispetto al passato e al presente. E votando sì domani non si vota per l’autonomia: si vota per la continuità.

Ai sostenitori del sì, che dicono che quella di domani è un’occasione da non perdere, io rispondo: mettetevi il cuore in pace, che questa occasione l’abbiamo già persa.

Recensione di “Oderzo: la città di una vita” di Mario Bernardi

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È stato presentato lo scorso 15 ottobre “Oderzo: la città di una vita”, primo libro postumo di Mario Bernardi. Il volume è nato grazie ad un’intuizione di mons. Piersante Dametto poco dopo la scomparsa dell’intellettuale opitergino; don Piersante desiderava in questo modo dare la giusta vetrina al corpus di articoli scritti da Bernardi nei suoi quasi 29 anni di collaborazione (1986-2015) con Il Dialogo, il mensile della parrocchia di Oderzo. E la scelta su chi dovesse portare a termine questo compito non poteva che cadere su Giuseppe Migotto, altro fedele narratore da anni di “cose opitergine” nelle pagine dello stesso giornale.
La sua ricerca di archivio, non certo facile specie per quanto riguarda le prime annate, lontane dalle comodità della digitalizzazione, ha riportato alla luce circa centoventi articoli, a cui vanno aggiunte una trentina di poesie originali. Due terzi di questo materiale hanno trovato posto nel volume, ordinati secondo tre filoni: le persone, i luoghi, e le trasformazioni di questi ultimi (ma un po’ anche delle prime).
I personaggi descritti dall’articolista non sono quasi mai i notabili della cittadina, ma la gente comune: la bottegaia, il cappellano, la guardia carceraria, la maestra, l’invalido di guerra, il calzolaio, la cuoca, il commerciante, il gelataio… Per chi, come colui che firma questa recensione, per motivi anagrafici non ha potuto conoscere costoro, ciò che emerge è un dipinto asciutto della società antecedente ai due boom economici del dopoguerra, chiusa al mondo esterno e lenta ai mutamenti, ma proprio per questo caratterizzata da minori complessità e da pochi, ma certi, punti di riferimento. Oltre a questi personaggi sono ricordate da una parte figure di spicco come Rigoni Stern, Zanzotto o Gina Roma, e dall’altra i piccoli compagni di gioco dell’autore, citati nei suoi ricordi d’infanzia, alcuni dei quali divenuti da adulti esponenti di spicco della politica locale.
Nel corso degli anni Bernardi attraverso le pagine del Dialogo ha voluto anche esprimere la sua opinione sugli interventi urbanistici che hanno cambiato volto alla città nel dopoguerra: interventi dolorosi ma inevitabili nel processo di trasformazione di Oderzo da centro agricolo con le radici ben piantate nel passato a moderno centro produttivo, ma a volte poco rispettosi del contesto in cui si trovavano.
Le foto che corredano l’opera servono a volte a visualizzare i luoghi citati tra le pagine e scomparsi ormai da decenni, e a volte di difficile identificazione per chi non li ha frequentati. Il materiale fotografico proviene naturalmente dall’archivio del libraio Bepi Barbarotto, altro custode della memoria opitergina che ha contribuito ancora una volta ad testo che non può mancare nella biblioteca degli amanti della divulgazione storica locale.

Mario Bernardi – Giuseppe Migotto (a cura di)
Oderzo: la città di una vita
Gianni Sartori editore – Libreria Opitergina, Ponte di Piave 2016
262 pagine

L’Azione, domenica 30 ottobre 2016

Profughi a Oderzo: la proposta di Calò

Foto di Martina Tommasi
Foto di Martina Tommasi


“Se a dicembre mi avessero ascoltato, oggi non avreste i migranti in caserma”. Questa è stata l’amara considerazione di Antonio Silvio Calò, tornato a Oderzo in occasione dell’apertura del Festival del Bene Comune il 20 giugno scorso, a sei mesi di distanza dalla prima volta. Calò e la sua famiglia, residenti a Camalò di Povegliano, dal giugno 2015 ospitano nella propria abitazione sei rifugiati africani per motivi di fede e di umanità. Partendo da questa esperienza, con il tempo ha elaborato un grande progetto di gestione dell’emergenza migratoria che, se attuato, eviterebbe l’insorgere di ghetti come quello opitergino e gli altri sparsi per l’Europa. Un progetto dove esperienze di accoglienza familiare come la sua sarebbero l’eccezione: sarebbe infatti impensabile affidare la gestione di un problema così complesso al volontariato e al buon cuore delle persone. Piuttosto, sostiene Calò, bisogna usare i fondi stanziati dall’Unione Europea e dallo stato italiano (si tratta dei “bandi Sprar”, ovvero i famosi “30 euro al giorno per immigrato”) per dare uno stipendio a giovani laureati disoccupati (educatori, mediatori culturali, psicologi ecc…) che seguano, in due o in tre, gruppi di sei migranti stanziati uno per comune, con la supervisione della Prefettura e l’appoggio di una cooperativa o di un’amministrazione comunale.
Perché proprio sei? Perché, conti alla mano, è il numero di persone ideale per ammortizzare le spese (per il cibo, i vestiti eccetera, soldi che finirebbero in tasca ai negozi del luogo oltretutto) e garantire uno stipendio dignitoso agli operatori. Operatori che avrebbero il compito di seguire a turno il proprio gruppo 24 ore al giorno perché, dice Calò “Non è possibile che persone provenienti da quel mondo possano imparare in poco tempo quel che noi abbiamo imparato in anni”.
I migranti a loro volta avrebbero una settimana pianificata (quindi niente giornate passate a oziare) con l’obbligo di studiare l’italiano e, gradualmente, di imparare un mestiere in modo da essere pronti ad entrare nel mercato del lavoro in caso di necessità: ora come ora infatti il loro destino è trovarsi in mezzo una strada, in balia della criminalità, sia se gli viene accolta la richiesta di asilo sia se gli viene respinta, perché non ci sono fondi per rimpatriarli. Al termine di questo percorso di due anni (che Calò definisce “una sana progettazione della propria vita”) il migrante se ne andrebbe per la sua strada con gli strumenti per sopravvivere; il suo posto nel progetto verrebbe preso da un nuovo arrivato e, una volta che il ciclo entrasse in pieno regime, le caserme-ghetto si svuoterebbero perché rese inutili da questa accoglienza diffusa.
Con questo progetto, Calò quindi vorrebbe “trasformare qualcosa di negativo in positivo”: ci sono alternative? No, una volta che si ha raggiunto la consapevolezza del problema. L’idea di fare una scrematura in Africa infatti, vista la situazione disastrata del continente, è impensabile: significherebbe sperperare denaro per anni in un progetto che rischierebbe di essere distrutto in poche ore. L’unica strada percorribile è quella di un progetto a lungo termine, perché “pensare di risolvere il problema in pochi mesi significa avere già fallito”, dice Calò: “Siamo di fronte ad un’emergenza che potrebbe durare trent’anni”. Così come non si può continuare a parlare di principi e di valori (civili e religiosi) e poi disattenderli. In altre parole: “Possiamo far finta di niente, ma la Storia va avanti lo stesso. Meglio quindi entrare nella Storia ed incidere per quanto possibile”.

L’Azione, domenica 24 luglio 2016

Col Mein Kampf, siamo alle solite

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Guardate che se un giornale, che è pure filo-sionista, decide di mettere in vendita (NON di regalare) una copia del Mein Kampf, che è pure antisemita, come allegato al’interno di una collana storica dedicata al Terzo Reich, probabilmente a monte c’è una strategia di comunicazione e marketing molto più intelligente delle prevedibilissime reazioni sdegnate che leggo in giro che, dando ulteriore visibilità all’iniziativa, ne decretano ancor più il successo da un punto di vista promozionale.
In che modo poi la diffusione di un testo che è alla base di una delle ideologie che maggiormente hanno sconvolto il secolo scorso sarebbe “un attacco alla memoria”, sinceramente mi sfugge.
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un testo dai contenuti discutibili. Anzi: molto discutibili. Certo, ma allora bisognerebbe indignarsi anche quando per esempio ai quotidiani vengono allegati vecchi film di propaganda come La Corazzata Potemkin o quelli della Riefenstahl, cosa che invece nessuno, giustamente, fa.
Casomai, se proprio vogliamo, ci si potrebbe piuttosto chiedere quanto sia di spessore da un punto di vista storico la collana nel suo insieme, o se non fosse più opportuno che il quotidiano optasse per un’edizione critica moderna, ma mi rendo conto che è più semplice (e sintetizzabile in meno di 160 caratteri) indignarsi per partito preso.
Io, sinceramente, preferisco preoccuparmi del fatto che, al giorno d’oggi, idee che un tempo furono di appannaggio nazista “trovino gambe” (per usare un’espressione di Marco Paolini) in persone che indossano vestiti assai meno appariscenti delle divise del Terzo Reich.

Recensione de “Il Cammino di Verde”

Il Cammino di Verde” è un romanzo breve di Marco De Conti, scrittore di Fregona. La donna del titolo è Verde della Scala, nobildonna di Verona legata alla storia del Cenedese per aver sposato all’inizio del Trecento Rizzardo novello da Camino, signore di Serravalle, e averne in seguito commissionato la bellissima tomba ammirabile ancor oggi nella chiesa di Santa Giustina.
La storia inizia raccontando l’insofferenza della giovane Verde verso le rigidità della corte veronese e il suo desiderio di evadere, per quanto possibile, dal suo destino di nobile unita in matrimonio in nome della ragion di stato: tutto questo per vivere una storia d’amore autentica e profonda, desiderio condiviso dal marito sin dal giorno del loro matrimonio. De Conti per realizzare questa sua opera si è cimentato in un approfondito confronto con documenti storici di prima mano, in modo da poter dipingere con maggiore fedeltà numerosi scorci di vita quotidiana del Veneto del quattordicesimo secolo. Prendendosi comunque la libertà di spostare la residenza dei coniugi dal castello di Serravalle a quello di Piai di Fregona, l’autore inoltre esterna la propria passione per le terre del Cansiglio che, descritte con dovizia di particolari, fanno da sfondo alla storia d’amore dei due protagonisti: una storia che è frutto della creatività dell’autore ma che ricalca le effettive vicende personali e familiari degli stessi.
Ne risulta una storia agile e ben scritta, molto descrittiva, dove senza cadere nel buonismo a vincere sono l’amore e i sentimenti positivi.

Marco De Conti
Il Cammino di Verde
De Bastiani editore, 176 pagine, € 12

L’Azione, domenica 20 dicembre 2015