Nasce il Coordinamento Opitergino per il Sì

Sull’onda emotiva suscitata dai fatti di Fukushima e dallo spettacolo H2Oro, recentemente messo in scena al teatro Cristallo, i rappresentanti di un gruppo di associazioni laiche e religiose opitergine, e di partiti politici, che nel recente passato hanno dimostrato sensibilità verso i temi dell’acqua e del nucleare, si sono incontrati per coordinarsi allo scopo di sensibilizzare la gente a partecipare alla tornata referendaria del 12 giugno: tre referendum su quattro riguardano proprio questi temi.

Una riunione quasi improvvisata che si è tenuta nella serata del 18 aprile presso la sede di Spazio Zero, l’associazione di promozione sociale/culturale nata alcuni mesi fa su iniziativa di un gruppo di giovani opitergini piuttosto eterogeneo, la quale ha appena trovato casa temporanea presso un negozio in affitto al piano terra del Condominio al Sole in via Martiri della Libertà a Oderzo.

E’ stato così istituito il “Coordinamento opitergino per il Sì”, che si occuperà di sostenere ogni iniziativa per promuovere il Sì sui tre referendum suddetti, sulla falsariga dei comitati provinciali e nazionali, lasciando invece libertà di coscienza per quanto riguarda il quarto quesito, che non riguarda tematiche ambientali.

In questi giorni il coordinamento farà il suo debutto ufficiale, prima in rete con la nascita di un blog, e poi “patrocinando” la pedalata organizzata dal circolo culturale “Il Cerchio Aperto” nella mattinata del 25 aprile, vigilia del 25° anniversario dell’incidente nucleare di Chernobyl.

Scopo del coordinamento è quindi raccogliere l’adesione del più alto numero di associazioni locali e di singoli cittadini, e sensibilizzare sul tema tutti i candidati sindaco alle imminenti elezioni amministrative opitergine. Perché la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua e la riapertura delle centrali nucleari, sebbene sia profondamente politica, non dev’essere una questione ideologica o di partito, ma deve riguardare l’intera società civile.

L’Azione, domenica 24 aprile 2011

nella foto: lavori in corso alla sede di Spazio Zero (da Facebook)

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Venticinque anni fa in Ucraina

Ecco cos’è diventata oggi Prypiat, la città socialista costruita a tavolino per gli operai della centrale nucleare di Chernobyl, e abbandonata, 16 anni dopo la sua inaugurazione, a seguito della catastrofe che ha colpito l’impianto. E mezza Europa.

Giusto oggi sono passati venticinque anni da quella immane tragedia. Venticinque anni: un quarto di secolo. Un’inezia se si pensa che, secondo le previsioni, ci vorranno diecimila anni prima che la radioattività nella zona dell’impianto torni ai livelli che aveva prima di quel maledetto 26 aprile 1986. Allora, ciò che rimarrà di quanto si vede in questo video saranno rovine mangiate dalla vegetazione che avranno più del doppio dell’età attuale della piramide di Cheope e di Stonehenge.

Ci avete mai pensato? Queste sono le conseguenze dell’insana decisione di un gruppo di giovani tecnici nucleari che, sentendo odore di promozioni, come dei novelli capitani Achab decisero di testare il reattore 4 della loro centrale ai limiti della sopportazione. Nessuno gli aveva mai detto che la loro grande Balena Bianca aveva dei difetti di progettazione.

Ci hanno detto che una seconda Chernobyl non potrà mai più accadere. Sì, probabilmente è vero. Ma recentemente Fukushima ci ha ricordato che nemmeno una delle nazioni più progredite del mondo è al sicuro da incidenti nucleari.

L’uranio che alimenta le centrali poi non è una risorsa infinita: si calcola che terminerà ben prima della fine di questo secolo. E le sue scorie poi vanno messe al sicuro in siti appositi destinati a funzionare per migliaia di anni.

Detto questo, vale ancora la pena puntare su questa forma di energia?

Lo so, messa così è una domanda retorica. Volete sapere qual è il modo migliore per rispondere? Andando a votare al referendum del 12 e 13 giugno.

In ricordo di Shahbaz Bhatti

Nonostante sia stata una serata pubblicizzata all’ultimo minuto, l’auditorium del collegio San Giuseppe di Vittorio Veneto si è riempito sabato 9 aprile per l’incontro, organizzato dall’Azione Cattolica diocesana, con Paul Bhatti, il fratello di Shahbaz Bhatti, ministro pakistano delle minoranze religiose assassinato dai terroristi lo scorso 2 marzo.

Paul ha passato alcuni giorni nella sua terra adottiva, la nostra terra, prima di tornare in patria dove è stato chiamato, letteralmente, a colmare il vuoto lasciato dal fratello, ereditando di fatto il suo incarico politico e la guida delle attività umanitarie promosse dal fratello scomparso.

La serata è stata un’occasione per ricordare questa figura che può essere annoverata, senza timore di risultare irrispettosi, tra i grandi martiri della fede cristiana. E, per Paul, di dichiarare quali saranno le sue prime mosse da politico: il suo punto di partenza sarà la coltivazione del dialogo interreligioso con l’islam moderato, in modo da contrastare i fondamentalismi. Contro l’ignoranza e le interpretazioni errate del Corano, l’ormai ex volontario del Pronto Soccorso di Oderzo cercherà di favorire l’insegnamento corretto del libro sacro islamico non solo nelle moschee ma anche nelle chiese e nei luoghi pubblici.

Il dibattito, moderato dal presidente dell’A.C. Diego Grando, è iniziato parlando del perdono della famiglia Bhatti nei confronti degli assassini di Shahbaz: «Il perdono fa parte della nostra fede – ha semplicemente affermato Paul – perdonare per noi significa fare onore a questa fede che Shahbaz ha professato fino all’ultimo». Paul ha ricordato i tanti attestati di solidarietà giunti da ogni parte del mondo, da esponenti politici e religiosi, anche musulmani, e certi strani comportamenti del fratello che, visti col senno di poi, fanno pensare che fosse in qualche modo consapevole che la sua fine era vicina. Ha ricordato la sua cocciutaggine che lo portava, pur di non abbandonare la sua povera gente, a trascurarsi sia fisicamente che economicamente: in eredità al fratello ha lasciato solo un conto in banca quasi vuoto e un’automobile. Viveva in una casa in affitto.

Shahbaz, tra l’altro, era consapevole di quanto avesse messo in gioco la sua vita nella fede in Cristo attraverso l’amore per il prossimo da aver sempre rinunciato ad ogni proposito di sposarsi: potremo quindi definirlo “un consacrato”, anche se non… ufficialmente. «Noi dovremo essere disposti a dare la vita affinché non ci siano discriminazioni nel nostro territorio – ha provocatoriamente affermato mons. Martino Zagonel – per esempio nell’accoglienza degli immigrati. Qualcuno di noi è disposto a dare la vita per questo?».

L’Azione, domenica 17 aprile 2011

N. B. Non è la prima volta che parlo di Bhatti: vi invito a leggere anche questo post. Questa volta invece mi pareva giusto e significativo pubblicare questo articolo il Venerdì Santo.

H2oro: uno spettacolo sull’acqua a Oderzo

La 318a replica in quattro anni dello spettacolo-documentario “H2Oro” di Fabrizio De Giovanni il 5 marzo al teatro Cristallo, è stata l’appuntamento clou dell’iniziativa omonima organizzata o patrocinata da numerose realtà opitergine e trevigiane che operano nel sociale.

Un monologo questo che parte dai forum mondiali dell’acqua, organizzati dalle multinazionali che lucrano su questa risorsa fondamentale. E che infatti hanno stabilito che l’acqua è un bisogno (non un diritto) che va governato secondo le leggi del mercato: l’acqua potabile scarseggia e dunque va razionalizzata aumentandone il prezzo.

Gli interessi economici in questo campo sono tali da spingere l’organismo che raggruppa le multinazionali delle acque minerali a stipendiare a Bruxelles quindicimila persone che facciano pressione sui parlamentari europei. Passa così l’idea che la scelta migliore è cedere ai privati la gestione delle sorgenti e degli acquedotti, ma dove questo accade il servizio non migliora, e le bollette lievitano: Toscana e Latina sono due casi di amministrazioni che hanno scelto il privato per poi pentirsene, ma in certi paesi del mondo è andata anche peggio: per esempio in Bolivia, nel 2000, le privatizzazioni selvagge portarono a tumulti popolari e morti in piazza. Si sente sempre più spesso dire che le guerre del futuro avranno come nodo di contesa l’acqua, ma questo già avviene in molti parti del mondo: lo sfruttamento delle sorgenti ha un peso di certo non trascurabile per esempio nel conflitto arabo-palestinese; eppure per certi conflitti si parla di false motivazioni etniche o religiose: questo è possibile a causa della grande influenza che le multinazionali esercitano sui media, col ricatto della pubblicità; emblematico fu qualche anno fa il caso della Mineracqua, consorzio delle acque minerali italiane che minacciò apertamente la Sipra (agenzia pubblicitaria della RAI) di rompere contratti milionari dopo una trasmissione critica di Olivero Beha.

Dopo anni di condizionamento mediatico, l’Italia è diventata il terzo consumatore al mondo di acqua in bottiglia dopo Messico ed Emirati Arabi: il prezzo da pagare consiste in 12 miliardi di bottiglie di plastica trasportate da 480.000 tir ogni anno. Che poi devono essere smaltite: solo la Lombardia ogni anno a tale scopo spende 25 milioni di euro, contro il ridicolo milione e mezzo che guadagna con le tasse di sfruttamento delle sorgenti. Secondo Giuseppe Altamore di Famiglia Cristiana, nei bilanci dei grandi marchi sono più alte le spese per la colla delle etichette delle bottiglie che quelle per comprare l’acqua stessa dallo Stato: un euro per centomila litri!

Come se non bastasse, la legislazione permette all’acqua in bottiglia di contenere sostanze dannose come l’arsenico in misura maggiore che quella del rubinetto, perché in teoria andrebbe consumata solo per brevi periodi e sotto prescrizione medica. L’acqua del rubinetto quindi è molto più sana oltre che economica.

La speranza è che serate come questa aiutino la gente ad essere maggiormente consapevole, alimentando movimenti che dal basso portino ad un cambiamento reale: è in corso una “guerra delle multinazionali contro l’umanità” che quest’ultima non può permettersi di perdere.

da L’Azione, domenica 17 aprile 2011

P.S. Se a qualcuno interessa, ho l’intera registrazione audio dello spettacolo.

Referendum del 12 giugno 2011

E non capivamo perché se vinceva il NO il nucleare, la privatizzazione dell’acqua ed il legittimo impedimento c’erano, e se vinceva il SÌ non c’erano.

[testo apocrifo di Max Collini]

P.S. Mancano due mesi oggi. Abbiamo bisogno di venticinque milioni di persone che vadano a votare. Non succede dal 1994.

L’acqua: un bene comune

Che le guerre del futuro saranno fatte per l’acqua lo dicono in tanti, tanto che ormai sembra quasi un luogo comune.

Comune proprio come l’acqua, un bene deve rimanere comune, e protetto dalle mani avide di chi da anni la considera un business. Avete idea cosa c’è dietro alla gestione dell’acqua, specie nel nostro paese? Oppure ancora, pensate che non sia un problema che vi riguardi?

Beh, allora vi consiglio di fare un giro al cinema teatro Cristallo di Oderzo questa sera.

C’è uno spettacolo, H2Oro, organizzato e/o patrocinato da una miriade di associazioni assai diverse radicate nel nostro territorio (e questo già dice molto).
I temi della privatizzazione dell’acqua, delle multinazionali, del contratto mondiale dell’acqua, delle guerre dell’acqua e delle dighe, degli sprechi e dei paradossi nella gestione dell’acqua in Italia, del cosa fare noi-qui-ora, della necessità di contrastare e invertire l’indirizzo di mercificazione e privatizzazione.
Tutto ben documentato e presentato sotto un’originale forma di spettacolo teatrale.
Partecipare è importante. Perchè sapere è potere. Specie in vista del referendum sull’acqua, odiosamente organizzato per il 12 giugno.
Ci vediamo stasera allora?
L’evento su Facebook
La locandina