Giovanni Betto, dal teatro al cinema

fonte: Circolo Cinematografico Enrico Pizzuti

Tra gli attori non protagonisti di Finché c’è prosecco c’è speranza figura anche l’attore coneglianese Giovanni Betto, che abbiamo contattato per farci raccontare questa sua piccola prima esperienza cinematografica.

Come sei finito a fare il film?
Come un perfetto sconosciuto: mi sono iscritto al casting. Poi è successo un piccolo disguido: il giorno prima dei provini mi ha chiamato un’amica dicendo che stavano cercando qualcuno disposto a “dare le battute” ai partecipanti al casting (i quali in sostanza fanno il provino rispondendo a un attore); ho dato la mia disponibilità specificando però che avrei sperato di partecipare anch’io… Dopo due ore la produzione del film mi ha chiamato dicendo che c’era stato un errore e che avrei fatto il provino.

E quindi?
Ho fatto il provino col regista, il qualche mi ha fatto recitare due-tre volte qualche battuta che mi avevano mandato il giorno prima, e poi gli ho raccontato chi sono e cosa faccio nella vita: due giorni dopo mi ha chiamato il produttore dicendomi che il regista mi voleva per la parte. Evavamo in cinque a contendercela; era la prima volta che partecipavo ad un casting, peraltro in un luogo che non mi aspettavo: il municipio di Conegliano. Per il teatro non ne avevo mai fatti.

Che differenza hai riscontrato rispetto alla recitazione a teatro?
Non credo di poter rispondere a questa domanda visto che il cinema l’ho solo sfiorato, avendo una parte minore: non avevo ottanta scene su centodieci come il protagonista Giuseppe Battiston, e un impegno quasi quotidiano sul set. In cinque settimane di riprese sono stato presente cinque giorni, con scene da sei-sette battute: potrei dirti che insomma è stata un’esperienza rilassante, quasi di divertimento; non ho conosciuto la fatica del set.
Diciamo che dopo questa mia piccola esperienza posso dire che a teatro si fa più fatica: è tutto in diretta e non si può sbagliare, c’è una tensione emotiva diversa. Ma è stato interessante vedere da dentro questa macchina enorme che si muove, con molta tecnica e precisione… e con tempi lunghissimi: si viaggiava a tre-quattro scene a giorno.

Eppure non sembravano scene particolarmente complesse.
Non è esatto. Mi sono reso conto che quello che uno vede sullo schermo è molto poco: due minuti di film corrispondono a una scena ripetuta una decina di volte, tagliata e montata.

Qual è la tua opinione sul film e sul suo tema?
Secondo me è un film garbato, e dal mio punto di vista è uno dei suoi punti di forza. Delle persone hanno storto il naso perché ritengono il film un grosso spot per i produttori di vino, o perché non ha calcato molto sul problema dei pesticidi, ma io non credo all’arte che approccia certe tematiche in modo urlato, con una certa violenza, seppur verbale: non funziona. Secondo questo approccio me funziona meglio: quello che voleva dire il film viene detto con stile e con frasi precise, per esempio “Non si chiede alla terra più di quello che ci può dare”. Il messaggio insomma è chiaro se lo si vuol capire. La sua è una denuncia tranquilla: non mi sarebbe piaciuto un film che strepita.

Sei soddisfatto della tua prova di attore?
Mannaggia! Mi hanno tagliato una bella scena, ma il film una volta montato durava due ore e cinque minuti, per cui hanno dovuto tagliare mezz’ora. Nonostante questo sono rimasto contento… e credo anche di essermela cavata bene.

Che riscontri hai avuto dal pubblico?
Certo, io sono di parte, ma ho letto commenti in rete e messaggi sul mio telefono numerosi e mediamente entusiasti. Il primo giorno di programmazione ho avuto notizie da Treviso, Pordenone e Conegliano di gente rimasta fuori dai cinema, e il film è stato distribuito in più sale del previsto. Ho letto una bella recensione ne “Il Foglio”, e anche Marzullo ne ha parlato bene; certo non entrerà nella storia, ma è un buon film che mostra la bellezza e allo stesso tempo la fragilità del nostro territorio.

L’Azione, domenica 26 novembre 2017

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Venezia ladrona


Ovvero: considerazioni non richieste sul referendum per l’autonomia di domani

Il giorno in cui finalmente deciderò di terminare e pubblicare il mio secondo libro di storia locale, toglierò dal dimenticatoio qualche vecchio aneddoto che, sebbene alle orecchie di noi contemporanei suoni forse un po’ buffo, ben rappresenta i rapporti che sussistevano ai tempi dei Dogi tra la classe dirigente e la popolazione locale intorno ad una vecchia cittadina dispersa nella campagna veneta.
Che rapporto c’era all’epoca tra Venezia e, per esempio, Verona, Corfù, Belluno, Spalato, Pordenone o Scutari? Semplificando, la posizione geografica rispetto a essa, e le risorse che a essa potevano offrire queste città, le quali erano trattate né più né meno come colonie.

La Repubblica di Venezia era sicuramente uno stato all’avanguardia sotto molti aspetti. E aggiungiamo pure che il Veneto da solo può vantare una tradizione, perlomeno nei campi della pittura, della scultura e della musica classica, più importante di quella della Gran Bretagna, che pure è stata a lungo la nazione più potente del mondo: ci pensiamo mai a questo?
Ma non era tutto oro quello che luccica: se andiamo a vedere come si chiamavano per esempio i podestà o i vescovi trevigiani e cenedesi dell’epoca, troviamo cognomi come Correr, Morosini, Badoer, Mocenigo, Grimani, Contarini, Zorzi, Giustiniani… cognomi non molto “razza Piave”, insomma.
Sostanzialmente Venezia incamerava le risorse naturali dell’entroterra per alimentare la propria macchina economica e bellica, lasciando le briciole agli enti locali. Inoltre piazzava uomini del proprio patriziato in tutti i posti di potere. E se questo patriziato da una parte riempì le nostre terre di splendide ville (patrimonio che non viene valorizzato adeguatamente) e finanziato artisti, dall’altra dimostrò una scarsa vena imprenditoriale, preferendo vivere di rendita piuttosto che investire le proprie sostanze nello sviluppo del territorio: una politica, quest’ultima, che avrebbe di certo aiutato il Veneto ad uscire dalla miseria in anticipo, cambiando probabilmente la storia dell’Italia intera.

Le parole sono importanti, diceva Nanni. Ma anche i simboli. E, come potete vedere dall’immagine qui sopra, la Lega Nord ha scelto come simbolo propagandistico per il referendum NON la bandiera del Veneto (ovvero questa) ma proprio lo stendardo della Serenissima (ovvero questo). Parliamo di due simboli graficamente simili, ma dal significato molto diverso.
In sostanza il partito ci sta chiedendo di votare sì al referendum di domani per chiedere allo Stato autonomia e federalismo, proponendo allo stesso tempo un modello di stato centralista e, diciamolo, pure oppressore.
Robe che, se lo stesso partito fosse esistito nel Settecento, avrebbe probabilmente gridato “Venezia ladrona”.

Non ci trovate una leggera contraddizione in tutto questo? Eppure l’uso di questa simbologia non è casuale: è stata una scelta certamente ponderata. Dovuta a cosa? Sarebbe molto interessante saperlo: scarsa conoscenza della storia tra i quadri dirigenti del partito, o scarsa considerazione che il partito nutre nei confronti dell’intelligenza dell’elettorato?
Sperando vivamente in una opzione C, non posso non notare una certa dozzinalità di fondo nell’affrontare un tema importante come quello dell’autonomia.

Già, perché di fronte a condizioni di partenza diverse penso proprio che avrei votato sì. D’altronde, come sostiene Marianella Sclavi, per capire il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista: io le argomentazioni più convincenti riguardo all’autonomia veneta le ho sentite pronunciare due anni fa nientemeno che da un giovane medico calabrese residente in Emilia Romagna. Egli, dal suo punto di vista di meridionale emigrato, sosteneva quanto sia doveroso che come minimo il Veneto sia regione autonoma, vuoi per lo spirito dei suoi abitanti così diverso da quello degli altri italiani, vuoi per il fatto che si trova ai confini due regioni autonome i cui privilegi sono una tentazione non da poco per i comuni periferici (leggi Sappada, Meduna di Livenza, Cinto Caomaggiore, Cortina d’Ampezzo, eccetera).

Chi è contrario alle ragioni del sì sostiene che per un principio di equità è giusto che chi è più ricco (in questo caso Veneto e Lombardia) paghi di più. Verissimo: ma per lo stesso principio è giusto che anche Friuli e Trentino abbiano lo stesso trattamento; inoltre è quantomeno necessario un taglio agli intollerabili sprechi della Regione Sicilia. Quindi la mia opinione è questa: o venti regioni autonome, o nessuna.

Non ho quindi dovuto aspettare Enrico Mentana per sentire delle argomentazioni di buon senso e disinteressate apparentemente in favore del sì di domani. Perché apparentemente? Perché, visti questi presupposti, e visto il carattere meramente consultivo della consultazione, un sì plebiscitario al referendum non gioverebbe in automatico alla causa autonomistica. Ma sicuramente legittimerebbe ulteriormente una classe dirigente che non merita affatto di essere ulteriormente legittimata.

Stiamo sempre a lamentarci di Roma, dei terroni, delle regioni autonome, della Merkel, degli immigrati, ma vi ricordo che i responsabili dei casini del MOSE, della Pedemontana e di Veneto Banca sono venetissimi (e, in un modo o nell’altro, collusi con la politica). E sono venetissimi anche gli amministratori locali che, nonostante i buoni propositi, continuano da ormai quarant’anni a fare scempio del territorio, facendo crescere quel deprimente continuum di capannoni e asfalto che ormai fa parte del nostro paesaggio tipico.

Il Veneto oggi ha bisogno di una forte discontinuità politica, etica e culturale rispetto al passato e al presente. E votando sì domani non si vota per l’autonomia: si vota per la continuità.

Ai sostenitori del sì, che dicono che quella di domani è un’occasione da non perdere, io rispondo: mettetevi il cuore in pace, che questa occasione l’abbiamo già persa.

A Gaiajazz musica con i giovani

Foto di Marco Fadelli

Il 3 giugno a Portobuffolé è partita la quinta edizione di Gaiajazz, festival musicale di cui scopriamo le peculiarità con l’opitergina Laura Finotto, presidente di Dotmob, l’associazione organizzatrice.
«Siamo nati cinque anni fa, confrontandoci con dei professionisti in campo musicale, grafico e non solo. L’idea era trasmettere alla generazione più giovane, più o meno quella che ha finito le superiori, le nostre competenze. Come? Con dei progetti legati alla realizzazione della nostra rassegna musicale. Dalla raccolta fondi ai contatti con eventuali sostenitori, dalla conoscenza dei regolamenti ai rapporti con gli enti pubblici. E poi con atti più concreti come anche la preparazione del palco e l’allestimento delle sedie… Con tutte le difficoltà che ci stanno dietro».
Com’è andata?
«E’ stata una bella esperienza per questi ragazzi. In cinque anni ne sono ruotati parecchi, visto che i loro impegni lavorativi e universitari hanno impedito ad alcuni di loro di seguirci a lungo. Abbiamo conosciuto tanti giovani, musicisti, aziende e così si è creata una specie di microeconomia: i musicisti che vanno pagati, le aziende che sposano un progetto culturale, e certi ambienti che sono stati valorizzati, a partire dall’Osteria dei Giusti e l’hotel Villa dei Carpini di Camino che sono i primi esercizi che hanno creduto a questo progetto».
I privati che vi sostengono quindi non mettono solo dei soldi in cambio di un logo nel cartellone…
«No. Infatti negli anni abbiamo sempre più creato delle situazioni che potessero mettere in luce le caratteristiche degli sponsor, che vanno dall’intervista all’intervento durante una conferenza. E poi la mostra fotografica “Focus”, che facciamo da due anni, e che consente a giovani fotografi di entrare nelle aziende, con tutti i disagi che questo può comportare. Ovviamente si tratta di privati che capiscono il progetto e si mettono in gioco».
Da cosa deriva il nome “Gaiajazz”?
«Quando siamo partiti eravamo a Camino ed eravamo a maggioranza donne. Così abbiamo voluto omaggiare una donna che, verità o leggenda che sia, ha sfidato le convenzioni del suo tempo, cioè Gaia da Camino».
Ed ora siete a Portobuffolè.
«E abbiamo trovato Gaia anche lì, finendo per sposare quella che è la vita culturale del paese. E rimanendo sempre aperti alla comunità, e al mondo del lavoro: quel che facciamo non è di nicchia, comprensibile solo ad un pubblico ristretto. I nostri concerti sono informali, e ci puoi venire coi pantaloni corti e coi bambini… Il nostro non è un jazz da intellettuali».
Ma comunque rispetto ai primi anni avete alzato il tiro.
«Certamente, ma solo dal punto di vista della qualità; la fruizione è rimasta la stessa. L’esperienza, e gli sponsor, ci hanno concesso questo. Ma anche di raccontare meglio le aziende che credono nel progetto».
Gaiajazz ha iniziato nel 2013 con musicisti di ottimo livello, ma del territorio; col passare degli anni ha portato anche jazzisti di fama nazionale come Francesco Bearzatti, Guido Pistocchi, Rita Marcotulli o Marco Tamburini. I prossimi appuntamenti di quest’anno saranno con lo sloveno Zlatko Kaučič sabato 10 giugno, alcune band emergenti il 17 e infine il percussionista americano Ray Mantilla il 24; con un sovrapprezzo al biglietto di ingresso sarà anche possibile cenare in loco.

L’Azione, domenica 11 giugno 2017

LegalAid, consigli legali gratuiti

Francesco Altinier è uno studente di Fontanelle (Treviso), al quinto anno di Giurisprudenza, che per essersi inventato un’attività legata al suo corso di studi ha attirato l’attenzione perfino di Barbara Ganz, giornalista del Sole 24 Ore.
Di che si tratta? Ce lo spiega lui: «Mi sono inventato un modo per dare una risposta a delle esigenze: un’esigenza mia innanzitutto, ma anche di tante persone che incontro».
Così è bastato trovare un nome che richiamasse l’assistenza legale americana, e un logo adatto, ed è nato LegalAid.
«Avvertivo l’esigenza di integrare il mio corso di studi con delle attività pratiche, visto che non ne prevede  – racconta Francesco. – Arriviamo a prendere in mano un atto solo dopo la laurea, al momento del praticantato: per cinque anni si fa studio teorico e astratto, e non si sa com’è fatto un atto o un contratto».
In cosa consiste la tua proposta?
«Ci sono una serie di esigenze che chiunque può avere, le famose “pratiche burocratiche da sbrigare”, che a volte non sono affatto semplici da risolvere. Una famiglia o una piccola impresa potrebbe non avere il tempo e le competenze per farlo, così io pongo gli strumenti che ho acquisito in questi cinque anni e dico: presentami la problematica; io la studio, e vedo se c’è la possibilità di agire per via extragiudiziale. Se c’è, te lo consiglio, te lo predispongo, altrimenti ti consiglio di andare da un professionista. Questo mi porta a toccare materialmente con mano problemi pratici, e di sgravare chi si rivolge a me di preoccupazioni».
Ma Legal Aid è… legale?
«Sì, perché io do una consulenza gratuita da studente. Il mio è il parere di una persona che non ha ancora un titolo, che può essere preso in considerazione come no. Non posso sostituire un avvocato, ma per esempio posso scrivere correttamente una lettera o una raccomandata alla ditta che ti fornisce il servizio telefonico, conoscendo le clausole del contratto. Una diffida, o una costituzione in mora di un fornitore, la può fare anche un imprenditore, ma magari non lo sa o non sa come scriverla. Allora viene da me. Un problema può toccare più aspetti: civile, amministrativo, legale. Sai gestirli? Quali sono le tempistiche? A chi ti rivolgi? Io posso dare queste risposte».
Il tuo “guadagno”, quindi, è in esperienza.
«In esperienza è in relazioni: un avvocato vive di relazioni, e chi più ne ha meglio resta sul mercato».
Come ti è venuta questa idea?
«Un’amica si è rivolta a me perché la madre aveva preso una multa per divieto di sosta a Milano, pur essendo quel giorno al lavoro a Conegliano. Avrebbe dovuto ricorrere al giudice di pace a Milano, pagare un avvocato che lo facesse al suo posto o pagare la multa. Io le ho proposto una strada non sicura ma economica: inviare una raccomandata richiedendo un annullamento in autotutela, allegando un certificato del datore di lavoro. Ho scritto la lettera utilizzando riferimenti normativi precisi e allegando la normativa, sapendo che avrebbe anche potuto essere cestinata. Invece i vigili hanno ammesso l’errore e annullato la contravvenzione».
Come sei finito nel blog del Sole 24 Ore?
A Oderzo tempo fa l’Azione Cattolica organizzò la presentazione di “Io non voglio fallire”, il libro di una imprenditrice, Serenella Antoniazzi. Allora le dissi che se l’avessi conosciuta prima le avrei potuto dare dei consigli per risolvere i suoi problemi. Mi ha ascoltato, mi ha dato fiducia, ed è stata lei a mettermi in contatto con Barbara Ganz. A dimostrazione che le relazioni portano a risultati inaspettati».

L’Azione, domenica 9 aprile 2017

Il caffè con l’odio di palma

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I fatti di Milano di questi giorni ci mostrano ancora una volta quanto sia facile, facendo le mosse giuste, influenzare l’opinione pubblica e rendere normale, e pure bello, ciò che normale e bello non è.

Starbucks è una multinazionale americana attiva nel campo della ristorazione. Potremmo definirla una sorta di McDonald’s che vende paste e caffè, o meglio: un liquido marrone al gusto di caffè servito in bicchieroni di plastica, che può essere definito caffè solo da un pubblico che non ha mai visto un caffè “all’italiana”.
Un pubblico che è un po’ come i prigionieri del mito della caverna: vedono un espresso e pensano che sia veramente un espresso, quando in realtà è solo l’ombra di un espresso.

(Ok, Platone, scusa.)

Howard Schultz, fondatore dell’azienda, lo sa benissimo, per cui per una sorta di timore reverenziale, chiamiamolo così, fino ad ora non ha voluto entrare nel mercato italiano convinto che noi, forti di una tradizione plurisecolare nel campo del caffè e della pasticceria, faticheremmo ad accettare la bassa qualità del suo “fast food”.

Ma pensate che una multinazionale possa fermarsi davanti a questo? C’è da fare profitti, e gli ostacoli con le buone o con le cattive si rimuovono. Già mi immagino la riunione all’ufficio marketing:

“Come facciamo a convincere gli italiani ad accettare la nostra merda?”
Silenzio.
“Ci sono! Facciamo scattare l’allarme antagonista!
Cosa facciamo quando qualcuno scopre che ce ne freghiamo dei diritti dei nostri dipendenti o che in Arabia Saudita vietiamo l’ingresso alle donne non accompagnate da un uomo? Mettiamo la bandierina LGBT nel nostro logo o diciamo qualcosa che faccia incazzare Trump, e come per magia diventiamo i buoni! Se funziona qui negli Stati Uniti perché non dovrebbe funzionare in Italia?”

Detto, fatto: la multinazionale, con tutta l’arroganza tipica di una multinazionale, investe fior di quattrini per far piantare un palmeto di merda giusto davanti al Duomo di Milano, simbolo della città, con l’evidente approvazione della politica locale. Come cani pavloviani Matteo Salvini e Casapound, non essendo capaci di (o non volendo) fare altro, la buttano sul becero populismo scegliendo una protesta ridicola ma a presa rapida, e come cani pavloviani i loro oppositori, non essendo capaci di (o non volendo) fare altro, fanno scattare l’allarme antagonista:
“Anche nell’Ottocento c’erano le palme in piazza!”
“I soliti leghisti che vedono immigrati ovunque!”
“Anche il DVCE nel giardino di Villa Torlonia aveva le palme! Come la mettiamo adesso, fascidimmerda?”

E fu così che, nel giro di tre giorni, la multinazionale americana passò dalla parte dei buoni.
E fu così che Starbucks inaugurò la sua prima caffetteria in Italia, e fu subito un successone.
E fu così che qualche bar del quartiere chiuse i battenti. Ma che volete farci, è la crisi.
E fu così che la multinazionale decise di aprire altre caffetterie in Italia, col beneplacito della politica, assai lieta di aprire le porte ad “una grande azienda che ha deciso di investire nel nostro Paese creando posti di lavoro”.
E fu così che quel palmeto, che all’inizio ci faceva così schifo, in fondo poi non era così male.
E fu così che anche la bevanda al gusto di caffè nel bicchierone di plastica, che all’inizio ci faceva così schifo, in fondo poi non è così male.
E vissero tutti felici e contenti.

Black Friday is the new Halloween

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Black Friday is the new Halloween.

L’ennesima usanza smaccatamente commerciale che stiamo importando senza tanti problemi dagli Stati Uniti, ma che non ci appartiene.

E se lo fai notare, prima o poi arriverà il solito intelligentone a spiegarti che gli sconti erano presenti in mezza Europa già prima di Cristo.

L’Atlante dei Classici Padani a Motta di Livenza

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Recentemente Alberto Angela ha deliziato il suo pubblico del sabato sera su Rai Tre con due puntate sul Veneto, mostrando bellezze spesso poco conosciute anche da noi che ci abitiamo: purtroppo ci è molto più familiare un altro tipo di paesaggio nostrano, ovvero quello delle zone industriali, degli outlet, delle rotatorie. Il prezzo salato che la nostra regione ha pagato al progresso è una distesa di asfalto e cemento cresciuta senza ordine e oltretutto senza gusto estetico.
Se nel medioevo gli artisti e i letterati crearono l’Italia attraverso la cultura, negli ultimi trent’anni invece politici e imprenditori settentrionali attraverso l’edilizia hanno creato una nuova entità territoriale: è questa la cosiddetta “macroregione” trattata dall’Atlante dei Classici Padani, volume fotografico che verrà presentato giovedì 10 novembre alle ore 20.45 a Motta di Livenza, presso la Fondazione Giacomini. Il libro è frutto di un progetto di due bresciani, l’artista Filippo Minelli e il giornalista Emanuele Galesi, i quali partendo da una pagina Facebook chiamata “Padania Classics” hanno innescato un dibattito, serio ma con un pizzico di ironia, sull’idea di sviluppo che ha caratterizzato dagli anni ’70 in poi almeno tre regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Veneto).
Capannoni, parcheggi, cartelloni pubblicitari, condomini, chiese post conciliari, palme da giardino, villette a schiera: attraverso un uso della fotografia inconsueto, perché cerca il banale e lo sciatto, questo “Atlante” vuole mostrare quanto la corsa alla cementificazione abbia finito per influenzare la vita, a volte perfino nella sfera religiosa, di chiunque viva nell’area compresa tra Torino e Trieste.
La serata, che sarà moderata dal nostro collaboratore e critico d’arte mottense Carlo Sala, che è pure autore della prefazione del libro, è organizzata dall’Associazione Fucina n. 4 nell’ambito del 150° anniversario dell’annessione del Veneto all’Italia.

L’Azione, domenica 6 novembre 2016