Camino: vent’anni online, dieci anni su carta

Ridendo e scherzando, il libro più letto nei peggior bar di Caracas, quello che porta il mio nome alla voce “autore”, lo scorso 11 dicembre ha compiuto dieci anni. Oggi invece ne sono passati giusto venti da quando aprii il sito internet dal quale poi nacque il libro. Un sito fatto col Microsoft Publisher e pubblicato su Digiland e che qui sopra vedete in una schermata del 2001, quando nel frattempo ero passato a Microsoft Frontpage.
Da allora, che io sappia, il libro è finito nella bibliografia di almeno dieci pubblicazioni (l’ultima la recentissima Venezia nell’agro opitergino di Cristina Vendrame), è stato usato come fonte in svariate pagine di Wikipedia, è finito in case e biblioteche in almeno tre continenti.
Per festeggiare questo doppio anniversario tondo, ho tolto le ragnatele alla pagina Facebook del libro iniziando a pubblicare degli “accadde oggi” che riguardano argomenti di storia locale o nazionale citati nel libro o che finiranno nella seconda edizione, se e quando verrà stampata. Se vi va di leggerli, mettete “mi piace” alla pagina. Se invece volete il libro, chiedete e vi sarà dato che ce ne sono ancora un po’ di copie in giro prima che vada esaurito del tutto.

Oderzo e Venezia Bizantina

Abbiamo ancora bene impresse nella nostra memoria le immagini delle devastazioni causate dall’acqua alta a Venezia. Ma ci fu un lunghissimo tempo in cui in laguna l’acqua, più che un pericolo, era fonte di vita, via di comunicazione e soprattutto barriera di difesa: questo in particolare nei primissimi secoli di esistenza della città, ancora avvolti in quella coltre di mistero che solo certe leggende sanno dare.
Venezia bizantina: dal mito della fondazione al 1082 è il titolo di un saggio pubblicato da Nicola Bergamo per i tipi della Helvetia editrice di Marghera; Bergamo, classe 1977, veneziano, è considerato uno dei principali studiosi italiani dell’Impero Romano d’Oriente. Tra le pagine del libro, l’autore si muove con destrezza tra storia e leggenda mostrando come la prima serva a spiegare la seconda, e viceversa. Tutto questo per raccontarci la storia della città dalle sue fumose origini fino alla sua completa indipendenza dal potere di Costantinopoli verso la fine dell’undicesimo secolo.
Facendo questo, l’autore ha inevitabilmente incrociato quella storia con la storia di Oderzo. Siamo parlando del settimo secolo dopo Cristo, ovvero degli anni di san Tiziano vescovo: l’antica Opitergium, pur essendo ormai lontana dai fasti di un tempo, era con ogni probabilità la capitale amministrativa di un distretto controllato dall’Impero Romano d’Oriente che nel 697 sarebbe diventato ducato e in seguito evolutosi nella Repubblica di Venezia. Proprio al 697 risalirebbe la nomina dell’opitergino Paolo Lucio Anafesto a primo doge veneziano; il dott. Bergamo mostra come, al di là di questa figura probabilmente leggendaria, rimane il fatto che la nobiltà opitergina, trasferitasi nella più sicura Eraclea per sfuggire alle incursioni longobarde, ebbe un ruolo decisivo nella nascita e lo sviluppo di quell’umile comunità di profughi nella zona di Torcello che lentamente sarebbe diventata la splendida città che tutto il mondo oggi ci invidia.
Nicola Bergamo sarà a Oderzo il prossimo 11 gennaio alle ore 17, presso la sala del Campanile, a presentare questa sua opera.

Viva la sanità pubblica

A inizio settembre ho terminato una sorta di lunga e privata puntatona di House in cui il protagonista, cioè il paziente, ero io.
La grossa differenza è che non mi trovavo in un ospedale privato americano, ma a Ca’ Foncello, Treviso, e che quanto mi è successo, banalmente, è tutto vero.
Non scrivo questo post per aggiornarvi sulle mie condizioni di salute; per quello, se volete, c’è la vita reale. Voglio piuttosto approfittare di quanto mi è accaduto per sottoporvi una riflessione.
In ospedale non ho incontrato né il dr. House né la Cuddy, ma in compenso ho avuto a che fare con tanti medici, infermieri e operatori socio-sanitari che si sono rivelati ineccepibili sia da un punto di vista professionale che da un punto di vista umano.
Certo non tutto quello che ho visto in quei giorni mi è piaciuto, ma sarebbe quantomeno ingeneroso da parte mia muovere qualsiasi critica, vista la qualità davvero eccellente del servizio.
Qualcuno magari starà pensando: ti è andata bene. Può essere; quello che però vorrei rispondere è che avete letto notizie acchiappa-click di degenti con le formiche addosso, liste di attesa lunghe per gli esami o dipendenti che timbrano il cartellino e vanno a fare shopping, significa che c’è una burocrazia da snellire, un sistema da migliorare, delle singole persone da punire severamente: non significa certo che la sanità italiana faccia schifo.
Ci tengo a sostenere questo perché a volte mi capita di sentire qualche personaggio politico affermare che la soluzione ai mali della sanità italiana andrebbe cercata oltreoceano.
No.
Assolutamente no.

In un paese come il nostro che si avvia verso un inverno demografico senza precedenti e che peraltro non se ne preoccupa, il tema della salute sarà sempre più preponderante nell’agenda politica dei prossimi governi. Pensare però di adottare in un modo o nell’altro il modello statunitense si tramuterebbe in una scelta disastrosa, perché dividerebbe la popolazione in cittadini di serie A che possono permettersi di curarsi, cittadini di serie B che si arrangiano in qualche modo, e infine cittadini di serie C ai quali non resterebbe altro che crepare.
Una catastrofe sociale, e anche etica, di cui veramente non avremmo bisogno.
A noi cittadini spetta quindi il compito di difendere con le unghie e con i denti la sanità pubblica, questa sanità pubblica, da chiunque vorrebbe invece avventurarsi in altre esperienze magari allettanti alla vista ma sicuramente fallimentari nei risultati.
Viva la sanità italiana, pubblica e gratuita.

Imoco Volley Conegliano, tris tricolore

La vittoria del terzo scudetto dell'Imoco Volley Conegliano

E sono tre: lunedì 6 maggio, al Palaverde di Villorba, l’Imoco Volley Conegliano ha portato a casa il terzo scudetto, il secondo consecutivo, della sua ancora giovane storia nella pallavolo femminile. Il risultato è arrivato dopo tre vittorie su tre gare disputate contro l’Igor Gorgonzola Novara, in una sfida finale che si è ripetuta per la quinta volta in appena due stagioni, e la sesta è in arrivo.
La strada, per le ragazze guidate dall’allenatore Daniele Santarelli, si era messa subito in discesa con la netta vittoria in gara 1 in trasferta il 1° maggio; non molto diverso è stato il copione sabato scorso, quando tra le mura amiche del Palaverde le “pantere” si sono imposte sempre per tre set a zero grazie ad un solido gioco di squadra ma anche ai demeriti delle avversarie, mai del tutto in partita a cominciare dalla loro stella, la giovane nazionale italiana Paola Egonu.
Il primo set di gara 3, terminato con un netto 25-16 per l’Imoco, sembrava il preludio ad un’altra partita senza storia. Ma a questi livelli non si deve dare nulla per scontato: si è visto nel secondo set, quando il clima disteso tra le coneglianesi si è tramutato in un calo di concentrazione. Oltretutto i presenti hanno potuto finalmente ammirare il talento di Egonu, la quale ha iniziato a cannoneggiare le avversarie senza pietà: per lei 8 punti in attacco, decisivi per vincere il set (23-25); in tutto ne farà trentatré.
Il terzo set è ancora un monologo gialloblu (25-11). Un punto in battuta anche per Eleonora Fersino, in tutti i sensi la più piccola della squadra con i suoi 19 anni e il suo metro e sessantanove di altezza: promossa dalla Volley Pool Piave di San Donà, società satellite dell’Imoco, è passata con disinvoltura dai palazzetti di provincia alla Champions League.
Il quarto set se lo aggiudicano le piemontesi, anche grazie alle giocate di una splendida quarantenne di nome Francesca Piccinini, una delle pallavoliste italiane più popolari e titolate di empre, campione del mondo quando la Fersino ancora non frequentava la scuola materna.
Il quinto ed ultimo set inizia coi brividi: Novara si porta avanti ma viene raggiunta sul 9 a 9; nelle concitatissime battute finali Conegliano si aggiudica il 15° punto che gli permette di vincere set, gara, e campionato.
Il meritato premio di migliore in campo è andato a Monica De Gennaro, probabilmente la migliore al mondo nel ruolo di libero in questo momento. Ma sarebbe ingiusto non ricordare perlomeno il capitano Joanna Wołosz per l’eccellente regia, e Kimberly Hill e Samanta Fabris per i punti.
Non poteva mancare infine, da parte della corretta e calorosa tifoseria di casa, un sentito omaggio al nostro collega Marco Guerrato che pochi giorni fa, è proprio il caso di dirlo, è “nato al cielo”: «Niente condoglianze – ci ha detto il padre Sergio al temine della gara di sabato – Facciamo festa: prima era quaggiù, ora è Lassù. Se n’è andato serenamente, lucido fino alla fine». Assiduo frequentatore del Palaverde, in quanto accompagnava sempre il figlio alle partite, Sergio ha mostrato ai tanti che hanno voluto salutarlo il volto di un uomo che sta elaborando un lutto alla luce della fede.
Atlete e staff della squadra hanno poco tempo per festeggiare: il 18 maggio a Berlino giocheranno la finale di Champions League sempre contro Novara. La speranza è che i due set persi lunedì siano due scappellotti che aiutino tutti ad evitare un’eccessiva sicurezza che potrebbe risultare fatale.

L’Azione, domenica 12 maggio 2019

Don Luigi Ciotti a Oderzo

“Orizzonti di giustizia sociale”: questo era il titolo dell’appuntamento opitergino di don Luigi Ciotti, tenutosi domenica 10 febbraio presso il teatro del collegio Brandolini-Rota.

L’evento, organizzato dal gruppo “Insieme diamo luce” di Oderzo con il CSV Volontarinsieme di Treviso, com’è noto ha suscitato clamore a livello nazionale a causa della decisione della giunta comunale di non concedere il patrocinio e il più capiente teatro Cristallo: l’incontro è quindi iniziato tra il rumoroso disappunto delle tantissime persone rimaste fuori e quello, ancora più rumoroso, di una parte del pubblico durante l’intervento iniziale del sindaco Scardellato.

A questo proposito l’abate di Oderzo mons. Pierpaolo Bazzichetto ha voluto sottolineare come la tensione della vigilia non rispecchi assolutamente la realtà sociale del territorio, «fatta di tante associazioni che operano a favore dei poveri, anche in collaborazione con l’amministrazione: con posizioni diverse, ma sempre in un clima di rispetto».

Don Luigi ha iniziato il suo intervento dichiarando di “non amare le tifoserie” e stemperando così il nervosismo; ha quindi raccontato la sua esperienza di piccolo bellunese emigrato a Torino con la famiglia, andando a vivere nella baracca di un cantiere, perché il padre aveva trovato un lavoro ma non un alloggio. A diciassette anni ha l’incontro che gli cambia la vita, con un ex medico stimato finito a fare il barbone: Luigi così a vent’anni fonda il Gruppo Abele e sette anni dopo, ordinato presbitero, gli viene affidata dal vescovo una parrocchia speciale, ovvero la strada.

Don Ciotti ha raccontato come dal Gruppo Abele siano scaturite varie realtà a favore degli ultimi, quali i tossicodipendenti o i malati di AIDS; nel 1995 nasce invece “Libera contro le mafie”.

«Oggi – ha ribadito – voi non state incontrando don Luigi Ciotti, perché io rappresento un “noi”»: il riferimento era alle tantissime persone che negli anni hanno contribuito con il loro impegno politico a questa storia. Sì: proprio “politico”, perché la politica è «la più alta ed esigente forma di carità, il servizio a favore del bene comune», ha affermato citando le famose parole di papa san Paolo VI; perché «Libera è apartitica ma non apolitica» e perché «L’impegno politico non è solo di chi governa: anche noi, come cittadini, abbiamo la nostra parte di responsabilità».

Libera è formata da una rete di seicento associazioni, laiche e confessionali, che portano il loro contributo mantenendo la propria identità. Una rete che più che essere “contro” (la mafia, le disuguaglianze eccetera) è “per”: «Per la cultura che sveglia le coscienze, per l’educazione, per la conoscenza. Io, come gli altri, faccio la mia parte: anche se siamo piccoli, dal basso possiamo portare apporti significativi al cambiamento, ma occorrere essere uniti nei propri obiettivi».

Don Ciotti più volte ha voluto mostrare come con la corresponsabilità, l’impegno e l’unità si possano ottenere grandi risultati: l’altro ingrediente è la preghiera. «Non sono un profeta – ha affermato rispondendo al moderatore – Sono un poveretto che ogni giorno chiede a Dio che mi dia una bella pedata. E oggi pomeriggio pregherò che dia una pedata anche a voi cittadini di Oderzo»: questo perché «Abbiamo bisogno tutti della “dolce pedata di Dio”, per evitare che qualcuno si senta arrivato! Io a settantatré anni sono ancora qui che mi interrogo, perché i dubbi sono più sani delle certezze: se incontrate qualcuno che dice di aver capito tutto, salutatemelo e cambiate direzione».

«Da anni ce la metto tutta per “saldare la terra con il cielo”», ha continuato; per questo i suoi riferimenti principali sono due, il Vangelo e la Costituzione italiana. Infatti «Nel Vangelo c’è molta politica, ma è la politica del Concilio Vaticano II, la politica che ci ricorda papa Francesco». Il vangelo parla di politica quando denuncia i soprusi e le ipocrisie: dall’altra parte invece «c’è molto Vangelo nella Costituzione, quando essa stabilisce la pari dignità delle persone, il loro diritto a vivere in pace, la giustizia».

«Il Vangelo dice che non si può amare Dio se non si amano le persone», e come punto di riferimento ha indicato un tesoro di cui si parla ancora troppo poco, la Dottrina Sociale della Chiesa: «Ci invita a metterci in gioco: da questo deriva tutto il resto». Il relatore, da buon “parroco della strada”, arriva pure a commentare il Vangelo del giorno, la chiamata di Pietro (Lc 5,1-11): «Quelle parole sono un invito a guardare oltre le difficoltà del momento e le delusioni per i nostri fallimenti. Lo Spirito ci dà continuamente la forza per ripartire, ed assumerci ancora una volta le nostre responsabilità con rinnovata passione».

Don Ciotti ha provocatoriamente auspicato per questo motivo la futura “fine del volontariato”, che avverrà quando non ci sarà più alcuna distinzione tra esso e la cittadinanza: perché «È dovere di un cittadino, e a maggior ragione di un cristiano, essere volontario, ovvero mettere a disposizione una parte del proprio tempo per gli altri».

Don Luigi Ciotti, in qualità di fondatore di “Libera contro le mafie”, in questo periodo si trova spesso in Triveneto per partecipare a degli incontri in vista del prossimo 21 marzo, giornata che su iniziativa proprio di Libera dal 1996 è dedicata al ricordo delle vittime innocenti di mafia. Tra questi, due incontri sono stati organizzati nella nostra diocesi: una conferenza a Oderzo domenica scorsa e un’altra a Conegliano che si terrà mercoledì 20 al teatro Accademia; questo perché la manifestazione nazionale organizzata da Libera il 21 marzo, che si tiene ogni anno in una regione diversa, quest’anno si svolgerà a Padova. In contemporanea, l’elenco dei nomi di tutte le vittime di mafia sarà letto in centinaia di luoghi in tutta Italia.

L’Azione, domenica 17 febbraio 2019

I Caminesi e le eredità contese

Giovanni De Min, Francesco Ramponi consegna i feudi caminesi ai Procuratori di San Marco, Vittorio Veneto (TV), Museo della Battaglia, 1842-44 circa

Nel tardo pomeriggio di venerdì 11 maggio in biblioteca a Vittorio Veneto, Massimo Della Giustina del Circolo Vittoriese Ricerche Storiche ha presentato un documento finora sconosciuto che riguarda un’intricata vicenda di eredità del XIV secolo, la quale ebbe conseguenze rilevanti per la storia locale e non solo.
Siamo nel 1335: Rizzardo VI da Camino (la cui celebre arca si trova nella chiesa di Santa Giustina a Serravalle) muore senza figli maschi, condannando così all’estinzione il sedicente “ramo superiore” della famiglia.
Perché “sedicente”? Perché gli storici contemporanei, e tra questi i membri del Circolo, ritengono che la separazione tra Caminesi “di sopra” (quelli i cui interessi gravavano intorno a Serravalle e le prealpi) e Caminesi “di sotto” (quelli residenti nell’opitergino-mottense), sebbene comunemente accettata in realtà non sia mai realmente sussistita: tale credenza è dovuta ad una falsificazione di documenti di cui parleremo a breve.
È a questo punto che nasce una controversia sull’eredità di Rizzardo, contesa da una parte dai Caminesi del “ramo di sotto”, legittimi eredi, e dall’altra dal vescovo di Ceneda, il bolognese Francesco Ramponi, controverso personaggio sul quale gravano accuse di simonia, concubinato e, di lì a poco, pure una scomunica: quest’ultimo infatti concede i castelli del defunto in feudo alla Repubblica di Venezia, facendo ampio uso di documenti falsi che tra l’altro sostengono che ogni ramo del casato Caminese non possa reclamare l’eredità dell’altro.
Nella disputa si inseriscono anche gli Scaligeri, all’epoca in guerra con i trevigiani, il Patriarca di Aquileia e infine la Curia Romana, chiamata a dirimere la questione.
Il papa sceglie come proprio delegato Nordio da Grava, abate di Follina, autorità ritenuta sopra le parti, il quale emette la sentenza che è stata l’oggetto principale dell’incontro: un documento datato 9 ottobre 1338 che, come prevedibile, dà ragione ai Caminesi e torto al Ramponi.
Della Giustina si è chiesto come sia possibile che tale verdetto sia stato del tutto ignorato sia dai giuristi dell’epoca sia dagli storici che nei secoli successivi studiarono la vicenda, compreso il trevigiano Girolamo Biscaro che nel 1925 pubblicò il più puntuale ed ancora valido studio sul tema.
La vertenza prosegue con vari colpi di scena, tra i quali dei tentativi di corruzione portati avanti da entrambi le parti, e un attentato fallito ai danni del vescovo ordito dai Caminesi con il benestare del patriarca di Aquileia, desideroso di espandere la propria influenza in sinistra Piave. Quest’ultimo, impugnando una disposizione testamentaria di Rizzardo IV da Camino (il figlio del “buon Gherardo” citato nella Divina Commedia) per poco non riesce ad ottenere i territori del cenedese: fallisce a causa del notaio che nel 1312 aveva rogato il testamento il quale, corrotto dai veneziani, dichiara il falso.
Alla fine a spuntarla sono Ramponi e Venezia: la famiglia da Camino, penalizzata dalle mutate condizioni politiche, per non perdere l’intera eredità nel 1343 rinuncia definitivamente a Serravalle ottenendo in cambio l’investitura di alcuni castelli secondari della zona.
Serravalle fu la prima significativa acquisizione territoriale che la Repubblica di Venezia fece nell’entroterra. La prima in assoluto riguardò Motta di Livenza nel 1291; essa però si trovava al confine con il cosiddetto “Dogado”, ovvero la fascia costiera già da tempo sotto il controllo del Doge.
Circa un secolo e mezzo dopo i domini della Serenissima si estendevano in tutto il Veneto e Friuli, e in parte del Trentino, della Lombardia e della Romagna.
Solo in apparenza quindi questa potrebbe sembrare una questione locale: in realtà, come si è visto, segnò un punto di non ritorno nella storia del Veneto e, di conseguenza, dell’Italia.
Da segnalare la brillante esposizione del relatore, il quale è riuscito a rendere sufficientemente comprensibile un argomento che risulta ostico anche per gli specialisti.

L’Azione, domenica 10 giugno 2018

Il panevin. Ma perché?

Sarà, ma io col passare degli anni sono sempre più insofferente nei confronti dei panevin.
Parliamo di un vero e proprio rito, nato in epoca antichissima, che ha travalicato i secoli e le culture (in fondo anche la pseudo-profezia della fine del mondo nel 2012 faceva riferimento ad una specie di “panevin Maya”), fino ad arrivare ai giorni nostri. Com’è potuto accadere questo?
Perché, nonostante i tanti cambiamenti che hanno segnato la nostra storia, l’accensione del grande falò all’inizio dell’inverno ha sempre rappresentato un’autentica espressione spirituale di un mondo legato alla natura e ai suoi cicli. Un mondo che per la natura aveva rispetto, ma non necessariamente perché era migliore del nostro: semplicemente dipendeva ancora molto da essa, e anche volendo non possedeva ancora i mezzi per oltraggiarla.
Oggi, che possiamo andare al supermercato la domenica e comprare frutta tropicale fuori stagione coltivata a migliaia di chilometri di distanza da contadini probabilmente sfruttati, cos’è rimasto di quel mondo?
Niente.
E i risultati si vedono: il 5 gennaio ormai nessuno va a ciamàr panevin, anche perché nessuno ormai sa cosa significa. Piuttosto si va ad una manifestazione che si ripete stancamente, dove si può (o si rischia di) incrociare qualcuno che non si vede da tempo, ci si libera di un po’ di rifiuti in modo inappropriato, si sparano petardi e fuochi d’artificio. E, soprattutto, si mangia e si beve gratis.
Fare i panevin, nel nostro mondo, non significa più rispettare le tradizioni.
È solo accanimento terapeutico.