Giovanni Betto, dal teatro al cinema

fonte: Circolo Cinematografico Enrico Pizzuti

Tra gli attori non protagonisti di Finché c’è prosecco c’è speranza figura anche l’attore coneglianese Giovanni Betto, che abbiamo contattato per farci raccontare questa sua piccola prima esperienza cinematografica.

Come sei finito a fare il film?
Come un perfetto sconosciuto: mi sono iscritto al casting. Poi è successo un piccolo disguido: il giorno prima dei provini mi ha chiamato un’amica dicendo che stavano cercando qualcuno disposto a “dare le battute” ai partecipanti al casting (i quali in sostanza fanno il provino rispondendo a un attore); ho dato la mia disponibilità specificando però che avrei sperato di partecipare anch’io… Dopo due ore la produzione del film mi ha chiamato dicendo che c’era stato un errore e che avrei fatto il provino.

E quindi?
Ho fatto il provino col regista, il qualche mi ha fatto recitare due-tre volte qualche battuta che mi avevano mandato il giorno prima, e poi gli ho raccontato chi sono e cosa faccio nella vita: due giorni dopo mi ha chiamato il produttore dicendomi che il regista mi voleva per la parte. Evavamo in cinque a contendercela; era la prima volta che partecipavo ad un casting, peraltro in un luogo che non mi aspettavo: il municipio di Conegliano. Per il teatro non ne avevo mai fatti.

Che differenza hai riscontrato rispetto alla recitazione a teatro?
Non credo di poter rispondere a questa domanda visto che il cinema l’ho solo sfiorato, avendo una parte minore: non avevo ottanta scene su centodieci come il protagonista Giuseppe Battiston, e un impegno quasi quotidiano sul set. In cinque settimane di riprese sono stato presente cinque giorni, con scene da sei-sette battute: potrei dirti che insomma è stata un’esperienza rilassante, quasi di divertimento; non ho conosciuto la fatica del set.
Diciamo che dopo questa mia piccola esperienza posso dire che a teatro si fa più fatica: è tutto in diretta e non si può sbagliare, c’è una tensione emotiva diversa. Ma è stato interessante vedere da dentro questa macchina enorme che si muove, con molta tecnica e precisione… e con tempi lunghissimi: si viaggiava a tre-quattro scene a giorno.

Eppure non sembravano scene particolarmente complesse.
Non è esatto. Mi sono reso conto che quello che uno vede sullo schermo è molto poco: due minuti di film corrispondono a una scena ripetuta una decina di volte, tagliata e montata.

Qual è la tua opinione sul film e sul suo tema?
Secondo me è un film garbato, e dal mio punto di vista è uno dei suoi punti di forza. Delle persone hanno storto il naso perché ritengono il film un grosso spot per i produttori di vino, o perché non ha calcato molto sul problema dei pesticidi, ma io non credo all’arte che approccia certe tematiche in modo urlato, con una certa violenza, seppur verbale: non funziona. Secondo questo approccio me funziona meglio: quello che voleva dire il film viene detto con stile e con frasi precise, per esempio “Non si chiede alla terra più di quello che ci può dare”. Il messaggio insomma è chiaro se lo si vuol capire. La sua è una denuncia tranquilla: non mi sarebbe piaciuto un film che strepita.

Sei soddisfatto della tua prova di attore?
Mannaggia! Mi hanno tagliato una bella scena, ma il film una volta montato durava due ore e cinque minuti, per cui hanno dovuto tagliare mezz’ora. Nonostante questo sono rimasto contento… e credo anche di essermela cavata bene.

Che riscontri hai avuto dal pubblico?
Certo, io sono di parte, ma ho letto commenti in rete e messaggi sul mio telefono numerosi e mediamente entusiasti. Il primo giorno di programmazione ho avuto notizie da Treviso, Pordenone e Conegliano di gente rimasta fuori dai cinema, e il film è stato distribuito in più sale del previsto. Ho letto una bella recensione ne “Il Foglio”, e anche Marzullo ne ha parlato bene; certo non entrerà nella storia, ma è un buon film che mostra la bellezza e allo stesso tempo la fragilità del nostro territorio.

L’Azione, domenica 26 novembre 2017

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Venezia ladrona


Ovvero: considerazioni non richieste sul referendum per l’autonomia di domani

Il giorno in cui finalmente deciderò di terminare e pubblicare il mio secondo libro di storia locale, toglierò dal dimenticatoio qualche vecchio aneddoto che, sebbene alle orecchie di noi contemporanei suoni forse un po’ buffo, ben rappresenta i rapporti che sussistevano ai tempi dei Dogi tra la classe dirigente e la popolazione locale intorno ad una vecchia cittadina dispersa nella campagna veneta.
Che rapporto c’era all’epoca tra Venezia e, per esempio, Verona, Corfù, Belluno, Spalato, Pordenone o Scutari? Semplificando, la posizione geografica rispetto a essa, e le risorse che a essa potevano offrire queste città, le quali erano trattate né più né meno come colonie.

La Repubblica di Venezia era sicuramente uno stato all’avanguardia sotto molti aspetti. E aggiungiamo pure che il Veneto da solo può vantare una tradizione, perlomeno nei campi della pittura, della scultura e della musica classica, più importante di quella della Gran Bretagna, che pure è stata a lungo la nazione più potente del mondo: ci pensiamo mai a questo?
Ma non era tutto oro quello che luccica: se andiamo a vedere come si chiamavano per esempio i podestà o i vescovi trevigiani e cenedesi dell’epoca, troviamo cognomi come Correr, Morosini, Badoer, Mocenigo, Grimani, Contarini, Zorzi, Giustiniani… cognomi non molto “razza Piave”, insomma.
Sostanzialmente Venezia incamerava le risorse naturali dell’entroterra per alimentare la propria macchina economica e bellica, lasciando le briciole agli enti locali. Inoltre piazzava uomini del proprio patriziato in tutti i posti di potere. E se questo patriziato da una parte riempì le nostre terre di splendide ville (patrimonio che non viene valorizzato adeguatamente) e finanziato artisti, dall’altra dimostrò una scarsa vena imprenditoriale, preferendo vivere di rendita piuttosto che investire le proprie sostanze nello sviluppo del territorio: una politica, quest’ultima, che avrebbe di certo aiutato il Veneto ad uscire dalla miseria in anticipo, cambiando probabilmente la storia dell’Italia intera.

Le parole sono importanti, diceva Nanni. Ma anche i simboli. E, come potete vedere dall’immagine qui sopra, la Lega Nord ha scelto come simbolo propagandistico per il referendum NON la bandiera del Veneto (ovvero questa) ma proprio lo stendardo della Serenissima (ovvero questo). Parliamo di due simboli graficamente simili, ma dal significato molto diverso.
In sostanza il partito ci sta chiedendo di votare sì al referendum di domani per chiedere allo Stato autonomia e federalismo, proponendo allo stesso tempo un modello di stato centralista e, diciamolo, pure oppressore.
Robe che, se lo stesso partito fosse esistito nel Settecento, avrebbe probabilmente gridato “Venezia ladrona”.

Non ci trovate una leggera contraddizione in tutto questo? Eppure l’uso di questa simbologia non è casuale: è stata una scelta certamente ponderata. Dovuta a cosa? Sarebbe molto interessante saperlo: scarsa conoscenza della storia tra i quadri dirigenti del partito, o scarsa considerazione che il partito nutre nei confronti dell’intelligenza dell’elettorato?
Sperando vivamente in una opzione C, non posso non notare una certa dozzinalità di fondo nell’affrontare un tema importante come quello dell’autonomia.

Già, perché di fronte a condizioni di partenza diverse penso proprio che avrei votato sì. D’altronde, come sostiene Marianella Sclavi, per capire il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista: io le argomentazioni più convincenti riguardo all’autonomia veneta le ho sentite pronunciare due anni fa nientemeno che da un giovane medico calabrese residente in Emilia Romagna. Egli, dal suo punto di vista di meridionale emigrato, sosteneva quanto sia doveroso che come minimo il Veneto sia regione autonoma, vuoi per lo spirito dei suoi abitanti così diverso da quello degli altri italiani, vuoi per il fatto che si trova ai confini due regioni autonome i cui privilegi sono una tentazione non da poco per i comuni periferici (leggi Sappada, Meduna di Livenza, Cinto Caomaggiore, Cortina d’Ampezzo, eccetera).

Chi è contrario alle ragioni del sì sostiene che per un principio di equità è giusto che chi è più ricco (in questo caso Veneto e Lombardia) paghi di più. Verissimo: ma per lo stesso principio è giusto che anche Friuli e Trentino abbiano lo stesso trattamento; inoltre è quantomeno necessario un taglio agli intollerabili sprechi della Regione Sicilia. Quindi la mia opinione è questa: o venti regioni autonome, o nessuna.

Non ho quindi dovuto aspettare Enrico Mentana per sentire delle argomentazioni di buon senso e disinteressate apparentemente in favore del sì di domani. Perché apparentemente? Perché, visti questi presupposti, e visto il carattere meramente consultivo della consultazione, un sì plebiscitario al referendum non gioverebbe in automatico alla causa autonomistica. Ma sicuramente legittimerebbe ulteriormente una classe dirigente che non merita affatto di essere ulteriormente legittimata.

Stiamo sempre a lamentarci di Roma, dei terroni, delle regioni autonome, della Merkel, degli immigrati, ma vi ricordo che i responsabili dei casini del MOSE, della Pedemontana e di Veneto Banca sono venetissimi (e, in un modo o nell’altro, collusi con la politica). E sono venetissimi anche gli amministratori locali che, nonostante i buoni propositi, continuano da ormai quarant’anni a fare scempio del territorio, facendo crescere quel deprimente continuum di capannoni e asfalto che ormai fa parte del nostro paesaggio tipico.

Il Veneto oggi ha bisogno di una forte discontinuità politica, etica e culturale rispetto al passato e al presente. E votando sì domani non si vota per l’autonomia: si vota per la continuità.

Ai sostenitori del sì, che dicono che quella di domani è un’occasione da non perdere, io rispondo: mettetevi il cuore in pace, che questa occasione l’abbiamo già persa.

La mia su “Blade Runner 2049”

*** Avvertenza: niente spoiler, ma per questo mi tocca essere un più vago del previsto. ***
Blade Runner lo vidi per la prima volta al liceo in lingua originale con la prof di inglese e fu subito amore a prima vista, per questo rimasi un po’ perplesso quando seppi che sarebbe stato prodotto un seguito, peraltro a così ampia distanza (trentacinque anni).
A mio dire, la migliore fantascienza è quella che, col pretesto di mostrarti il futuro, ti interroga sul presente. Quel che ci mostra Blade Runner 2049 è principalmente l’amore, e la solitudine, ai tempi dell’intelligenza artificiale. E, anche per questo, solleva un grande interrogativo: cos’è umano? E cosa non lo è?
Si tratta di temi già sviscerati dal film cult del 1982; la nuova pellicola si spinge addirittura oltre, fino a portarli alle estreme conseguenze. Ma per il resto parliamo di due film assai diversi.
Denis Villeneuve e soci intelligentemente hanno scelto di “prendere le distanze” dal primo film, evitando così un aperto confronto dal quale ne sarebbero usciti inevitabilmente sconfitti. Ci propongono quindi una storia molto diversa da quella dell’illustre predecessore (vero, J. J. Abrams?), con richiami alla vecchia pellicola che sono funzionali alla narrazione, quindi niente mere citazioni atte solo a far arrapare i fan (vero, J. J. Abrams?).
In sostanza, BR2049 riesce bene dove Star Wars: il risveglio della Forza ha dato invece risultati altalenanti. Impossibile non pensare all’episodio VII della saga di Guerre Stellari soprattutto per due motivi: in primo luogo per la presenza di Harrison Ford, che torna a rivestire i panni di un personaggio che lo rese celebre negli anni ’80; in secondo luogo, per una questione etica che sarà sempre più rilevante nell’industria cinematografica del futuro: è giusto ringiovanire, o addirittura resuscitare, un attore “incollandone” i lineamenti sul corpo di un altro grazie alla CGI? Un dilemma che, a pensarci bene, si sposa benissimo con i contenuti di questa pellicola.
Ottima anche la fotografia, spesso assai lontana dalla cupa claustrofobia del primo film, il quale si scontrava per forza anche con la limitatezza degli effetti speciali dell’epoca. Da segnalare poi il ritorno di un’ambigua figura cristologica (Il maestoso Rutger Hauer che andava incontro alla morte crocifiggendosi da solo lascia spazio ad un Jared Leto nei panni di un imprenditore-divinità).
Bene anche l’onnipresente Hans Zimmer che commenta musicalmente il tutto come si deve: certo, se vi aspettate un tema immortale tipo quello di Vangelis per i titoli di coda del vecchio film, rimarrete delusi (ma, ahinoi, l’epoca delle grandi colonne sonore per il momento è sospesa, sappiatelo). Idem se sperate in qualche dialogo memorabile alla “Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”.
In conclusione: dare un degno seguito a un filmone come Blade Runner era un’operazione molto rischiosa. Ma a mio dire difficilmente si poteva fare di meglio. Promosso, decisamente.

“Fuori dal cinema”, serate di musica e sport

“Fuori dal cinema” e “Adotta un videoproiettore”: sono queste le iniziative in corso al Circolo Cinematografico Enrico Pizzuti di Oderzo. Ci spiega di cosa si tratta Paolo Pizzuti, attuale presidente del circolo stesso.
«Il circolo ha cambiato denominazione due anni fa – ci spiega – per volontà dei vecchi soci che vollero così onorare la memoria di mio padre, presidente e proiezionista ai tempi della vecchia denominazione. Ci siamo così dati degli obbiettivi: il primo il cinema, avendo avuto l’autorizzazione del parroco di tornare a usare la sala Turroni dopo i restauri alla stessa. Ma poi pensammo: perché non allargare ad altre forme d’arte come la musica o il teatro? E così abbiamo fatto, a partire dal settembre 2015. L’estate successiva abbiamo voluto concretizzare questa nostra volontà di spaziare con “Fuori dal cinema”, un festival che si chiama così in due sensi: perché si tiene fisicamente all’esterno della sala, e perché non c’è cinema, anche se qualcosa di cinematografico riusciamo ad inserirlo».
Qual è la formula?
«Sia l’anno scorso che quest’anno è composta da due serate di musica, e da una terza generica, in entrambi i casi a carattere sportivo. L’idea è portare l’atmosfera intima del cineforum all’esterno con una proposta diversa».
Com’è stato il riscontro di pubblico? E ve lo aspettavate?
«Ogni sera è cresciuto, perché tanti passavano di là per caso e poi tornavano la volta dopo. Siamo partiti da 100-120 e siamo arrivati all’ultima sera con picchi di duecento, finendo le sedie. Più che aspettarselo diciamo che lo speravamo… Inoltre si tratta di un pubblico diverso da quello che frequenta il cineforum nei mesi invernali e che speriamo, in questo modo, di agganciare, proprio com’è avvenuto con il corso di cinema tenuto recentemente da Elena Grassi».
Spiegaci l’iniziativa “Adotta un proiettore”.
«Dopo la ristrutturazione il Turroni formalmente non è più un cinema, non avendo più una sala proiezioni, ed ha un proiettore a soffitto la cui qualità a mio dire non è adatta ad una fruizione cinematografica, e questo mi è stato confermato da esperti del settore. È giusto che, se invitiamo registi di livello, la qualità dell’immagine dei loro film sia all’altezza. Abbiamo quindi pensato di prendere un proiettore professionale da una ditta di Crocetta di Montello che serve i cinema della zona: lo abbiamo provato con loro e il risultato è stato tutta un’altra cosa. Il preventivo è di circa settemila euro: mille intanto li mettiamo noi, il resto puntiamo a raccoglierlo entro novembre con una raccolta fondi. Se riusciamo ad andare oltre potremo cambiare anche lo schermo. Stiamo pubblicizzando l’iniziativa in ogni modo, anche cercando testimonial: il primo ad accettare è stato Natalino Balasso».
Il tutto sarebbe di proprietà della parrocchia.
«Ne abbiamo parlato anche con mons. Pierpaolo ha dato parere favorevole e ci darà una mano; il proiettore sarà ad uso esclusivo della sala ma a disposizione di tutti coloro che la useranno».
Come si può contribuire?
«Si può pagare in due modi, entrambi sicuri, nel nostro sito internet. Tutti i donatori che offriranno dai 50 euro in su riceveranno un invito ad una serata riservata. Se non raggiungeremo la cifra tutto sarà restituito».
“Fuori dal cinema” inizierà venerdì 23 giugno con il concerto del cantautore veneziano Marco Iacampo; secondo appuntamento il 29 con l’ensemble multietnico Safar Mazì. Ultimo appuntamento sabato 8 luglio con Manolo, celebre arrampicatore e simbolo dell’alpinismo italiano.

L’Azione, domenica 25 giugno 2017

La festa di Trql, cioè… tranquilli

Sarà per la strana sigla che gli fa da nome, sarà per il logo vagamente alla Keith Haring, fatto sta che l’associazione TRQL Onlus non passa certo inosservata. Il 17 giugno al parco delle piscine di Oderzo organizzerà la terza edizione di TRQL Soundcheck: scopriamo insieme cosa fa con Paolo Ragonesi, portavoce del gruppo.
«L’associazione TRQL nasce da una compagna di amici che iniziarono a trovarsi dal bar alla Marisa a Oderzo che avevano tredici anni ed hanno continuato fin quando ne avevano quasi trenta, poi ognuno ha preso la sua strada. Tre anni fa mi è venuto in mente di ricontattare i cinque fondatori di quella compagnia per fargli una proposta: siamo stati fortunati a far parte di un gruppo che ci ha tenuti lontani da brutte strade; perché quindi ora, che abbiamo 45 anni, non ci ritroviamo e proviamo a fare del bene per gli altri?
Così abbiamo fondato una ONLUS e iniziato a fare delle raccolte alimentari, la prima per i Cappuccini di Conegliano, e delle missioni mirate di beneficenza “face to face”, ovvero raccolta dei soldi e consegna diretta alla persona interessata».
Ma la sigla cosa significa?
«La nostra compagnia veniva chiamata “I tranquilli”, e TRQL era un po’ il nostro… codice fiscale».
E poi è nato il TRQL Soundcheck.
«Esattamente. Questo è il terzo anno che facciamo questo evento, sempre nel sabato di metà giugno. La prima volta fu per aiutare Gregory, un ragazzo di Oderzo affetto di distrofia muscolare Duchenne; abbiamo raccolto 2500 euro che abbiamo consegnato alla famiglia. L’anno scorso aiutammo l’associazione delle famiglie che hanno figli con questa patologia, e frequentando questi ambienti ci è venuta l’idea del parco inclusivo».
Ovvero?
«Non sapevamo nemmeno cosa fosse. Volevamo fare un parco giochi per disabili, ma ci dissero che non è una bella cosa perché i bambini disabili devono giocare insieme ai normodotati, affinché non siano discriminati. Così ci siamo informati, abbiamo fatto un progetto e lo abbiamo presentato in Comune dicendo: se noi compriamo le giostre, ci date un posto dove metterle? Così è stato individuato il parco di viale Città di Pontremoli. Da lì sono partite tante idee, tra cui una di riqualificazione dell’intera area ma che avrebbe costi proibitivi».
E allora?
«Abbiamo avuto una sorpresa: due imprenditori hanno letto sui giornali cosa avevamo in mente ed hanno deciso di aiutarci. Tenete conto che la giostra di un parco inclusivo costa dai 3500 ai 5000 euro. Loro ne comprano due, e anche il Rotary Club di Oderzo ha deciso di contribuire. E l’amministrazione comunale ci sta facilitando in vari modi».
Quest’anno cosa ci dobbiamo aspettare?
«Essendo una raccolta fondi, la nostra parola d’ordine è “raccogliere e non spendere”. Tutti quelli che collaborano con noi lo fanno gratuitamente: io mi occupo della musica, poi ci sono cinque cuochi, un elettricista, eccetera. Il nostro scopo è organizzare una bella giornata e vendere più panini possibili; poi pagheremo il service, il SUAP, la corrente e le spese fisse e il giorno dopo reinvestiremo tutto il resto per questi giochi».
E quando li vedremo?
«Due li acquisteremo subito dopo il festival e li aggiungeremo al parco giochi già esistente. E il resto a suo tempo».
Appuntamento quindi per sabato 17 giugno: la mattina per “TRQL Run”, marcia non competitiva di 5 e 10 chilometri, e dalle 18 a mezzanotte per la festa.

L’Azione, domenica 18 giugno 2017

A Gaiajazz musica con i giovani

Foto di Marco Fadelli

Il 3 giugno a Portobuffolé è partita la quinta edizione di Gaiajazz, festival musicale di cui scopriamo le peculiarità con l’opitergina Laura Finotto, presidente di Dotmob, l’associazione organizzatrice.
«Siamo nati cinque anni fa, confrontandoci con dei professionisti in campo musicale, grafico e non solo. L’idea era trasmettere alla generazione più giovane, più o meno quella che ha finito le superiori, le nostre competenze. Come? Con dei progetti legati alla realizzazione della nostra rassegna musicale. Dalla raccolta fondi ai contatti con eventuali sostenitori, dalla conoscenza dei regolamenti ai rapporti con gli enti pubblici. E poi con atti più concreti come anche la preparazione del palco e l’allestimento delle sedie… Con tutte le difficoltà che ci stanno dietro».
Com’è andata?
«E’ stata una bella esperienza per questi ragazzi. In cinque anni ne sono ruotati parecchi, visto che i loro impegni lavorativi e universitari hanno impedito ad alcuni di loro di seguirci a lungo. Abbiamo conosciuto tanti giovani, musicisti, aziende e così si è creata una specie di microeconomia: i musicisti che vanno pagati, le aziende che sposano un progetto culturale, e certi ambienti che sono stati valorizzati, a partire dall’Osteria dei Giusti e l’hotel Villa dei Carpini di Camino che sono i primi esercizi che hanno creduto a questo progetto».
I privati che vi sostengono quindi non mettono solo dei soldi in cambio di un logo nel cartellone…
«No. Infatti negli anni abbiamo sempre più creato delle situazioni che potessero mettere in luce le caratteristiche degli sponsor, che vanno dall’intervista all’intervento durante una conferenza. E poi la mostra fotografica “Focus”, che facciamo da due anni, e che consente a giovani fotografi di entrare nelle aziende, con tutti i disagi che questo può comportare. Ovviamente si tratta di privati che capiscono il progetto e si mettono in gioco».
Da cosa deriva il nome “Gaiajazz”?
«Quando siamo partiti eravamo a Camino ed eravamo a maggioranza donne. Così abbiamo voluto omaggiare una donna che, verità o leggenda che sia, ha sfidato le convenzioni del suo tempo, cioè Gaia da Camino».
Ed ora siete a Portobuffolè.
«E abbiamo trovato Gaia anche lì, finendo per sposare quella che è la vita culturale del paese. E rimanendo sempre aperti alla comunità, e al mondo del lavoro: quel che facciamo non è di nicchia, comprensibile solo ad un pubblico ristretto. I nostri concerti sono informali, e ci puoi venire coi pantaloni corti e coi bambini… Il nostro non è un jazz da intellettuali».
Ma comunque rispetto ai primi anni avete alzato il tiro.
«Certamente, ma solo dal punto di vista della qualità; la fruizione è rimasta la stessa. L’esperienza, e gli sponsor, ci hanno concesso questo. Ma anche di raccontare meglio le aziende che credono nel progetto».
Gaiajazz ha iniziato nel 2013 con musicisti di ottimo livello, ma del territorio; col passare degli anni ha portato anche jazzisti di fama nazionale come Francesco Bearzatti, Guido Pistocchi, Rita Marcotulli o Marco Tamburini. I prossimi appuntamenti di quest’anno saranno con lo sloveno Zlatko Kaučič sabato 10 giugno, alcune band emergenti il 17 e infine il percussionista americano Ray Mantilla il 24; con un sovrapprezzo al biglietto di ingresso sarà anche possibile cenare in loco.

L’Azione, domenica 11 giugno 2017

LegalAid, consigli legali gratuiti

Francesco Altinier è uno studente di Fontanelle (Treviso), al quinto anno di Giurisprudenza, che per essersi inventato un’attività legata al suo corso di studi ha attirato l’attenzione perfino di Barbara Ganz, giornalista del Sole 24 Ore.
Di che si tratta? Ce lo spiega lui: «Mi sono inventato un modo per dare una risposta a delle esigenze: un’esigenza mia innanzitutto, ma anche di tante persone che incontro».
Così è bastato trovare un nome che richiamasse l’assistenza legale americana, e un logo adatto, ed è nato LegalAid.
«Avvertivo l’esigenza di integrare il mio corso di studi con delle attività pratiche, visto che non ne prevede  – racconta Francesco. – Arriviamo a prendere in mano un atto solo dopo la laurea, al momento del praticantato: per cinque anni si fa studio teorico e astratto, e non si sa com’è fatto un atto o un contratto».
In cosa consiste la tua proposta?
«Ci sono una serie di esigenze che chiunque può avere, le famose “pratiche burocratiche da sbrigare”, che a volte non sono affatto semplici da risolvere. Una famiglia o una piccola impresa potrebbe non avere il tempo e le competenze per farlo, così io pongo gli strumenti che ho acquisito in questi cinque anni e dico: presentami la problematica; io la studio, e vedo se c’è la possibilità di agire per via extragiudiziale. Se c’è, te lo consiglio, te lo predispongo, altrimenti ti consiglio di andare da un professionista. Questo mi porta a toccare materialmente con mano problemi pratici, e di sgravare chi si rivolge a me di preoccupazioni».
Ma Legal Aid è… legale?
«Sì, perché io do una consulenza gratuita da studente. Il mio è il parere di una persona che non ha ancora un titolo, che può essere preso in considerazione come no. Non posso sostituire un avvocato, ma per esempio posso scrivere correttamente una lettera o una raccomandata alla ditta che ti fornisce il servizio telefonico, conoscendo le clausole del contratto. Una diffida, o una costituzione in mora di un fornitore, la può fare anche un imprenditore, ma magari non lo sa o non sa come scriverla. Allora viene da me. Un problema può toccare più aspetti: civile, amministrativo, legale. Sai gestirli? Quali sono le tempistiche? A chi ti rivolgi? Io posso dare queste risposte».
Il tuo “guadagno”, quindi, è in esperienza.
«In esperienza è in relazioni: un avvocato vive di relazioni, e chi più ne ha meglio resta sul mercato».
Come ti è venuta questa idea?
«Un’amica si è rivolta a me perché la madre aveva preso una multa per divieto di sosta a Milano, pur essendo quel giorno al lavoro a Conegliano. Avrebbe dovuto ricorrere al giudice di pace a Milano, pagare un avvocato che lo facesse al suo posto o pagare la multa. Io le ho proposto una strada non sicura ma economica: inviare una raccomandata richiedendo un annullamento in autotutela, allegando un certificato del datore di lavoro. Ho scritto la lettera utilizzando riferimenti normativi precisi e allegando la normativa, sapendo che avrebbe anche potuto essere cestinata. Invece i vigili hanno ammesso l’errore e annullato la contravvenzione».
Come sei finito nel blog del Sole 24 Ore?
A Oderzo tempo fa l’Azione Cattolica organizzò la presentazione di “Io non voglio fallire”, il libro di una imprenditrice, Serenella Antoniazzi. Allora le dissi che se l’avessi conosciuta prima le avrei potuto dare dei consigli per risolvere i suoi problemi. Mi ha ascoltato, mi ha dato fiducia, ed è stata lei a mettermi in contatto con Barbara Ganz. A dimostrazione che le relazioni portano a risultati inaspettati».

L’Azione, domenica 9 aprile 2017