Lettera aperta al manifestante pacifico (o pacifista)

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Caro manifestante NoExpo, pacifico o pacifista,

ti scrive uno che, verosimilmente, sarebbe d’accordo con te non dico su tutto, ma su alcune cose sì. Magari anche su molte cose. Mentre scrivo queste parole ho in testa le immagini di ieri delle devastazioni di Milano, e non posso che essere in collera pure con te, sebbene volessi manifestare pacificamente.

Vedo già che in queste ore tanti miei connazionali, secondo un copione già visto e rivisto, starà facendo di ogni erba un fascio definendoti finto rivoluzionario con l’iPhone, vigliacco, zecca comunista, imbecille, figlio di papà, pezzo di merda, teppista, eccetera. I più colti lo faranno citando quel vecchio pezzo di Pierpaolo Pasolini in cui si schierava dalla parte dei celerini. Tanti auspicheranno, anche per te che non eri tra i violenti, punizioni esemplari che vanno dal pagamento dei danni alla pena di morte.

Beh, anche se Pasolini aveva ragione, io non sono tra quelli. Posso immaginare la tua rabbia e la tua amarezza per quanto è successo, e anche le tue giustificazioni: non ci devono paragonare ai black bloc; i media mostrano i delinquenti e non chi manifesta pacificamente; il governo, e chi ha interessi legati all’Expo, strumentalizza questi disordini per creare consenso intorno a sé. Magari ti stai spingendo anche oltre, insinuando che tra i manifestanti ci sono infiltrati vicini alle forze dell’ordine messi lì per fare disordine. In fondo lo faceva anche Cossiga, no?

Diciamo che su quest’ultimo punto si potrebbe discutere a lungo, ma per il resto le tue giustificazioni sono legittime. Ciò non toglie che se nel 2015 dobbiamo ancora assistere a spettacoli vergognosi come quello di ieri, la colpa è anche tua.

Ti spiego perché. Se scendi in piazza a protestare è perché dietro ad una grande manifestazione che sostiene di avvicinare le culture e di voler risolvere il problema della fame del mondo vedi contraddizioni, ipocrisia, speculazioni edilizie, corruzione, multinazionali, sfruttamento. Sei sensibile alle grandi ingiustizie del mondo; un mondo che non ti piace: ne vorresti uno migliore, dove al centro c’è l’uomo, e non i soldi, il potere, l’oppressione.

Ma allora, se quello che vuoi è il progresso, perché ragioni come un conservatore? Non capisci che anche tu, magari inconsapevolmente, fai parte di quel copione già visto e rivisto che citavo sopra? Di quell’ingranaggio che fa in modo che queste proteste si ritorcano contro a chi li organizza?

Per definire una persona all’antica si usa l’espressione “un uomo dell’Ottocento”. Ma ora che siamo ventunesimo secolo, bisognerebbe aggiornarla a “uomo del Novecento”. E in questa definizione tu, purtroppo, ci entreresti in pieno.

E allora svegliati. Il ’68 è finito da un pezzo. E anche il ’77. E permettimi di aggiungere: per fortuna.

Quelle stagioni le hanno vissute i nostri genitori o i nostri professori, e avevano anch’esse i loro lati oscuri e le loro contraddizioni. Ispirarsi ad esse è da nostalgici e pure un po’ da reazionari: ora, che ci piaccia o meno, siamo nella società dell’immagine, e basta un tizio qualsiasi con uno smartphone, o un presunto manifestante davanti a una telecamera, per rovinare la reputazione di un intero movimento. Smettila di frignare sostenendo che i media asserviti al potere mostrano solo le mele marce e non la maggioranza pacifica: è così ovunque, eppure negli Stati Uniti questa è diventata una foto simbolo, mentre in Italia questa è diventata una foto simbolo. La vedi la differenza? Da una parte la violenza gratuita di un poliziotto su una ragazza disarmata, dall’altra un figlio di papà col volto coperto che lancia un estintore. Secondo te la gente, guardando queste immagini, da che parte si schiererà?

Devi capire che le tue forme di protesta sono vecchie e controproducenti. Ci sono ormai svariati precedenti che lo dimostrano. E allora perché insistere su quella strada?

Per cambiare le cose bisogna parlare con la gente. Soprattutto con quelle che non hanno avuto la fortuna di poter studiare, o che per pigrizia non vanno oltre al TG in televisione. Le persone che votano Salvini, guardano il video della mamma di Baltimora, ascoltano Paolo Del Debbio, e credono che quella sia la parte giusta semplicemente perché nessuno gli spiega che l’alternativa non sono le auto bruciate e le vetrine infrante. Se invece vuoi proprio manifestare, fallo in modo nuovo: per esempio potresti seguire il consiglio (inascoltato) che diede Ernesto Olivero ai no global di Genova nel 2001: protesta seduto. A quel punto il violento o si siede o viene facilmente identificato e isolato.

Potrei continuare, ma mi sono dilungato abbastanza. E in passato avevo già scritto qualcosa sul tema. Non so se ti ho convinto o se sei d’accordo con me, so solo che se tu, come me, vuoi un cambiamento, devi essere il primo a dare l’esempio e cambiare.

Altrimenti fra trent’anni continueremo ad assistere all’ennesima replica non richiesta di questo brutto film. Con gli stessi attori: l’evento internazionale, il potere, i manifestanti, le auto bruciate, i politici, l’indignazione, gli editoriali. Io avrò superato i sessant’anni, e tu anche, o quasi. E tra quelli che parlano di zecche comuniste, o finti rivoluzionari con l’iPhone, vigliacchi, imbecilli, figli di papà, pezzi di merda, teppisti, eccetera rischieremo di esserci anche noi.

Italy vs USA

Affinità e (soprattutto) divergenze tra indignados americani e indignados italiani.
ITALIA


1. La manifestazione. Gli organizzatori optano per un lungo corteo per le strade di Roma, con conclusione e dibattito-comizio in piazza San Giovanni in Laterano. Durante il percorso una parte nettamente minoritaria dei manifestanti si distacca optando per un percorso alternativo, non autorizzato. C’è chi si dà al vandalismo, colpendo filiali di banche, negozi o automobili parcheggiate, chi si scontra con le forze dell’ordine; uno addirittura si dà alla profanazione, entrando con la forza in una canonica e distruggendo, in strada, una statua della Madonna. A Piazza San Giovanni la situazione degenera: scene di guerriglia urbana, camionette dei Carabinieri bruciate. Ovviamente il comizio previsto salta. Danni per migliaia di euro.
2. Grancassa mediatica. La sera e i giorno seguenti le immagini delle devastazioni fanno il giro del mondo. La foto di “Er pelliccia” che lancia l’estintore a volto coperto diventa il simbolo della protesta. Indignazione, in diretta e in differita, dei manifestanti pacifici, dei cittadini di Roma, di chi apprende la notizia da TV e giornali. Condanna bipartisan della politica. Paragoni, più o meno sensati, col Sessantotto italiano. Le sacrosante motivazioni dei manifestanti pacifici finiscono per essere quasi del tutto ignorate.
3. I giorni successivi. I politici di destra dicono cose di destra e propongono soluzioni di destra, non si sa quanto efficaci. Su internet qualcuno si nasconde dietro al dito denunciando complottisticamente la presenza di poliziotti infiltrati tra i violenti. La condanna delle violenze non è unanime, anzi: queste non vengono giustificate solo in siti web di area antagonista; succede anche che il matematico impertinente già menzionato qui in passato, dal suo blog ospitato da Repubblica difende i violenti e “assolve” la profanazione della Madonna.
4. I protagonisti. I giovani fermati dalla polizia sono stereotipi viventi, a tal punto che sembrano usciti dal disco de I Cani: buona famiglia, universitario più o meno fuori corso, facoltà umanistica, frequentazione di centri sociali, kefiah, barba e/o capello lungo, madre che dice “Non è possibile, mio figlio è un bravo ragazzo”. Con un buon avvocato ed un pizzico di buonismo all’italiana hanno ottime probabilità di farla franca, e i danni verranno pagati dalla collettività già costretta a subire, suo malgrado, gli infausti effetti della crisi internazionale. Ovvero la motivazione iniziale della protesta. E il cerchio si chiude.

STATI UNITI


1. La manifestazione. Si tengono manifestazioni in varie città del paese, ma il copione più o meno è sempre lo stesso: gli organizzatori optano per trovarsi in un luogo prestabilito, e lo occupano sedendosi per terra. E in un luogo occupato da centinaia/migliaia di persone sedute, il violento di turno non può far altro che sedersi a sua volta o andarsene, perché se “esercitasse” la violenza verrebbe facilmente identificato e bloccato dalla polizia o dagli altri manifestanti.
I manifestanti, seduti, cantano o lanciano slogan. Ed “arredano” il luogo occupato con simboli o cartelloni in modo da sfruttare al meglio l’effetto mediatico. Alla fine arrivano le forze dell’ordine e sgomberano l’area con la forza. I manifestanti seduti vengono irrorati abbondantemente con spray urticante dalle forze dell’ordine, come neanche stessero pompando un vigneto (vedi sopra).
2. Grancassa mediatica. La sera e i giorno seguenti le immagini della manifestazione fanno il giro del mondo. La foto della ragazza colpita in piena faccia a volto scoperto da un getto di spray al peperoncino diventa il simbolo della protesta. Indignazione, in diretta e in differita, dei manifestanti, dei cittadini, di chi apprende la notizia da TV e giornali. Qualche imbarazzo nella politica, mentre a Washington un Premio Nobel per la Pace finge (per il momento) di non vedere. Paragoni, più o meno sensati, col Sessantotto americano. Le sacrosante motivazioni dei manifestanti pacifici vengono discusse e comprese da migliaia di persone in America e nel resto del mondo.
3. I giorni successivi. Che cosa succederà nei prossimi giorni è facile prevederlo: il movimento degli indignados negli Stati Uniti ne uscirà più forte, compatto e determinato. L’opinione pubblica americana si sta schierando dalla parte dei manifestanti, solidarizzando con loro o almeno comprendendone le ragioni. Questo in Italia non è accaduto, e dare la colpa di ciò ai media e a ciò che hanno mostrato sarebbe da miopi. Sarebbe invece forse il caso di fare un po’ di autocritica, di imparare dagli americani e di smettere di vivere nel passato: fare una manifestazione nel 2011 ragionando come se si fosse nel 1968 o nel 1977 è quantomeno autolesionistico.
4. I protagonisti. I protagonisti, in questo caso, sono difficilmente etichettabili: l’impressione generale è quella di assistere alla mobilitazione di una massa indistinta di persone. Gente che ha in comune forse solo la consapevolezza di navigare nella stessa barca, e di pagare una crisi che non ha causato. Gente che non ha più nulla da perdere, ma che protesta con intelligenza, senza scimmiottare un passato che, per fortuna, è passato.

Schegge sanremesi – Parte V

In fondo Luigi Tenco non è l’unico “morto di Sanremo”. Nel 1978 all’Artison arriva Rino Gaetano, e partecipa alla gara non con l’irriverente Nuntereggae più come avrebbe voluto, ma con la più orecchiabile, politicamente corretta e furbetta Gianna. Il cantautore romano, investito da un successo meritatissimo, ma troppo rapido e travolgente, entra in un lungo tunnel che finirà improvvisamente addosso ad un camion lungo via Nomentana a Roma il 2 giugno 1981.

Anche Vasco Rossi è passato un paio di volte all’Ariston, nel 1982 (Vado al massimo, vedi qui sopra) e nel 1983 (Vita spericolata). In entrambi i casi sfida i fischi dell’austero pubblico sanremese con esibizioni volutamente provocatorie che non faranno altro che alimentare il suo mito… Così finisce la prima parte della sua carriera, a mio dire la più interessante. Da lì in poi successo e qualità dei suoi dischi procederanno in maniera (quasi sempre) inversamente proporzionale.

L’edizione del 1984 fa invece da trampolino di lancio alla carriera dell’allora ventunenne Eros Ramazzotti. Canta Terra promessa, la sua canzone più nota, brano che spicca per il suo testo veramente negativo (e se volete, in un altro momento, vi spiego pure il perché), ma che bene descrive la passività dei giovani dell’epoca. Comunque nella musica pop italiana degli ultimi 30 anni, forse solo i migliori 883 sono riusciti, meglio di Terra promessa, a scrivere dei pezzi nei quali si è identificata una generazione di giovani.

Terminiamo questa carrelata di schegge con l’ultima ciofeca del giorno. “Le canzoni del festival non rispecchiano i gusti dei giovani”, si diceva qualche anno fa. Allora via all’operazione svecchiamento, sulla quale cala la mefitica ombra di Maria De Filippi. L’edizione 2009 la vince Marco Carta, da lei lanciato, con un pezzo più insignificante che orecchiabile (vedi sopra): a consegnagli il premio alla finale è proprio la signora Costanzo. Viva la sfacciataggine. L’anno dopo fa il bis un altro “figlio di Maria”, Valerio Scanu, con l’impresentabile Per tutte le volte che, grazie agli sms dei bimbiminchia e con ogni probabilità ad un call center affittato ad hoc. L’alchimia, come abbiamo visto ieri sera, non ha funzionato per l’edizione di quest’anno. Ma di questo si parlerà nel prossimo post…

Schegge sanremesi – Parte IV

Nell’edizione del 1972 a Sanremo partecipano i Delirium, e sul palco sale una camionata di fricchettoni: la scena fa il suo effetto ancor’oggi, a distanza di quasi quarant’anni. Il brano è Jesahel, e il cantante è un giovanissimo Ivano Fossati che, flauto traverso in mano, termina il pezzo giocando a fare lo Ian Anderson dei Jethro Tull. Atmosfera e testi che riportano alla mente un’epoca che sembra lontanissima.

Simile per certi versi è la storia di un altro gruppo noto soprattutto per aver lanciato la carriera solista di un cantautore. Si tratta dei Decibel di Enrico Ruggeri, gruppo che, qualche ingenuità a parte, nel periodo 1978-1980 propose un sound innovativo, fresco e originale. Il massimo della popolarità lo raggiunse portando Contessa al Sanremo del 1980: un pezzo che piacque molto anche, per dire, anche a quel dannato megalomane di Keith Emerson (degli Emerson Lake e Palmer).

E passiamo al Ciofeca Moment. MikiMix a Sanremo 1997, Sezione Giovani, non se lo filò nessuno. Sei anni dopo Caparezza raggiunse la popolarità e si scoprì che Caparezza e Miki Mix erano la stessa persona. Ma come? Il Caparezza contro la musica commerciale, l’alternativo, era stato a Sanremo, e con una canzoncina rap leggera come l’Acqua Panna?! “Mi ci hanno costretto”, rispose lui. Colto con le mani nella marmellata, da allora ci scherza sopra. Sarà: io ci vedo l’indegno inizio della carriera di un musicista che da sempre coniuga talento e calcolo commerciale. Come tanti altri. (Sia ben chiaro, c’è di molto peggio…)

Finiamo in bellezza. Nel 2001 sul palco dell’Ariston salì un gruppo di cui io sento la mancanza: i Bluvertigo. Arrivarono ultimi, posizione che certi artisti ritengono molto ambita, visto che a volte è stata occupata da canzoni che poi hanno avuto grande successo. Morgan, Andy, Sergio e Livio non ricevettero di certo un’accoglienza calorosissima, almeno da parte del pubblico…

…così come accadde per gli Afterhours nel 2009.

Di diverso avviso il presentatore Paolo Bonolis, che volle sottolineare come la loro presenza a quella manifestazione, assai lontana dalle loro frequentazioni, fosse un vero e proprio evento. Come ha giustamente detto Roberto Vecchioni l’altro ieri per commentare, pure con un pizzico di autocritica, la propria partecipazione all’edizione in corso, gli artisti dovrebbero essere più vicini alla gente e meno snob: l’importante è partecipare con una canzone che sia propria, e non con un prodotto confezionato ad hoc. Ed è proprio quello che hanno fatto Manuel Agnelli e soci. E chissà che altri musicisti alternativi abbiano la possibilità di seguire il loro esempio in futuro: ve lo immaginereste, che roba?

Schegge sanremesi – Parte III

I Matia Bazar degli esordi erano cinque bravi musicisti usciti dal mondo del rock progressivo. All’inizio degli anni ’80 virarono verso certe sonorità elettroniche di tendenza all’epoca, riuscendo come nessuno in Italia a coniugare la migliore new wave con la tradizione melodica nostrana. Nel 1983 a Sanremo, elegantissimi e in una disposizione molto alla Kraftwerk, portarono Vacanze romane. Vinsero il premio della critica: forse, visto il contesto, il miglior risultato possibile.

Stesso discorso si potrebbe fare, forse, per gli Elio e le Storie Tese, sulla cui mancata vittoria gravitano ancora molti dubbi mai chiariti. La terra dei cachi, di certo non il loro miglior pezzo, contiene tutta la loro tipica verve dissacrante, ed è vestito su misura per la kermesse: non a caso raggiunse (perlomeno) il secondo gradino del podio. Fu grazie a questa partecipazione all’edizione del 1996 che smisero definitivamente di essere un fenomeno di nicchia, ma questa fu anche la fine della parte migliore della loro carriera.

Nel 1978 in Italia arriva la TV a colori (ben in ritardo rispetto ad altre nazioni europee) e gli scenografi tingono il palco del teatro Ariston con forti tonalità solari. l’anno di Rino Gaetano (vedi post fra un paio di giorni), ma anche del debutto di una ragazzina di origini albanesi la quale, conciata come una punk londinese (citazione) dimostra di essere un animale da palco nonostante gli appena diciassette anni. Un’emozione da poco, scritta per lei da Ivano Fossati, non vincerà la gara, ma diventerà meritatamente un successone.

I tre più grandi errori nella carriera di Marcello Lippi sono stati: 1) cannare la finale di Champions League del 2003; 2) puntare sui reduci del Mondiale 2006; 3) fare una comparsata durante la finale del Festival del 2010, a sostegno del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici. La loro Italia amore mio è talmente infarcita di luoghi comuni sull’italianità da sembrare quasi una presa in giro. Aggiungete il testo cambiato al volo in finale per infilarci dentro un richiamo ai mondiali tedeschi, e otterrete la madre di tutte le paraculate. Questa ciofeca è tale che ve la risparmio (anche perché la RAI ha fatto togliere i video da YouTube), ma gustatevi le reazioni (non so quanto spontanee) alla mancata eliminazione del trio.

Dulcis in fundo per un cantautore che non è certo tra i miei preferiti, ma che a Sanremo, pur non avendo mai vinto, in tre partecipazioni ha sempre portato brani molto validi: trattasi di Max Gazzè, e questa è la sua Il timido ubriaco, pezzo con cui ha concorso all’edizione del 2000, solo soletto sul palco col suo basso e la sua improbabile camicia.

Schegge sanremesi – Parte I

Pur essendo un estimatore di generi e sonorità musicali anche lontanissimi dal pop, non faccio di certo parte di quegli amanti della musica che snobbano a priori tutto ciò che esce dal Festival di Sanremo. Stasera inizia l’edizione 2011, e io ogni giorno da qui a sabato pubblicherò un post con i video di quattro pezzi interessanti (si badi, non necessariamente belli o che io apprezzo) e una… ciofeca usciti da questa manifestazione.

Fu forse il clamoroso primo posto in hit parade di Tabula Rasa Elettrificata dei C.S.I. nel 1997 che spinse i discografici a tentare la  “massificazione” della musica alternativa italiana. L’operazione riuscì solo a metà, ma è stato grazie a questo che migliaia di ragazzini (compreso il sottoscritto) poterono avvicinarsi per la prima volta a questo mondo. Ecco qui i Subsonica portare a Sanremo Tutti i miei sbagli nell’anno 2000.

Tre anni prima, i Jalisse con Fiumi di parole furono tra i vincitori più discussi di tutta la storia della manifestazione. La vittoria, lo scippo dell’Eurofestival e poi un oblio forzato e dai contorni oscuri. Pensatela come volete su di loro, di certo 1. Questa è stata l’unica vittoria sanremese di un gruppo indipendente almeno dal 1976 in poi; 2. Alessandra Drusian ha una voce che la gran parte delle cantanti nostrane se la sogna.

Tre pezzi da novanta che cantano, un crescendo che ti entra in testa e non esce più, testo buonista: la ciofeca del giorno è Si può dare di più del 1987.  Una canzone costruita per vincere, e così è stato, sebbene quell’anno la Mannoia meritasse decisamente di più. Se poi questa canzone per una volta la si ascolta invece che sentirla (sì, lo, so, fa molto professor John Keating), si scoprirà che in quattro minuti non dice proprio nulla.

Si fa un gran parlare in questi giorni dell’immagine e del ruolo della donna in televisione: con i tempi che corrono, sembra quasi un’aliena una cantante come Alice, la quale è sempre riuscita ad essere stra-sensualissima pur non scoprendosi per nulla… Nel 1981 vinse il festival con Per Elisa, pezzo scritto da Franco Battiato: che parli o meno di eroina, come qualcuno hai ipotizzato, si tratta comunque di un signor pezzo.

Molti cantautori italiani, pur avendo fatto la storia della musica italiana, si sono sempre rifiutati di salire sul palco della città ligure. Il festival infatti ha quasi sempre avuto un cattivo rapporto con il cantautorato, specie dopo il 1967, quando il genovese Luigi Tenco si tolse la vita per non aver raggiunto la finale con il pezzo Ciao amore ciao. E in un certo senso, non è stato l’unico “morto di Sanremo”.

Le Orme, 1966-2009

Ho letto solo oggi la notizia che il cantante e compositore de Le Orme Aldo Tagliapietra a novembre ha annunciato l’addio alla sua storica band, e la sua volontà di portarsi pure dietro il nome del gruppo, impedendo di fatto al batterista Michi De Rossi, unico componente originale della band ancora in formazione, di proseguirne la storia. Una situazione simile a quella in cui versavano i Pink Floyd nel 1984 dopo l’uscita di Roger Waters…

Li sentii a Oderzo nell’estate del 2006: si tratta della band più “storica” di cui io abbia mai assistito ad un concerto. Quest’ultima notizia è stata l’occasione per riascoltare qualche loro pezzo su YouTube e scovare questo video, che mostra una loro esibizione televisiva del pezzo “Blue Rondò a’ la Turk”, standard di Dave Brubeck, il primo brano di rock progressivo italiano in assoluto.

Fa pensare che nel 1970 la RAI dava spazio a musicisti così (per l’epoca) sperimentali…