Adriazia? Sabato 26 un dibattito pubblico

L’allegato all’articolo pubblicato nel precedente post.

Tutto è iniziato a settembre 2010 quando Francesco Sponza, ingegnere veneziano, definisce il cosiddetto “sillogismo di Cepagatti”, secondo il quale “se può esistere la Padania, può esistere l’Adriazia. Se non può esistere la Padania, non può esistere l’Adriazia”. Da questo presupposto viene concepita l’esistenza di una nazione che in sostanza includerebbe tutte le province italiane bagnate dal mar Adriatico: una dichiarazione programmatica pubblicata su Internet, e in poco tempo col passaparola nasce il “Movimento Organizzato Nazionalisti Adriatici”, gruppo che riceve l’attenzione anche di alcuni quotidiani e riviste nazionali. Per questa nazione astratta che unisce Trieste a Otranto è stata creata una bandiera, un inno ed altro ancora.
Definire tutto questo una goliardata o una provocazione fine a se stessa sarebbe riduttivo: piuttosto è un modo alternativo, di certo irriverente, di riflettere sui problemi della nostra nazione (quella vera) e sulla legittimità di certi movimenti secessionisti. Quello del 26 novembre a Oderzo, città che per la cronaca non farebbe parte dell’Adriazia, è il primo dibattito pubblico mai organizzato sull’argomento.

L’Azione, domenica 27 novembre 2011

Annunci

A Spazio Zero… giovani s’incontrano

Naturale. Informale. Accessibile. Autoironico: quattro aggettivi, presi a prestito da una vecchia pubblicità di un amaro rispolverata qualche anno fa, che ben descrivono la realtà di Spazio Zero. Un progetto nato in sordina a Oderzo nell’autunno 2010 su iniziativa di Mirco Andreon, venticinquenne di Camino, e Matteo Moretto, ventottenne opitergino originario di Fratta.
In pochi mesi da un piccolo gruppo di giovani è nata un’associazione che, con l’inattesa benedizione di un privato, ha trovato una sede dignitosissima anche se precaria al pianoterra del Palazzo Sole, in via Martiri della Libertà 5. Qui i bambini venivano visitati dal dottor Battel; oggi i loro figli tengono aperto in genere tre volte alla settimana: il mercoledì sera con un appuntamento organizzato (e qui la fantasia cerca di compensare i budget limitati), più il venerdì sera e domenica pomeriggio, per passare qualche ora in compagnia, senza vestito buono e senza prenotare.
Le iniziative organizzate nascono dall’intraprendenza di chiunque voglia proporle, purché siano economicamente sostenibili e in linea con lo statuto. La prossima è un dibattito pubblico sull’Adriazia, a Palazzo Moro, con Francesco Sponza (sabato 26 novembre alle 21, vedi articolo a parte il prossimo post).
Lo Spazio inoltre concede visibilità agli artisti della zona disposti a prestare le loro opere per arredare i locali. Ha attivato anche uno scambio/prestito libri in collaborazione con i Giovani per Oderzo.

Due chiacchiere con i fondatori
Da cosa è nata l’idea di Spazio Zero?
Mirco: è nata dall’esigenza di uno spazio fisico autogestito in cui incrociare persone, esperienze, conoscenze e idee, che sia un’alternativa all’anonimo bar o all’estraniarsi su internet.
Matteo: Io e Mirco ci siamo rivisti dopo un po’ di tempo e ritrovati in questo bisogno; in realtà non abbiamo fatto molto: abbiamo lanciato il sasso, e molti lo hanno raccolto.
Un anno fa vi sareste aspettati questi riscontri?
Mirco: sinceramente sì, perché sono ottimista e convinto che in tanti sentissero la nostra stessa urgenza. Se tutto questo continuerà, sarà grazie all’impegno di chi vi partecipa e al saper rispondere ai bisogni latenti di questo territorio.
Come descrivereste in breve il gruppo di persone che oggi gestisce Spazio Zero? E di chi lo frequenta?
Matteo: Una ventina di persone, età tra i venti e i trentacinque anni. Studenti o lavoratori, provenienti da Oderzo e vari paesi dell’opitergino-mottense. A frequentarlo sono in genere persone maggiorenni. Non facciamo alcuna preclusione di tipo anagrafico, religioso, politico, alimentare.
Cosa chiedete alla cittadinanza?
Mirco: di passare a scoprire il nostro spazio! Se poi per caso qualcuno, istituzioni incluse, avesse uno stabile inutilizzato, conosciamo un gruppo di baldi giovani che potrebbe aiutarvi a sistemarlo e renderlo un posto accogliente per la comunità: infatti non abbiamo smesso di cercare casa, per non dover pesare ancora a lungo sulla generosità di chi ci sta ospitando.

L’Azione, domenica 27 novembre 2011

Italy vs USA

Affinità e (soprattutto) divergenze tra indignados americani e indignados italiani.
ITALIA


1. La manifestazione. Gli organizzatori optano per un lungo corteo per le strade di Roma, con conclusione e dibattito-comizio in piazza San Giovanni in Laterano. Durante il percorso una parte nettamente minoritaria dei manifestanti si distacca optando per un percorso alternativo, non autorizzato. C’è chi si dà al vandalismo, colpendo filiali di banche, negozi o automobili parcheggiate, chi si scontra con le forze dell’ordine; uno addirittura si dà alla profanazione, entrando con la forza in una canonica e distruggendo, in strada, una statua della Madonna. A Piazza San Giovanni la situazione degenera: scene di guerriglia urbana, camionette dei Carabinieri bruciate. Ovviamente il comizio previsto salta. Danni per migliaia di euro.
2. Grancassa mediatica. La sera e i giorno seguenti le immagini delle devastazioni fanno il giro del mondo. La foto di “Er pelliccia” che lancia l’estintore a volto coperto diventa il simbolo della protesta. Indignazione, in diretta e in differita, dei manifestanti pacifici, dei cittadini di Roma, di chi apprende la notizia da TV e giornali. Condanna bipartisan della politica. Paragoni, più o meno sensati, col Sessantotto italiano. Le sacrosante motivazioni dei manifestanti pacifici finiscono per essere quasi del tutto ignorate.
3. I giorni successivi. I politici di destra dicono cose di destra e propongono soluzioni di destra, non si sa quanto efficaci. Su internet qualcuno si nasconde dietro al dito denunciando complottisticamente la presenza di poliziotti infiltrati tra i violenti. La condanna delle violenze non è unanime, anzi: queste non vengono giustificate solo in siti web di area antagonista; succede anche che il matematico impertinente già menzionato qui in passato, dal suo blog ospitato da Repubblica difende i violenti e “assolve” la profanazione della Madonna.
4. I protagonisti. I giovani fermati dalla polizia sono stereotipi viventi, a tal punto che sembrano usciti dal disco de I Cani: buona famiglia, universitario più o meno fuori corso, facoltà umanistica, frequentazione di centri sociali, kefiah, barba e/o capello lungo, madre che dice “Non è possibile, mio figlio è un bravo ragazzo”. Con un buon avvocato ed un pizzico di buonismo all’italiana hanno ottime probabilità di farla franca, e i danni verranno pagati dalla collettività già costretta a subire, suo malgrado, gli infausti effetti della crisi internazionale. Ovvero la motivazione iniziale della protesta. E il cerchio si chiude.

STATI UNITI


1. La manifestazione. Si tengono manifestazioni in varie città del paese, ma il copione più o meno è sempre lo stesso: gli organizzatori optano per trovarsi in un luogo prestabilito, e lo occupano sedendosi per terra. E in un luogo occupato da centinaia/migliaia di persone sedute, il violento di turno non può far altro che sedersi a sua volta o andarsene, perché se “esercitasse” la violenza verrebbe facilmente identificato e bloccato dalla polizia o dagli altri manifestanti.
I manifestanti, seduti, cantano o lanciano slogan. Ed “arredano” il luogo occupato con simboli o cartelloni in modo da sfruttare al meglio l’effetto mediatico. Alla fine arrivano le forze dell’ordine e sgomberano l’area con la forza. I manifestanti seduti vengono irrorati abbondantemente con spray urticante dalle forze dell’ordine, come neanche stessero pompando un vigneto (vedi sopra).
2. Grancassa mediatica. La sera e i giorno seguenti le immagini della manifestazione fanno il giro del mondo. La foto della ragazza colpita in piena faccia a volto scoperto da un getto di spray al peperoncino diventa il simbolo della protesta. Indignazione, in diretta e in differita, dei manifestanti, dei cittadini, di chi apprende la notizia da TV e giornali. Qualche imbarazzo nella politica, mentre a Washington un Premio Nobel per la Pace finge (per il momento) di non vedere. Paragoni, più o meno sensati, col Sessantotto americano. Le sacrosante motivazioni dei manifestanti pacifici vengono discusse e comprese da migliaia di persone in America e nel resto del mondo.
3. I giorni successivi. Che cosa succederà nei prossimi giorni è facile prevederlo: il movimento degli indignados negli Stati Uniti ne uscirà più forte, compatto e determinato. L’opinione pubblica americana si sta schierando dalla parte dei manifestanti, solidarizzando con loro o almeno comprendendone le ragioni. Questo in Italia non è accaduto, e dare la colpa di ciò ai media e a ciò che hanno mostrato sarebbe da miopi. Sarebbe invece forse il caso di fare un po’ di autocritica, di imparare dagli americani e di smettere di vivere nel passato: fare una manifestazione nel 2011 ragionando come se si fosse nel 1968 o nel 1977 è quantomeno autolesionistico.
4. I protagonisti. I protagonisti, in questo caso, sono difficilmente etichettabili: l’impressione generale è quella di assistere alla mobilitazione di una massa indistinta di persone. Gente che ha in comune forse solo la consapevolezza di navigare nella stessa barca, e di pagare una crisi che non ha causato. Gente che non ha più nulla da perdere, ma che protesta con intelligenza, senza scimmiottare un passato che, per fortuna, è passato.

11 novembre

Ok. Nel questo momento in cui viene pubblicato questo post sono le 11.11 dell’11.11.11. Ma non solo.
Oggi è l’undici novembre, ricorrenza di san Martino di Tours. Una data infausta, un tempo, per la stragrande maggioranza delle famiglie dei nostri antenati.
Visto il clima temperato tipico di queste giornate, e il fatto che in questo periodo l’attività dei contadini scendeva ai minimi termini, San Martino era la data scelta in cui scadevano, o eventualmente venivano rinnovati, i contratti di mezzadria. Scaduto il contratto, una famiglia poteva improvvisamente trovarsi a piedi, o costretta a trasferirsi in un altro paese, solo in base alla volontà del padrone delle terre, senza sapere cosa avrebbe trovato. “Influenzando” profondamente, in questo modo, l’esistenza delle generazioni successive: io stesso, così come credo (decine di? centinaia di?) migliaia di italiani, sono nato in una zona diversa della famiglia di mio nonno proprio a causa di questo sistema.

Mi rendo conto che vado a ripetermi rispetto ad un post pubblicato giusto un anno fa, ma è stato bello scoprire proprio oggi su YouTube un video che presenta tutto il film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, Palma d’Oro a Cannes 1978, con tanto di sottotitoli in italiano, inglese e spagnolo.
Una splendida opera, che consiglio a tutti, e che dipinge meravigliosamente il mondo della mezzadria contadina italiana.